Niente di nuovo sul fronte occidentale.
Un recente studio di NGO Monitor, 129 pagine di verità nuda e cruda, racconta che le proteste antisraeliane esplose nel Regno Unito e in mezza Europa non sono nate nei cortili delle università né tra i collettivi di quartiere, ma nei conti correnti. Milioni di dollari stanziati da ong, milizie mediorientali e agenti stranieri riconducibili al governo iraniano.
Secondo il rapporto, buona parte di quelle piazze aveva poco a che fare con la Palestina e molto con la promozione di ideali antiliberali, il boicottaggio dell'Europa e la mobilitazione delle frange più radicali dell'Islam.
Un progetto, vero e propio, di distruzione del mondo libero. Un dettaglio, ovviamente, riportato da pochissimi. Non sia mai che si smonti il giocattolino dei buonisti con la kefiah.
Tuttavia, non c'è nulla di nuovo. I servizi segreti sovietici finanziarono generosamente le proteste pacifiste dei figli dei fiori negli Stati Uniti, per alimentare gli ideali antiamericani, antimilitaristi, contrari alla guerra in Vietnam. Tutto, ovviamente, per lasciare il sud-est asiatico all’URSS.
Ricordatelo nella storia umana nessuno ha mai conquistato il potere giocando a fare il cattivo. Si mobilitano le masse dei “buoni”, per poi distruggere tutto il resto.
Hamas impedisce la distribuzione degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Lo ha sempre fatto, come voci indipendenti hanno spesso raccontato nei mesi scorsi, come si è sempre impadronito degli immensi fondi stanziati a vantaggio della popolazione civile e trasformati in armamento e città sotterranee.
Ma oggi lo dice e denuncia persino l’Onu, non la fanatica e velenosa voce di tu-sai-chi amata dalla sinistra italiana, ma quella del vice Coordinatore residente per i Territori palestinesi occupati, Ramiz Alakbarov
Dichiarazione del vice Coordinatore Speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, nonché Coordinatore residente e umanitario per i Territori palestinesi occupati, il dott. Ramiz Alakbarov, sulla situazione a Gaza
Gerusalemme, 12 luglio 2026:
“Condanno fermamente il recente ostacolo posto alle operazioni umanitarie a Gaza da parte delle autorità de facto, che ha messo in pericolo il personale umanitario, intimidito gli operatori impegnati nella distribuzione di aiuti alimentari salvavita e interrotto le operazioni umanitarie di primo soccorso.
Ieri, gli operatori umanitari sono stati costretti a interrompere le distribuzioni alimentari dopo che personale armato affiliato alle autorità de facto ha fatto irruzione con la forza nel punto di distribuzione alimentare di Abu Rashid a Jabalia, nel nord di Gaza. Le forze hanno inoltre fatto irruzione in un magazzino del PAM e, secondo quanto riferito, hanno aggredito due autisti di camion che stavano consegnando forniture umanitarie.
Questi incidenti non sono isolati. Sono del tutto inaccettabili e riflettono un modello sempre più pericoloso di intimidazione, violenza e ostruzionismo, compresi tentativi di contrabbando, che prendono di mira e compromettono le operazioni umanitarie. Mettono a rischio gli operatori umanitari, interrompono la fornitura di aiuti salvavita e limitano ulteriormente la capacità delle organizzazioni umanitarie di operare in un momento in cui i civili in tutta Gaza continuano ad affrontare condizioni umanitarie immense e urgenti.
Le minacce dirette al personale, le interferenze con i rifornimenti umanitari e la riduzione dello spazio operativo umanitario continuano a compromettere la continuità operativa. Allo stesso tempo, l’espansione delle aree sotto il controllo israeliano sta riducendo ulteriormente lo spazio a disposizione dei civili, rendendo imperativo che gli aiuti umanitari possano circolare in sicurezza e raggiungere le persone bisognose senza interferenze.
Ai sensi del diritto internazionale umanitario, tutte le parti devono rispettare e proteggere il personale umanitario, le strutture e i rifornimenti di soccorso, e astenersi da azioni che ostacolino le operazioni umanitarie.
Chiedo la cessazione immediata di ogni interferenza con le operazioni umanitarie e il rispetto della loro indipendenza, imparzialità e neutralità. I civili, compreso il personale umanitario, devono essere sempre protetti, e deve essere agevolato il passaggio rapido, sicuro e senza ostacoli degli aiuti umanitari imparziali.
La popolazione di Gaza ha già sopportato immense sofferenze. Non può essere sottoposta a ulteriori ritardi o interruzioni nella fornitura di assistenza salvavita. Ribadisco che le organizzazioni umanitarie devono poter svolgere il proprio lavoro in modo sicuro, indipendente, imparziale e senza timore di intimidazioni o violenze."
🇺🇳 Un alto funzionario ONU per il Medio Oriente ha denunciato duramente Hamas: le sue milizie armate bloccano gli aiuti, intimidiscono il personale umanitario, rubano viveri e fermano le distribuzioni di cibo.
Non è un episodio isolato, ma un pattern consolidato di abusi che peggiora la sofferenza dei civili a Gaza.
Per anni chi ha provato a dirlo è stato zittito. Ora persino l’ONU lo ammette apertamente.
Palestine is a colonial name for the land of Israel.
Full stop.
Not metaphor.
Not emotion.
History.
In 135 CE, after Rome crushed the Bar Kokhba Revolt, Emperor Hadrian renamed Judaea “Syria Palaestina.”
Why?
Because Rome wanted to humiliate the Jews and sever the Jewish connection to the land.
Classic empire behavior.
Conquer the people.
Rename the place.
Pretend history started when you showed up with roads, aqueducts, and a god complex.
And here is the part people love to skip.
The Ottomans ruled the land for four centuries, and even they never established a Province, Vilayet, or State of Palestine.
There was no Ottoman “State of Palestine.”
No Ottoman “Province of Palestine.”
No Ottoman “Governor of Palestine.”
The region was split into administrative districts like Jerusalem, Nablus, Acre, Beirut, and Damascus.
Then came the British.
And of course the British used the old colonial name “Palestine.”
Why wouldn’t they?
They were a colonizing empire. Using colonial names was practically their national hobby, right after tea, maps, and drawing borders that caused problems for the next hundred years.
And let’s talk language for a second.
Classical Arabic has no native “P” sound.
That is why “Palestine” becomes “Filastin” in Arabic.
So the allegedly indigenous name has to be translated through a language that did not originate in the land and cannot even pronounce the original Roman colonial word without changing the first letter.
Meanwhile, Hebrew is native to the land of Israel.
The language of our prophets.
The language of our kings.
The language of our prayers.
The language carved into stones they keep pretending are controversial.
Even “Jerusalem” is the westernized name.
In Hebrew, it is Yerushalayim.
Not a slogan.
Not a rebrand.
Not a political invention.
Yerushalayim.
The name Jews prayed toward in exile.
The name we whispered at weddings.
The name we cried over at Passover seders.
The name we never stopped saying, even when empires told us to forget.
So here is the question nobody seems eager to answer:
If “Palestinians” are the indigenous people, why did they embrace Rome’s colonial branding?
Why not Judea?
Why not Israel?
Why not Zion?
Why not Yerushalayim?
Because “Palestine” was not an indigenous national identity.
It was a foreign imperial label, recycled through Rome, ignored as a sovereign name by the Ottomans, revived through empire, formalized by Britain, and weaponized by modern politics.
And somehow the Jews, whose language, prayers, holidays, archeology, kingdom, temples, prophets, and national memory are rooted in that land, are called the colonizers.
That is Olympic-level chutzpah.
Antizionism loves colonial language until you ask who actually did the colonizing.
Then suddenly everyone gets very quiet.
The Jews did not name Jerusalem.
We remembered Yerushalayim.
We did not invent Zion.
We prayed toward it.
We did not colonize our ancestral homeland.
We came home.
We decolonized Palestine.
History has receipts.
Rome left ruins.
The Ottomans left records.
The British left borders.
The Jews are still here.
Le tue chat sono affari tuoi.
Il “Chat Control” è il piano UE per far scansionare in automatico ogni tuo messaggio — foto, testi, anche cifrati — a caccia di contenuti illegali. Tradotto: la tua posta aperta prima ancora del sospetto.
Durante l’ultima plenaria prima dell’estate, il Parlamento Europeo riunito a Strasburgo ha deciso:
✅ Scanning obbligatorio → bocciato
✅ Crittografia end-to-end → salva (grazie Renew Europe)
⚠️ Ma la vecchia deroga alla direttiva ePrivacy torna fino al 2028, infilata con un cavillo all’ultimo minuto.
Non è un obbligo, certo.
Ma Meta, Microsoft e Google hanno già aderito volontariamente — e le tecnologie usate (hash, classificatori, analisi del testo) sbagliano: su miliardi di messaggi, anche un margine minimo significa milioni di innocenti segnalati.
Tutti vogliamo proteggere le persone più esposte a rischi, ma la soluzione non è quella di esporre a rischi incalcolabili letteralmente tutti gli utenti delle app di messaggistica.
La privacy è libertà.
È il default, non una possibilità concessa dalla politica. Di qualsiasi schieramento.
SE NON VOLETE CHE VANNACCI ARRIVI AL 30%.
Ieri a Milano una persona (dove è nato o di che colore è la sua pelle è totalmente irrilevante per un liberale) ha sfregiato una ragazza in una fermata della metro.
Dodici ore prima era stato arrestato perché scassinava delle auto in sosta, ed era stato arrestato. Ma rimesso immediatamente in libertà limitandosi a dirgli “però mi raccomando devi andare via da Milano, eh”.
C’è ancora chi pensa che evitare disfunzioni così evidenti del sistema sia “di destra”, “di sinistra”, “di centro”, “di sopra”, “di sotto”, “di lato”.
Per me, e per noi del @Partito_Libdem , è semplicemente necessario per far funzionare una società moderna.
Se però ci ostiniamo a non capirlo, e a lasciare questi problemi alla mercé della televendita politica, preparatevi a vedere Vannacci al 30%.
Marocchini all'Aia (Paesi Bassi) dopo la sconfitta contro la Francia si radunano fuori da un hotel dove pensavano ci fossero turisti israeliani e cantano:
«Hamas, Hamas, ebrei al gas»
Vittimismo, deresponsabilizzazione e odio: anche una netta sconfitta sportiva diventa colpa degli ebrei.
Invece di accettare i loro fallimenti e cercare di migliorare, cercano sempre un capro espiatorio.
Tipico.
Le prossime elezioni saranno un grande assalto ai nostri soldi.
Ogni partito non fa altro che proporre nuovi capitoli di spesa (dei ns. soldi) e nessun risparmio di spesa(i loro soldi).
Credo sia il caso di iniziare a difenderci.
Io farò quel che posso per esaminare i programmi e individuare come vogliono depredarci. Non sarà complicato credo. Hanno perso ogni ritegno e non tentano neanche di nascondere la bramosia.
Ricordate che possiamo far parecchi danni ai ladroni. Basta usare la capoccia.
Grande spazio nei commenti oggi al flop della manifestazione di Napoli, di cui onestamente mi interessa poco.
Mi interessa molto di più la mancanza di indignazione rispetto alle parole-gravissime e molto pericolose- che Giuseppe Conte ha scandito dal palco: la minaccia russa sarebbe una costruzione politica per giustificare il riarmo.
Non è una sorpresa il putinismo di Conte, ma è una assoluta novità il fatto che queste affermazioni vengano fatte da un palco ufficiale del Campo Largo senza che questo generi una presa di distanza degli altri leader presenti.
In tutta Europa affermazioni del genere causerebbero la reazione immediata dei leader democratici che ricorderebbero, immediatamente che per l’intelligence di mezzo mondo la Russia rappresenta una minaccia strategica concreta e di lungo periodo.
A Napoli invece, ancora una volta, Schlein ha fatto finta di niente, e come sempre si finge morta.
Riproporre fedelmente la narrazione del Cremlino è dunque una posizione tollerata dal Campo largo?
Dovevano mostrarci l’alternativa e ci hanno mostrato ancora una volta che sono capaci di ingoiare tutto pur di tenere insieme i brandelli di una coalizione che non esiste e che è distante anni luce da posizioni europeiste e riformiste.
Nessun imbarazzo del Pd, ma anche di tutti quelli che ci raccontano di voler fare la “gamba” riformista lì dentro?
Io sono allibita e molto preoccupata: il silenzio di fronte ad affermazioni così gravi è complicità, cari amici.
E allora io vi chiedo di indignarvi, di reagire, di prendere le distanze.
La storia dei democratici italiani non merita questo epilogo.
Di certo non chiamatelo mai più centrosinistra, il campo largo è strutturalmente e definitivamente altro.
Sono finiti nei conti correnti dei leader di Hamas. Lo sanno i politici, lo sanno i giornalisti, lo sanno gli attivisti. Lo sanno tutti. Ecco perchè diciamo che del popolo palestinese non importa a nessuno, sono tutti mossi da altro.
In der israelischen Nationalmannschaft spielen gegenwärtig 4 arabische Israeli, alle 4 Muslime.
In der ägyptischen Nationalmannschaft spielt kein einziger Kopte, obwohl die Kopten rund 15% der Bevölkerung Ägyptens bilden.
Wenn man nach Apartheid suchen will, sollte man sich in der arabischen Welt umsehen.
🇬🇧 In Gran Bretagna un immigrato colpisce e fa cadere un uomo dalla sua bicicletta. Gli addetti alla sicurezza aiutano l'aggressore a fuggire, mentre la vittima viene bloccata.
Per quasi due anni il mondo ha raccolto miliardi di euro e di dollari destinati alla popolazione civile di Gaza.
Oggi una delle figure più autorevoli dell'Autorità Palestinese pronuncia accuse gravissime.
Mahmoud Al-Habbash, consigliere del presidente Mahmoud Abbas per gli Affari religiosi e islamici e Giudice Supremo della Sharia dell'Autorità Palestinese, durante un'intervista a Palestine TV afferma:
"Lo dico chiaramente. I fondi sono stati raccolti attraverso Hamas, i suoi rappresentanti e i suoi dirigenti..."
Alla domanda del giornalista se quei fondi siano mai arrivati alla popolazione di Gaza, la sua risposta è altrettanto netta:
"Sono scomparsi."
Non stiamo parlando di una dichiarazione israeliana.
Non stiamo parlando di un think tank occidentale.
Stiamo parlando di uno dei più stretti collaboratori del presidente dell'Autorità Palestinese.
L'intervista è disponibile sul profilo Facebook ufficiale di Mahmoud Al-Habbash, oltre a essere stata ripresa da diversi osservatori internazionali.
A questo punto una domanda è inevitabile.
Dove sono le Nazioni Unite?
Dove sono le grandi organizzazioni internazionali che per mesi hanno chiesto al mondo di finanziare Gaza?
Dove sono i movimenti, gli attivisti e i personaggi pubblici che hanno fatto della richiesta di nuovi aiuti una battaglia quotidiana?
Se accuse di questa portata vengono mosse da un altissimo rappresentante palestinese, non meritano forse la stessa attenzione e la stessa richiesta di trasparenza? non meritano piazze piene in supporto dei palestinesi che non hanno ricevuto neanche un centesimo dei soldi raccolti per loro?
La foto del profilo WhatsApp di Lamin Saidilly che sabato mattina ha accoltellato per divertimento il pover’uomo che si trovava fuori da un bar a San Siro.
Guardatela.
Guardatela bene. Vi deve rimanere fissata in testa.
La parabola del Buon Samaritano viene spesso usata per sostenere una lettura socialista del cristianesimo, ma in realtà racconta qualcosa di molto diverso: un uomo libero che, davanti a una persona ferita, sceglie personalmente di fermarsi, prendersene cura e pagare di tasca propria.
Il Samaritano non chiede a Roma di tassare altri cittadini, non delega il problema a un’autorità pubblica e non trasforma la compassione in un obbligo imposto per legge. Usa il suo tempo, i suoi beni, il suo denaro e la sua responsabilità.
Questo è il punto decisivo: la parabola parla di carità, non di redistribuzione; di virtù personale, non di coercizione politica.
Il cristianesimo chiede all’uomo di amare concretamente il prossimo. Il socialismo, invece, pretende di sostituire la carità volontaria con l’amministrazione forzata della ricchezza altrui.
Quando Gesù conclude la parabola, non dice: “Va’ e chiedi a Cesare di occuparsene”.
Dice: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”.
Tu, non lo Stato.
Per questo il Buon Samaritano non è una parabola socialista, ma una parabola profondamente volontarista: insegna che il bene ha valore morale quando nasce dalla libertà, dalla responsabilità personale e dal sacrificio concreto di chi sceglie di occuparsi del prossimo.