Gli inviati di Report hanno aggredito Salvo Sottile, nella sede Rai di via Teulada, con insulti come “venduto” e “pezzo di merda”, e Ranucci li ha applauditi parlando di “schiena dritta”. L'ennesima dimostrazione che il vero metodo Report è violenza verbale e diffamazione.
#Aprile: “Domani il centro-sinistra, siamo in una distopia, domani il centro-sinistra vince le elezioni. Sostituisce un conduttore che viene percepito...”
#Senaldi: “Tipo Porro? Che stava in Rai ed è stato sostituito quando ha vinto la sinistra. Tipo Giletti.”
#InOnda
Siamo alle comiche finali. #Ranucci e i suoi amici chiedono tutela e difesa dal “metodo Report”, che consiste in: violazione del segreto investigativo, della segretezza delle intercettazioni e chat, diritto di non essere giudicati in base alle amicizie e alle persone che si frequentano, insomma invocano il garantismo. Hanno ragione. Purtroppo il metodo #Report ha talmente inquinato il dibattito pubblico, la cultura di questo paese che temo sia impossibile che questo meccanismo si fermi. Come scrivo spesso, in questo disgraziato paese, la coerenza è estinta.
Non sulla vicenda Ranucci ma su @reportrai3 . A tutti piace fare i guardoni quando questo tipo di trasmissioni fa macelleria di qualcuno. Poi capita che qualche volta si parli di cose che conosci bene, molto bene . E allora ti accorgi della superficialità , dell’approssimazione, della faziosità , del giornalismo a tesi precostituite che caratterizza questo tipo di programma. Una banda di ragazzotti che si autodefiniscono giornalisti d’inchiesta . Umanamente solo dei presuntosi ignorantelli come dimostrano i fatti di queste settimane .
Piero Sansonetti, ospite a 4 di Sera News, è stato durissimo contro Report: «Non era giornalismo d’inchiesta, era un luogo di linciaggio.
A Report c’è un giornalismo in cui dominano pezzi di magistratura corrotta e i servizi segreti».
#4disera#Sansonetti#Report#Ranucci #giornalismo #magistratura
Per chi non si beve tutto.
Mentre gran parte del giornalismo italiano si esercita nell’antica arte del copia-incolla da agenzie ONU e comunicati di Hamas, c’è un giornalista in Rai che ha deciso di non farsi dettare la linea da Ramallah. Si chiama Giovan Battista Brunori, e oggi è una rarità: uno che ha ancora la schiena dritta.
Capo della sede RAI a Gerusalemme, Brunori ha fatto qualcosa che nel 2025 equivale a un atto di insubordinazione: ha mostrato Gaza da un altro angolo, quello scomodo, quello che smentisce le lacrime facili e la propaganda prefabbricata.
Quando il Tg1 ha disturbato la narrazione
La settimana scorsa, il suo servizio per il Tg1 ha fatto tremare più tastiere che razzi. Le immagini? Scorte di aiuti umanitari marcite al sole perché “nessuno andava a ritirarle”.
La frase? Tagliente come un referto:
«Il cibo a Gaza sta avariando perché non ci sono organizzazioni che lo vanno a prendere.»
Apriti cielo. Le ONG si sono stracciate le vesti. La sinistra ha invocato la gogna.
La Rai? È corsa ai ripari con una replica del Tg3, in pieno stile “scusate il giornalismo”.
Ma Brunori non ha indietreggiato. Perché il giornalismo, quello vero, non chiede il permesso prima di disturbare.
Sul campo, non su Zoom
Giovan Battista Brunori non racconta Gaza da un bar di Ramallah o da un attico romano.
Nel 2024 era tra i pochi a documentare l’attacco del 7 ottobre, le infiltrazioni di Hamas, le case distrutte degli israeliani di Netiv HaAsara, a due passi dal confine.
Mentre altri parlavano di “resistenza”, lui mostrava famiglie sgozzate, villaggi assaltati, bambini presi in ostaggio.
Un crimine? No. Un servizio pubblico.
Ma questo oggi basta per finire nella lista nera degli “squilibrati filo-israeliani” (copyright collettivi studenteschi).
La colpa di raccontare tutto
Brunori non si limita a un copione. Non chiude gli occhi dove serve.
Nel caos informativo della guerra Israele-Gaza, è uno dei pochi a non affidarsi alle infografiche dell’UNRWA e ai pianti in slow motion rilanciati da Al Jazeera.
E questo lo rende pericoloso. Perché chi racconta tutto, rompe l’incantesimo.
Non c’è spazio per i “Mr. Fafo”, i martiri ricorrenti da Instagram, quando si mostra la realtà nuda: tunnel sotto gli ospedali, miliziani travestiti da soccorritori, aiuti bloccati da Hamas per esigenze belliche.
Il problema? È difficile smentirlo
Brunori ha un curriculum da campo: Afghanistan, Iraq, Libano, Ucraina.
Ha vinto il premio Ilaria Alpi (1998), il Premio Feniks (2021) e quello Delio Costanzo (2024).
Ma il suo vero trofeo è l’indipendenza.
Non lavora per far contenti i partiti. Né le ambasciate. Né le piazze.
Parla arabo. Conosce la storia. E quando va in onda, non ha bisogno di urlare per dire cose gravi.
In un mondo dove la verità è soggetta al sentiment, Brunori è rimasto fedele alla sostanza.
Non piacerà a chi cerca eroi prefabbricati e vittime su commissione.
Ma è l’unico in Rai che ancora ti fa cambiare canale perché dice troppo, non perché dice poco.
E oggi, questo, è rivoluzionario.
Chi non si inginocchia alla propaganda, chi ha ancora fame di giustizia, ti guarda e ti dice: vai avanti. Perché oggi, raccontare la verità è un atto di coraggio.
@LuigiGiliberti2
E si aufirma la recensione a 5 stelle col nome fasullo...
E si scopa la collaboratrice (per carità più che legittimo mica facciamo la morale al contrario di #report)...poi però dice che l'autobiografia è romanzata...dopo aver detto che era vera
E dà una notizia non verificata e rivelatasi falsa contro #Nordio...lo dice che non è verificata ma intanto la dà...
E si affanna a trovare un alibi per #Lavitola accusato di avergli messo una bomba anziché chiedergli spiegazioni
Insomma caro #Ranucci direi che #Report ed il suo metodo finiscono qui
Alcune precisazioni. Ieri nella mia newsletter ho scritto un articolo sul libro di Ranucci La scelta in cui sottolineo come l’autore non si renda conto della gravità di alcune cose che scrive circa il suo rapporto con alcune donne che hanno lavorato con lui o che sono state fonti. Come dico oggi al Corriere della sera, l’inquietante amicizia fraterna di Ranucci con Lavitola si inserisce in un quadro più ampio di comportamenti discutibili del conduttore in cui privato e professione si mescolano pericolosamente.
Il fatto che Ranucci consideri normale avere relazioni con fonti e stagiste è grave perché come dico al Corriere vuol dire non tener conto dell’asimmetria di potere: sei Ranucci, hai un enorme potere sulle carriere altrui, c’è un forte squilibrio di forze tra te e le donne che lavorano con te.
Dovresti avere una grande cautela nel tenere distanti il piano professionale e quello sentimental-sessuale. Una cautela che sembra non esserci stata, al di là del famoso metoo poi abortito in RAI. E, dispiace dirlo, un giornalista di destra per comportamenti simili sarebbe stato fatto a pezzettini.
Soprattutto se fosse andato in giro per presentazioni a fare cose come questa del video che allego: qui, tra risate grasse di pubblico e conduttore della serata, Ranucci liquida come “trombata” una relazione con una stagista malata di sclerosi multipla che- racconta nel suo libro- perde un figlio suo e che quando scopre che Ranucci l’ha tradita scappa via, finendo sotto una macchina, per poi morire.
Ripeto, è incredibile che nessuno gliene abbia mai chiesto conto fino ad oggi (io non avevo letto il libro), non il fatto che se ne parli oggi. Abbiamo fatto a pezzi Giambruno per molto meno (io per prima eh) e non sto difendendo Giambruno, confermo tutto quello che scrissi. E no “Giambruno era il compagno della premier” non è un tema che assolve l’altro. Ranucci è un uomo di grande potere, lavora in rai che è servizio pubblico e come conduttore ha il dovere di avere una consapevolezza ancora maggiore del proprio potere e delle responsabilità che ne derivano. Non basta che un rapporto sia consensuale perché sia automaticamente privo di criticità: quando una delle due persone può incidere sulla carriera e sulle opportunità professionali dell’altra, l’asimmetria esiste e chi detiene il potere ha il dovere di riconoscerla e governarla. Soprattutto se, attraverso il proprio lavoro, pretende giustamente di sottoporre gli altri a standard molto severi di trasparenza, correttezza e responsabilità. Spero di essere stata chiara. Non ho alcun interesse a veder cadere Ranucci, ma solo per la verità.
Solo chi è in malafede non vede ciò che era chiaro da anni
Il 25 ottobre 2025, durante l’assemblea generale dell’Associazione Nazionale Magistrati (#ANM), Sigfrido #Ranucci viene accolto da una lunga standing ovation come attestazione di stima e in segno di solidarietà, visto l’attentato subìto poco prima, il 16 ottobre 2025.
Dei magistrati, pubblicamente, tributano a un cittadino - peraltro soggetto a varie denunce e procedimenti giudiziari penali e civili - un applauso alzandosi come si trattasse del Presidente della Repubblica, istituzione superiore e terza e, in più, solidarizzando senza sapere il come e il perché dell’attentato, anticipandone lo scampato martirio.
«Credo che sia il più lungo applauso dedicato a un plurindagato da parte dei magistrati, viste le 220 e passa querele. Però ho la fedina penale pulita», ebbe poi a commentare il nostro ranuccio.
Un Stato serio non dovrebbe avere istituzioni così drammaticamente di parte. Altro che la moglie di Cesare: siamo al Marchese del Grillo.
La vicenda della Premier alla Maddalena è diventata un test sociologico involontario: basta che Giorgia Meloni si comporti come una madre qualsiasi – traghetto, volo di linea, panini nella borsa frigo – e immediatamente si scatena una folla che sembra aspettare solo il segnale per mordere.
Non c’è nulla di politico in ciò che è accaduto. Si tratta di un rito tribale: la leader non è stata criticata, è stata declassata a bersaglio. E il fatto che fosse in vacanza con una bambina di nove anni non ha frenato nessuno.
Gli insulti – “nana”, “caciottara”, “infesta il mare” – non sono semplici offese. Sono segnali di appartenenza.
Chi li pronuncia non sta esprimendo un’opinione: sta dimostrando fedeltà a un branco che si riconosce nell’aggressione.
E il branco, questa volta, è composto in gran parte da donne.
Donne che si proclamano paladine della sorellanza, ma che alla prima occasione si trasformano in giudici del corpo, del ceto, della maternità di un’altra donna.
La cosa più rivelatrice è la natura degli insulti: “borgatara”, “pescivendola”, “caciottara”.
Non è politica: è snobismo.
È il salotto che guarda il mercato rionale dall’alto, convinto che la prima donna a Palazzo Chigi dovesse avere la laurea giusta, il quartiere giusto, la dizione giusta.
Il problema non è ciò che Meloni pensa.
Il problema è che è arrivata dove loro non sono riuscite ad arrivare, partendo da dove loro non avrebbero mai voluto partire.
Dire che una donna “infesta il mare” e che dovrebbe “disinfettarsi” non è satira: è negazione della dignità.
È il linguaggio che si usa per gli insetti, non per gli esseri umani.
Eppure, chi di solito organizza convegni sulla violenza verbale, questa volta ha fatto finta di non vedere.
La disumanizzazione è un crimine solo quando colpisce le persone giuste.
Quando colpisce Meloni, diventa folklore.
La stessa dinamica si ripete da anni: le donne che non portano consenso vengono ignorate.
Succede con la premier insultata, minacciata, e con una figlia minorenne bersaglio di allusioni indecenti.
Il femminismo militante si mobilita per un asterisco, ma tace quando una bambina viene colpita da adulti.
La sorellanza è un privilegio riservato alle donne che piacciono alla sinistra.
In Parlamento, un deputato ha parlato delle “ginocchiere” della premier.
Un’allusione sessuale pronunciata in aula, registrata a verbale.
E mentre si gridava allo scandalo per un “signor presidente”, nessuna indignazione per quell’insinuazione.
Il messaggio è chiaro: ciò che è vietato contro alcune donne è permesso contro altre.
E quando il palazzo autorizza la volgarità, la fogna applaude.
La figlia della premier è stata più volte oggetto di minacce e allusioni.
Eppure nessuna piazza si è riempita, nessuna associazione ha speso una riga, nessun corteo ha sfilato.
Il patriarcato, che viene evocato per una desinenza sbagliata, improvvisamente scompare quando una donna non appartiene alla tribù.
La premier non viene attaccata per ciò che fa.
Viene attaccata per ciò che è: una donna che ha infranto un soffitto di cristallo senza chiedere permesso ai salotti che si ritengono proprietari della causa femminista.
E questo, per i suoi detrattori, è imperdonabile.
PEGGIORE DELLO SCHIFO CI SONO SOLTANTO LE RANCOROSE ACIDE PSEUDO-DONNE DI SINISTRA
"Nana". "Caciottara a mollo". "È venuta a infestare il nostro mare, spero si sia disinfettata con l'amuchina".
Il bersaglio: una madre in vacanza con la figlia di nove anni. Le firme, in gran parte: donne.
Questo il trattamento riservato a Giorgia Meloni per tre giorni alla Maddalena. Tre giorni di volo di linea, traghetto, gommone a noleggio e panini nella borsa frigo.
Niente yacht, niente voli di Stato: la fila all'imbarco come qualunque madre italiana d'agosto.
Ed è proprio questa normalità che ha fatto impazzire la muta di cani rabbiosi.
"Nullafacente da sempre", "le ferie le prende chi lavora": quasi quattro anni alla guida del governo, evidentemente, non contano come mestiere.
Fino al capolavoro dell'amuchina. Infestare: il verbo che si riserva agli insetti.
Quando l'avversario politico diventa un agente contaminante non siamo più nell'insulto, siamo nella disumanizzazione da manuale. Quella su cui si scrivono i saggi e si organizzano i convegni. Quando capita agli altri.
E qui il dato che nessuno vuole vedere.
Donne che danno della nana a una donna. Donne che deridono la maternità di una donna. Donne che evocano un disinfettante per una donna che fa il bagno con la figlia.
La sorellanza, parola d'ordine di ogni piazza femminista degli ultimi dieci anni, si ferma al tornello della tessera politica. Di là dal tornello non ci sono sorelle: c'è una preda.
Qualcuna, nel coro, ha pure fornito la teoria: "questa destra ha sdoganato la violenza verbale e ora vi meravigliate che qualcosina torni indietro".
Eccola, l'assoluzione preventiva. Se l'è cercata.
La stessa identica grammatica che il femminismo denuncia - giustamente - quando viene usata contro qualunque altra donna. La gonna troppo corta, il rientro troppo tardi, le idee troppo di destra: cambia il pretesto, la logica è quella.
Ma applicata a Meloni diventa improvvisamente analisi politica.
E la rabbia ha una radice precisa, che il vocabolario confessa da solo.
Caciottara, borgatara, pescivendola: insulti di censo, non di politica. È il disprezzo del salotto per il mercato rionale, firmato da una sinistra che ormai vince ai Parioli e ha perso nelle borgate che furono sue.
La prima donna al vertice di Palazzo Chigi doveva essere una di loro: laurea giusta, quartiere giusto, salotto giusto.
Invece il soffitto di cristallo lo ha sfondato una madre della Garbatella che parla come il popolo che loro hanno smesso di frequentare.
Non le perdonano le idee. Non le perdonano di essere arrivata prima, partendo da sotto.
Né si può dire che manchi il contesto. Due mesi fa, alla Camera, il capogruppo grillino in commissione Esteri Francesco Silvestri ha spiegato che la premier "ha indossato delle ginocchiere per stare più comoda".
Detto in aula, a verbale, dal pulpito della Repubblica.
E nella stessa seduta si è consumata la scena che vale un trattato di sociologia: l'onorevole Boldrini indignata perché un collega aveva osato dire "signor presidente" - il maschile, che scandalo - e silente sull'allusione alle ginocchiere.
La sentinella del linguaggio monta la guardia sull'articolo e dorme sulla sostanza.
Risultato: nel giro di giorni, "ginocchiere" era l'argomento più gettonato sotto i post d'odio contro la premier.
Il linguaggio non sale dalla fogna al palazzo. Scende dal palazzo alla fogna.
E non è la prima volta. Quando Landini la definì "cortigiana", dalle piazze femministe. Quando la televisione di Stato russa la chiamò con epiteti da postribolo, sempre silenzio.
Quando un professore augurò alla figlia di nove anni la fine di Martina Carbonaro e quando un camerunense davanti a una questura fece alla stessa bambina allusioni che non si trascrivono, le piazze che si riempiono per un asterisco rimasero vuote.
Il copione non cambia mai: si cambia solo la vittima designata e la si toglie dall'elenco delle donne difendibili. Perché di questo si tratta.
Il movimento che vede il patriarcato in una pubblicità, in una desinenza, in una ricetta di cucina, davanti alla prima donna presidente del Consiglio della storia repubblicana - coperta di insulti sessisti, minacciata, con la figlia minorenne nel mirino da tre anni - non ha mai trovato dieci minuti per un presidio.
Non una fiaccolata. Non un corteo di Non Una di Meno. Non una riga delle firme che vivono di questo.
Dov'era il patriarcato quando serviva davvero? Era in vacanza pure lui?
La risposta la conosciamo ed è la stessa che spiega un altro silenzio: quello sulle donne musulmane.
Sui matrimoni forzati, sulle mutilazioni, sui niqab imposti alle bambine nelle nostre città, il femminismo militante pratica da anni la medesima sordità selettiva.
Le donne velate a forza e la premier detestata condividono lo stesso destino: sono donne sbagliate, la cui oppressione non porta consenso. E allora non esistono.
Un femminismo che sceglie quali donne difendere in base alla convenienza non è un movimento di liberazione. È un ufficio stampa con la bandiera sbagliata.
Il patriarcato lo vedono ovunque, tranne dove c'è una donna che non gli piace.
E ogni giorno di questo silenzio, mentre una madre viene linciata per un traghetto e una bambina cresce sotto scorta digitale, quel silenzio firma.
Con nome, cognome e sigla dell'associazione.
Le chat tra Ranucci e la Boccia svelano il vero “giornalismo d'inchiesta”: imbeccate segrete e veline per screditare Beatrice Venezi solo perché “amica della Meloni”. Il paladino dell'informazione indipendente che si fa dettare la linea da Maria Rosaria Boccia. Che imbarazzo.