“Organizzeremo i disertori”, scandisce la segretaria del Giovani Democratici.
Non è quello che fecero i giovani che scelsero di partecipare alla Resistenza, o i giovani americani che vennero qui a combattere (e molti a morire) per liberarci dai nazifascisti - e che ogni 25 aprile giustamente celebriamo.
Non è quello che ci chiede la Costituzione, che all’articolo 52 recita: “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”.
Le signore ed i signori dello zero virgola
Contateli, se ci riuscite. Azione di Calenda, i liberaldemocratici di Marattin, Spazio Pubblico di Picierno con Concia già a bordo, e domani ne spunterà un altro. Ognuno ha il suo fondatore e un sito messo su in una notte. Ognuno è convinto di occupare quello spazio che l'Italia, a sentir loro, aspetta da vent'anni. Poi li sommi tutti e non riempi una piazza di provincia.
Le storie sono diverse, l'area di partenza no. È quella che dentro il Partito Democratico ha rivendicato per anni la cultura di governo e la moderazione, contro i massimalisti, contro i populisti, contro chiunque non avesse letto abbastanza. Il partito ha eletto una segretaria più a sinistra di loro. Invece di contendergli il partito se ne sono andati, che è la vecchia abitudine italiana: quando smetti di essere maggioranza a casa tua, ti fondi una casa dove esserlo finalmente.
Sanno quanto vale quella casa. I sondaggi li leggono meglio di me e nessuno crede sul serio che il prossimo presidente del Consiglio esca da una riunione tra Calenda, Marattin e Picierno. La partita che giocano è un'altra: restare. Superare una soglia, eleggere qualcuno, continuare a esistere nel dibattito pubblico. Sotto una certa percentuale non perdi le elezioni, sparisci.
Ed è questa debolezza a produrre il danno, non la loro forza. Per sopravvivere devono rendersi riconoscibili, e possono farlo solo nei confronti di chi gli somiglia. Europeisti, garantisti, riformisti sono parole che nel campo progressista usano in troppi. Serve un confine, e il confine va tracciato ogni mattina tra loro e il PD, mai tra loro e il governo.
Guardate cosa finiscono per fare tutto il giorno. Un errore di Conte vale tre editoriali, un'alleanza regionale è sempre impresentabile, una posizione della CGIL diventa la prova che la sinistra è ostaggio del sindacato. Meloni può aspettare. Meloni aspetta da tre anni e nel frattempo governa.
Marattin l'ha spiegato al Giornale con una chiarezza che non credo cercasse: se Spazio Pubblico si dimostrerà alternativo al campo largo, per noi sarà un piacere collaborare. La condizione non riguarda i salari, la sanità, l'industria. Riguarda le compagnie. Non hanno ancora deciso cosa costruire, sanno già da chi separarsi.
Si sono contati il 17 giugno al Teatro Parenti, Picierno e Calenda e Marattin sullo stesso palco, Mario Monti in sala. Il nuovo che avanza. Da lì è partito il cantiere della lista comune, e la parola che tiene insieme gente che per il resto si sopporta a fatica resta una sola: alternativi. Non alla destra. All'opposizione.
A furia di marcare quella distanza hanno preso in prestito il lessico di chi governa. La sinistra è massimalista, il sindacato blocca il paese, chi scende in piazza è irresponsabile. Frasi che dieci anni fa avrebbero contestato in Parlamento, oggi utili a convincere una piccola quota di elettori che esiste finalmente una sinistra abbastanza lontana dalla sinistra da non sembrarlo più.
Non lo fanno per simpatia verso Meloni, sarebbe quasi rassicurante. Lo fanno perché ne hanno bisogno. Un partito del trenta per cento può permettersi una strategia, uno del tre si permette una tattica, uno dell'uno deve occuparsi soltanto dell'uno. Quando la politica si riduce a sopravvivenza cambia anche il nemico, che non è più chi comanda, è chi occupa i pochi metri quadrati di elettorato dove speri di restare vivo.
Il conto finale lo vediamo già. Ogni punto sottratto all'opposizione non costruisce nessun grande centro riformista, rende soltanto più difficile qualsiasi alternativa. Dall'altra parte c'è una destra che tiene insieme Meloni e Vannacci, i conservatori e i nostalgici, e non perde un pomeriggio a chiedersi se l'alleato sia presentabile. Somma. Loro sottraggono.
Mi diranno che così le minoranze non esisterebbero più, solo grandi partiti e voto utile. Rovesciato. Il voto utile lo chiedono loro, quando spiegano a un elettore che il suo unico modo di contare è spostarsi su una lista che al governo non arriverà mai. Nessuno chiede a Calenda di sciogliere Azione o a Picierno di rientrare nel PD col cappello in mano. La legge elettorale è quella che è: una lista piccola dentro una coalizione elegge parlamentari e pesa sul programma, la stessa lista fuori resta sotto il tre per cento e i suoi voti li conta soltanto l'ufficio elettorale. Le minoranze in Italia hanno sempre vissuto così, portando in dote qualche punto e ottenendo in cambio ministeri e leggi.
Le minoranze vere, poi, una battaglia ce l'hanno. I radicali stavano al due per cento e hanno cambiato il diritto di famiglia italiano. Non passavano le giornate a spiegare che i loro alleati erano impresentabili, spiegavano cosa volevano. Provate a chiedere a questi cosa propongono sulla sanità o sui salari: vi risponderanno che il problema è Conte.
Se la destra vincerà ancora, l'alibi è già scritto. Il campo largo era sbagliato, Schlein troppo a sinistra, gli elettori moderati spaventati. Una ragione per non stare con quelli che hanno perso si trova sempre. Difficile spiegare perché li si è aiutati a perdere.
Non serve essere fascisti per rendere più facile il lavoro ai fascisti. Non serve rinunciare a niente, né alle convinzioni liberali né a quelle europeiste. Basta convincersi che davanti a una destra che si radicalizza la cosa più urgente sia dimostrare ogni giorno quanto si è diversi dalla sinistra.
L'Europa questa presunzione la conosce bene. Quelli che guardano lo scontro dalla tribuna, distribuiscono torti e ragioni con superiore equilibrio, sicuri che prima o poi qualcuno avrà bisogno di loro. A volte succede. Altre volte, quando arriva il momento di contarsi, resta soltanto lo zero virgola.
E niente, alla fine il calcio sceglie la politica al calcio e #Maldini#Leonardo#Pirlo ne escono etichettati come infiltrati russi dalla propaganda italo-ucraina, ormai normalizzata da 4 anni dalla casta. Ora chi risarcirà il danno arrecato alla loro reputazione? #Malagò
La pagliacciata dei fuochi d’artificio nella finale di #CoppaItalia ha annebbiato e impuzzolito il match al foro tra #Darderi e #Jodar ennesima figuraccia del calcio italiano governato da una manica di incapaci ed improvvisati #Simonelli#IBI26
Ci mancava solo la lobby dei benzinai: carburante comprato a prezzi più bassi e subito rincarato. Non è dinamica di mercato, è speculazione. Direi meglio, benzina sul fuoco, in tutti i sensi.
#Iran#Trump#inflazione#governoMeloni#Israele
Quanto puzza di bruciato questa operazione #Zalewski#Atalanta puzza che diventerebbe un incendio se nei prossimi giorni… #Lookman#Inter ⏳ 🔥 prepariamoci ad un nuovo episodio della #MarottaLeague 👹🥷🏻👨🏻🌾💣💥