Crea dipendenza “La gang dei sogni” (@harpercollinsIT) di Luca Di Fulvio, ambientato in una Grande Mela spietata, mattatoio a cielo aperto.
Una giovane madre e un figlioletto approdano a Ellis Island e...
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Anche stavolta, come sempre, dovevi battermi sul tempo. Non posso, non devo mai pensarti lontano, ma sempre qui come alle Dame, al Tenco o da Vito, burbero, dilagante, geniale, eterno amico mio: comincia a versare vino. Non fare che ti raggiunga con il bicchiere vuoto.
Roberto
Riuscire a parlare di debolezze, insicurezze, di amore, di amicizia, di rabbia, di vino, di osterie, di morte, di speranza, di guerre, di ingiustizie, di genocidi, di ribellione, di politica, di riscatto, di fallimenti, di bambini, di anziani, di deboli, di allegria, di disperazione, attraverso canzoni, libri, articoli, interviste, lezioni, dibattiti, è una dote appannaggio di pochi.
E lui non lo ha fatto solo con maestria elevando l’uso della parola ad arte, ma anche usando l’ironia laddove nessuno se lo aspettava: quell’uso spiazzante dell’ironia l’ho personalmente sempre amato, ed é uno dei motivi per cui ho voluto applicarlo ad un blog di basket 15 anni fa.
Tutti quanti, volenti o nolenti, abbiamo perso qualcosa di molto prezioso.
Grazie Francesco Guccini.
Il primo a sinistra lo conoscete tutti: è il grande Dan Peterson, un personaggio unico che ha reso il basket popolare in Italia.
Quello accanto lo conoscete in pochi: è un personaggio che, nel suo piccolo, ha fatto qualcosa di simile.
Si chiama Achille De Angelis ed è una delle tante persone "normali" che in Italia, ogni giorno, svolge un lavoro incredibile per il basket.
Ha giocato, ha allenato, ha fatto il dirigente, sempre a livello minors, sempre nella sua Verona.
Ma non si è limitato a questo.
Per quasi 20 anni, assieme ad un altro arzillo signore, ha organizzato gli unici tornei di basket di Verona.
Se centinaia, probabilmente migliaia, di persone hanno giocato, e oggi giocano a basket a Verona, il merito è suo.
Ha fondato una associazione, "Gli amici del basket", con cui ha sistemato campetti, ha fatto beneficienza, ha organizzato eventi, ha portato Dan Peterson e tanti altri personaggi famosi del basket nella sua città.
È stato uno dei fautori della creazione delle Nazionali "over", quelle che da anni portano all'Italia decine di medaglie a livello internazionale. Sette anni fa ha coronato il sogno di vestire la maglia della Nazionale, facendo parte dell'Italia over 75 che ha disputato i Mondiali in Finlandia.
Si è commosso posando con la foto della maglia Azzurra, che poi, con orgoglio, ha spedito a tutta la rubrica del telefono.
Negli ultimi anni, a causa di gravi problemi di salute, è stato costretto a vivere tra casa e ospedale.
Le poche uscite concesse? Si è fatto portare al palasport ma soprattutto in panchina, dai suoi ragazzi di una società minor di Verona. Perchè niente come il "profumo" della palestra e del sudore dei giocatori lo facevano sentire vivo.
Verona, con la provincia, arriva quasi a 1 milione di abitanti. Lui, per quasi 1 milione di abitanti, e per almeno due generazioni, è stato il faro del movimento cestistico.
Questa notte Achille ci ha lasciato.
Chi vi scrive ha avuto la fortuna di conoscerlo. Di vedere una stanza di casa sua dedicata al basket, con decine di album, diari e almanacchi che ha redatto per anni a mano, contenenti statistiche, francobolli, foto, articoli, pensieri personali, e poesie, sul basket.
L'Italia è piena di Achille De Angelis. Di persone che dietro le quinte, spessissimo senza alcun ritorno economico, sorreggono sulle proprie spalle un'intero port. Ci piacerebbe che oggi tutti gli appassionati di basket in Italia, dicessero grazie ad Achille e a tutti quelli come lui, che da nord a sud sono la benzina che tiene acceso il motore della pallacanestro.
Achille Polonara sarà uno dei nuovi assistenti-allenatore di Avellino in A2. Qualche mese fa ha provato imperterrito a tornare a giocare. Quando ha preso coscienza che sarebbe stato impossibile, ha fatto di tutto per ottenere il patentino da allenatore. Ha sempre detto che deve tutto al basket. E ha così deciso di far iniziare il secondo tempo della sua vita cestistica: quella in cui porterà la sua passione, il suo temperamento, il suo carattere, e la sua perseveranza sotto una nuova veste.
In bocca al lupo coach Polonara.
Ottobre 2018: Federico Zampini si rompe il legamento crociato del ginocchio sinistro. Stop di sette mesi.
Luglio 2019: si rompe di nuovo il legamento crociato dello stesso ginocchio. Stop di quattordici mesi che lo costringono a saltare un'intera stagione.
Settembre 2021: si frattura la spalla. Stop di quattro mesi.
Dicembre 2022: si rompe il legamento crociato del ginocchio destro. Stop di nove mesi.
Da ottobre 2018 a ottobre 2023, in cinque anni resta fuori 34 mesi. In praticamente tutti i (pochi) casi simili, il giocatore si è poi ritirato, o comunque ha avuto una carriera di basso livello.
Dei casi come quelli di Klay Thompson o Derrick Rose, sappiamo tutto. Di Federico Zampini, grande talento del basket italiano a livello giovanile, molti sanno poco o nulla.
Qualcuno, però, dopo la grande stagione a Forlì, la scorsa stagione a Cremona in Serie A e soprattutto quest'ultima a Verona, ha iniziato a conoscerlo perchè è semplicemente un giocatore meraviglioso da vedere sul parquet.
33 punti, 7 rimbalzi, 4 assist, 43 di valutazione contro Brindisi nei quarti di finale.
19 punti, 7 rimbalzi, 7 assist, 27 di valutazione, in gara 2 di semifinale contro la Fortitudo.
21 punti, 6 rimbalzi, 7 assist, 28 di valutazione, in gara 1 di finale contro Rimini.
30 punti e 31 di valutazione, in gara 2 di finale contro Rimini.
17.2 punti, 5.2 rimbalzi, 4.1 assist, 22.3 di valutazione di media, le sue medie ai playoff. Cifre che un giocatore italiano mette in piedi di rado, soprattutto in un campionato come quello di A2 dove sono spesso i due stranieri a rubare la scena.
Questa volta, il dominatore di una promozione in Serie A, è stato un ragazzo italiano.
Infine, è arrivato il capolavoro di ieri sera: gara 4 di finale, Rimini-Verona, partita in cui per 36 minuti Zampini ha giocato malissimo, forse la peggiore dei playoff. Poi Ramagli lo ha rimesso in campo alla fine, e negli ultimi quattro minuti: schiacciata nel traffico, tripla del +3 in step back, tripla della vittoria da nove metri di tabella in step back del +6. Otto dei dodici punti totali di squadra.
Verona ha vinto la finale di A2 ed è tornata in Serie A.
E il basket italiano, con un po' di ritardo, ha finalmente potuto ammirare un ragazzo di 26 anni, che dopo un lunghissimo periodo psicologicamente devastante, e dopo aver cancellato la parola "futuro" dal proprio vocabolario, con le ginocchia piene di cicatrici, è tornato a fare quello che gli riesce naturale sin da ragazzino: incantare tutti sul parquet.
@parallelecinico@RomeoSacchetti Mi sono innamorato tardi alla pallacanestro avevo 12 anni ed ero andato con mio papà al palazzetto di Torino a vedere la Berloni. Allenatore Gianni Asti giocatori Charlie Caglieris, Renzo Vecchiato e poi attaccato alla tv per l’europeo a Nantes. Grazie sempre
"Il basket per me è un gioco. Lo era quando giocavo. Lo è adesso che alleno. Oggi, addirittura, ci portano in giro con l'aereo, andiamo in bellissimi hotel, siamo serviti e riveriti. Ci sono le condizioni perfette per avere la mente sgombra e pensare solo a divertirci, giocando a questo bellissimo gioco. Il basket per me è questo, e per sempre lo sarà"
Meo Sacchetti ha ufficialmente dato l’addio al basket.
Per aver portato Sassari laddove sembrava impossibile per una squadra isolana: a vincere tutto, e a fare il grande slam.
Per aver portato Cremona a vincere la Coppa Italia e ad un soffio dalla finale Scudetto.
Per aver iniziato ad allenare nelle Minors, vincendo ad Asti e poi a Castelletto Ticino la C2, la C1, poi la B2 e la B1.
Per aver portato Capo d’Orlando al sesto posto in Serie A, miglior risultato di sempre per la piccola realtà siciliana.
Per tutto ciò che di straordinario hai fatto da giocatore, a Torino, ad Asti, a Varese, al Gira e soprattutto con la maglia Azzurra, regalandoci un argento alle Olimpiadi e un oro agli Europei.
Per la tua sottile ironia, per le tue imprecazioni sotto i baffi, per le tue maglie con 34 litri di sudore a metà primo quarto, per aver mandato a quel paese Pesic che non ti ha stretto la mano davanti ad una folla di serbi inferocita.
Per l’educazione, per i messaggi positivi che hai sempre dato ai giovani, per aver evitato di fare polemica anche quando ne avresti avuto tutto il diritto.
E in particolar modo per aver fatto quello che nessun altro è stato in grado di fare negli ultimi 22 anni: portarci alle Olimpiadi. Quella serata a Belgrado, quella finale vinta contro ogni pronostico, quel tuo lasciarti finalmente andare agli istinti primordiali, gioendo, gridando, saltando, ballando, bevendo, inveendo, facendoci sentire fieri di essere italiani e appassionati di basket.
Per tutto questo, grazie Meo.
“Volevo che questo momento non arrivasse mai. Ci ho provato, riprendendo gli allenamenti individuali, ma ho capito che non sarò più il giocatore che ero prima e voglio che mi ricordiate tutti per quello che ero. Mi mancherai un sacco palla a spicchi.”
Con queste parole Achille Polonara ha appena annunciato il suo ritiro.
Per quello che sei stato ad Ancona, quando da bimbo volavi per il campo.
Per come sei esploso a Teramo, facendoci pensare che uno con quelle caratteristiche non l’avevamo mai visto.
Per le schiacciate incredibili che hai fatto a Varese.
Per il livello che hai espresso sul parquet a Reggio Emilia.
Per la maturità cestistica, e umana, che hai raggiunto a Sassari.
Per aver vinto il campionato più importante in Europa, con la maglia del Baskonia.
Per il ruolo che hai saputo ritagliarti tra Fenerbahce, Efes e Zalgiris.
Per l’uomo che sei diventato alla Virtus.
Per le emozioni che ci hai regalato in Nazionale, perché quel dominio e quelle triple a Belgrado che ci hanno consentito di volare alle Olimpiadi non ce lo scorderemo mai.
Per tutto ciò che hai fatto dopo. Per il pubblico del basket ma in generale per tutti. Affrontando la malattia con dignità, assenza di pietismo, con speranza e sorriso. Per averci fatto emozionare, piangere, sorridere, anche nei momenti più bui e drammatici.
Grazie di cuore Achi.
Non solo gialli: i libri di Marco Vichi, “padre” del commissario Bordelli, che torna con la raccolta di racconti “È di te che si parla” e che è protagonista al @PremioStrega con "Occhi di bambina"
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