No, non è vero che per stare bene con gli altri è sufficiente starte bene con se stessi. È fondamentale, ma non sufficiente. Perché alla fine lo stare con se stessi diventa solitudine, e la mancanza di "un altro" in cui ritrovarsi, una conferma non voluta
Ieri l’Alessandria calcio è scesa in campo - prima squadra in assoluto in Italia - con una maglia dedicata al #Pride. In uno degli ambienti più chiusi anche solo a parlare di omosessualità e #omofobia è un fatto storico. Guardate che meraviglia il servizio della DS su @RaiDue
L'ultima volta che mi sono rasato la barba, è stato 16 anni fa per la precedente operazione al cuore.
Domani mi tocca di nuovo, ho paura di vedere quello che mi restituirà lo specchio...
Assolto!
Per aver definito Matteo Salvini “Ministro della Mala Vita” sono stato trascinato in tribunale e oggi, dopo otto anni, sono stato finalmente assolto.
Questa assoluzione significa soprattutto una cosa: che la propaganda politica non può diventare uno strumento per mettere a tacere chi critica. Per anni Salvini ha giocato con parole e slogan, alimentando un clima ostile. “Gli toglieremo la scorta”, diceva riferendosi a me. E sapeva bene che, vivendo sotto protezione per le minacce dei clan, certe parole non sono mai neutre. Certe parole possono essere davvero pericolose, soprattutto se a pronunciarle è un Ministro della Repubblica.
E Ministro della Mala Vita non è un’espressione che ho inventato io, appartiene a Gaetano Salvemini, che la usò nel 1910 contro Giolitti per denunciare un modo di esercitare il potere fondato sulla paura, sul consenso facile, sull’uso della forza contro i più deboli. Ma soprattutto Salvemini lo usò per descrivere l’attitudine predatoria che Giolitti aveva nei confronti del sud Italia: sfruttato come bacino di voti e poi abbandonato.
“Ministro della Mala Vita” non era diffamazione allora e non lo è oggi. Era, ed è, una critica politica.
Mi sono dovuto difendere in questo processo per otto lunghi anni, mentre Salvini, chiamato a testimoniare, non si presentava in aula adducendo i più fantasiosi degli impedimenti. Ma questo processo sarebbe potuto durare anche cent’anni, una cosa è certa: per quanto aspra sia la critica, le parole non possono essere messe sotto accusa quando raccontano il potere.