Il 7 ottobre 2023 Hamas ha commesso stupri di massa, violenze sessuali sistematiche e torture sui civili israeliani al festival Nova e nei kibbutz del sud di Israele. "Silenced No More", il report della Civil Commission on October 7th Crimes by Hamas Against Women and Children lo ha documentato su oltre 283 pagine, con oltre 430 testimonianze verificate e con più di diecimila file multimediali analizzati da giuristi, medici legali e psichiatri forensi internazionali.
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"7 ottobre. Fine del silenzio" è il nuovo podcast di Free4future ed è fatto di quelle prove, di quelle voci e vi dirà cosa è accaduto quel giorno.
Nel primo episodio, lo stupro sistematico al Nova Festival attraverso le voci di chi era nascosto e ascoltava, e di chi ha trovato i corpi.
“Donne e Coraggio – La scelta di resistere”
Il 31 marzo, alla Sala Ater di Verona, dalle 18.30 alle 20.30, daremo spazio a storie che attraversano confini e ferite: dall’Ucraina all’Iran, dal Rwanda alle comunità Yazidi, fino a Israele. Storie di donne che trasformano paura e dolore in forza, libertà e richiesta di giustizia.
In un mese simbolico per i diritti femminili, ascolteremo voci che resistono alla violenza, alla repressione, alla guerra. Voci che proteggono i propri figli, che difendono la libertà personale e collettiva anche quando farlo significa rischiare tutto.
Un incontro per capire, per non voltarsi dall’altra parte, per riconoscere il coraggio dove nasce: nella vita reale delle donne che non smettono di lottare.
Ingresso libero fino a esaurimento posti.
"Voci di Donne Dimenticate": l'8 marzo che non dimentica
Milano, 8 marzo 2026 — C'è un femminismo che non fa notizia. Non è ammesso nei cortei delle piazze più frequentate, non occupa le prime pagine dei giornali mainstream. Eppure esiste, pulsa, combatte. È il femminismo di chi non può permettersi di tacere, perché tacere significherebbe scomparire.
"Voci di Donne Dimenticate". Un evento promosso dal movimento omonimo e da Free4future, con l'adesione di oltre trenta associazioni italiane, per portare in strada la solidarietà verso le donne iraniane, israeliane, ucraine: tre popoli diversi, uniti da un destino comune fatto di oppressione, violenza e resistenza.
Tre storie, una sola voce
In Iran, le donne muoiono per il diritto di togliersi il velo. Da quando Mahsa Amini è stata uccisa nell'autunno del 2022, il regime degli Ayatollah ha intensificato la repressione, ma le donne iraniane non si sono fermate. Continuano a scendere in strada, a bruciare l'hijab, a sfidare una teocrazia che vuole ridurle al silenzio. La loro lotta — Zan, Zendegi, Azadi, Donna, Vita, Libertà — è diventata simbolo universale.
In Israele, il 7 ottobre 2023 ha lasciato ferite che non si rimarginano. Donne rapite, violentate, uccise. Sequestrate e torturate e violentate ancora nei tunnel di Hamas.
In Ucraina, la guerra non è solo una questione di confini e geopolitica. È la storia di centinaia di migliaia di donne che hanno perso mariti, figli, case. Che resistono con una determinazione che sfida ogni comprensione. Che combattono in trincea. Che chiedono all'Europa di non voltarsi dall'altra parte.
"L'8 marzo ha senso solo se ricordiamo le donne che non possono ancora parlare": è questo il messaggio al cuore della manifestazione. Una sfida lanciata a un certo modo di celebrare la Giornata Internazionale della Donna — fatto di rituali, di retorica e di esaltazione di regimi misogini e totalitari — per riportarla alla sua radice più autentica: la solidarietà femminile che non conosce confini geografici né politici.
"Il femminismo è universale o non è", dicono le organizzatrici. E lo dicono stando in piazza della Scala, nel cuore culturale e politico di Milano, con una coalizione trasversale che va dalle comunità ebraiche alle associazioni radicali, dai gruppi ucraini alle realtà iraniane della diaspora italiana.
Oltre trenta associazioni hanno aderito all'iniziativa, provenienti da tutta Italia. Tra di esse: Free4Future, Venice4Israel, Associazione Italia-Israele Savona, Comunità Iraniana di Parma, Italopersiana, Associazione Maanà, UAMI – Associazione dei Giovani Ucraini in Italia, Europa Radicale, Comunità Ebraica di Milano, Women Care Association, Federazione delle Associazioni Italia-Israele, ADEI WIZO, Ponte Atlantico Difesa Libertà Democrazia, e molte altre.
Una coalizione eterogenea, tenuta insieme non da una sigla di partito né da un'ideologia comune, ma da un principio semplice e irrinunciabile: i diritti delle donne non sono negoziabili, ovunque nel mondo.
I tentativi ripetuti di oltrepassare il confine segnato illustrano la fragile realtà di un cessate il fuoco che ha ridotto i combattimenti su larga scala ma ha lasciato in atto tensioni quotidiane alla sicurezza.
Di Dario Sanchez – 15 febbraio 2026
[GAZA] Un gruppo di giornalisti è entrato nella Striscia di Gaza giovedì in un embed con le Forze di Difesa Israeliane (IDF), mentre Israele e Hamas operano sotto un cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, che è pensato per creare una “zona libera dal terrorismo” attraverso lo smantellamento di Hamas.
La visita, guidata dal Tenente Colonnello Nadav Shoshani, capo della International Media Branch dell’Ufficio Stampa dell’IDF, si è concentrata su quella che Israele descrive come un’attività persistente di Hamas vicino a un confine interno chiamato “Yellow Line”. La linea è visibilmente marcata e funziona come un punto di divisione avanzato: Israele dice che le aree dal suo lato sono usate come zona di rilevazione e risposta, con il territorio controllato da Hamas oltre questa linea.
Prima di entrare, Shoshani ha informato il gruppo sulle norme di sicurezza e operative. “Chiunque entri deve firmare i moduli e deve avere un casco e un giubbotto,” ha detto ai giornalisti. “Se c’è qualche incidente, la regola base è: chinarsi, mettere le mani sulla testa, stare al sicuro, non provare a combattere.”
Shoshani ha descritto il percorso e la destinazione: “Questo è il valico di Kissufim. Oltre Kissufim c’è Deir al Balah, i campi centrali. Andremo in un avamposto dell’IDF oltre Deir al Balah, a qualche centinaio di metri dalla Yellow Line.”
LEGGI QUI L’ARTICOLO COMPLETO.
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⭕️Dario Sanchez è stato embedded nella Striscia di Gaza. GUARDA IL VIDEO
🔺I soldati dell’IDF in un embed a Gaza sottolineano i continui tentativi di Hamas di oltrepassare la “Yellow Line”
Articolo nel primo commento, reportage nel link.
Non perdetelo! Notizie di chi è sul campo, i nostri occhi, il suo coraggio.
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Anche oggi, @Federicagb80 per Free4Future: ma che paese siamo diventati? Se anche tu pensi che Stefania Ascari dovrebbe dimettersi dall'Antimafia, firma la petizione👇. Se l'hai già fatto, condividi https://t.co/qFbUH9W5XG
Anche oggi @Federicagb80 per Free4Future: stanno giocando con la vita dei pazienti. Tolgono farmaci essenziali per mostrare la loro bandiera politica. A comuni, centri di acquisto che hanno fatto questa scelta pericolosissima, drammatica, omicida occorre dire chiaro: GIU’ LE MANI DALLA VITA DEI PAZIENTI. GIU’ LE MANI DALLA SALUTE DEI NOSTRI CARI.
Anche oggi, @Federicagb80 per Free4future: le responsabilità di Stefania Ascari, che sostiene Barghouti, mentre Hannoun continua a rimanere in carcere. Se anche tu pensi che Stefania Ascari debba dimettersi dall'Antimafia, firma la petizione 👇
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Nel contesto attuale, segnato da polarizzazione, antisemitismo in crescita e conflitti narrativi, una rappresentazione incompleta può avere conseguenze serie: gli studenti possono sviluppare una visione distorta, in cui una parte appare “intrusa” e l’altra “originaria”. Si rischia di alimentare pregiudizi inconsapevoli verso gli ebrei o verso gli israeliani, riducendo la capacità di comprendere la complessità del conflitto e favorendo una lettura moralistica (“buoni vs cattivi”) invece che storica.
La scuola dovrebbe essere il luogo in cui si impara a distinguere tra fatti, interpretazioni e propaganda. Per farlo, servono strumenti accurati. Si tratta di difendere la verità storica, la pluralità delle fonti e la capacità critica degli studenti, che non rischino peraltro l’emarginazione se non allineati ad una narrazione. Un manuale equilibrato dovrebbe educare una generazione capace di comprendere, dialogare e non cadere nei pregiudizi. In un mondo in cui le narrazioni sono armi e la disinformazione è capillare, la scuola ha il dovere di offrire ai ragazzi strumenti solidi, non versioni semplificate che rischiano di diventare distorte. Soprattutto quando questo pressappochismo sta diventando un’epidemia nei testi e nelle modalità di insegnamento nelle scuole di ogni grado e livello. Il secondo volume infatti non migliora per nulla i messaggi, purtroppo.”
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Da @ilriformista una mia analisi
“Nelle scuole italiane, i manuali di geostoria hanno un ruolo decisivo nella formazione culturale e civica degli studenti. Sono spesso il primo contatto con temi complessi, come il conflitto israelo‑palestinese, e per questo dovrebbero offrire un quadro equilibrato, accurato e storicamente fondato.
Tuttavia, alcune scelte narrative e cartografiche presenti in manuali molto diffusi, come Il ramo d’oro (casa editrice Sanoma), rischiano di produrre un effetto distorsivo: non per forza per ciò che affermano esplicitamente, ma anche per ciò che omettono.
In un’epoca in cui la disinformazione corre veloce e i social amplificano narrazioni polarizzate, anche piccole imprecisioni possono trasformarsi in pregiudizi radicati. È quindi necessario interrogarsi su come questi contenuti vengano presentati ai ragazzi.
Partiamo dalla presenza ebraica in Terra d’Israele: un’assenza che pesa fortemente nel testo menzionato, oggetto della mia analisi. Molti manuali raccontano la storia moderna di Israele partendo dal XIX secolo, presentando il sionismo come un movimento europeo che “vuole creare uno Stato ebraico in Palestina”. Questa formulazione, se non accompagnata da un adeguato contesto, produce un effetto implicito in cui gli ebrei sembrano arrivare “da fuori”, come un corpo estraneo, mentre gli arabi appaiono come gli unici abitanti originari.
Ma la storia è più complessa, e al contempo più semplice: comunità ebraiche autoctone sono rimaste ininterrottamente in Palestina per secoli. La presenza ebraica a Gerusalemme era maggioritaria già nell’Ottocento, il legame storico, religioso e culturale con quella terra è documentato difatti da millenni. Quando questi elementi vengono omessi, la narrazione risulta sbilanciata. Come omettere i Trattati di Oslo, i molteplici rifiuti arabi alla soluzione a due Stati, l’intifada e il terrorismo. Mi impongo di supporre non sia una questione politica, rimane tuttavia certamente una questione di rigore storico.
Un altro squilibrio riguarda il modo in cui vengono descritti gli abitanti della regione prima del 1948. Il manuale parla di “popolazione araba, cristiani, musulmani”, ma non menziona gli ebrei presenti sul territorio ben prima dell’immigrazione sionista o post Shoah (anche qui grande buco esplicativo). Questa omissione crea una narrazione monocromatica, che non riflette la realtà di una terra abitata da secoli da comunità diverse: arabi, ebrei, cristiani, drusi, circassi, beduini (che oggi popolano difatti Israele). In un contesto scolastico, il linguaggio è fondamentale: ciò che non viene nominato rischia di essere percepito come inesistente.
Ancora: il termine “Palestina” per descrivere epoche in cui non esisteva uno Stato palestinese. Non esisteva una provincia ottomana con quel nome. Il territorio era suddiviso in sanjak e vilayet amministrati da Istanbul. Il nome “Palestina” viene imposto dai Romani nel 135 d.C., (non esisteva certo nel 3200 a.C come scritto!!), ma non corrisponde a un’entità politica continua. Quando un testo usa “Palestina” per descrivere il periodo ottomano o pre‑moderno, suggerisce apertamente l’esistenza di uno Stato storico che non è invece mai esistito. Questo non nega l’identità palestinese moderna, nata con Arafat ad essere esatti, ma confondere passato e presente non aiuta gli studenti a comprendere la complessità del conflitto, e anzi crea bias anziché formazione.
Le mappe poi sono uno strumento potentissimo: ciò che appare su una carta geografica viene percepito come “oggettivo”. Eppure, le mappe de Il ramo d’oro mostrano la “Palestina” come un’entità politica pre‑1948. Non distinguono tra confini amministrativi ottomani e confini moderni; non spiegano che la Cisgiordania (suddivisa oggi in aree di appartenenza) e Gaza (sgombrata nel 2005), sono territori con status giuridico complesso, non uno Stato. Una mappa imprecisa può radicare un’idea sbagliata ancora più rapidamente di un testo.
Una treccia, come le combattenti
curde dell'Unità della
Protezione delle Donne (Ypj).
Un gesto di protesta, rilanciato anche in Israele e che si sta diffondendo tra le donne in tutto il mondo, dopo che un miliziano affiliato alle forze di
Damasco ha ucciso una combattente dell'Ypj e in un video ha mostrato fiero la sua treccia tagliata.
Siamo con voi orgogliose donne e leonesse!
#yazide
#WomenLifeFreedom
#FreedomOfSpeech
E dopo oggi non posso che postare una parte di un video che avevo fatto, prima di avere l’amara sorpresa di certi atteggiamenti cittadini, sebbene segnalati e invitati alla riflessione diretta.
27 gennaio. In generale. Verona, nello specifico.
#giornodellamemoria#shoah #auschwitzbirkenau
Federica Iaria per Free4future Parliamo spesso di “piazze”, come se fossero un termometro morale.
E allora guardiamole davvero, queste piazze. Perché quando si tratta dell’Iran, della sua rivoluzione soffocata nel sangue dei giovani uccisi, delle donne che rischiano la vita per togliersi un velo, delle minoranze massacrate… le piazze italiane si riempiono a metà. O restano quasi vuote.
Poi arriva Gaza, e improvvisamente tutti hanno un cartello, una bandiera una posizione. Le piazze esplodono, con grida di distruzione (From the river to the sea).Perché?
Io questa differenza l’ho vista sulla mia pelle, qui a Verona.
Il 6 gennaio abbiamo organizzato un flash mob per l’Iran: un gesto semplice, pulito, simbolico. I media locali ne hanno parlato, sì, ma la piazza… era quella che era. Non abbastanza persone, tutte motivate, tutte consapevoli, ma poche.
Il 17 gennaio, in piazza Cittadella, di nuovo: una manifestazione per ricordare l’Iran, per non lasciare cadere nel silenzio chi continua a morire. E anche lì, la stessa storia. Impegno, dignità, ma numeri ridotti soprattutto di Italiani, c’era la comunità iraniana, lasciata sola dalla solidarietà che in questi due anni sembrava aver impregnato ogni persona.
E allora la domanda è inevitabile: perché?
Perché l’Iran non mobilita? Perché non incendia le coscienze come Gaza?
La risposta è scomoda, ma necessaria: perché l’attivismo non è sempre morale. A volte è identitario o frutto di mai sopiti pregiudizi. A volte è moda. A volte è geopolitica travestita da empatia.
L’Iran non offre un nemico semplice come Israele. Non permette slogan facili. Non si presta alla narrativa binaria del “buono contro cattivo” che tanto piace ai social.
E soprattutto: l’Iran non permette di usare la causa come specchio per la propria identità politica. Non ti fa sentire parte di una tribù. Non ti dà la soddisfazione di “schierarti” contro l’Occidente, contro Israele, contro gli Stati Uniti.
L’Iran chiede una cosa molto più difficile: guardare in faccia un regime teocratico che opprime il suo stesso popolo.
E questo, evidentemente, non scalda i cuori quanto puntare il dito contro un nemico esterno.
C’è poi un altro elemento, ancora più scomodo: quando la causa riguarda un popolo percepito come “vicino” o “simile”, l’indignazione scatta più facilmente. Quando riguarda un popolo che non rientra nelle categorie emotive dell’Occidente, la mobilitazione si affievolisce.
È brutto da dire, ma è così.
E allora sì, parliamone: attivismo selettivo.
La difesa dei diritti umani a geometria variabile.
La solidarietà che funziona solo quando coincide con la propria narrativa politica.
Io non smetterò di scendere in piazza per l’Iran, anche se siamo in pochi. Perché la verità non si misura in numeri. E perché il silenzio, quello sì, è complicità.
E alla fine, resta una domanda che brucia, e che voglio lasciare aperta:
È davvero solo geopolitica?
O è qualcosa di più profondo? Come No Jews, no news?
Cosa accadrebbe alle piazze se Israele intervenisse a supporto della ribellione contro il regime degli ayatollah, i Pasdaran, la polizia morale di Khamenei?
Pensiamoci.