A cosa abbiamo assistito oggi, signore e signori.
Non bastavano le condizioni brutali di Shanghai.
Non bastava l’umidità che toglie il respiro, il caldo che ti si incolla addosso come una seconda pelle.
No, non bastava.
Il destino ha voluto metterci anche una caviglia che cede sul 3-1 del primo set, forse slogata, un dolore improvviso che avrebbe fatto ritirare chiunque.
Djokovic si ferma, chiama il fisioterapista.
Il pubblico trattiene il fiato.
E lui, come sempre, torna in campo.
Vince il primo set.
Poi perde il secondo 7-5, buttandosi a terra, restando immobile per lunghi secondi.
Sembra finita. Forse dovrebbe ritirarsi, molti cominciano a pensare.
Munar, dall’altra parte, inizia ad accarezzare l’idea di potercela fare, di scrivere la pagina della sua vita.
Ma ci sono uomini che non conoscono la resa.
Ci sono anime che vivono per riscrivere la storia.
E Novak Djokovic è una di quelle.
A 38 anni, con una gamba sola, gioca il terzo set come un guerriero ferito ma lucido.
Tra un punto e l’altro si piega in due, si appoggia alla racchetta per respirare, come se ogni colpo gli costasse la vita stessa.
Eppure da quella fatica trova la forza per continuare.
Non arretra. Non smette di crederci.
Trasforma il dolore in spinta, la paura in fuoco.
E lo vince.
6-2.
Davanti agli occhi del mondo, Djokovic ha riscritto ancora una volta la definizione di grandezza. La sua aura di combattente è ormai più grande di ogni trofeo, di ogni record.
È l’immagine vivente di un uomo che si rifiuta di cedere.
A 38 anni e 4 mesi, con il sudore che gli brucia gli occhi e la caviglia che grida, Novak Djokovic continua a scrivere la storia, diventando il giocatore più anziano ad aver raggiunto i quarti di finale di un Masters 1000.
E noi, spettatori impotenti ma privilegiati, possiamo solo restare lì, commossi, a guardare cosa significa davvero essere più grandi del dolore.
Non sappiamo se giocherà il prossimo turno.
Staremo a vedere.
Ma una cosa è certa: qualunque cosa accada, oggi Djokovic ha già vinto la partita più difficile di tutte — quella contro i propri limiti.
Sebastiano Alicata su FB