“‘No Other Land’ reflects the harsh reality that we have been enduring for decades and still persist as we call on the world to take serious actions to stop the injustice and to stop the ethnic cleansing of Palestinian people.”
— Basel Adra while accepting the #Oscar for Documentary Feature Film.
In Italia passiamo giornate intere a commentare retroscena, sondaggi inutili, dichiarazioni dei politici, come se la politica fosse solo un grande talk show permanente. A volte una spruzzata di spread, altre un pizzico di transizione verde da bar. Nel frattempo, tolto qualche folle solitario, ignoriamo la variabile più lenta, più prevedibile e più implacabile di tutte: la demografia. È quasi ironico: i mercati temono l’incertezza, ma sulla struttura per età di un paese l’incertezza è minima. I giovani che non abbiamo oggi non compariranno tra 20 anni, e un paese che invecchia senza ricambio lo sappiamo già, oggi, che tipo di rischio porterà domani.
Una demografia sfavorevole, se non incorporata esplicitamente in ogni scelta politica, diventa un amplificatore di rischio paese. Non è solo “meno nascite” o ���più anziani”: è la progressiva perdita di diversificazione dei rischi. In statistica parliamo di comonotonia quando le variabili si muovono tutte nella stessa direzione: ecco, l’Italia sta lentamente subendo questo. Meno forza lavoro significa meno crescita, meno investimenti, meno innovazione. Più anziani significa più spesa pensionistica e sanitaria, più debito, meno margini di manovra (e già ne abbiamo pochi). La fuga dei giovani qualificati riduce la produttività e il dinamismo imprenditoriale. Presi da soli, sono problemi forse gestibili; insieme, su uno sfondo demografico cupo, diventano un’unica traiettoria coerente verso l'abisso.
In un paese anziano, poco dinamico e molto indebitato, gli shock non colpiscono più comparti isolati: creano una crescente dipendenza di coda. Uno shock sanitario pesa di più su una popolazione anziana e si traduce subito in più spesa, più debito, meno crescita. Uno shock finanziario si scarica su conti pubblici fragili. Uno shock energetico erode competitività e base industriale. Gli eventi estremi diventano meno rari e fanno cluster: se qualcosa va storto, tende ad andare storto tutto.
La risposta politica, però, è disallineata rispetto alla durezza dei numeri. Invece di una strategia coerente e di lungo periodo, ci si rifugia in misure simboliche: bonus bebè che non cambiano le decisioni di fertilità di nessuno; qualche asilo in più, utile ma un pannicello caldo se non è parte di un disegno massiccio di conciliazione tra lavoro e famiglia (e quindi di più donne e NEET che lavorano). Nel frattempo, l’immigrazione viene trattata come emergenza o slogan, non come una leva strutturale da governare con serietà e continuità.
Se parliamo di soluzioni di medio periodo, l’orizzonte dovrebbe essere almeno trentennale. Non basta incentivare le nascite, va reso meno costoso, meno rischioso e meno penalizzante avere figli in termini di carriera e reddito. Serve una politica della famiglia stabile e non ciclica, un sistema esteso e accessibile di servizi, un mercato del lavoro che non punisca maternità e paternità, pensioni sostenibili, un’immigrazione selettiva ma integrata che copra parte della forza lavoro mancante, e investimenti seri su scuola, università e formazione per formare e attrarre capitale umano. È un lavoro paziente, misurabile, che mette la demografia al centro dei modelli di bilancio, di welfare e di politica industriale, non in una nota a piè di pagina.
L’Italia non rischia un futuro declino demografico, è già dentro una spirale di comonotonia. Non si tratta di se ma di come e quando la combinazione di demografia, debito, bassa crescita e fragilità istituzionale si manifesterà in termini di eventi estremi. La demografia non è una tragedia inevitabile, ma una struttura numerica che impone vincoli duri alle scelte future. Ignorarla non la rende meno vera. Semplicemente, sposta il conto in avanti, accumulando rischio.
Finché continueremo a costruire politiche cieche alla struttura dinamica della popolazione, non avremo un problema di sfortuna storica, ma di matematica elementare. E la matematica, quando la si ignora per troppo tempo, presenta sempre il conto con interessi di mora.
@dottorpax può un rischio soppiantarne un altro? Per esempio, oggi il rischio di un olocausto nucleare non è nullo, ma il rischio di morire in guerra per mano di una bombarda è nullo (si usano armi diverse)?
@dottorpax ha senso comparare sistemi scolastici differenti? Una terza media di un paese equivale a quella di un altro? È davvero una cosa misurabile in quantità di titoli? Si considerano anche gli emigrati, e se no, potrebbe spostare in qualche modo la classifica?
Avrei usato un altro titolo, forse anche una diversa regola di ordinamento, ma il contenuto resta un triste ritratto.
E interessa a pochi cambiarlo, purtroppo.
@marattin non possono esistere due stati. Una parte degli israeliani non li vuole: vuole un unico stato. Accontentiamoli: un unico stato laico. O con meccanismi simil-concordato che tutelino, magari in via transitoria, i vari credi religiosi. Due stati significa guerra perpetua.
@marattin lo slogan non riassume necessariamente la posizione di tutti i presenti, né è interpretabile solo in questo modo. Un discorso serio prende gli slogan per quello che sono e approfondisce.
@nntaleb True. Also, in my opinion, countries that make business with the US may see inflation, because: 1) higher prices may mean less business 2) to sustain ROI, companies will need to either make more business or increase prices of other goods or services.
@MericaCulture@nntaleb not necessarily. If a local good needs foreign products or services impacted by tariffs for its production, there may be a price increase.
La conferma arriva dall’Employment Outlook 2025: rispetto al 2021 gli stipendi italiani sono scesi del 7,1%. E nei prossimi due anni i ridottissimi aumenti se li mangerà l’inflazione
https://t.co/PfqYYm9OA3