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Una notte di sangue a Gaza City. Massacri, bombardamenti, droni ed esplosioni programmate hanno trasformato la città in un campo di macerie.
La casa della famiglia Masoud è stata colpita insieme agli edifici circostanti in piazza Shawa, quartiere Daraj: i soccorritori parlano di martiri, feriti e dispersi. Otto morti e oltre quaranta feriti sono stati estratti dalle rovine della casa della famiglia Zaqout, nel settore nord, mentre i vigili del fuoco scavano ancora alla ricerca di corpi. Altri quattro sono stati uccisi nel quartiere di al-Sabra, altri quattro feriti a ovest, nel campo profughi di al-Shati. A Deir al-Balah tre morti e un ferito, colpiti in un appartamento del campo profughi. Due studenti della scuola di Abu Hamisa, a Bureij, sono stati centrati da una scheggia di bomba sganciata da un quadricottero.
Nella notte le forze israeliane hanno continuato a bombardare il settore nord-ovest, facendo esplodere robot imbottiti di trappole esplosive tra le case. Famiglie intere hanno dormito per strada, sui marciapiedi, per paura dei raid.
Gli spari di elicotteri e droni hanno riempito l’aria sopra il lago Sheikh Radwan, mentre l’artiglieria colpiva senza sosta le aree orientali della città. Gaza ha passato un’altra notte sotto assedio, tra la paura e le macerie.
Global Sumud Flotilla, giorno 15. Edificio dopo edificio, Gaza sta svanendo. Ad aprile l’ONU stimava che il 92% delle abitazioni fosse stato distrutto o danneggiato. Oggi la percentuale è ancora più alta.
Trenta minuti. Questo è il tempo concesso per lasciare la casa in cui hai vissuto tutta la vita. Trenta minuti per raccogliere ciò che puoi, per fuggire e sperare di non morire. Trenta minuti per voltarti un’ultima volta verso il luogo che custodiva i tuoi ricordi.
L’esercito israeliano continua a spingersi oltre ogni limite di crudeltà, forte del silenzio complice che accompagna decenni di occupazione, pulizia etnica e — negli ultimi due anni — genocidio. A Gaza non esiste un posto sicuro. Eppure la popolazione resiste: rimane nella propria città, difende ciò che resta, rifiuta di arrendersi.
Le agenzie raccontano l’ennesima notte di sangue: almeno 25 palestinesi uccisi dall’alba, tra loro bambini di sei anni. L’Unrwa denuncia dieci dei propri edifici bombardati in quattro giorni. Israele rivendica l’evacuazione forzata di oltre 320 mila persone da Gaza City. Nelle chiese, i canti vengono interrotti dal fragore delle esplosioni. Dall’esterno giungono solo vertici e dichiarazioni, mentre dentro la Striscia si consuma l’irreparabile. Perfino il presidente Mattarella riferisce di “disumana, ostinata condizione di Gaza” parlando di “un peso di inciviltà insostenibile per la comunità internazionale”.
Il tempo per fermare tutto questo è adesso. E in mare le vele della Global Sumud Flotilla sono cinquanta imbarcazioni si muovono verso un punto d’incontro, per mirare a Gaza insieme. Una rotta collettiva per dire no, non in nostro nome.
#LaSveglia per @LaNotiziaTweet
La Tunisia parla di un “incendio” incidentalmente partito dai giubbotti di salvataggio.
Il filmato di un'altra barca della Flottilla mostra il momento esatto in cui la Family Boat è stata colpita dall'alto.
No, proprio no, non è un incendio.
un uomo che massacra centinaia di persone al giorno si permette il lusso di candidare un pagliaccio al nobel per la pace, mentre chi fa sentire la sua voce e chiama per nome ciò che sta accadendo subisce questo ostruzionismo codardo, stima infinita per lei