Buonasera Maja, non credo sia la reazione ad una eventuale mobilitazione russa.
Ma la provenienza da universi diametralmente opposti: Fedorov viene dall'iperuranio, bisogna costruire più droni aerei e terrestri, puntare sugli automi, per mandare sempre meno gente al fronte. Sirsky viene dalla terra, la guerra si combatte nel fango, colpendo le aggregazioni del nemico, andando a stanarlo, compromettendo la sua logistica, e preservando le proprie linee di rifornimento.
Non so come la vedi tu, ma personalmente ho trovato gli interventi di oggi pronunciati da Fedorov decisamente fuori luogo, nel contesto attuale. Si dimostrano confermati certi rumors, che lo dipingevano sì come una sorta di visionario, ma anche come un presuntuoso individualista, una prima donna con un ego smisurato.
Tu ieri hai criticato Zelensky. A me sembra che Zelensky sia intervenuto correttamente, per evitare guai ben peggiori. La tempistica è quella giusta, perché, in generale, le cose stanno viaggiando "abbastanza" bene. Ha buttato dalla torre quello che si credeva Cristiano Ronaldo, ma gli ha offerto di rimanere con un posto di rilievo nello staff - mossa da animale politico di razza: cari cittadini, se Fedorov rifiuta sdegnato, vedete, che la colpa è solo sua, che si fa i fatti propri, e non vuole il bene dell'Ucraina ?
La cosa più grottesca sono le dichiarazioni di Sirsky in cui augura ogni bene al popolarissimo ex nemico. Come i comunicati delle società di calcio quando vendono un giocatore. Gli sono state evidentemente estorte, ed inquadrandole secondo lenti post sovietiche, per il generalissimo rappresentano anche una discreta umiliazione.
Tra l'altro, altra mossa intelligente, Z. ha apparecchiato un rimpasto di governo, non un provvedimento contra-Fedorov; del resto, si pensa già al prossimo inverno, ed il focus diventa ormai chiaramente la difesa energetica, per cui è anche ragionevole nominare primo ministro l'ex CEO di Naftogaz.
Il nuovo ministro della difesa proviene invece dai servizi, e parla la stessa lingua delle forze speciali e della guardia nazionale, che sono quelli che combattono nel fango, e che difatti gli hanno già recapitato il proprio endorsment.
Vediamo quindi se le proteste continueranno...
@Majakovsk73 Per dire, alle prossime elezioni politiche italiane del 2027, se vogliono, possono votare anche Messi, De Paul, Tagliafico, Simeone, Nico Gonzalez, Mac Alister, Molina, Palacios, Musso....
Buonasera Maja, davvero, mai capito perché gli italiani non tifino in massa per l'Argentina. Stiamo parlando letteralmente dei nostri cugini. Non come modo di dire. Per davvero. Tra l'altro, gran parte di questa squadra possiede la cittadinanza italiana... È veramente un mistero...
Buongiorno Maja, ho letto i due nuovi articoli, come al solito sempre molto, molto interessanti - al netto di qualche veniale errorino o refuso di sintassi. Te la butto li' : mai pensato di farlo diventare una specie di servizio settimanale premium, a pagamento ? E mai pensato di far evolvere il tuo spazio in un vero e proprio think tank geopolitico, aprendo ad economisti, ingegneri e sociologi ?
Saluti e buon weekend
Ges
@Majakovsk73 Buongiorno Maja. Per quanto riguarda le infiltrazioni verso Shevchenko, stiamo parlando della Nuova Linea del Donbas ? A te cosa risulta, i russi sono arrivati a questa linea ?
Saluti e a presto
@Majakovsk73 Buongiorno Maja, davvero impressionante...
Fermo restando che a livello strategico la guerra è strapersa almeno dal 2024, cosa intendi, nello specifico, con "rischia pure di perderla".
Se nel 2021 avessi letto in un romanzo un simile plot, lo avrei subito dimenticato in libreria
@Majakovsk73@MauroVargiolu Grandissimo Maja. E chapeau per la tua sorprendente umiltà. Tutte le persone che si dimostrano giganti nella propria area di competenza, sfoggiano generalmente uno spiccato senso di modestia. Tu non sei l'eccezione. Sei la regola
Buonasera Maja, la Domanda, quella con l'iniziale maiuscola: personalmente sono sempre rimasto scettico a riguardo, ma incomincia davvero a sorgermi qualche dubbio. Ma vuoi vedere che, senza la fanfara propagandistica del 2023, la campagna ucraina d'interdizione delle linee logistiche e di rifornimento punta al collasso e ripiegamento russo dalle zone del kherson occupato da qui a 12 mesi ? Tu come la vedi ? Fantaguerra ? Ti ringrazio in anticipo per la risposta.
Buona serata
Ges
Buongiorno Maja,
Verissimo. Considera però che l'Iran è ormai un paese economicamente distrutto, con migliaia di aziende collassate e milioni di disoccupati. Con una moneta che non conta più niente, ed uno stato in bancarotta che fa fatica a pagare gli stipendi a quelle categorie di lavoratori pubblici non coinvolti nella catena della sicurezza. Il ragionamento su chi vince o perde a livello strategico secondo me deve essere sospeso almeno di 6-8 mesi, perché potrebbe rivelarsi molto differente da quello che sembra ora.
Saluti
Ges
Il Medio Oriente ha sempre avuto un rapporto creativo con la verità, ma questa volta ha superato sé stesso. Reuters e il Wall Street Journal hanno pubblicato, nelle ultime ore, quello che tutti i governi coinvolti avrebbero preferito non si sapesse. Almeno non ancora; almeno non così chiaramente; almeno non con nomi e cognomi.
L’Arabia Saudita ha colpito l’Iran. Sul suo territorio. Con i propri aerei da combattimento. Per la prima volta nella storia del regno saudita, dalla sua fondazione nel 1932 a oggi.
Secondo fonti occidentali e iraniane - il che ha il suo peso specifico, considerato che di solito queste categorie non concordano particolarmente — Riad ha utilizzato canali diplomatici per comunicare a Teheran l’arrivo di attacchi. Ha poi colpito. Poi ha continuato a comunicare diplomaticamente per gestire la de-escalation.
Questo è, oggettivamente, il bombardamento più cortese della storia militare moderna. “Tenga, si faccia da parte, adesso le bombardiamo un po’ di cose, poi ci risentiamo per la parte diplomatica.” È il tipo di operazione che gli storici militari del futuro faranno fatica a classificare. Non è una dichiarazione di guerra. Non è un atto di pace. È una specie di fattura commerciale consegnata con largo preavviso al destinatario.
Se la notizia non vi ha fatto sobbalzare sulla sedia, permettetemi di riprovarci con un po’ di contesto. Arabia Saudita e Iran sono nemici da quasi mezzo secolo. Hanno combattuto per procura in Yemen, in Siria, in Iraq, in Libano. Hanno finanziato milizie, armato fazioni, sobillato insurrezioni, destabilizzato governi, avvelenato pozzi diplomatici in mezza Asia. Hanno fatto praticamente tutto quello che due paesi in conflitto possono fare l’uno all’altro senza sfiorarsi direttamente.
L’intera architettura del loro conflitto — durata quasi cinquant’anni — era costruita su un principio fondamentale, rispettato con la scrupolosità di una regola non scritta ma universalmente compresa: mai toccarsi direttamente. Mai.
Quel principio si è rotto a marzo 2026.
C’è un momento preciso in cui capisci che la paranoia di un capo di stato ha raggiunto vette che le normali categorie diagnostiche non coprono più. Non è quando costruisce un bunker — quello lo fanno tutti, è quasi igienico. Non è quando assaggia il cibo tre volte prima di ingerirlo — ragionevole, in un paese dove i nemici del regime tendono a scivolare dalle finestre con una frequenza che sfida le leggi della fisica. No.
Il momento esatto è quando ordina ai funzionari che vengono a trovarlo di togliersi l’orologio.
Vladimir Putin — presidente della Federazione Russa, ex colonnello del KGB, l’uomo che ha attraversato indenne vent’anni di geopolitica globale, una guerra, un ammutinamento armato, e Silvio Berlusconi — ha paura degli orologi. Quei dischetti di metallo con le lancette che servono per conoscere l’ora. E che in alternativa potrebbero ucciderlo.
Benvenuti nel Cremlino del 2026 (si prega di lasciare il Rolex al guardaroba…).
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C’è un vecchio principio della fisica secondo il quale la materia non si crea e non si distrugge, si trasforma. I commercialisti lo applicano ai soldi. I trafficanti d’armi lo applicano ai componenti dual-use. E la Cina, in questo momento, lo sta applicando con una precisione scientifica che farebbe invidia ad un laboratorio universitario.
La storia comincia, come spesso accade, con una mail finita nel posto sbagliato.
La Xiamen Victory Technology — azienda cinese con sede nella provincia del Fujian, sito web professionale, aspirazioni aeronautiche dichiarate — ha inviato un’email di marketing ai propri potenziali clienti. Tono entusiastico, offerta allettante: motori per droni, modello Limbach L550, di progettazione tedesca, “innovative solutions for aviation engines.” Nell’email, per rafforzare il messaggio, era allegata un’immagine del prodotto in uso. Il prodotto in uso era uno Shahed-136 iraniano.
Il problema — e qui la storia assume le caratteristiche di una commedia degli equivoci con conseguenze geopolitiche — è che l’email è finita nella casella di Iran Watch, il progetto del Wisconsin Project on Nuclear Arms Control che monitora le attività di proliferazione iraniana. Non proprio il cliente ideale per vendere motori destinati a droni kamikaze.
Iran Watch ha girato la cosa ai giornalisti del Wall Street Journal. I giornalisti del WSJ hanno chiamato la Xiamen Victory Technology. Un rappresentante dell’azienda, che si è presentato come “Kristoff Chen”, ha fornito una spiegazione che merita di essere citata nella sua interezza, perché difficilmente si troverà di meglio: le email promozionali, ha detto, erano state generate da un’intelligenza artificiale, e l’azienda non aveva mai esportato nulla né in Iran né in Russia.
E’ colpa dell’IA. Un classico.
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C’è una categoria di analisi geopolitica che si riconosce a distanza, come si riconosce il profumo del sugo al ragù di chi abita al piano di sopra: avvolgente, rassicurante, e prodotto da qualcuno che non siete voi. È l’analisi che parla di “vittoria strategica” di un paese che sta bruciando dall’interno, costruita sulle dichiarazioni ufficiali di quel paese, sul blocco ideologico di chi legge, e su una certa allergia documentata al fare i conti.
Nelle ultime settimane, su giornali e podcast e thread di quell’applicazione che si chiama ancora X anche se nessuno sa più bene perché, abbiamo letto e ascoltato una versione dei fatti più o meno identica: i bombardamenti americani e israeliani sono stati sì devastanti sul piano militare, ma Teheran “ha saputo resistere”, “ha dimostrato una capacità di tenuta sorprendente”, “esce rafforzata sul piano della narrativa”, e — eccola, la perla di stagione — “ha vinto la battaglia dell’opinione pubblica globale.”
L’opinione pubblica globale, si noti con una certa precisione, è quella che abita fuori dall’Iran.
Quella che ci abita dentro — e che tra le macerie geopolitiche deve comprare un tablet sostitutivo perché il vecchio è scivolato dal bordo del letto — non è stata consultata. Per motivi pratici, anzitutto: raggiungere quella gente è complicato, i canali ufficiali iraniani filtrano tutto, e le redazioni europee hanno spesso altre urgenze. Ma anche per motivi ideologici — e qui usiamo la parola grossa, quella che di solito si tira fuori solo quando si ha ragione ma si vuole sembrare equilibrati: l’antiamericanismo montante, l’antitrumpismo riflessivo, la tentazione di chiunque si senta in disaccordo con Washington di fare il tifo per chiunque stia dall’altra parte, logica e numeri permettendo.
I numeri, però, esistono. Sono antipatici, precisi, e non si lasciano convincere neanche dagli editoriali più appassionati.
Nasir — che di mestiere fa l’impiegato agli acquisti, e di tablet rotti si intende più di quanto vorrebbe — è lì a dimostrarlo.
Al mercato delle armi, come in quello dei matrimoni, la reputazione è tutto. Puoi avere il prodotto più sofisticato del pianeta — radar che vedono oltre l’orizzonte, missili che intercettano missili, sistemi capaci di abbattere aerei che ancora non sono stati inventati. Ma se davanti a tutti, in diretta e con i droni a fare le riprese, il tuo prodotto di punta si rivela meno affidabile di un ombrello comprato all’autogrill il venerdì di Pasqua, probabilmente anche il venditore più scafato comincia ad innervosirsi.
E’ la situazione in cui si è trovata la Federazione Russa. Non una, ma due volte, in meno di un anno….
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Il pistolero entra nel saloon, beve un whiskey, lancia occhiate torve, ed a un certo punto decide di sfidare a duello lo sconosciuto seduto nell’angolo. Lo sconosciuto fino a quel momento stava leggendo la Bibbia. Il pistolero non lo sa — o forse lo sa e gli sembra un’ottima idea — ma lo sconosciuto è il miglior tiratore della contea. Non perde mai…
Quello con il gatto biondo in testa ha deciso di sfidare il Papa.
Non Francesco, che era argentino e si poteva liquidare come “stravaganza latinoamericana.” Leone XIV — al secolo Robert Francis Prevost, Chicago, Illinois, prima della sua elezione vescovo in Perù — è il primo papa americano della storia. Ha la stessa inflessione culturale di cinquanta milioni di cattolici che il 5 novembre hanno votato in numero molto significativo per il partito che adesso lo attacca. È il tipo di avversario che un ufficio comunicazione sano di mente avrebbe sconsigliato di scegliere. Ma siccome l’ufficio comunicazione in questione lavora per quello con il gatto biondo in testa, eccoci qui.
Il resoconto delle ultime tre settimane pare un racconto di fantascienza:
— Il POTUS ha accusato il Papa di desiderare che l’Iran si doti di armi nucleari. Posizione che la Chiesa non ha mai sostenuto, e condanna dal Concilio Vaticano II — ovvero da prima che Trump costruisse il suo primo hotel.
— Ha dichiarato di preferire “di gran lunga” il fratello del Papa, tal Louis Prevost, perché “è totalmente MAGA.” Il che apre scenari teologici del tutto inediti: il prossimo conclave valutato sulla base degli account Truth Social dei candidati.
��� Ha definito Leone XIV “pessimo in politica estera.” Giudizio particolarmente coraggioso da parte di un presidente che ha litigato con Canada, Danimarca, Panama, e adesso con il Vicario di Cristo. A questo ritmo, entro fine anno si prevede un conflitto diplomatico con il Polo Nord.
— Ha aggiunto, ieri, che il Papa “sta mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone.”
Nel frattempo, ha mandato Marco Rubio in Vaticano a ricucire i rapporti.
Coerenza cristallina.
In inglese esiste una locuzione meravigliosa per descrivere chi, di fronte a una critica legittima, risponde peggiorando la propria situazione: cutting off your nose to spite your face. Tagliati il naso per fare un dispetto alla faccia.
È difficile trovare descrizione più precisa di quello che è successo tra Washington e Berlino nell’ultima settimana. Friedrich Merz si è permesso di affermare che la guerra contro l’Iran è stata condotta “senza alcuna strategia” — e lo ha detto davanti agli studenti, non in Senato, non in un comunicato formale, ma così, di fronte a dei ragazzi annoiati. Quello con il gatto biondo in testa ha letto il virgolettato su Truth Social. Ed ha risposto con tutta la proporzionalità diplomatica che lo contraddistingue: ritiro di cinquemila militari dalla Germania, minacce di tagli ulteriori, sguardo fisso verso Madrid e Roma con aria da chi vuole allargare la punizione al tavolo intero. “We’re going to cut way down. And we’re cutting a lot further than 5,000,” ha dichiarato ai giornalisti in Florida, col tono di chi ha appena deciso di mandare indietro la bistecca.
Risultato: Merz, che andava malissimo nei sondaggi, ha ora un nemico esterno. Berlinesi e bavaresi che litigavano su tutto il giorno prima adesso annuiscono compatti. Chapeau, Donà.