Anche stavolta, come sempre, dovevi battermi sul tempo. Non posso, non devo mai pensarti lontano, ma sempre qui come alle Dame, al Tenco o da Vito, burbero, dilagante, geniale, eterno amico mio: comincia a versare vino. Non fare che ti raggiunga con il bicchiere vuoto.
Roberto
Le canzoni di Guccini, 'sparate' a tutto volume dalla radio del furgone di un corriere.
È questa l'atmosfera che si vive in questo momento in via Paolo Fabbri a Bologna, dove Guccini ha vissuto fino al 2012. Davanti all'abitazione, civico 43, la gente sta lasciando mazzi di fiori e biglietti. "Ciao Francesco, con te va via la parte migliore della mia vita", si legge su un foglietto lasciato da una signora, Angela.
Servizio di Alessandro Cori via ANSA
#news #musica #radiodeejay
Oggi che Francesco Guccini ha chiuso la sua ultima ottava, sono riuscita riesumare questa chicca che avevo archiviato quasi 27 anni dal newsgroup dei fan del cantautore: una tenzone deliziosa e affettuosa che Guccini ebbe con Umberto Eco. Quest'ultimo scrisse sull'Espresso, il 17 febbraio 1980, un omaggino al Maestrone, dal titolo "È il poeta che traccia il microsolco". Qui lo definì come il più colto dei cantautori italiani e un vero cantore omerico, lodandone la capacità di intarsiare la sua poesia con dotti riferimenti letterari e di compiere imprese linguistiche apparentemente impossibili, come far rimare "Schopenhauer" con "amare" nel brano 'Il frate'.
Guccini gli rispose ironicamente 16 anni dopo in una intervista ad "Amica".
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"I momenti migliori di Guccini vengono dopo le due di notte. Allora, dopo aver scolato una quantità incredibile di alcoli misti alternati a caffè, al tavolo coperto di briciole della trattoria di Vito, naturalmente sull'angolo di via Paolo Fabbri, a Bologna, Guccini sfida gli amici a tenzoni poetiche, ciascuno dando all'altro un verso dalla rima difficile, da coniugare in ottave, e vince chi resiste più a lungo, alla maniera dei vecchi cantastorie.
Vince sempre Guccini, e non solo perché conosce le tecniche, e ha un bel repertorio di rime salvagente, ma perché Guccini è un cantore da vaste pianure, non è un velocista, è un Bartali che macina sulla montagna e vince tenendo duro sui lunghi percorsi.
Guccini è omerico, procede per agglomerazione, ha una gran sfacciataggine nell'osare una metafora dietro l'altra.
Se vogliamo giocare al gioco del riferimento celebre, dobbiamo pensare a Walt Whitman.
E dentro ci sta tutto, la citazione dotta buttata là senza parere, la memoria intimistica, la descrizione paesaggistica.
Talora pare che Guccini cambi genere, e tenti il gran circo coi suoi clowns, come quando disserta sul sesso o sulla creazione del mondo. Ma anche qui egli procede a enciclopedia, il suo Dio incazzoso e umanissimo (mi si perdoni la contraddizione, come Dio certamente l'avrà perdonata a Guccini, Guccini a Dio) è biblico proprio nella fangosa sovrabbondanza dei suoi procedimenti demiurgici.
Sembrerà strano (o no), ma con quella sua barba e quel suo corpaccio, con la sua erre padana e paesana, Guccini è forse il più colto dei cantautori in circolazione: la sua è poesia dotta, intarsio di riferimenti: che coraggio, far rimare "amare" con "Schopenhauer"!
Ma questi riferimenti si fanno accettare come cosa biologica perché si generano gli uni dagli altri, quasi per associazione di idee, o di rime. Ed è per questo che riesce difficile con Guccini isolare un'immagine e ridurlo a quella; perché sarebbe tradire appunto la sua filtratissima lutulenza (altra contraddizione, o ossimoro che dir si voglia) o, per continuare la tenzone retorica, la sua coltissima spontaneità".
(Umberto Eco, L'Espresso, 17 febbraio 1980)
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Replica di Francesco Guccini in una intervista rilasciata a Massimo Cotto su "Amica" del 29 novembre 1996
- "Lei è stato il primo cantante a citare Roland Barthes in un brano"
- "Le confesserò un segreto: volevo mettere Umbero Eco, ma non andava bene come metrica. Con me Eco prese una piccola cantonata: lodò un mio brano perché "il verbo amare faceva rima con Schopenhauer". Ma è assonanza,
non rima. E poi il mio "amare" non era verbo, ma aggettivo, di cose non dolci. Peccati veniali".
Francesco #Guccini è morto stamattina a Pàvana, a 86 anni, nella casa dei nonni, sull'Appennino dove era stato bambino durante la guerra.
Umberto Eco disse che era il più colto dei cantautori italiani — «che coraggio far rimare “amare” con “Schopenhauer”».
Ha costruito un pensiero in forma interrogativa, e l'ha lasciato lì, aperto. Le sue canzoni finiscono spesso con una domanda. “Vorrei sapere a che cosa è servito vivere, amare, soffrire. Che senso avranno mai, che senso abbiamo? Noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa”. È una scelta precisa. Vecchioni lo ha detto meglio di chiunque: lui parlava di dubbi per vivere.
Eppure, non c'è nichilismo. Chi canta “l'isola non trovata” sa che l'isola in qualche modo esiste, altrimenti non ne sentirebbe il profumo nel vento. Chi scrive "siamo qualcosa che non resta" aggiunge subito "e il cuore di simboli pieno". È una poetica della negazione che non finisce nel niente.
Si definiva «agnostico inquieto in cerca dell'infinito»: uno che si ferma alla domanda, senza risolverla. Ma il caso di "Dio è morto" fu eclatante. La RAI la censurò; Radio Vaticana la trasmise. Guccini commentò che "i censori RAI si dimostrarono più papisti del Papa" — e aveva ragione. Quel Dio lo uccidono – ieri come oggi – le guerre, il razzismo, i falsi miti del consumo e del potere; e nel finale risorge, "in ciò che noi crediamo". Il titolo viene più da Ginsberg che da Nietzsche: è un grido di denuncia, non una sentenza metafisica.
In Guccini il lessico sacro non è ornamento: è struttura del linguaggio poetico. L'apocalisse che attraversa la "Canzone dei dodici mesi", il tempo che torna su sé stesso invece di procedere, la nostalgia dell'assoluto rimasta senza oggetto. Era un uomo di soglia. Campagnolo inurbato, eterno studente, fra la Via Emilia e il West: sempre tra due rive, mai su una sola. Resta il catalogo delle domande. Che è, poi, una sua grande eredità. #FrancescoGuccini
“Vedi cara, certi giorni sono un anno
Certe frasi sono un niente che non serve più sentire”.
Ci lascia uno di quei poeti che andrebbbe studiato nelle scuole ❤️
Quando tra qualche anno qualcuno ripenserà a questa finale, probabilmente non tornerà subito con la mente al punteggio. Gli verranno davanti agli occhi una mano tesa e un ragazzo che si rialza dall’erba per andare a vincere Wimbledon.
Sul Centre Court, Jannik Sinner conquista il suo secondo titolo consecutivo ai Championships al termine di una finale durissima contro Alexander Zverev, uno dei migliori interpreti del servizio del circuito. Ma oltre al trofeo, resta il racconto di una giornata in cui il numero uno del mondo ha mostrato tutto ciò che lo rende speciale: la forza del campione e l’eleganza dell’uomo.
La partita è un continuo braccio di ferro. Dall’altra parte della rete c’è uno dei servizi più devastanti del circuito. Zverev sfiora costantemente i 220 chilometri orari, trasformando ogni turno di battuta in una prova di forza.
Durante uno scambio è il tedesco a perdere l’equilibrio e a ritrovarsi seduto sull’erba del Centre Court. Sinner non aspetta un istante: corre oltre la rete, gli tende la mano e lo aiuta a rialzarsi. Un gesto così naturale da sembrare inevitabile. In una finale di Wimbledon, quando ogni punto pesa come un macigno, il numero uno del mondo trova comunque il tempo per prendersi cura del suo avversario. Un’immagine che racconta il campione almeno quanto i suoi colpi.
Pochi giochi più tardi arriva il momento che cambia definitivamente la partita.
Sul 4-3 del terzo set, Sinner rincorre una palla difficilissima, cambia direzione e perde aderenza sul prato ormai consumato del Centre Court. Scivola, finisce pesantemente a terra e per un attimo sembra che lo scambio sia compromesso. Eppure riesce a tenere viva la palla. Si rialza in un lampo, torna in posizione e continua lo scambio fino a costringere Zverev all’errore. È il punto che gli consegna la palla break sul 4-3, quella che trasformerà subito dopo nel vantaggio decisivo della finale.
Cade.
Si rialza.
Trionfa.
Tre parole che raccontano meglio di qualsiasi statistica la forza mentale di questo ragazzo.
Ma se il tennis è lo sport delle percentuali, questa finale dimostra come si possa vincere anche quando l’avversario serve in maniera quasi perfetta.
Zverev mette in campo l’80% di prime palle, un dato che sull’erba di Wimbledon basta quasi sempre per controllare un incontro.
Non contro Sinner.
La chiave della finale, però, è un’altra: la seconda di servizio. Jannik ne mette in campo uno straordinario 96%, vincendone addirittura l’80%. Una continuità quasi irreale che impedisce al tedesco di prendere il comando degli scambi.
La svolta tecnica arriva già nel secondo set.
Con Zverev praticamente inattaccabile al servizio si arriva inevitabilmente al tie-break. Sinner ha servito con il 32% di prime palle in meno rispetto al suo avversario. Sull’erba del Centre Court un divario del genere è spesso una sentenza.
L’azzurro, invece, trova un’altra strada. Accetta di giocare più seconde, alza la qualità della risposta e costringe il tedesco a disputare uno scambio in più. È lì che la finale cambia volto. Il tie-break finisce nelle mani di Sinner e con lui anche l’inerzia dell’incontro.
Quando l’ultimo punto si chiude e Jannik alza le braccia verso il cielo di Londra, il Centre Court celebra un altro capitolo della storia del tennis italiano.
Quella di oggi è la centesima vittoria negli Slam, il secondo Wimbledon consecutivo, il quinto Major della carriera. È anche il sesto titolo di una stagione straordinaria e il trentesimo complessivo.
Eppure, forse, tra qualche anno non sarà una statistica a tornare per prima alla memoria.
Sarà un ragazzo vestito di bianco che tende la mano al suo avversario.
Sarà quel campione che, sul punto più importante della finale, scivola sull’erba del Centre Court, si rialza e trova la lucidità per conquistare il break che decide Wimbledon.
I trofei riempiono le bacheche. I gesti restano nella memoria. Ed è per questo che questa finale verrà ricordata così a lungo.
Chissà cosa deve essere passato nella testa di Nick Cave mentre cantava "Oh Children" a Camaiore l'altra sera.
Mentre tirava su un ragazzino dal pubblico che, dopo un'iniziale timidezza, lo abbraccia teneramente.
Lui che ha perso due figli, che ha incontrato angeli e demoni, che ha fronteggiato le tempeste della vita e le ha tradotte in musica.
Un gesto così dolce proprio mentre cantava la perdita dell'innocenza in una ballata malinconica e dolorosa sulle colpe dei padri verso i figli.
Essere guardati, presi per mano, abbracciati.
Cos'altro cerchiamo? Per cos'altro viviamo? Se non per una carezza, per un gesto di amore, di perdono, di consolazione.
Un'immagine potentissima e commovente, religiosa e artistica insieme.
Le trasmissioni TV banchettano e fatturano da 16 mesi con #garlasco e ora la colpa è del web ?
Diciamola tutta e bene che la situazione dell'indagato è seria !