Il DDL antisemitismo non combatte l’odio: strumentalizza le critiche. La libertà di espressione, il diritto di manifestare, la solidarietà con il popolo palestinese, il contrasto al genocidio e la critica ad un governo come quello di Israele non sono negoziabili.
@Fra0283
🟥 HANNO SPENTO RANUCCI PER SPEGNERE REPORT. IL RESTO È FANGO, COMUNICATI E COGNAC. 🟥
Ieri la RAI ha fatto uscire un comunicato di cui si è sentito il tanfo di naftalina e di ordine ricevuto dai “Melones” fino qui a Siena. “Nuova fase”. “Conduzione a due”. “Vincitori del concorso”. Tradotto in italiano: Sigfrido Ranucci non condurrà più Report. Al suo posto Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi. Tre opzioni di ricollocazione per lui: RaiNews, Tg3 o una corrispondenza. Lui ha detto che volevano mandarlo al Cairo, e che all’estero la scorta non ce l’avrebbe. Ha fatto il nome di Giulio Regeni. Come a dire dire: so benissimo che fine vorreste farmi fare.
Il bello è che tutto ciò, Ranucci l’ha saputo dall’Ansa. Non da una telefonata. Dall’agenzia. Come si comunica a un inquilino scomodo che da stasera le chiavi non funzionano più perché hanno cambiato la serratura.
Adesso, prima che parta il coro dei soliti “eh ma Lavitola”, “eh ma non è puro”, “eh ma Report era fazioso”, fermiamoci un secondo e mettiamo i fatti in fila. Perché la storia non inizia ieri. Ieri hanno solo messo il bollino finale su una campagna di fango che durava da anni. L’obiettivo non era mica solo un conduttore. Era l’intero megafono. Report. L’ultimo pezzo di servizio pubblico che ancora mordeva, dentro una RAI che da tempo fa più da altoparlante che da cane da guardia.
Ma chi è davvero il “Cattivo Ranucci”?
Sigfrido Ranucci non è un santino e non ha mai preteso di esserlo. Nato a Roma nel ’61, laureato in Lettere, entrato in RAI dal Tg3, inviato nei Balcani, a New York l’11 settembre, a Sumatra dopo lo tsunami. Nel 2004 firma “Fallujah. La strage nascosta”: inchiesta sul fosforo bianco usato dagli americani in Iraq. La riprendono i media di mezzo mondo. Prima ancora aveva tirato fuori l’ultima intervista di Paolo Borsellino. Poi i rifiuti, l’uranio impoverito, le stragi, i conflitti d’interesse. Nel 2006 entra in Report. Nel 2017 prende la conduzione da Milena Gabanelli. Centinaia di querele (tutte vinte). Anni sotto scorta. “Sono il più indagato d’Italia”, ha detto lui stesso. Mica per vantarsi. Era il curriculum.
Report, sotto di lui, ha messo il naso dove faceva male anche a questo governo: audio Sangiuliano (ricordo che il tribunale ha archiviato: diritto di cronaca, interesse pubblico, continenza), Visibilia e Santanchè, i centri in Albania, il ponte sullo Stretto, i conti, le nomine, La Russa, i conflitti. Non sempre tutto filava liscio. Nessuna inchiesta al mondo filava sempre liscio. Ma il punto non era la perfezione. Il punto era che qualcuno, in RAI, ancora andava a curiosare dietro le quinte invece di leggere il copione scritto di Palazzo Chigi.
È il 7 novembre 2023, siamo in Commissione di Vigilanza RAI. Ranucci è lì a difendere il programma. Gasparri gli pianta sul banco una bottiglietta di cognac e tira fuori una carota. “Se ha bisogno di farsi coraggio, qui non mangiamo nessuno, non c’è patibolo”. Non era un dibattito. Era un avviso. Da allora in Vigilanza Report è stato trattato come un imputato, non come un programma del servizio pubblico. Gli attacchi non si sono più fermati. Interrogazioni, agenzie, “prendete provvedimenti”, “la RAI si cauteli”, “Bellavia, dossieraggio, procure”. Ogni puntata scomoda diventava un caso. Ogni fonte diventava un peccato originale. Ogni errore, e gli errori ci sono, nel giornalismo vero, veniva trasformato in prova di complotto.
È il 16 ottobre 2025. Ore 22.17, Torvaianica, viale Po. Davanti alla villetta dove Ranucci vive con la famiglia esplode un ordigno. Gelatina da cava, non raudi fischioni. Due auto distrutte, cancello e muro perimetrali danneggiati. È un attentato. La DDA di Roma apre il fascicolo. Prima ipotesi: ritorsione sulle inchieste. Si parla di tutto. Mafia, piste nere, cantieri, servizi. A novembre la redazione deposita in Procura l’elenco delle inchieste su cui stavano lavorando: Toti, Brugnaro, Corte dei Conti, Santanchè, Albania, ponte, filoni neri. Perché giustamente un giornalista d’inchiesta, quando gli mettono una bomba sotto casa, la prima cosa che fa è chiedersi: “cosa stavamo per mandare in onda?”
Il 30 giugno 2026 partono quattro misure cautelari tra Napoli e Avellino. Antonio Passariello, Saverio Mutone, Pellegrino D’Avino in carcere. Marika De Filippis ai domiciliari. Aggravante del metodo mafioso. Intercettazioni da brivido: “facciamo la storia”, “una mano lava l’altra”. Compenso da poche migliaia di euro. Mandante, a quel punto, ancora senza nome. Il gip scrive di un “soggetto terzo”. Ranucci continua a fare il suo mestiere e a dire che l’ordigno serviva a fermare una notizia, non a fargli campagna elettorale.
Poi entra in scena quel fenomeno di Valter Lavitola. Faccendiere, ex “Avanti!”, condannato in passato per vicende losche. Amico di Ranucci. Frequentazione stretta, cene, famiglie. A luglio Lavitola è indagato, si avvale della facoltà di non rispondere, parla di “amicizia fraterna” incompatibile con l’accusa. Ranucci dice di essere convinto che Lavitola non avrebbe mai voluto far del male a lui e alla figlia.
Arriva Agosto. Il 10 Lavitola finisce in carcere. Il 12, a Rebibbia, cambia versione e ammette di aver fatto mettere la bomba. Il suo movente: Ranucci era in pericolo, la scorta non bastava, dovevano essere colpi al muro, è finita con l’esplosivo. La Procura ha un’altra lettura: visibilità, politica, un “finto attentato” per lanciare l’amico. I due racconti non stanno in piedi insieme. Palla ai giudici. L’unica cosa che sta in piedi anche adesso è questo: Ranucci, negli atti, resta la parte lesa. Il gip ha scritto che allo stato attuale non emerge un accordo suo con Lavitola.
Da quel momento i giornali del gruppo Angelucci e dintorni fanno quello che sanno fare meglio: produrre sterco. Non indagano l’attentato, indagano la vittima. Ranucci ha contato 2.800 articoli in due mesi. Duemilaottocento. Non è informazione. È un bombardamento. Mollicone ringrazia chi ha alzato i “cunei d’ombra”. Fratelli d’Italia presenta interrogazioni. La RAI sospende le repliche estive. Si apre il dossier sul “codice etico”. Si vocifera di commissione interna. Si prepara la cacciata mentre i magistrati devono ancora finire di capire chi ha davvero voluto quella bomba e perché. È caccia alle streghe. Guerriglia mediatica senza esclusione di colpi: tutti contro Ranucci. E quindi Report.
È il 25 agosto, siamo a Cerveteri. Prima dell’inizio dello spettacolo “Diario di un trapezista”, Ranucci dice una cosa che per chi mastica il giornalismo è l’ABC, ma come al solito gli addetti alla propaganda di regime hanno preso una frase e gliela hanno cucita addosso come ennesima condanna: “Non sono un puro. Sono abituato a vedere le grandi città dalle grate di un tombino, perché faccio questo. Se potessi andare a cena con Totò Riina, io ci andrei”. E ancora: “Ho la coscienza a posto. Rifarei tutto”. Se avesse percepito un rischio vero dalle parole di Lavitola, dice, lo avrebbe denunciato. Come ha sempre denunciato anche ciò che riguardava lui.
Ecco, su questo bisogna essere onesti fino in fondo, altrimenti facciamo lo stesso gioco di chi lo vuole cacciare. Il giornalismo d’inchiesta vero non si fa nei talk show in tv, con i professori universitari e i comunicati stampa. Si fa parlando con chi sta sul bordo. Fonti opache, faccendieri, pentiti, avvocati di confine, gente che ha visto cose che non si vedono dal salotto di Viale Mazzini. Se non parli con quelli, resti a fare il copia/incolla delle agenzie. Frequentare ambienti al limite della legalità, per un inviato che vuole la notizia di prima mano, non è un vezzo: è il mestiere. Non significa diventare “amici veri” di chi opera nell’illegalità. Non significa coprire. Non significa farsi dettare l’agenda. Significa sedersi a un tavolo, ascoltare, verificare, e poi decidere cosa sta in piedi e cosa no.
Ranucci, su Lavitola, ha sbagliato il termometro dell’amicizia. Lo può dire anche chi lo stima. Ha difeso troppo a lungo un rapporto che, dopo la confessione, appare almeno avvelenato. Questo non cancella trent’anni di inchieste, non trasforma la vittima di un attentato in mandante, e non autorizza un governo a usare il fango per spegnere un programma di successo. Uno dei pochi rimasti in RAI che fa ancora numeri importanti. L’onestà di un giornalista si misura su quello che manda in onda e sui processi da cui esce sempre pulito, non sulla santità di chi va a cena con lui. Chi pretende il santo in RAI sta mentendo due volte: perché i santi non fanno inchieste, e perché i peccatori di Palazzo, quelli ad esempio come Santanchè o Del Mastro, li proteggono sempre.
I titoli di coda arrivano ieri, 28 agosto 2026. La RAI scrive che Presutti e Piervincenzi “aprono una nuova fase” e che la scelta rafforza “il giornalismo investigativo” con professionalità interne vincitrici di concorso. A Ranucci tre opzioni “coerenti con il grado”. Certo, come no. Ma allora, fatemi capire: è affidabile o no? Se lo tolgono da Report perché pensano faccia danno, che fanno, lo mettono a dirigere un TG?
Ranucci ha risposto così: “Il mio non è un addio. Non condurrò Report. Condurrò la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa, per i miei figli e per i vostri. Mi rifiuto di lasciare alle future generazioni questo mondo mostruoso, governato da persone mostruose e vigliacche che non tollerano il giornalismo libero e i magistrati indipendenti”.
Intanto nella redazione scoppia il putiferio: decisione “completamente irricevibile”. Inaccettabile nel metodo (nessuna interlocuzione, notizia dalle agenzie) e nel merito: i nomi scelti “non sono in alcun modo rappresentativi della storia e dei valori di Report”. Se la RAI non torna indietro, “abbandoneremo in blocco il programma”. L’avvocato Roberto De Vita: “La decisione della RAI condanna la vittima di un attentato, Report e l’indipendenza dell’informazione pubblica”.
Poi è partito il coro dei politicanti. Salvini: “Giusto così. Ora si faccia chiarezza”. La Russa: “Felice”. FdI: “Report torni a fare inchiesta e non ‘propaganda faziosa’.” Floridia: “Editto Meloni”. Conte: “tutto congegnato a Palazzo Chigi, Meloni e Fazzolari, Telemeloni pronta per la campagna”. Schlein: “l’obiettivo della destra era far saltare la trasmissione, non hanno nemmeno aspettato i giudici”. Bonelli e Fratoianni: “usato l’attentato per demolire il programma”.
Se siete arrivati fino a qui seguendo tutto attentamente, non potete far finta di non capire. Non siamo davanti ad un semplice avvicendamento editoriale. Siamo davanti ad un obiettivo politico raggiunto a un anno dalle elezioni. Siamo davanti ad un governo che ha paura di ogni fuoriuscita di informazioni su affari opachi, nomine, lobby (comprese quelle delle armi) e quindi ha bisogno di rigoroso, fascista, silenzio. Siamo davanti ad un governo che appare sempre meno democratico e che ha bisogno di stare al volante di una RAI che tenga i fari spenti. Ranucci era il volto. Report era una torcia accesa. Hanno colpito il volto per spegnere la luce.
Reporter Senza Frontiere, nel suo indice 2026, dice che la libertà di stampa nel mondo è al minimo da venticinque anni. L’Italia al 56° posto. Era 49ª nel 2025, 46ª nel 2024, 41ª nel 2023. Quindici posizioni in tre anni! Querele temerarie, SLAPP, legge bavaglio, più di venti giornalisti sotto scorta. Il potente non solo ti piazza le bombe sotto allo zerbino di casa. Ti seppellisce di carte bollate finché non ti stanchi e alla fine rinunci, ti arrendi.
Due giorni fa il Tesoro americano ha sanzionato Autistici/Inventati, collettivo italiano che fornisce mail cifrate, server e blog a chi fa attivismo. Li hanno messi nello stesso sacco di “reti far-left terrorist”. Praticamente, quelli che ci hanno salvato dai fascisti, adesso ci stanno dicendo che gli antifascisti sono pericolosi. È c’è ancora chi li vede come “salvatori”, come “garanzia di libertà”. Robe da matti.
Ma chi sono davvero Autistici/Inventati? Stiamo parlando di un’infrastruttura digitale per l’attivismo civile e democratico, non di cellule segrete che piazzano tritolo. Il terrorismo, quello con le bombe sugli ospedali e sui campi profughi, lo praticano gli Stati Uniti assieme ai loro compari Israeliani ed Europei, quando radono al suolo Gaza e una fetta di Medio Oriente e chiamano tutto “sicurezza”. O addirittura “pace giusta”.
Julian Assange, che è libero oggi dopo oltre un decennio di torture psicologiche e reclusione solo grazie al patteggiamento, il 1° ottobre 2024 a Strasburgo ha detto una frase che andrebbe appesa all’ingresso di Viale Mazzini: “Sono libero oggi perché mi sono dichiarato colpevole di giornalismo”. Cercare informazioni da una fonte, ottenerle, pubblicarle. “Il giornalismo non è un crimine. È un pilastro di una società libera e informata”. “La criminalizzazione della raccolta di notizie è una minaccia per il giornalismo investigativo ovunque. Se l’Europa vuole un futuro in cui dire la verità non sia privilegio di pochi, deve fare in modo che quello che è successo a lui non succeda a nessun altro.
E purtroppo, quello che è successo a lui, in scala ridotta, ieri è successo a Report.
Possiamo fare i tifosi. Sinistra contro destra, Ranucci santo o Ranucci farabutto, Presutti brava o Presutti prestanome. È il gioco che vogliono. Ci divide e li lascia lavorare in pace. Oppure possiamo tornare ad essere cittadini attivi. Mettere i fatti in fila e capire che non stiamo discutendo di un conduttore. Stiamo discutendo di quanto spazio resta, in questo Paese, a chi racconta quello che il potere non vuole sentire. E allora quando necessario dobbiamo scendere in piazza senza spranghe e senza paura. Andare ai cortei. Tenere accesa la luce dove loro vogliono il buio. I governi cambiano idea quando sotto le finestre non trovano più quattro gatti, ma una grande mobilitazione popolare che invece di tifare un partito o un politico, tifa il diritto di sapere.
Sigfrido, a cui mando un forte e sincero abbraccio, ha detto che resisterà al fango con la sua storia. Report, se lo lasciamo spegnere, non avrà più storie da raccontare. Il gioco, come ha scritto lui, è fatto. Quello che succede dietro alle porte dei palazzi e nelle stanze dei bottoni, non lo scriveranno certo Mollicone, Salvini o il prossimo direttore degli Approfondimenti. La libertà di informazione e il giornalismo libero, o lo difendiamo noi, o non lo difenderà nessuno. E nel nostro paese non è mai stato in pericolo come lo è adesso.
#GianniMagini #AllertaMedia
Il duro mestiere del no vax di destra è diventato ancora più duro.
Perché quando torna una malattia come la difterite bisognerebbe fare una cosa terribilmente banale: dire alle persone di vaccinarsi.
Ma vuoi mettere?
È molto più avventuroso discutere da dove sia arrivato il batterio. Con il barcone? Con Ryanair? Aveva il permesso di soggiorno? È sbarcato a Lampedusa o è entrato da Ventimiglia? E soprattutto: era almeno in regola con il decreto flussi?
Perché il problema, per una certa destra, non è più prendere la difterite. È prenderla da uno straniero.
Se la prendi da un italiano, evidentemente, è sovranista.
Ora, che alcune malattie infettive possano essere importate da Paesi nei quali circolano maggiormente è una cosa talmente ovvia che non occorre organizzare un convegno. I movimenti delle persone muovono anche virus e batteri. È sempre successo.
Ma qui viene la parte complicata.
Se davvero pensate che dall’estero possano arrivare persone portatrici di malattie prevenibili con i vaccini, dovreste essere i più sfegatati sostenitori delle vaccinazioni.
Dovreste stare davanti agli hub vaccinali con il megafono.
«Italiani, vaccinatevi! Prima gli italiani, soprattutto nell’ambulatorio vaccinale!».
Invece no.
Si riesce nel capolavoro logico di sostenere contemporaneamente che gli immigrati ci portano le malattie e che vaccinarsi contro quelle malattie è una faccenda sospetta.
È come denunciare che stanno arrivando i ladri e poi fare una campagna contro le serrature.
E allora viene un dubbio.
Possibile che non capiate una cosa così semplice? Che, da ovunque arrivi il contagio, la difesa più importante contro una malattia prevenibile resta vaccinarsi? Che i vaccini raccomandati e autorizzati hanno prove solide di sicurezza ed efficacia?
Possibile che, davanti a una bambina morta di difterite, invece di ricordare con chiarezza che vaccinarsi protegge da una malattia grave, vi appassioni soprattutto stabilire il passaporto del batterio?
Oppure lo capite benissimo.
E qui comincia il mestiere davvero duro.
Perché magari una parte dei vostri lettori l’avete allevata per anni a pane e sospetti: Big Pharma, virostar, sieri sperimentali, dittatura sanitaria, medici venduti, scienza ufficiale. E adesso spiegargli che sì, contro la difterite il vaccino è una benedizione della medicina potrebbe creare qualche piccolo problema editoriale.
Bisognerebbe dire: guardate, su questo vi abbiamo raccontato un sacco di sciocchezze.
E perdere un lettore è sempre doloroso. Perdere un lettore no vax, poi, può avere effetti avversi gravissimi sulla diffusione.
Così si cambia argomento.
Non il vaccino, ma l’immigrato.
Non «come ci proteggiamo?», ma «chi ce l’ha portata?».
È una soluzione politicamente formidabile, perché consente di tenere insieme due paure al prezzo di una: quella dello straniero e quella del vaccino.
Peccato che i batteri siano creature poco ideologiche. Non leggono i giornali, non votano, non partecipano ai talk show e soprattutto non chiedono il passaporto prima di infettare qualcuno.
La difterite se ne frega se il contagio parte da Palermo, Bucarest, Lagos o Marte.
E anche noi dovremmo preoccuparcene relativamente.
Possiamo discutere di controlli sanitari, flussi migratori, screening e prevenzione. Anzi, dobbiamo farlo. Ma alla fine resta una domanda semplicissima, quella che una certa destra no vax continua accuratamente a evitare:
il vaccino contro la difterite protegge oppure no?
La risposta è sì.
Ed è forse per questo che preferiscono parlare del barcone.
Anna Rosa aveva quattro anni e mezzo. È morta di difterite a #Palermo, in un ospedale, nel 2026.
La difterite in #Italia non era sparita. Era stata sconfitta, che è una cosa diversa: il batterio circola ancora e senza copertura vaccinale uccide circa un non vaccinato su tre. Il vaccino è obbligatorio in #Italia da generazioni.
Anna Rosa non lo aveva ricevuto.
La ragione, riferita dai genitori ai medici, è che un caso di #autismo in famiglia sarebbe stato causato da una vaccinazione.
Non è vero. Non lo è mai stato. È la falsità nata da uno studio fraudolento del 1998, ritirato dalla rivista che lo pubblicò, con l'autore radiato dall'albo. Ventotto anni dopo, quella bugia è arrivata allo Zen di Palermo e ha ucciso una bambina.
Non punto il dito contro i genitori. Lo faranno i magistrati, che li hanno indagati, ed è giusto che lo facciano loro e non io. Ma dico una cosa: sono l'ultimo anello, non il primo. Hanno creduto a qualcosa che qualcuno ha costruito, ripetuto e monetizzato per anni.
Non lo punto nemmeno contro i medici. Nessun pediatra italiano sotto i sessant'anni ha mai visto un caso di difterite in vita sua: è il paradosso di una malattia debellata così bene da essere diventata irriconoscibile.
Il dito va puntato su chi ha fatto (e continua a fare) da cassa di risonanza, e non gratis. Chi ci ha costruito consenso, copie e click. Chi ha invitato in trasmissione il #novax perché "fa dibattito". Chi ha titolato sul dubbio sapendo che il dubbio non c'era.
E attenzione: non sto chiedendo di zittire nessuno. La libertà di espressione vale anche per chi dice cose false, e chi fa il mio mestiere dovrebbe essere il primo a difenderla.
Sto dicendo un'altra cosa: dare tribuna non è un obbligo, è una scelta editoriale. E chi sceglie, risponde di quello che sceglie.
Perché la difterite si trasmette respirando. Non con un comportamento, non con una colpa: con l'aria che condividiamo in una stanza.
È la risposta più semplice a chi dice che vaccinarsi è una scelta privata.
Nessun batterio ha mai chiesto il permesso a nessuno.
Tu
Tu che hai votato Meloni perché sei un poveraccio e lei ti ha dato i migranti. Dei poveracci più poveracci di te da odiare, per sentirti finalmente qualcuno.
Questo ti ha dato. Non il lavoro, non lo stipendio. Qualcuno da guardare dall’alto. Prima volta nella vita.
Tu che hai votato Meloni per quella fiamma. Gli Almirante, i Rauti, i La Russa, i Rampelli. Ti riporta a un tempo magico che non hai vissuto, dove credi che uno come te comandasse e gli altri stavano zitti. Ma uno come te in quel tempo lì zappava. O moriva a vent’anni sul Don con le scarpe di cartone. Il ricordo che ti hanno venduto non è il tuo. È il loro.
Tu che hai votato Meloni convinto che il nero, oltre alla camicia, fosse quello che potevi fare impunito. E quello per cui ti avevano già pizzicato sanato, perdonato, chiuso lì.
E invece la GdF continua a cercarti.
Adesso conta. Quattro anni.
Guadagni meno. La spesa costa di più e lo sai perché la fai tu, non lei.
I migranti sono ancora lì. Gli sbarchi pure. Li odi ancora, ti sfoghi ancora, domani ce ne saranno altri. Perché servono lì. Non a te. A lei.
Il condono l’hanno preso quelli col commercialista bravo. Tu la cartella ce l’hai ancora nel cassetto.
Quando sei stato male hai pagato. Diciotto mesi di attesa o quattrocento euro, hai scelto quattrocento euro.
Tuo figlio manda curriculum a Monaco di Baviera. Quella che doveva difenderti dai migranti ha fatto emigrare lui.
La tua leader la sfottono in mezza Europa e tu ti incazzi come se stessero sfottendo te. Giusto. Stanno sfottendo anche te.
Lei intanto va a cena con quelli che ti hanno licenziato. Ci va da pari a pari. Tu quel tavolo non lo vedrai mai. Non sei invitato, non sei previsto, non servi. Sei il voto, non l’ospite.
Loro ci hanno contato, sulla tua rabbia. L’hanno misurata, targettizzata, comprata a quattro euro a clic. Hanno pagato gente per scriverti le cose che volevi sentire. Non ti hanno considerato un cittadino. Ti hanno considerato prevedibile.
Prevedibile è la parola. Uno che si accontenta di odiare qualcuno più povero di lui e poi vota buono.
Ora tu, dopo quattro anni. Ora che la tua vita è peggiorata, e già faceva schifo prima. Ora tu la voteresti ancora?
Forse la risposta è sì. Non perché stai meglio. Perché cambiare idea vorrebbe dire ammettere che ti hanno fregato, e quello fa più male della cartella esattoriale.
Però intanto pensaci. Da solo. Che sui social non ti guarda nessuno.
Ogni anno inorridisco leggendo le dichiarazioni degli esponenti di questa destra che ricordano a modo loro il disastro di Marcinelle.
Inorridisco perché ogni anno, puntualmente, omettono quelle cose che metterebbero in discussione il loro approccio troglodita al fenomeno dell’immigrazione.
I 136 migranti italiani che morirono l’8 agosto del 1956, nella miniera di carbone del Bois du Cazier, erano discriminati e trattati da esseri umani di serie C, esattamente come gli immigrati che oggi sono sfruttati dal nostro italianissimo caporalato.
Perché no, non è assolutamente vero che gli italiani erano accolti e ben voluti in tutto il mondo perché erano onesti lavoratori. Come in tutte le migrazioni, ad emigrare erano sia gli onesti lavoratori che i criminali. Ne sanno qualcosa i Paesi che hanno avuto e hanno ancora a che fare con le nostre mafie.
E come in tutte le migrazioni, lo “straniero” era guardato con diffidenza e talvolta disprezzato.
E come in tutte le migrazioni, c’era chi partiva con i documenti in regola e chi cercava la fortuna da “irregolare”.
I migranti italiani morti nel disastro di Marcinelle erano come gli immigrati invisibili che raccolgono la frutta e la verdura nelle nostre campagne. Quelli che raccolgono la frutta e la verdura che compriamo al supermercato e che subiscono il ricatto di chi li schiavizza promettendo loro i documenti necessari per richiedere un permesso di soggiorno.
Molti migranti italiani morti nel disastro di Marcinelle vivevano in delle baracche di fortuna e tutti facevano parte di un grottesco scambio tra Italia e Belgio, uno scambio che prevedeva l’invio di minatori in cambio di un prezzo agevolato per l’acquisto di carbone.
Lavoravano in condizioni disumane perché chi gestiva quelle attività non investiva nulla per garantire la sicurezza e la salute dei minatori, trattati di fatto come schiavi.
I morti di Marcinelle ci insegnano il contrario di ciò che predica questo governo.
Ci insegnano che nascere in un Paese povero non può e non deve essere una colpa.
Ci insegnano che anche noi siamo stati migranti e un giorno potremmo tornare ad esserlo.
No, non è un film hollywoodiano. È la realtà dei nazionalisti di “Futuro Nazionale”.
Sono andati a Lucerna con un gazebo a fare propaganda per la “remigrazione”. E, guarda caso, la prima persona con cui hanno deciso di confrontarsi è stata un ragazzo nero, svizzero.
Cioè: cittadino svizzero.
Ma nella loro concezione del mondo, se hai la pelle nera non puoi essere europeo. Per loro resterai sempre “uno straniero”.
Poi arriva il capolavoro.
Vanno in Svizzera, un Paese che non è il loro, a predicare la “remigrazione” e finiscono per dire a un cittadino svizzero che dovrebbe tornare a casa.
Dove? In Svizzera, naturalmente
Il ragazzo glielo ha ricordato: se venite qui a parlare di remigrazione, siete voi a dover tornare in Italia a fare la vostra propaganda.
Ma il paradosso deve ancora arrivare.
Mentre vanno in Svizzera a urlare “remigrazione”, sostenendo che gli stranieri dovrebbero tornare a casa propria, chiedono anche i voti dei circa 250.000 italiani residenti in Svizzera.
Avete capito?
Gli italiani emigrati in Svizzera vanno benissimo quando servono i loro voti. Gli stranieri, invece, dovrebbero “tornare a casa”.
La coerenza, questa sconosciuta.
Domanda: ma stanno davvero con la testa?
Andare all’estero a predicare che ognuno debba stare “a casa propria”, mentre si cercano consensi proprio tra gli emigrati italiani che vivono all’estero, è un livello di ipocrisia notevole.
E soprattutto: quel ragazzo è svizzero. Non è un ospite, non è un clandestino e non deve dimostrare di essere europeo. È semplicemente un cittadino svizzero nero.
Forse sarebbe il caso di ricordare che l’identità europea non si misura dal colore della pelle.
E se davvero credi che ognuno debba “tornare a casa propria”, prima di indicare la porta agli altri, assicurati almeno di sapere qual è la tua.
Perché andare in Svizzera a spiegare agli svizzeri chi dovrebbe andarsene e poi chiedere i voti agli italiani che vivono lì è una contraddizione enorme.
E questo dice molto più della loro propaganda di quanto pensassero già.
La “remigrazione” è iniziata proprio male: sono andati a esportarla e si sono ritrovati davanti uno svizzero che ha ricordato loro dove si trova casa loro.
Quattro ore. Tanto ci hanno messo Meloni, Tajani e Salvini a trasformare la crisi di Ceuta in un comizio elettorale.
Uno dietro l'altro, stessa identica richiesta: sospendere Schengen con la Spagna.
Hanno visto migliaia di persone e ci hanno visto dentro un sondaggio. Sciacallaggio puro.
E dentro quelle dichiarazioni, dalla prima riga all'ultima, una montagna di bugie e porcherie.
Mettiamole in fila, una per una.
Primo.
Ceuta è fisicamente in Africa. Si tratta di un fazzoletto di terra spagnola di 18 chilometri quadrati, dall'altra parte dello Stretto di Gibilterra. Sta più vicina a Rabat che a Madrid. Si esce di lì con un traghetto o con un aereo.
Chi ha attraversato quella frontiera, per arrivare in Italia, dovrebbe imbarcarsi verso la penisola iberica passando i controlli d'identità, attraversare tutta la Spagna, valicare i Pirenei, attraversare tutta la Francia e presentarsi a Ventimiglia.
Effetto della sospensione di Schengen con la Spagna sulla situazione di Ceuta: zero.
Il loro elettore però, che fino a martedì ignorava perfino l'esistenza di Ceuta e non saprebbe indicarla sulla cartina nemmeno se la ritrovasse scritta, adesso è convinto che stia dietro i Pirenei e che quella gente giovedì prossimo sia sotto casa sua.
Su quella convinzione ci costruiscono una campagna elettorale intera. Che bello essere un politico destra e avere davanti tanti destropitechi a cui puoi raccontare letteralmente la qualunque.
Secondo.
La porta che vogliono sbarrare è sbarrata da 35 anni.
Codice Frontiere Schengen, norme speciali per Ceuta e Melilla: chi parte da lì verso la Spagna peninsulare o verso qualunque altro Paese dell'area viene fermato e identificato, documenti alla mano, come se uscisse da fuori Schengen.
Ceuta e Melilla hanno infatti un regime speciale, proprio per via della loro posizione, che prevede doppi controlli al confine esterno: uno all'ingresso dal Marocco e un altro ancora quando si viaggia verso il continente europeo.
Il ministro degli Esteri della Repubblica Italiana chiede di chiudere una frontiera nei fatti già chiusa.
Terzo.
Testuale, dal profilo di Tajani: "Le immagini che arrivano da Ceuta dimostrano che scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, ad oltre 500mila immigrati irregolari è stata profondamente sbagliata".
Falso.
La Spagna ha approvato per decreto una regolarizzazione: permessi di soggiorno e di lavoro, di durata annuale, per gente che vive e lavora lì da anni, senza precedenti penali, già presente prima del 31 dicembre 2025. Documenti per firmare un contratto, pagare le tasse, uscire dal nero.
Il capo della nostra diplomazia ha scambiato un permesso di soggiorno per una cittadinanza e un passaporto europeo.
Il decreto spagnolo riguarda persone che stanno in Spagna da anni, entrate in larghissima parte in aereo con un visto turistico, dall'America Latina.
Chi lega le due cose sta raccontando una balla e la racconta sapendo perfettamente di raccontarla.
E se il problema sono le sanatorie (cioè le regolarizzazioni), qualcuno gli ricordi la più grande della storia repubblicana: 2002, legge Bossi-Fini, oltre 647mila persone regolarizzate.
Quarto.
Ingressi irregolari registrati nel 2025: 66mila in Italia, 36mila in Spagna.
Quasi il doppio da noi. Applicando alla lettera il principio di Tajani, il primo Paese da buttare fuori da Schengen è l'Italia. Con Tajani che firma il decreto contro sé stesso e Piantedosi che gli regge la penna.
Quinto.
Per quattro anni ci hanno raccontato sempre la stessa favola: "Non possiamo essere lasciati soli", "nessuno può affrontare la migrazione da solo", Cooperazione, solidarietà europea, redistribuzione.
Il 4 maggio scorso Meloni parlava ancora di crisi globale da affrontare insieme.
Poi la pressione si sposta di 1500 chilometri, tocca a qualcun altro e in quattro ore la solidarietà europea diventa una minaccia contro un governo alleato.
Sesto.
Il Marocco ha capito da tempo qual è la sua unica arma diplomatica: i corpi dei propri giovani. Apre il rubinetto quando le serve qualcosa sul Sahara Occidentale o per punire decisioni che non condivide (come gli accordi tra Sanchez e l'Algeria della scorsa settimana), lo richiude quando l'ha ottenuto. Era già accaduto, per esempio, nel 2014 e nel 2021, non c'entra nulla la politica migratoria della Spagna.
Davanti a un ricatto costruito sulle persone, il governo italiano ha puntato il dito contro chi quel ricatto lo subisce.
Il motivo di tanta delicatezza con il Marocco lo sappiamo tutti: i memorandum italiani con la Libia e con la Tunisia camminano sullo stesso identico meccanismo. Soldi e legittimazione in cambio di frontiere presidiate.
Chi ha appaltato i propri confini alla guardia costiera libica si guarda bene dallo spiegare al mondo come funziona il ricatto migratorio, perché il primo a restarci sotto sarebbe lui.
Settimo. E qui arriviamo al fondo del barile.
Il 19 giugno 2026, Donald Trump aveva appena raccontato al mondo intero che Giorgia Meloni lo aveva implorato per una foto al G7 di Évian e che lui gliel'aveva concessa perché gli faceva pena.
E in quel momento, tra 27 capi di governo, sapete chi ha preso la parola per difenderla? Pedro Sánchez.
Sono passati 41 giorni. Quarantuno.
Alla prima giornata di caos e di morti sulle coste spagnole in Africa, la prima a saltargli addosso è stata lei. Su una vicenda che si decide sulla frontiera marocchina, dove la Spagna è il bersaglio del ricatto.
Chi ti tende una mano quando sei a terra, gentaglia così se lo segna. E aspetta il momento buono per azzannare.
Ottavo.
Sapevano dove sta Ceuta. Sapevano che quella frontiera è controllata da 35 anni. Sapevano che a Ceuta gli sbarchi via mare erano stati zero fino a metà luglio. Sapevano che da noi gli ingressi irregolari sono il doppio dei loro. Sapevano che la mano che ha aperto quel confine sta in Marocco.
Hanno parlato lo stesso. Perché una bugia arriva a milioni di persone in tre ore e la smentita arriva a diecimila in tre giorni. E perché una crisi umanitaria, per loro, vale un punto nei sondaggi.
Che miseria senza fondo.
Se ti definisci cristiano e segui i precetti di cristo non puoi essere razzista e anti immigrazione.
E non perché lo dice cuggino ateo, ma perché è scritto nel vangelo, il bignami delle regole che, in teoria, dovreste seguire e che invece infrangete tutte le volte.
È colpa tua.
È colpa tua se i fascisti rialzano la testa cento anni dopo. È colpa tua se il nazismo torna a essere pronunciato senza vergogna. È colpa tua se i migranti sono diventati la scusa per tutto. Per l’ospedale che non c’è. Per la scuola che cade a pezzi. Per tutto.
È colpa tua se perfino il Papa ha sentito il dovere di denunciare che persone muoiono anche per scelte politiche. Fermati un istante. Il Papa. Non un giornalista. Non un leader dell’opposizione. Il Papa.
È colpa tua se chi strizza l’occhio al fascismo governa senza paura. È colpa tua se La Russa viene indicato come possibile Presidente della Repubblica. È colpa tua se ormai non ti scandalizzi più di niente.
È colpa tua.
È colpa tua e di quel trentasei per cento che il 25 settembre 2022 ha deciso di restare sul divano. Perché erano tutti uguali. Perché tanto non cambia niente. Perché votare non serve.
Ignavi.
Gli ignavi non sono neutrali.
Gli ignavi scelgono sempre.
Scelgono di lasciare che decidano gli altri.
Il fascismo non torna con le manganellate.
Torna con la tua astensione.
È colpa tua.
Anche adesso.
Homosexuality is not against nature.
More than 500 species are known to practice same-sex coupling.
Religion is against nature.
No other animal practices it.
Remigrazione 3
Mi tocca fare una breve lezione sulla remigrazione, per i tanti nazisti che girano su questo social e non sanno nemmeno cosa difendono. Ignoranti e arroganti: non conoscono le teorie naziste che sposano e non hanno nessuna voglia di conoscerle.
Qualcuno lo fa apposta, certo. Annacqua il discorso per far sembrare la remigrazione una cosa quasi per bene e non l’abisso che è. La maggior parte no. La maggior parte è convinta che remigrazione significhi rispedire al loro paese gli stranieri che delinquono.
Mi spiace informarvi: non è questo. Quello è un normale procedimento del codice penale, si applica già adesso, quattro o cinquemila persone che commettono reati ogni anno vengono rimpatriate. Potrebbero essere di più o di meno, può darsi. Non c’entra niente con la remigrazione.
La remigrazione è una teoria inventata pochi anni fa da un fanatico nazista austriaco. Prevede la deportazione coatta, forzata, di massa di tutti gli stranieri che vivono sul nostro territorio. Tutti. Seconda generazione, terza generazione. Quelli che lavorano, quelli che hanno una casa, quelli che ci vivono accanto da anni, quelli che hanno fatto le scuole in Italia. Cinque milioni di persone, più i loro figli nati qui. Deportati con la forza per il solo fatto di essere stranieri.
Questa è la remigrazione. Questo è ciò che difendete.
Una cosa la sapete fare bene: scegliere chi deportare. La remigrazione che sognate non riguarda l’americano che si è comprato il casale in Toscana, né l’inglese con la villetta sul Garda. Quelli restano, quelli vanno bene. La pelle giusta, il passaporto giusto.
Riguarda l’africano. Riguarda chi prega rivolto alla Mecca. Riguarda chi ha la pelle scura e un nome che non sapete pronunciare. La vostra non è una questione di stranieri, è una questione di razza e di religione, come sempre lo è stata per i nazisti. Lo dite pure voi, basta ascoltarvi: non vi danno fastidio gli stranieri, vi danno fastidio quegli stranieri lì. Chiamatela col suo nome, allora. Non è remigrazione. È pulizia etnica con l’ufficio stampa.
Per questo sì, il paragone con i vagoni blindati delle SS è pienamente valido. Nessun errore. La chiamate remigrazione perché la parola suona carina, o almeno più carina di deportazione.
Non siete stupidi, sarebbe troppo comodo. La stupidità si perdona. Potete anche ignorare il nome di chi ha inventato la vostra teoria, ma sapete benissimo cosa chiedete, e lo dite con la parola morbida apposta per non sentirla. Cinque milioni di persone. Più i loro figli, cresciuti qui, che parlano come voi e meglio di voi. Volete spostarli. Con la forza. Allora ditemi come. Ditemi dove li tenete mentre aspettano il treno, ditemi chi sale sul vagone per primo, il bambino o la madre.
Ditemelo, perché ogni vostra parola sulla remigrazione presuppone un campo, e un campo qualcuno deve costruirlo, sorvegliarlo, riempirlo. Lo sappiamo già chi si offre volontario. Lo abbiamo già visto in faccia. Aveva la vostra stessa identica espressione.
Remigrazione
C’è una parola nuova che gira, e ha un suono pulito. Remigrazione. La pronunciano in tanti senza pensarci, come si ordina un caffè. Comoda, leggera, igienica. Le parole pulite servono a questo da sempre: coprire ciò che ad alta voce farebbe vomitare.
Non è spuntata dal nulla. L’ha teorizzata un austriaco, Martin Sellner, in un libro intitolato “Remigrazione, una proposta”, tradotto in italiano l’anno scorso. Ha preso corpo in una villa vicino a Potsdam, nel novembre del 2023, dove uomini dell’estrema destra tedesca si sono chiusi a discutere come allontanare due milioni di persone. Lo ha scoperto un gruppo di giornalisti, e mezza Germania è scesa in piazza. Nel piano c’era scritto pure dove spedirle, quelle persone: uno “Stato modello” da qualche parte in Nord Africa. Un’idea già vista. Si chiamava piano Madagascar, prevedeva di deportare quattro milioni di ebrei su un’isola, ed era il 1940.
Un dettaglio di quella riunione conta più di tutto. Sellner non ha mai detto deportazione. Diceva remigrazione. Sapeva cosa stava progettando e ha scelto la parola che non spaventa. Non lo dico io. Sta agli atti.
Te la traduco, la parola pulita. Remigrazione vuol dire prendere una persona e portarla via. Vuol dire bussare a una porta all’alba e far scendere una famiglia in pigiama. Vuol dire un bambino con le scarpe slacciate che non capisce dove lo portano. Vuol dire una madre che stringe una valigia con dentro niente, perché il tempo non glielo hanno dato. Non parlano solo di chi è sbarcato ieri. Parlano dei “non assimilati”, che nella loro lingua sono ragazzi nati qui, con la carta d’identità in tasca, che parlano romanesco o napoletano e il paese dei nonni non l’hanno mai visto.
Non è la prima volta che una parola viene lavata così. Quasi novant’anni fa cominciò con le parole e con le leggi. Si diceva trasferimento, reinsediamento, trattamento speciale. Si facevano le liste. I treni vennero dopo, poco più di ottant’anni fa, e su quei treni la gente stava in piedi, al buio, per giorni. Dove finivano lo sai. Lo sai senza che te lo scriva. L’hai studiato a scuola, hai pensato mai più, hai chiuso il libro. La parola pulita è tornata lo stesso, e ti scorre davanti mentre fai colazione.
Pensa alla gente normale di allora. Il farmacista. La maestra. L’impiegato che ogni mattina comprava il pane e un giorno ha smesso di salutare il fornaio, perché il fornaio era diventato un problema. Non erano mostri. Erano gente come te. Hanno solo girato la testa. Si sono detti che non li riguardava, che protestare era pericoloso, che ci avrebbe pensato qualcun altro. Quel qualcun altro non è arrivato mai. Quando i treni passavano sotto casa, chiudevano le tende e alzavano la radio.
Oggi la tenda è lo schermo del telefono. Scrolli, leggi remigrazione, senti un fastidio, tiri dritto. Intanto c’è già chi sussurra di “altre soluzioni”, perché a qualcuno la sola deportazione comincia a stare stretta. La frase non la finiscono. Gli manca il coraggio. Fanno come Sellner: dicono la parola che non spaventa e il resto lo lasciano al tuo silenzio. Prima la parola pulita. Poi la parola detta a metà. Poi non servirà più nessuna parola, perché sarà già successo.
Uno Stato sano avrebbe gli anticorpi. Tratterebbe chi istiga allo sterminio per quello che è, perché questa non è un’opinione, è il primo gradino di una scala che conosciamo a memoria. Invece la parola va di moda. Qualcuno la spaccia per libertà.
Resti tu. Non la maestra, non il farmacista, non quel qualcun altro che non arriva mai. Tu, che hai sentito quel fastidio mentre leggevi e adesso vorresti chiudere la pagina e lasciarti il fastidio alle spalle. Non chiuderla. Quel fastidio è l’unica cosa pulita rimasta in questa storia, ed è esattamente ciò che la gente di novant’anni fa ha deciso di non sentire. La differenza tra te e loro non è il cuore. È solo il momento. Loro si accorsero quando i treni erano già partiti. Tu te ne stai accorgendo adesso, prima. La prossima volta che leggi remigrazione non tirare dritto. Chiamala col suo nome, ad alta voce, dove gli altri ti sentono. Costa fatica e ti farà sentire fuori posto. Era esattamente la fatica che allora non fece nessuno.
ODIO ORGANIZZATO E FLOTILLA
di Lavinia Marchetti
«SIETE LA PROVA CHE CON POCHI EURO SI PUÒ FARE UNA BELLISSIMA CROCIERA, PERÒ QUANDO VI FERMANO NON ROMPETE LE PALLE ALLO STATO ITALIANO».
Il commento porta la firma di Sandro Saraceno e segue una serie di cinque emoji di vomito. Sotto, in azzurro, seicentocinquantadue cuori. La fotografia, datata 15 maggio 2026, mostra Antonella Bundu, attivista fiorentina già consigliera comunale, a bordo di uno scafo della Global Sumud Flotilla salpato da Marmaris per tentare di forzare il blocco navale israeliano su Gaza. Sorride, mentre alle spalle c’è un veliero con una donna avvolta da una vela di kefiah. Mare calmo. Quattromilasettecento «mi piace», tremilacento commenti, duecentoquarantotto condivisioni. Scorrendo verso il basso, si accumula un materiale che voglio leggere come un testo politico.
(Qui l'articolo è corredato da tutti gli screen: https://t.co/LOkzsMk5jh)
L’insulto si replica con poche varianti, mentre il consenso si misura nei pollici azzurri. «Voglia di lavorare saltami addosso», centotrentotto cuori. «Parassita», ottantasei. «Beati voi che non avete un cazzo da fare nella vita», quattrocentosettantadue. «Altra politicizzata… suona la trombetta», sei. «Mi potresti dire chi vi paga, avete barche che costano parecchio». E poi la minaccia sorridente, con tre emoji ridenti: «Brava, vedi di restarci per molto tempo, non sentiremo la mancanza. Attenta agli Israeliani». Un altro, asciutto: «Questa volta vi stermineranno». La somma dei consensi va letta come temperatura di un’opinione che vive a parte rispetto alle cronache giornalistiche, perché in questi stessi la cronaca ci parla dell’attacco israeliano in acque internazionali contro la Flotilla, l’arresto di Thiago Ávila e Saif Abukeshek, i maltrattamenti in cella, le condizioni delle prigioni israeliane.
Il fatto, dunque, si rovescia. Civili disarmati salpano per portare farina e medicinali a una popolazione affamata, vengono assaltati in acque internazionali da una marina militare, e il commento popolare si schiera dalla parte di chi assalta. Da dove viene questa adesione spontanea?
IL TROPO DELLA "CROCIERA", LA PROIEZIONE DEL PRIVILEGIO E IL RISENTIMENTO LAVORATIVO
"Fatevi la vs crociera e non mettete in difficoltà la Maggior parte di italiani che si fa il culo ogni giorno al lavoro". Giacomo Domenico incalza sulla stessa frequenza: "Mi potresti dire chi vi paga... non lavorare eppure state così bene da fare invidia a chi lavora" . Oddone sintetizza il concetto con il secolare adagio: "Voglia di lavorare saltami addosso", mentre Mauro Sacchetto sospira con un livore mascherato da invidia: "Beati voi che non avete un cazzo da fare nella vita...".
Sono le classiche frasi che troviamo sotto i post di qualsiasi persona sia andata ad una manifestazione, abbia sposato una causa civile, non concordi con lo status quo.
Da una prospettiva psicologica, questo specifico filone discorsivo rappresenta un capolavoro di dissonanza cognitiva risolta attraverso la PROIEZIONE DEL PRIVILEGIO e il riposizionamento semantico dell'azione. Partecipare a una spedizione umanitaria verso una zona di genocidio attivo, sfidando un blocco militare navale (che ha già fatto vittime in passato, si pensi al caso Mavi Marmara del 2010 e agli intercetti violenti del 2026), subendo abbordaggi o addirittura un grave naufragio come quello occorso alla Trinidad, è in termini oggettivi un atto che richiede un coraggio, una disponibilità al sacrificio e una resistenza psicofisica di altissimo livello.
Per l'osservatore medio, prigioniero di una vita alienante, schiacciato dalle logiche del precariato e dall'insoddisfazione ("chi si fa il culo ogni giorno al lavoro"), riconoscere il valore di un simile atto eroico costituirebbe un trauma egoico devastante. Significherebbe ammettere a se stessi che la propria obbedienza cieca al sistema e la propria rassegnazione non sono inevitabili, ma frutto di una paralisi interiore. Il cervello umano rigetta questa auto-valutazione negativa. Pertanto, entra in gioco la difesa: la RI-NARRATIVIZZAZIONE. La pericolosa spedizione umanitaria viene sminuita a una "bellissima crociera" o a una vacanza goliardica pagata da entità oscure ("chi vi paga?"). Questo meccanismo neutralizza istantaneamente il valore etico dell'attivista: se l'attivista è solo un borghese in vacanza o un disoccupato (o peggio un politico) parassita in cerca di visibilità esotica, il suo atto non costituisce più un rimprovero morale per il lavoratore frustrato che lo osserva. Il ricorso all'etica del sacrificio lavorativo ("non avete un cazzo da fare") non è dunque un'affermazione di moralità da parte degli haters, ma una disperato contrappeso psicologico impugnato per abbattere una levatura morale che li fa sentire piccoli, spaventati e insignificanti.
L'utente Giovanni Campolmi cattura perfettamente questa proiezione nell'unica voce fuori dal coro dello specchio analizzato: "Lasciali sfogare, sono talmente incarogniti dalla loro non scelta e non coraggio che non hanno altro modo di sfogarsi". Questa frase è la diagnosi clinica esatta di quanto sta accadendo sulla bacheca di Bundu o sulle nostre bacheche.
L'EPISTEMOLOGIA DEL NEGAZIONISMO E IL DISIMPEGNO LOGICO
Accanto all'attacco personale basato sulla classe o sul reddito, emerge una seconda strategia difensiva, di carattere squisitamente cognitivo: l'innalzamento continuo degli standard di prova, finalizzato al mantenimento del dubbio sistemico. Il commento di Gino Borghini ne è l'emblema: "Non entro nel merito della motivazione dell'intervento, ma ho delle curiosità: di chi è la proprietà della barca dov'è imbarcata; cosa trasporta di aiuti e in quale quantità... credete veramente di approdare a Gaza?”. Analogamente, Piero Pignataro si trincera dietro il sospetto visivo: "non tutti siamo dei boccaloni... mai una foto di tutti i generi alimentari che state trasportando come aiuti. foto e video di balli, canti, capriole quelli si!".
Questa tattica sociologica è nota come SEA-LIONING: il soggetto si finge sinceramente incuriosito o razionalmente scettico, avanzando richieste di prove tecniche minuziose (la proprietà giuridica della barca, il tonnellaggio esatto del carico, le fatture di acquisto) per sfinire l'interlocutore e seminare sfiducia in chi legge. Si tratta di una sofisticata operazione di disimpegno morale. Chiedere "dove sono le foto del riso" mentre una barca rischia l'affondamento e affronta fregate militari significa sviare deliberatamente l'attenzione dall'urgenza etica del genocidio palestinese per focalizzarla su minuzie amministrative, garantendosi un alibi per non provare alcun sentimento di empatia verso il popolo sotto assedio o verso chi tenta di aiutarlo.
DEUMANIZZAZIONE, NORMALIZZAZIONE DELLA VIOLENZA E INVERSIONE DI RUOLO
La fase terminale e più oscura dell'odio digitale registrato nei confronti della Flotilla si esprime attraverso la deumanizzazione totale del bersaglio e la celebrazione o l'augurio della violenza letale. L'utente Antonio GSiena condensa la sua aggressione in un'unica parola: "Parassita". Il parassita non è un nemico umano, è un organismo inferiore che si nutre delle risorse dell'ospite; storicamente, l'uso del termine parassita e scarafaggio costituisce il preambolo linguistico necessario a ogni progetto di sterminio o persecuzione, poiché scardina del tutto la barriera del riconoscimento biologico dell'altro.
Questa soppressione dell'empatia sfocia nell'aperta e sgrammaticata minaccia da parte di Renato Maccagnani: "Questa volta vi steminerannp". L'errore di battitura non diminuisce la gravità dell'affermazione: vi è in questo commento la segreta (o palese) speranza che una forza esterna e punitiva sopprima fisicamente coloro che creano disturbo. L'ostilità raggiunge vette grottesche con Aristide Petruzzelli: "Brava, vedi di restarci per molto tempo... Attenta agli Israeliani" associato all'immagine sorridente e caricaturale del cast della celebre serie tv The Love Boat. In questo frangente, la prospettiva della violenza militare israeliana (che nel 2010 uccise dieci attivisti sulla Mavi Marmara) viene usata come un feticcio, una minaccia spaventosa da brandire contro la donna, mentre l'inserimento del meme anni '80 serve a disinnescare l'orrore, trasformando l'augurio di morte o arresto in un macabro scherzo da bar sport. L'umorismo diviene il velo sotto cui si nasconde l'odio più cieco e la sociopatia.
In aggiunta a queste pulsioni, si osserva la manipolazione della vittimizzazione attraverso utenti come Eugenio Ruoso: "I LEONI da Tastiera siete anche Voi che pubblicate quindi in Democrazia aspettatevi anche opinioni DIVERSE..." e Fabrizio Frascaroli, che congeda l'attivista con sminuimento di genere infantile: "Altra politicizzata...suona la trombetta" . Il meccanismo del rovesciamento (DARVO: Deny, Attack, Reverse Victim and Offender) è qui palese. L'aggressore che vomita insulti rivendica il proprio operato come "esercizio democratico di opinione diversa", etichettando l'attivista in mare come il vero dittatore o leone da tastiera, manipolando il concetto stesso di tolleranza per esigere il diritto all'insulto incontrastato.
LA DELEGITTIMAZIONE DELL'ALTRUISMO E LA SINDROME DEL "DO-GOODER DEROGATION"
La totalità dei comportamenti aberranti appena dissezionati trova una magistrale e inquietante spiegazione in una teoria consolidata all'interno della psicologia morale e sociale, nota nella letteratura accademica internazionale come Do-Gooder Derogation (denigrazione di chi fa del bene o "deroga del buonista"). Le ricerche originariamente condotte dai professori Julia Minson e Benoît Monin (2012) spiegano nel dettaglio perché gli individui che compiono azioni morali superiori (gli attivisti umanitari, i volontari o chi compie scelte di vita eticamente rigorose) suscitino sistematicamente fastidio, sarcasmo, rabbia e reiezione da parte della massa, piuttosto che l'ammirazione che la logica dovrebbe imporre.
Il fenomeno affonda le sue radici nella profonda necessità dell'essere umano di salvaguardare il proprio senso di autostima, intimamente legato all'identità morale. La maggior parte degli individui desidera considerarsi intrinsecamente "buona" e "giusta" all'interno della propria comunità. Quando una persona media si trova al cospetto di un do-gooder (in questo caso, un'attivista come Antonella Bundu che spende il proprio tempo, rischia la vita e le proprie economie per spezzare il blocco della fame a Gaza), l'osservatore subisce un brutale shock comparativo.
Sebbene l'attivista possa non rivolgere alcuna accusa verbale verso il proprio pubblico, la sua mera esistenza, il suo atto di abnegazione agisce come un formidabile atto d'accusa implicito contro il conformismo, l'ignavia e la complice indifferenza dell'osservatore. Si scatena nel soggetto passivo il fenomeno Dell'ANTICIPATED MORAL REPROACH (Rimprovero Morale Anticipato). In altre parole, l'individuo fermo davanti allo schermo percepisce che, rispetto agli standard morali stabiliti dall'attivista, la sua inazione in difesa dei civili palestinesi massacrati rappresenta una colpa insopportabile. L'ego dell'individuo, messo alle strette, reagisce avvertendo la superiorità etica dell'altro non come un modello cui aspirare, ma come una intollerabile minaccia all'immagine di sé.
Per sfuggire allo spiacevole compito di mettersi in discussione e cambiare i propri comportamenti sociali, la mente attua una scorciatoia tanto rapida quanto vigliacca: disinnesca l'esempio morale denigrando la figura che lo veicola. Il Do-Gooder Derogation spiega matematicamente le dinamiche emerse dagli screenshot. Le persone che si sentono in difetto reagiscono producendo un fuoco di sbarramento di associazioni negative o ciniche. L'attivista viene rapidamente etichettato con aggettivi delegittimanti quali esibizionista, ipocrita, moralizzatore, pazzo, arrogante o fanatico.
E POI CI SONO I BOT E LE “TROLL FARM”
Il salto di qualità definitivo, che ha permesso di scatenare questo inferno digitale sui post degli attivisti della Flotilla, è scaturito dall'integrazione strutturale delle farm di troll con l'Intelligenza Artificiale generativa. I network di bot di prima generazione, operanti a cavallo del 2016 e del 2020, erano strumenti rozzi e facilmente smascherabili e si basavano sulla pedissequa diffusione automatizzata del medesimo testo mal tradotto, su profili farlocchi con sequenze numeriche nel nome e sulla riproduzione a valanga di link propagandistici. Tali strumenti oggi appaiono come relitti preistorici.
Dal 2024, le armate della disinformazione si sono dotate di quelli che gli esperti definiscono "Superbot" o agenti autonomi guidati dai Large Language Models (LLM, tecnologie similari all'architettura GPT). Questi applicativi software avanzati permettono di automatizzare l'azione psicologica a un livello di verosimiglianza inquietante. Un superbot non si limita a replicare un messaggio precompilato, ma simula con efficacia il ragionamento umano, replicando l'uso di dialetti locali, slang giovanili, sottili sfumature emotive, rabbia o finta moderazione ragionevole a seconda del contesto in cui si infiltra.
Enti indipendenti che studiano il traffico dei bot durante il conflitto a Gaza, come InflueAnswers, hanno tracciato il modus operandi preciso di questi sciami cibernetici:
1. Individuazione e Targetizzazione Chirurgica: L'infrastruttura automatizzata scansiona i social media ininterrottamente, intercettando profili ad alta visibilità (come quello di Antonella Bundu o delle organizzazioni internazionali) oppure analizzando parole chiave specifiche e hashtag sensibili (#FreedomFlotilla, #EndTheSiege, #Gaza).
2. Generazione Adattiva del Prompt e Intervento: Non appena il bersaglio umano pubblica un aggiornamento, il contenuto, la foto o il video vengono processati dai server dell'LLM in frazioni di secondo. I programmatori hanno istruito l'IA con prompt master del tipo: "Comportati come un comune cittadino conservatore o disilluso italiano. Analizza il post di questo attivista pro-Palestina e rispondi nel giro di dieci minuti, denigrando il suo attivismo come una ricerca di protagonismo borghese in vacanza e creando dubbio sulle sue vere motivazioni. Mantieni un tono aggressivo ma credibile".
3. La Strategia dello Sciame ("Swarming"): A questo punto si innesca la fase operativa. In una strettissima finestra temporale che va dai 5 ai 20 minuti dalla pubblicazione del post dell'attivista, il suo spazio digitale viene letteralmente assaltato da un volume incredibile di risposte generate da questi account sintetici. I profili bot, protetti da false foto generate a loro volta da IA, intervengono scaglionati nel tempo per conferire perfetta naturalezza e organicità al linciaggio.
4. Logoramento Inesauribile: Qualora l'attivista, per senso di giustizia, cerchi di rispondere o argomentare razionalmente, i superbot rilanciano la conversazione, cambiando argomento, rilanciando false accuse, esaurendo sistematicamente le energie fisiche e psicologiche della vittima. A differenza dell'essere umano, l'algoritmo non necessita di sonno né conosce usura emotiva.
Il vero orrore di questa strategia non sta nel tentativo di far innamorare gli utenti occidentali delle politiche governative israeliane, sanno bene che sarebbe impossibile. L'obiettivo macroscopico delle farm di bot è la cosiddetta CENSORSHIP BY NOISE (Censura attraverso il Rumore). Poiché gli Stati democratici non possono censurare apertamente con la forza l'opinione pubblica che sostiene la Flotilla, le armi algoritmiche provvedono a intossicare l'agorà pubblica. Inondando i canali di comunicazione di volumi irraggiungibili di commenti derisori, menzogne aggressive e confusione, i bot mirano a saturare lo spazio visivo, al fine esclusivo di distruggere lo spazio vitale delle voci umane legittime e impedire l'articolazione logica del dissenso. Il cittadino comune, travolto da questa mareggiata inquinante, perde la bussola della verità, sfinito dall'impossibilità di distinguere la notizia dal fango artificiale.
#AllertaMedia #LaviniaMarchetti
Mamdani lo ha fatto. Meloni nemmeno ci prova.
Zohran Mamdani si è insediato a gennaio. A maggio ha chiuso un buco di dodici miliardi di dollari nel bilancio di New York. Lo ha fatto senza tagliare servizi, senza toccare le tasse sulla casa dei lavoratori, senza svuotare le riserve. Ha invece istituito una tassa sulle seconde case sopra i cinque milioni di dollari. Una tassa sui ricchi, detta con le sue parole: “abbiamo chiesto a chi ha di più di contribuire un po’ di più, per sostenere chi ha di meno”.
Qui invece abbiamo Giorgia Meloni. Il debito pubblico ha sfondato i tremila miliardi e continua a correre. La parola “patrimoniale” non si può nemmeno pronunciare. Sui ricchi non si tocca nulla, anzi: condoni, flat tax, rottamazioni. A pagare sono sempre gli stessi, lavoratori dipendenti e pensionati, gli unici che non possono nascondere un euro.
La differenza è tutta politica. Mamdani ha avuto il coraggio di dire una cosa semplice: i soldi ci sono, basta andare a prenderli dove stanno. Meloni il coraggio non ce l’ha, perché i ricchi sono i suoi azionisti. E voi l’avete votata. Imbecilli.
Che io non sentirei nemmeno tanto il bisogno di dichiararmi antifascista se non ci fosse gente che ancora sente il bisogno di esserlo.
#25aprile_è_antifascista#25aprile#liberazione
🔴LA BRIGATA EBRAICA FUORI DAL CORTEO DEL 25 APRILE 🔴
Quello che è successo oggi è un evento storico: dopo lunghi momenti di tensione e trattative, la brigata ebraica è stata costretta ad uscire dal corteo del 25 Aprile di Milano per la prima volta nella storia, suppongo per ragioni di sicurezza.
Video in diretta di Alessandro Lanzani 👉 https://t.co/heRabgZYQM
Nonostante la massiccia propaganda mediatica, sembra proprio che tutto il mondo, e anche l'Italia, finalmente abbia capito quali sono le atroci colpe di Israele. Adesso serviranno decenni prima che la gente cambi prospettiva: non si cancella un genocidio efferato come quello che è tuttora in corso, e di cui l'Italia, per mezzo dei membri del suo governo ma anche di molti dell'opposizione, è complice comprimaria. E non certo da adesso.
Quello che è accaduto oggi è la dimostrazione lampante che gran parte di ciò che i media mainstream ci hanno raccontato negli ultimi 3 anni (in realtà da molti di più), era solo propaganda per coprire le nefandezze e i crimini di guerra perpetrati impunemente da Israele. E che la maggioranza degli Italiani, si oppone fermamente alla politica estera del governo Meloni.
Proprio come il sottoscritto ripete, e come in molti come me ripetono, da quel celebre 7 Ottobre. Che ricordo essere classificato secondo il diritto internazionale come ennesimo atto di resistenza armata da parte di Hamas, ad una violenta occupazione Israeliana fatta di rapimenti, assassini, sopraffazione e torture che il popolo Palestinese subisce da decenni.
Non si tratta di una giustificazione per un chiaro atto sanguinario: è la realtà dei fatti. Chi ha un quoziente intellettivo minimo, ma soprattutto una parvenza di coscienza e di onestà intellettuale, dovrebbe capire senza difficoltà il concetto base di azione-reazione. O almeno riuscire a immedesimarsi per un attimo negli altri, cercando di capire l'istinto di sopravvivenza di un popolo, al netto delle ideologie politiche e della manipolazione che gli addetti alla propaganda ci servono in TV, Radio e Giornali, h24.
Se il popolo Israeliano vuole tornare ad essere accolto e rispettato ovunque nel mondo, deve dunque RESISTERE al suo governo. Deve riprendersi in mano il Paese e pagare gli innumerevoli danni di guerra perpetrati. Legalmente ed economicamente. E nel tempo, anche umanamente. Che dimostri di opporsi alle politiche coloniali e genocide del suo governo nazista e terrorista. Che prenda in massa le distanze dai progetti, dalle azioni e dalle parole dei propri rappresentanti (da loro stessi eletti).
MA NON È ACCADUTO.
NON ACCADE.
NON ACCADRÀ.
E anche se fosse accaduto?
Serviranno anni prima che il mondo torni a guardare Israele e gli Israeliani senza collegarli al volto di un soldato che va a caccia di bambini, donne, vecchi, medici, preti, suore, volontari e giornalisti, per le strade di Gaza. Infierendo poi sui cadaveri e sugli averi delle persone che hanno appena assassinato. Attenzione: lo stesso, vale per i soldati USA. Sia chiaro.
Quindi, se qualcuno ancora pensa di rimanere inerme e indifferente a ciò che sta accadendo, a prescindere dalla sua convinzione politica, credo sarà presto costretto a ricredersi. Parlo di quelli che Gramsci chiamava "indifferenti". Quelli che non prendono parte, o che prendono per buono quello che raccontano i pupazzetti del Tg1, o Mentana a Telecairo. Quelli che non vanno mai in piazza a manifestare. O quelli che ci vanno solo se ci sono i loro amici, o con la bandiera di un solo colore.
SVEGLIA.
Il baricentro della geopolitica mondiale si sta spostando in modo veloce e pericoloso proprio sotto i nostri piedi e davanti ai nostri occhi. Restare a guardare (o mobilitarsi in solitaria), e non sapere e capire da che parte stare e perché, in questi momenti storici è sempre stato molto, molto pericoloso. E presto arriverà il momento in cui non è detto che sia possibile tornare indietro.
La stagione del "politically-correct", del "compromesso storico", del "cerchiobottismo", degli slogan vuoti, dei politici e dei giornalisti finti e ruffiani, è finita.
È tempo di scegliere la vostra parte nel mondo nuovo.
Fatelo a modino. E lesti.
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Il mestiere degli sciacalli
Ogni 25 aprile arrivano puntuali, come le zanzare a giugno. Quest’anno il turno tocca ad Alessandro Sallusti, intervistato dal nipote Giovanni su Radio Libertà alla vigilia dell’ottantesimo anniversario della Liberazione. La frase chiave suona così: “L’Italia venne liberata dalle forze militari occidentali, guidate dagli Stati Uniti d’America, e negli ultimi anni il 25 aprile è diventato una festa ostile ai liberatori”. Una frase confezionata con cura, per fare un lavoro sporco.
Il meccanismo è sempre lo stesso. Spostamento. Quando non puoi più negare il trauma, sposti l’attenzione su chi quel trauma lo ha curato. Sallusti e i suoi colleghi non possono più dire che il fascismo fu una cosa buona, glielo impedisce la storia, glielo impediscono le foto di Piazzale Loreto, glielo impediscono i corpi nelle Fosse Ardeatine, glielo impediscono i bambini ebrei caricati sui treni con la complicità entusiasta dei loro nonni ideali. Allora cambiano bersaglio. Prendono i partigiani, quelli che hanno pagato col sangue la possibilità che oggi si possa vomitare sciocchezze su un giornale, e li trasformano in comparse, in figuranti, in fastidio.
È vile. Ed è una viltà piccola, da impiegati del revisionismo. Il tic di chi non ha il coraggio dei propri padri ma ne conserva la nostalgia. Nessuno di loro rivendica apertamente i nonni in camicia nera, sarebbe impresentabile anche per loro, e allora si vendicano del 25 aprile per interposta persona. Non potendo riabilitare il regime, sputano sui cadaveri di chi lo ha abbattuto. La stessa logica del bambino vigliacco che, non potendo prendersela col padre, rompe i giocattoli del fratello morto.
Su Sallusti, peraltro, la metafora dei nonni in camicia nera non è metafora. Suo nonno Biagio, tenente colonnello aderente alla RSI, presiedette il tribunale che condannò a morte Giancarlo Puecher Passavalli, partigiano ventiduenne, medaglia d’oro al valor militare. Biagio Sallusti non fu giustiziato dai partigiani, come il nipote racconta in giro. Fu processato e condannato a morte dalla Corte d’Assise straordinaria di Como, dopo regolare processo dello Stato italiano. L’aprile scorso, in un’intervista al Corriere, Alessandro Sallusti ha provato l’operazione più volgare, accostare le ultime lettere del nonno fascista a quelle di Puecher, come se fossero due vittime della stessa storia. Ecco da dove parla. Ecco il pulpito.
La verità storica non serve ripeterla, la conoscono benissimo. Senza la Resistenza l’Italia sarebbe arrivata al tavolo della pace come paese sconfitto, occupato, punito. Quei ventimila morti partigiani sono la ragione per cui abbiamo una Repubblica, una Costituzione, una sovranità. Gli americani hanno liberato la Francia, la Germania, l’Olanda. Nessuno di quei paesi si sogna di trasformare la propria liberazione in una festa “ostile ai liberatori”. In quei paesi c’erano resistenze, e quelle resistenze sono state riconosciute come parte costitutiva della democrazia che ne è seguita. Da noi no. Da noi ci sono ancora sciacalli come Sallusti, come Feltri, come Belpietro, come tutta la pattuglia editoriale che ogni primavera fa il giochino di rinfacciare ai partigiani di essere partigiani.
Sanno benissimo di mentire. Sanno che ripetere ossessivamente “ci hanno liberato gli americani” serve a scollegare il 25 aprile dall’antifascismo. A trasformarlo in una festa neutra, una specie di Columbus Day all’italiana, dove si ringrazia un esercito straniero e si dimentica che c’era un nemico interno. Se dimentichi il nemico interno, smetti di riconoscerlo quando torna. E sta tornando.
Il punto è esattamente questo. Non revisionismo storico, manutenzione ideologica. Spalano ogni giorno la stessa fanghiglia perché la parola “antifascista” diventi sospetta, divisiva, “ostile”. Provano a far sembrare estremista chi ricorda da dove veniamo, mentre normalizzano chi quella memoria vorrebbe cancellarla. Funziona, perché ogni anno qualcuno in più crede che il 25 aprile sia una festa di parte.
Non lo è. È la festa che ha permesso anche a Sallusti di avere una rubrica, uno stipendio, un microfono. Glielo hanno regalato i partigiani che oggi sminuisce, fucilati nei fossi, impiccati ai lampioni, torturati a Via Tasso da quelli a cui lui oggi cerca di restituire una rispettabilità postuma. Compreso suo nonno. Dovrebbe tacere per vergogna. Visto che la vergogna questa gente non sa nemmeno cosa sia, tocca a noi ricordargliela. Ogni 25 aprile. Più forte. Finché ci saremo.
Verrà il giorno. Questo governo cadrà come cadono tutti, e quel giorno dovremo scegliere. Perdonare ancora, o fare le cose per bene.
Nel quarantacinque perdonammo. Togliatti firmò l’amnistia, credemmo di essere migliori di loro. Fu il primo errore. I nipoti di quelli che salutavano romano siedono oggi in parlamento. Hanno imparato il trucco: sorridere in tv, tenere il coltello sotto il tavolo.
Hanno provato tre volte a cambiarci la Costituzione. La prima li ha fermati la Consulta. La seconda li abbiamo fermati noi, al referendum, uno a uno davanti all’urna. La terza non hanno avuto il coraggio di portarla in aula. Volevano riportarci indietro, prima che qualcuno imbracciasse un fucile in montagna. Ci riproveranno.
Quando cadranno, non basterà mandarli a casa. Si smonta la macchina.
Si comincia dai palazzi. Il cognato a dirigere l’agenzia senza saper leggere un bilancio. La cugina nel cda che in ufficio non c’è mai entrata. L’amico del sottosegretario in Rai, a decidere cosa puoi guardare la sera. Fuori. Uno per uno, cartone in mano, la faccia di chi non se lo aspettava. Chi ha rubato restituisce e risponde davanti a un giudice. Un euro rubato è pane tolto a un bambino, medicine tolte a un vecchio.
I palazzi hanno una stampella, ed è fatta di carta stampata. Non tutti i giornali, non sempre. Alcuni sappiamo quali sono. Prendono finanziamenti pubblici e pubblicità di Stato, e ogni mattina a pagina tre chiamano patrioti i razzisti, buonisti quelli che hanno ancora un cuore. Si chiudono i rubinetti. Se hanno lettori, camperanno sul mercato. Vediamo.
Poi le leggi. Chi alza il braccio in piazza entra in un’aula di tribunale. Chi scrive negro su un muro entra in un’aula di tribunale. Chi mena un ragazzo perché ne bacia un altro entra in un’aula di tribunale. Chi rimpiange il duce nel duemilaventisei non ha diritto a un microfono. Chi evade, dalla multinazionale con la sede a Dublino all’idraulico sotto casa che ti fa lo sconto senza ricevuta, deve scoprire che non conviene più. Sveglio alle tre di notte con la paura addosso.
Berlinguer la chiamava questione morale. Oggi nessuno la nomina più. Certe cose non si fanno. Non perché lo vieta un codice. Perché lo vieta qualcosa dentro.
L’Italia è malata da cent’anni. Ha dentro una cosa nera che nessuno ha voluto togliere fino in fondo. Ogni generazione la trova lì, cambia nome, si mette la giacca nuova, parla di famiglia, di patria, di tradizione, e torna a mordere i deboli. Le cancrene si tagliano. Si taglia finché il sangue non esce pulito. Fa male, si urla.
Il giorno verrà. Ottant’anni fa abbiamo avuto pietà, e la pietà ci ha riportati qui.
Questa volta no.