You won't believe this incredible parade moment! As a marching military K9 passes, a dog on the sidewalk raises its paw. Showing amazing focus and training, the marching K9 stops, sits, and perfectly returns the paw touch! What did you think of this amazing interaction? Let us know!
Dagli insulti all’apprezzamento fino all’apice del primo “periodo sarriano”.
Dall’anonimato in cui sei arrivato all’esaltazione dell’uomo che ti sei rilevato.
Da quella maglia che ti sei dovuto sudare a quella maglia che era sempre la più sudata.
Da quel caschetto biondo da pariolino a quel doppio taglio da coatto.
Da quella tenacia in campo a quella fragilità fuori dal rettangolo di gioco.
Ci sarebbero tanti modi per raccontarti.
Altrettanti per salutarti.
Sarebbero tutti giusti e tutti sbagliati.
Perché sì, sei arrivato bambino e te ne vai da Uomo.
Ma in mezzo non ci siamo Noi, ci sei tu e questi 11 anni insieme, in cui hai capito davvero cosa significa essere Laziale.
Ciao Gabarron, te se vole bene.
Forza #Lazio e buona vita.
#Patric 🫶🏻
43 anni fa moriva Giorgio Vaccaro, l’uomo che ci regalò la vittoria più importante della nostra storia: scegliere di non essere come loro e restare la Lazio.
Nel 1927, mentre Alba-Audace, Fortitudo-Pro Roma e Roman venivano fuse per dare vita all’A.S. Roma, qualcuno pensò che anche la Lazio dovesse finire dentro quel progetto.
Giorgio Vaccaro disse no.
La Lazio esisteva già dal 1900. Aveva un nome, dei colori, una storia e un’identità. Non aveva bisogno di essere “costruita a tavolino”, né di fondersi con altri per trovare una propria ragione d’essere.
Da una parte una nuova squadra, nata da una fusione e senza una propria storia. Dall’altra la Lazio, che quella storia ce l’aveva già.
Vaccaro difese tutto questo.
Poi sarebbe diventato il presidente più vittorioso della storia della FIGC e, nel derby del 1931, rispose al romanista De Micheli con un sonoro ceffone.
Ma per noi la sua vittoria più grande resta quella del 1927.
Grazie Generale, ogni singolo Laziale ti sarà grato per sempre.
Mi raccomando, tornate allo stadio, dategli ancora aria per respirare…
@tempoweb@Capezzone
E questo sarebbe il soggetto con cui uno dovrebbe mettersi seduto a ragionare?!?!
Un titolo in borsa che oscilla tra 1.5 e 1.7 da anni ma quando parla lui, il titolo in borsa non conta.
Stamattina Artibani e Wilson come si sono sbrigati a dire che loro con Bisignani non c'entrano niente. Per poi buttarla in caciara con quello accaduto il 10 giugno. Conigli bagnati
Signore e signori, Ranucci l’ha rifatto. Anzi, diciamolo in inglese, così entriamo subito in un’atmosfera da complotto globale: Sigfrido did it again.
Non era bastato l’antipasto della scorsa settimana alla Festa di Avs. L’altra sera lo stesso numero teatrale è andato in scena alla Festa del Fatto, davanti ai colleghi Ilaria Proietti e Luca Sommi, che sembravano a loro volta (va a loro onore) vagamente stupiti per ciò che dovevano sentire.
Devo la segnalazione a un efficace tweet di Luciano Capone del Foglio, che mi ha consentito di recuperare la performance ranucciana, ormai oltre la leggenda.
Dunque, Sigfrido ha cominciato una filippica perché, al momento dell’acquisto di un’automobile, gli è stata chiesta la tessera sanitaria. E ha chiamato in causa nientemeno che Peter Thiel, il capo di Palantir, uno dei protagonisti mondiali del big tech.
Ma intanto, se Ranucci ha un amico (non Lavitola, in questo caso), qualcuno farebbe bene a spiegare all’inchiestista Rai che la tessera sanitaria reca l’indicazione del nostro codice fiscale, informazione richiesta non da Thiel, non da Musk, non da Zuckerberg, ma dal Pubblico Registro Automobilistico. E - diciamo così - potremmo chiuderla qui.
E invece no, perché ormai Sigfrido è partito, e non lo ferma più nessuno. Mette in un frullatore la democrazia della sorveglianza, poi il citato Thiel, l’11 settembre, una spruzzata di Tolkien, la segretezza dei dati, la polizia Ice di Trump, Bin Laden, Gaza, gli omicidi mirati in Libano e in Iran.
Amici lettori, non fatevi venire il mal di testa. Lui stesso si domanda: “Ma che ci deve fare Peter Thiel con la tessera sanitaria di Sigfrido Ranucci?”. Direte voi: allora forse pure lui si è reso conto delle sesquipedali sciocchezze che sta inanellando?
E invece no, ecco la “bomba”. Riprende Sigfrido, con camicia bianca sbottonata fino all’inguine: “Il problema è che questo signore (ndr: cioè Thiel), quando viene a Roma, incontra Pietro Dettori, Welcome to favelas, e ci partecipa Capezzone…”. Aspettate: non finisce qui, perché poi si passa all’azienda Rheinmetall (“che produsse armi per il nazismo”). Gran finale: “Ma poi da Palantir esce un documento che va collocato nell’ambito del nuovo nazismo, e credo che questo la gente lo debba sapere”.
Trovate il video ovunque su X e anche sui canali social de Il Tempo. Non è una beffa perversa dell’intelligenza artificiale. Non è una sequenza montata da noi per sbeffeggiare l’ex conduttore di Report. E’ tutto tragicamente vero.
Sigfrido ritiene che ci sia una specie di macchinazione mondiale ordita da Peter Thiel, con la collaborazione italiana del qui presente perfido Capezzone e dai ragazzi di Esperia. Insomma il big tech mondiale ha deciso di attaccare Report, immagino consultandosi - tiro a indovinare - con Trump, Netanyahu, la Cia, il Mossad, più Diabolik, Batman e il leone della Metro Goldwyn Mayer.
Ora, delle due l’una. O l’uomo è confuso, è turbato, è choccato, e allora potremmo anche perdonarlo. Oppure (e qui l’affare si fa più serio) ci sta raccontando come costruiva le puntate di Report. Sipario.
Ps
In tutto ciò Sigfrido continua a omettere un “dettaglio”: il bombarolo è il suo amico Lavitola, l’uomo che sgusciava le vongole per lui e molti altri. Grande Ranucci: svela i complottoni galattici, non vede i petardi dell’amico del cuore. Spettacolo.
Niente sommario oggi per quello che è sicuramente uno degli articoli più sofferti della mia vita, che ho scritto per mettere nero su bianco il mio pensiero (leggibile a tutti) sulle parole di Sergio Cragnotti.
https://t.co/Os78il57vd
#Lazio#Lotito#Cragnotti#liberalalazio
Caro presidente,
sono costretto a rispondere a questo suo ennesimo tentativo di stravolgere e mistificare la realtà.
Una realtà che perlomeno dovrebbe raccontare ugualmente sui diversi mezzi comunicativi che usa: non può tenderci la mano quando scrive una lettera col cu…ore, per poi insultarci nelle interviste rubate o cercare di passare per vittima in queste interviste organizzate.
Perché vede nella realtà, e non in quella che si costruisce a piacimento, c’è un’unica certezza: lei non è la vittima.
È responsabile di tutto questo dissenso.
E se si limita, con “amarezza”, ad accettare il momento, o se pensa che migliaia di clienti protestano “fuori da ogni logica”, non passa di certo per l’imprenditore di successo che crede di essere e che la sua storia, i suoi fatti e i bilanci delle sue aziende non raccontano.
Ma rispondiamo, con logica, a questa intervista “fuori da ogni logica”.
“Siamo primi in classifica, non basta”?
Siamo primi, vero. E Noi (brutti, sporchi, cattivi, che protestiamo in casa ma andiamo in trasferta) ne siamo felicissimi, sicuramente più di lei, pur lasciando ad altri con cui condivide il tifo queste inutili esaltazioni della terza giornata.
Guardiamo, piuttosto, come siamo finiti nelle ultime 3 stagioni. Le rinfresco la memoria: settimi, settimi, noni.
“Non basta comprare giocatori”?
No, non basta, è l’ordinario.
Può essere motivo di vanto solo per chi ci ha abituato a non farlo o farlo male.
E francamente la celebrazione dell’ordinario, spacciandola per straordinario, è un hobby che lascio a chi non ha ambizione.
E non basterebbe nemmeno se i giocatori li avesse realmente “comprati” e non presi a zero o con prestiti che dovranno essere gestiti tra 1 anno, in mezzo ad altrettante scadenze.
“Non basta avere una squadra che combatte”?
No, non basta, specie se già so che alle prime sconfitte questi stessi giocatori saranno di nuovo “cretini che non parlano l’italiano”, “pippe volute dall’allenatore” e con la “merda nel cervello”.
“Non basta fare l’Academy”?
Quale Academy? Quella sbandierata 11 anni fa, scomodando persino quel Laziale di Bob Lovati che proprio lei allontanò quando era in vita, o di quella “Ac(c)ademy” (ri)proclamata 2 anni fa? Ma poi, se questa promessa diventasse realtà, basterebbe per sognare?
Domanda retorica, no.
Per sognare, o vivere, servirebbe, ricostruire legami con club del tessuto laziale, avere una Primavera competitiva o crescere giocatori in casa.
“Non basta voler fare lo Stadio”?
Non basterebbe farlo, figuriamoci volerlo fare da oltre 20 anni. Da quella patetica presentazione del plastico dello “Stadio delle Aquile” alla
presentazione altrettanto patetica del progetto Flaminio. Ah, proprio quel
Flaminio che era un “rudere” in cui voleva “urinarci dentro”.
E pensare che queste sarebbero, a suo dire, le sue “buone azioni”.
Poi ci sono gli anni senza sponsor, i mercati a suon di risanamento finanziario, indici di liquidità, saldi zero o blocchi, gli acquisti didascalici e moralizzati, i giocatori strapagati verso “parti correlate” o quelli saltati perché mai trattati, piccoli uomini, fax rotti o mail sbagliate.
Ci sono le “sviste che (non) ci possono stare”, le gaffe o i sonni sinestetici, i risultati (non) garantiti, i fatti, non parole o le promesse (non) mantenute.
C’è la sua reale fede calcistica o gli insulti alla Lazio, a quella sua “cazzo” di Storia e ai Laziali.
Vede presidente, anche se non lo capisce e/o non vuole accettarlo, la realtà è una sola.
L’assioma “Lotito deve andare via” non è l’idea illogica di una “sparuta minoranza”. Non lo era allora quando già eravamo Assoluta Maggioranza, non lo è ora che siamo Totalità.
Non è nemmeno il risultato di una “regia occulta”. Non lo era in passato, in cui i “fatti non sussistono”, figuriamoci ora.
Vuole farci sognare?
Se ne vada, il prima possibile e il più lontano possibile.
E si goda quel popolo che, mentre la avverte e la critica con striscioni, a suo dire, la porta in “trionfo”…