La regia mantiene stile e ritmo, e il cast storico resta il punto più forte, soprattutto nei momenti di confronto tra i personaggi. Però il film spesso si affida troppo alla nostalgia e lascia la sensazione di essere più corretto che davvero memorabile. Compiace, ma senza DIAVOLI
L’isola dei ricordi ti avvolge come un abbraccio salmastro: Akin dipinge il trauma bellico con tocchi di tenerezza selvaggia, tra silenzi, paesaggi sospesi e un protagonista dagli occhi di tempesta. Lasciando un’eco di nostalgia che brucia dolce fino all’ultimo respiro. POIGNANTE
Un’ottima opera prima, da una queer novel, che analizza dinamiche di potere ed identità. Con due strepitosi interpreti. Lucido e scarno nel raccontare la relazione, raccontando con poche parole e immagini nitidissime l'educazione sessuale e perché no, anche sentimentale.EGEMONICO
Una rom com curata che però si gioca il meglio troppo presto.Ha dalla sua la capacità di mascherare le sue insicurezze e forse anche un affetto per i suoi protagonisti quasi inusuale,che impedisce al film di risultare davvero incorporeo come la morte che vuole raccontare.FULMINEO
La casa del film mette a fuoco le sue ‘voci di dentro’,quelle nascoste appena udibili dai muri con le crepe.Trier ha sempre una mano un po’ pesante nella risottolineatura di una tensione già presente nell’aria e, a volte, amplificata oltremisura con dialoghi già sentiti.AFFETTATO
Commedia grottesca, iperbolica, che fa da sfondo sociologico alle macchinazioni violente del protagonista. Si rischia la saturazione, ma è innegabile che il regista usi il cinema come un modo per conoscere, raccontare, interpretare, anche cambiare il mondo. IPERTROFICO.
C’é qualcosa di Antonioni, con quel sentimento costante di sospensione e ricerca destinato a rimanere tale fino alla fine. Sirāt indica il ponte sopra l’Inferno che ogni musulmano deve attraversare dopo la morte, e come monoliti in mezzo al deserto restano solo le casse. TORRIDO