- Lei si siede accanto a Donald Trump in momenti in cui lui parla di conquistare la Groenlandia, attacca alleati come la Spagna e minaccia guerre commerciali: cose che al vecchio Mark Rutte non sarebbero mai andate giù.
Tutto questo ha qualche effetto sulla sua autostima, quando se ne sta lì seduto in silenzio senza dire una parola?
- Sa, io ho sempre l’abitudine di riconoscere i meriti quando sono dovuti. E credo che dovremmo ringraziare Donald Trump perché la Nato oggi è molto più forte. Certo, questo è dovuto alla minaccia russa e alla guerra in Ucraina, ma dipende in gran parte anche dal fatto che il presidente Trump sta finalmente realizzando ciò che gli Stati Uniti cercano di ottenere fin dai tempi di Eisenhower: pareggiare la spesa per la difesa tra Stati Uniti ed Europa
Che leccalombi inverecondo il Rutto anguilloso. Grandissimo Rasmus Svaneborg dell'agenzia di stampa danese Ritzau Bureau. Se solo avessimo più giornalisti come lui...
@CucchiRiccardo Pago le tasse? Comunista
Ho a cuore il bene comune? Comunista
Difendo la sanità pubblica? Comunista
Voglio una scuola pubblica eccellente? Comunista
Difendo l'ambiente? Comunista
Energia rinnovabile? Comunista
Leggo libri, mi informo? Comunista
Odio i razzisti? Comunista
Sei antifascista? Comunista.
Sei contro la remigrazione? Comunista.
Sei per i diritti del popolo palestinese?
Comunista.
Sei pacifista? Comunista.
Giudichi importante la visita del Papa a Lampedusa? Comunista.
Mi sa che sti comunisti non sono poi così male...
Ecco il video comunicato sindacale che la Rai non ha voluto mandare in onda:
Avevamo chiesto di trasmetterlo per porre l'attenzione sullo smantellamento di RaiTre.
Vi chiediamo di condividere il video per raggiungere più persone possibili perché RaiTre non muoia.
#VivaRai3
Alla Camera è andato in scena un momento che svela perfettamente tutta la goffa retorica della destra-destra.
Per tre volte di fila il deputato vannacciano Emanuele Pozzolo - si, quel Pozzolo - si è rivolto alla Presidente di turno, Anna Ascani, chiamandola provocatoriamente “Signor Presidente”.
A quel punto Ascani glielo ha fatto gentilmente notare:
“Collega, mi scusi, siccome è la terza volta che lo sento: se usa ‘Signor’, dica ‘Signora Presidente’, se no va bene ‘Presidente’”
Risposta di Pozzolo, immediata:
“Grazie, SIGNOR Presidente”.
Proprio così, a sfregio.
A quel punto Ascani ha dato la risposta perfetta, l’unica possibile di fronte a una tale e conclamata mancanza di rispetto e di buon gusto:
“Grazie, collega DEPUTATA Pozzolo, prosegua” ha detto, scatenando la rabbia idrofoba di Pozzolo, che è letteralmente impazzito per quello che evidentemente considera un affronto.
“Lei non può permettersi!” ha urlato il deputato vannacciano in direzione di Ascani.
Allora, com’è che funziona, deputato (o deputata) Pozzolo?
Lei può declinare una Presidente donna al maschile, ma se la stessa osa chiamare lei al femminile all’improvviso diventa un’onta, una vergogna e un’offesa?
La risposta di Ascani è un manuale di come sia facile in fondo ridicolizzare questa destra.
Sono bastate quattro parole e una vocale per metterne a nudo tutta la inconsistenza politica e la penuria di argomenti, costretti ad aggrapparsi a queste polemiche da bar pur di esistere.
E sarà anche poco, ma dice moltissimo della miseria politica e intellettuale di certi personaggi.
Non sono cattivi, sono scarsi.
Allo studente di Latina che ha scoperto 20 errori da parte del ministero nella prova di esame del liceo musicale, intanto bisognerebbe dire: promosso!
Poi al ministero che ha risposto che, vabbè, è una roba raffazzonata ma la prova è comunque valida, bisognerebbe dire: siete dei geni!!
È evidente che il mondo si sta orientando verso un fastidio generale nei confronti della sapienza. Sempre più persone ignoranti occupano posti chiave. Anche l'umiltà difetta ai nuovi vincitori: rispondono con arroganza a chi gli fa notare la loro povertà di giudizio. Il meccanismo dell'Idiocracy è sempre più difficile da combattere, perché sembra che anche il mercato, con le sue intelligenze commerciali, stia sostituendo l'intelligenza dell'analisi e le conquiste dello studio con risultati preconfezionati che saranno sempre più precisi ma sempre più mediocri. Io mi vergognerei di usurpare il posto a chi sa più di me su determinati comparti amministrativi, ma pare che anche la vergogna sia stata estromessa dal corredo del vivere sociale.
È poi, oltre alla sapienza, c'è l'intelligenza. Qua siamo in un altro comparto dell'esistenza, dove a riconoscere chi sia più o meno intelligente, c'è altra gente più o meno intelligente. L'è dura! E non puoi mica dare la colpa all'idiota di essere idiota. Ora però la situazione si sta rovesciando e l'idiota, con orgoglio, può dare la colpa all'intelligente di essere intelligente. Il teorema di Umberto Eco, secondo il quale si sta mettendo sullo stesso piano la parola di un sapiente e quella di un imbecille si sta dimostrando in tutta la sua crudeltà.
Natalino Balasso
قبل أسبوعين، كتبتُ عن منى خليل.
كتبتُ عن امرأة كرّست حياتها لا للسياسة، ولا للحرب، ولا للسلطة، بل لحماية الحياة نفسها.
امرأة أمضت عقوداً تراقب شواطئ جنوب لبنان، وتحمي السلاحف البحرية المهددة بالانقراض، وتدافع عن الطبيعة، وتذكّرنا بأنّ الإنسانية يمكن أن تكون أيضاً شكلًا من أشكال النضال.
عندما استهدفت الغارة الإسرائيلية منزلها، نجت. أمّا اليوم، فقد رحلت.
ثمة شيء مؤلم للغاية في رحيل امرأة كرّست حياتها كلها لحماية الضعفاء. لم تحمل منى سلاحاً يومًا، بل حملت رسالة. لم تبنِ جدراناً، بل بنت الأمل. لم تسلب حياة، بل أمضت حياتها في الحفاظ عليها.
البحر الذي أحبّته سيواصل ملامسة الشاطئ غداً. والسلاحف ستعود إلى أعشاشها. والأمواج ستواصل أنشودتها الأبدية. لكن منى لن تكون هناك لاستقبالها.
بعض الوفيات تترك وراءها صمتاً. أما استشهاد منى فتترك سؤالًا: أيّ عالم هذا الذي يسمح لمن يكرّسون حياتهم لحماية الحياة أن يصبحوا ضحايا للحرب؟
وداعاً منى 💔
#منى_خليل #جنوب_لبنان #لبنان
Remigrazione 3
Mi tocca fare una breve lezione sulla remigrazione, per i tanti nazisti che girano su questo social e non sanno nemmeno cosa difendono. Ignoranti e arroganti: non conoscono le teorie naziste che sposano e non hanno nessuna voglia di conoscerle.
Qualcuno lo fa apposta, certo. Annacqua il discorso per far sembrare la remigrazione una cosa quasi per bene e non l’abisso che è. La maggior parte no. La maggior parte è convinta che remigrazione significhi rispedire al loro paese gli stranieri che delinquono.
Mi spiace informarvi: non è questo. Quello è un normale procedimento del codice penale, si applica già adesso, quattro o cinquemila persone che commettono reati ogni anno vengono rimpatriate. Potrebbero essere di più o di meno, può darsi. Non c’entra niente con la remigrazione.
La remigrazione è una teoria inventata pochi anni fa da un fanatico nazista austriaco. Prevede la deportazione coatta, forzata, di massa di tutti gli stranieri che vivono sul nostro territorio. Tutti. Seconda generazione, terza generazione. Quelli che lavorano, quelli che hanno una casa, quelli che ci vivono accanto da anni, quelli che hanno fatto le scuole in Italia. Cinque milioni di persone, più i loro figli nati qui. Deportati con la forza per il solo fatto di essere stranieri.
Questa è la remigrazione. Questo è ciò che difendete.
Una cosa la sapete fare bene: scegliere chi deportare. La remigrazione che sognate non riguarda l’americano che si è comprato il casale in Toscana, né l’inglese con la villetta sul Garda. Quelli restano, quelli vanno bene. La pelle giusta, il passaporto giusto.
Riguarda l’africano. Riguarda chi prega rivolto alla Mecca. Riguarda chi ha la pelle scura e un nome che non sapete pronunciare. La vostra non è una questione di stranieri, è una questione di razza e di religione, come sempre lo è stata per i nazisti. Lo dite pure voi, basta ascoltarvi: non vi danno fastidio gli stranieri, vi danno fastidio quegli stranieri lì. Chiamatela col suo nome, allora. Non è remigrazione. È pulizia etnica con l’ufficio stampa.
Per questo sì, il paragone con i vagoni blindati delle SS è pienamente valido. Nessun errore. La chiamate remigrazione perché la parola suona carina, o almeno più carina di deportazione.
Non siete stupidi, sarebbe troppo comodo. La stupidità si perdona. Potete anche ignorare il nome di chi ha inventato la vostra teoria, ma sapete benissimo cosa chiedete, e lo dite con la parola morbida apposta per non sentirla. Cinque milioni di persone. Più i loro figli, cresciuti qui, che parlano come voi e meglio di voi. Volete spostarli. Con la forza. Allora ditemi come. Ditemi dove li tenete mentre aspettano il treno, ditemi chi sale sul vagone per primo, il bambino o la madre.
Ditemelo, perché ogni vostra parola sulla remigrazione presuppone un campo, e un campo qualcuno deve costruirlo, sorvegliarlo, riempirlo. Lo sappiamo già chi si offre volontario. Lo abbiamo già visto in faccia. Aveva la vostra stessa identica espressione.
Colpisce la regolarità.
Decine di profili senza volto, e tutti ripetono la stessa identica frase, con le stesse parole, nello stesso ordine.
Non è pensiero. È un copione.
Una posizione che si ripete uguale a se stessa su centinaia di account fake smette di essere opinione e diventa lavoro. Qualcuno la scrive, qualcuno la distribuisce. La spontaneità è la maschera, non la sostanza.
Il meccanismo ha un nome. Si chiama inversione. Tu accusi il nazismo, loro rovesciano l’accusa e te la rimettono in mano: il vero nazista sei tu, perché non ci lasci parlare. Chi vuole normalizzare il male si traveste da vittima della censura.
Gli psicologi la chiamano proiezione.
Addossi all’altro la colpa che è tua. Chi tappa la bocca accusa di voler tappare la bocca.
L’obiettivo vero non è convincerti. È trascinare tutto sul piano dell’opinione.
Se il nazismo diventa una tesi tra le tante, opporsi al nazismo diventa intolleranza, e il torto passa dalla tua parte.
Popper lo aveva capito un secolo fa. Una società che tollera anche chi vuole distruggere ogni tolleranza finisce divorata. Tollerare l’intollerante non è virtù. È resa.
Resta lo strato più sottile. Quelle risposte non vogliono vincere. Vogliono sfiancarti. Ti costringono a giustificarti davanti a chi non ti ascolta. A bruciare ore in una discussione che per loro è soltanto rumore. Non cercano il confronto. Cercano di spegnerti.
Per questo il copione torna sempre uguale. Funziona finché rispondi.
La (bellissima) lettera di Edin Dzeko dedicata ai bambini della Bosnia e pubblicata su @PlayersTribune:
<Cari bambini della Bosnia ed Erzegovina,
ho un solo messaggio per voi.
Nulla è impossibile.
Nulla.
Siamo fortunati ad essere bosniaci. Non lo dico solo come un uomo che ha potuto realizzare il suo sogno, ma come un ragazzo che è sopravvissuto alla guerra e che avrebbe potuto facilmente avere un destino diverso.
Non mi piace parlare dell'assedio di Sarajevo, ma è importante che capiate com'è stato veramente. Avevo sei anni quando è iniziato. Ricordo quando suonarono le prime sirene, mia madre mi prese in braccio e ci nascondemmo dietro la scarpiera. Quello fu il primo giorno. Andò avanti per quattro anni. Non capivamo appieno cosa stesse succedendo, ma ogni singolo giorno eravamo terrorizzati. Quando la nostra casa divenne troppo pericolosa per restare, ci trasferimmo nell'appartamento dei miei nonni. Credo che fosse di circa 40 metri quadrati. Eravamo in 15 – cugini, zii, zie – tutti a dormire sul pavimento.
Giocavamo a Monopoli. Lo conoscete? Era pericoloso uscire, perché i cecchini circondavano la città, così io e i miei cugini ci sedevamo sul pavimento del balcone e giocavamo per ore. Sentivamo le sirene e le bombe. A volte la terra tremava e i pezzi del Monopoli finivano sparsi per tutto il pavimento.
Ma ogni volta che giocavamo, c'erano quei piccoli momenti in cui ci perdevamo nel gioco. Per un paio di minuti, dimenticavamo la guerra.
Dimenticavamo che il mondo stava crollando intorno a noi.
Per un attimo, ci era concesso di essere semplicemente bambini.
Desideravamo tanto giocare a calcio fuori. Ogni giorno vedevamo persone innocenti portate via in ambulanza. Ma come si fa a rinchiudere un bambino in casa per quattro anni? Non si può, e i nostri genitori lo sapevano. Ogni tanto, quando sembrava esserci un po' di tranquillità, mia madre apriva la porta d'ingresso e io uscivo a giocare con gli altri bambini del quartiere.
Non dimenticherò mai l'espressione che aveva quando apriva quella porta. Un sorriso appena accennato, perché era così felice di vedermi giocare. Poi la guardavo negli occhi e capivo quanto fosse preoccupata che non sarei più tornato.
Tutti noi dovevamo uscire di tanto in tanto. L'acqua finiva sempre, quindi dovevamo prendere questi secchi e metterci in fila in una delle strade per riempirli. Gli ascensori erano fuori servizio. Non c'era corrente. Quindi camminavamo. Terzo piano... quarto piano... ancora sei piani da salire. Dovevo essere il bambino più in forma di Sarajevo. Anche il cibo era una lotta. I nostri genitori rischiavano la vita per procurarcelo. Ma a volte queste scatole piene di cibo cadevano dal cielo, come per magia. Le chiamavamo le nostre scatole del pranzo. Non sapevamo da dove venissero e non ci importava. Erano razioni militari. Per noi avevano un sapore incredibile. Quando mangi sempre le stesse cose, il burro d'arachidi sembra un dono del cielo.
Alla fine, siamo sopravvissuti. Ripensandoci, mi stupisco di quanto fossimo forti. Eravamo solo dei bambini. Ma la guerra non aveva senso. Tutte quelle persone innocenti uccise, e per cosa?
Per soldi. Potere. Ego.
Per niente.
Quando oggi sento parlare di guerra al telegiornale, mi sento male.
Non voglio vederla da nessuna parte.
Per qualche ragione, gli adulti non imparano mai.
Avevo quasi 10 anni quando finì l'assedio. Non avevo intenzione di diventare un calciatore.
Sembrava così impossibile che non ci ho nemmeno pensato. Vedete, era tutto distrutto. I campi da calcio che vedete oggi sono stati completamente distrutti dalle fiamme. Ho continuato a giocare solo perché mi piaceva. Mio padre mi portava in una palestra scolastica, dove mi allenavo per i primi mesi. Alla fine, ripulirono il campo e iniziarono a tracciare le linee bianche su quei terreni bruciati.
Il lavoro di mio padre all'epoca era consegnare torte e pane, ma quando entrai nella mia prima squadra, si prendeva delle pause per accompagnarmi agli allenamenti. Durante il tragitto, mi diceva di essere gentile e di trattare tutti allo stesso modo, a prescindere dalla loro provenienza o dal loro lavoro. Non l'ho mai dimenticato. Era stato un giocatore nelle serie inferiori ed era il mio eroe. Ogni volta che scendevo dalla macchina, mi dava una banana e mi diceva: "Buona fortuna, figliolo".
Nei fine settimana, guardavamo insieme le partite di calcio in televisione (una rara pausa dalle telenovelas messicane che guardavo tutti i giorni con mia madre). A quei tempi, la Serie A era il campionato migliore. Avete mai sentito parlare di Shevchenko, l'attaccante del Milan? Adoravo "Sheva". Amavo l'Italia. Per me, era come un paese delle fiabe dall'altra parte del mondo. Giocare a calcio lì, era qualcosa che non riuscivo nemmeno a immaginare. Sembrava troppo irreale. Tutto ciò che speravo era di giocare nella prima squadra del mio club, lo Zeljeznicar. Uno dei miei allenatori aveva iniziato a chiamarmi Sheva, perché ero bionda e segnavo molti gol. Pensavo: "Beh, mi va bene".
Poi un giorno, quando avevo 19 anni, si presentò un altro allenatore che mi disse di volermi portare nella Repubblica Ceca. Non volevo lasciare la Bosnia, ma lui mi disse che lì avrei avuto maggiori possibilità di realizzare il mio sogno. A dire il vero, non sapevo nemmeno quale fosse il mio sogno. Volevo solo migliorare. Avevo una grande fiducia in me stesso. La parte più forte del mio corpo era la mia mente. Quando arrivai a Teplice, mi dissi: "Edin, devi lavorare più duramente di questi ragazzi, altrimenti ti manderanno via".
Mi comprarono per 25.000 euro.
Circa due anni dopo, firmai per il Wolfsburg. Quando giocammo contro il Milan, scambiai la maglia con Sheva.
Poi il Manchester City mi acquistò per 37 milioni.
Poi passai alla Roma.
Sono cresciuto con la guerra. All'improvviso, mi ritrovai a vivere una favola.
Niente è mai impossibile.
Nemmeno portare la Bosnia ai Mondiali.
Vi ricordate il 2014? Probabilmente molti di voi non erano ancora nati. Ma quando ci siamo qualificati per i nostri primi Mondiali, è stato il giorno più bello della nostra vita.
Ricordo che giocammo la partita decisiva di qualificazione in un vecchio stadio in Lituania, e quando l'arbitro fischiò la fine, un gruppo di bosniaci iniziò a scavalcare i muri per correre in campo. Ma i muri erano alti circa due metri, e dovettero saltare giù sul cemento. Ricordo di essermi girato e di averli visti correre tutti verso di noi e di aver pensato: "Mio Dio, questi sono pazzi".
E poi vidi un ragazzo che correva un po' più lentamente degli altri. Zoppicava verso di me con le lacrime agli occhi.
Era mio padre.
Gli chiesi: "Papà, cos'è successo?".
Lui rispose: "Mi sono fatto male al piede atterrando. Ma non preoccuparti. Ora non sento dolore!". Ci siamo abbracciati e abbiamo pianto.
Purtroppo, la fortuna non era dalla nostra parte in Brasile. Non ve lo ricorderete, ma ho segnato un gol contro la Nigeria che avrebbe dovuto essere convalidato, e all'epoca non c'era il VAR, quindi siamo stati eliminati dal nostro girone. Ma almeno il nostro piccolo paese ha avuto la possibilità di giocare al Maracana. Almeno abbiamo mostrato al mondo chi siamo.
E ora siamo tornati.
Sapete cosa è buffo? Ho compiuto 40 anni a marzo e non ho ancora festeggiato. Sono musulmano, era Ramadan, e poi avevamo delle partite importanti contro il Galles e l'Italia. Così ho pensato: OK, farò di QUESTA la mia festa.
Ricordo quando eravamo sotto 1-0 contro il Galles e ho alzato lo sguardo al tabellone.
85:00
Panico. Il tempo stringeva.
Poi abbiamo ottenuto un calcio d'angolo, e questo ragazzino mi stava marcando, e io ho pensato: "Oh, fantastico!". Ho deviato la palla in rete, e proprio mentre festeggiavo, mi sono ricordato di aver giocato quattro serie di rigori in carriera. Li avevo persi tutti.
Per fortuna, i nostri giovani sanno come tirare i rigori. Non ci pensano troppo come noi veterani.
Quando abbiamo giocato contro l'Italia a Zenica, avevo tanta paura di Donnarumma. È enorme, sapete? Onestamente non so se sarei riuscito a segnare contro di lui ai rigori, ma poi mi sono fatto male alla spalla destra nell'ultimo minuto dei supplementari e sono dovuto uscire. In realtà non ho visto il nostro primo rigore, perché il nostro fisioterapista mi stava ancora fasciando il braccio al petto. Ero seduto in panchina e tutti gli allenatori mi ostruivano la visuale. Quando la palla è entrata, ho sentito il boato della folla e ho pensato...
Sai cosa? Forse è fortuna. Non guarderò. Non posso guardare. Voglio solo ascoltare la folla. Voglio ascoltare la mia gente.
Poi l'Italia ha sbagliato. Il rumore era fortissimo.
Quando hanno sbagliato un altro rigore, il rumore era pazzesco. Pregavo e pregavo. Riuscivo a vedere solo le spalle dei nostri allenatori.
Poi, quando Esmir si è presentato per calciare il rigore decisivo, il nostro allenatore si è girato e ha detto: "Non riesco a guardare neanche io".
È venuto da me e mi ha stretto in un abbraccio da orso. Abbiamo avvicinato le teste, chiuso gli occhi e ascoltato...
E poi abbiamo sentito il suono più strano di sempre.
Abbiamo sentito Esmir colpire la palla.
La folla ha fatto: "Ahhhhhhh..."
Gigi l'ha toccata con un dito.
La folla ha urlato "Ohhhhhh..."
Lo stadio è rimasto in silenzio per un istante. È stato il millisecondo più lungo della mia vita.
E poi... un'esplosione.
Urla, fumogeni, fumo e fuochi d'artificio. Gente che saltava. Tutta la nostra panchina è corsa in campo. Ho abbracciato il mio allenatore ancora più forte, ho guardato il cielo e poi ho lanciato l'urlo più forte della mia vita.
"AAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH!!!!!!!!!!!!!!!!!!"
Così per 20 secondi.
Il nostro piccolo paese stava andando di nuovo ai Mondiali.
Arrivare fin qui non è mai stato facile. Non è ancora quando hai 40 anni e la schiena ti urla la mattina dopo e devi di nuovo ricorrere agli antidolorifici. Ma ogni volta che il mio corpo vuole
Ricordo tutte le feste che mi sono perso, tutti i mesi passati lontano dalla mia famiglia, tutte le vacanze estive dedicate ai tornei mentre i miei amici si godevano cocktail in spiaggia. Mentalmente è dura. Le critiche fanno ancora male. Ma quando scendo in campo, mi sento ancora un bambino, uno di voi, con le farfalle nello stomaco e le stelle negli occhi.
E ogni volta, torno alla stessa cosa.
Ne vale la pena.
Tutto quanto.
Senza momenti brutti, quelli belli non arrivano mai.
Quando abbiamo battuto l'Italia, sono andato a salutare alcuni dei miei compagni, quelli con cui avevo giocato in Serie A. Poi sono andato a cercare la mia famiglia sugli spalti. Ho baciato mia moglie. Ho abbracciato i miei genitori. Senza di loro, niente di tutto questo sarebbe successo.
Quella sera, essere a Zenica è stato incredibile. Più sono lontano dalla Bosnia, più la amo. Sono passati 20 anni ormai. Nove dei quali in Italia. I miei figli sono nati a Roma. È ancora la mia seconda casa. Ma ogni volta che vado a trovare i miei genitori a Sarajevo, e mia madre cucina, e ci sono tutti, sono semplicemente felicissimo. Indossando questa maglia, il mio cuore batte in modo diverso.
Gioco per la mia gente. Gioco per i ragazzi e le ragazze per le strade di Sarajevo. Gioco per tutte le diverse culture e religioni che rendono il nostro Paese così bello, anche se c'è ancora chi cerca di dividerci.
Non ci riusciranno mai.
Non per colpa mia. Non per colpa degli adulti. Noi non impariamo mai. È per colpa vostra, ragazzi... Voi non cambiate mai.
Quindi, fammi un ultimo favore, ok?
Che viviate a Sarajevo, a Roma o a Saint Louis... Che siate musulmani, ebrei, cattolici o ortodossi...
Non dimenticate mai da dove venite.
Siete bosniaci. Il mondo è ai vostri piedi.
Vi voglio bene.
Con affetto,
Edin>
Splendida la lettera, gigantesco lui.
Al Tg1 nessuna notizia del visto negato all' arbitro somalo, della perquisizione subita sulla pista dell' aeroporto dalla nazionale nigeriana, delle limitazioni imposte a quella iraniana.
Le notizie negate al pubblico.
Vorrei che questo Mondiale fosse raccontato da Gianni Minà.
Milano.
Due volontari Unicef che raccolgono donazioni per i bambini di Gaza.
La reazione del turista israeliano.
Gente molto pericolosa, però quando vengono in vacanza in Italia, quelli protetti con la scorta pagata dal Governo sono loro.
Ma chi vi vota ci crede davvero alle corbellerie che raccontate? Credo di sì. Comunque, facciamo un po' di storia della Destra e vediamo l'elenco completo delle tasse introdotte, dei rincari o dei tagli alle agevolazioni fiscali decisi da questo governo:
Aumento dell'IVA sui prodotti per l'infanzia: L'aliquota su pannolini, latte in polvere e seggiolini auto è stata rialzata dal 5% al 10%.
Aumento dell'IVA sui prodotti igienici femminili: L'imposta su assorbenti e tamponi (tampon tax) è tornata dal 5% al 10%.
Aumento dell'IVA sul pellet: L'IVA sul combustibile in pellet per il riscaldamento domestico è stata riportata al 22% (annullando lo sconto temporaneo al 10%).
Settore Immobiliare e Casa
Cedolare secca sugli affitti brevi: L'aliquota è aumentata dal 21% al 26% a partire dal secondo appartamento messo in affitto breve. Inoltre, a partire dal terzo immobile scatta l'obbligo di inquadramento come attività d'impresa (soglia precedentemente fissata al quinto).
Tassazione sulle plusvalenze del Superbonus: È stata introdotta un'imposta sostitutiva del 26% sulle plusvalenze ottenute vendendo immobili che hanno usufruito del Superbonus 110%, se la vendita avviene entro 10 anni dalla fine dei lavori.
Ritenuta sui bonifici parlanti: La ritenuta d'acconto che le banche applicano sui bonifici per i bonus edilizi e di ristrutturazione è salita dall'8% all'11%.
Aumento dell'IVIE: L'Imposta sul valore degli immobili situati all'estero posseduti da residenti in Italia è stata incrementata dallo 0,76% all'1,06%.
Mercati Finanziari, Banche e Criptovalute
Raddoppio della Tobin Tax (Imposta sulle transazioni finanziarie): Le aliquote applicate sui passaggi di proprietà di azioni e strumenti finanziari partecipativi sono state raddoppiate.
Stretta fiscale e prelievi su banche e assicurazioni: È stato introdotto un aumento temporaneo di due punti percentuali dell'Irap (con franchigia di 90.000 euro) e una contestuale stretta sulla deducibilità fiscale delle perdite e delle svalutazioni dei crediti accumulate dagli istituti di credito.
Tassazione sulle Criptovalute: È stata introdotta un'imposta sostitutiva del 26% sulle plusvalenze generate da cripto-attività superiori a 2.000 euro all'anno, affiancata da un'imposta di bollo dello 0,2% sul valore dei cripto-asset detenuti.
Aumento dell'IVAFE: L'Imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all'estero è stata raddoppiata per i prodotti finanziari e i conti correnti, salendo dallo 0,2% allo 0,4%.
Altre Imposte e Tagli Lineari
Sterilizzazione dei bonus fiscali per redditi alti: Per i contribuenti con redditi superiori a 200.000 euro, i vantaggi derivanti dal taglio dell'aliquota Irpef vengono azzerati attraverso un taglio lineare di 440 euro applicato sul totale delle detrazioni personali d'imposta (escluse le spese sanitarie).
Accise sui carburanti: La scelta di non rinnovare il taglio temporaneo sulle accise di benzina e gasolio ereditato dal precedente esecutivo ha riportato le accise alla quota piena.
Facoltà di aumento della tassa di soggiorno: È stata concessa ai capoluoghi di provincia e ai comuni ad alta densità turistica la possibilità di elevare i massimali della tassa di soggiorno a carico dei visitatori.
Sugar Tax: L'imposta sul consumo di bevande analcoliche zuccherate, pur ereditata e ripetutamente rinviata, è entrata progressivamente nel perimetro delle entrate fiscali previste.
Insomma, mentre vi riempite la bocca con lo spauracchio della "patrimoniale" degli altri per spaventare gli elettori, la vostra tassa sul fumo di fatto la paghiamo ogni giorno alla cassa del supermercato, dal benzinaio o quando ristrutturiamo casa. Meno tasse per gli italiani? Sì, forse solo nei vostri manifesti elettorali.
Il problema non sono gli italiani di seconda generazione.
Il problema è la nuova generazione di #razzisti che ha raccolto l’eredità della prima generazione di #fascisti.
#Modena