“Ciao a tutti, mi chiamo Diarra è nella vita sono una istruttrice nazionale minibasket
Di recente, al termine di una partita di DR1 (la vecchia Serie D) in Toscana tra la mia società e un’altra squadra, si è verificato un episodio che ritengo grave e, soprattutto, inaccettabile.
Ero presente sugli spalti e sono stata oggetto di offese razziste da parte di adulti sostenitori avversari. “Scimmia”, “mangia banane”, insomma il solito repertorio in questi casi.
Fa strano doverlo scrivere nel 2026.
Ancora più strano se si pensa che queste parole sono arrivate da due donne, probabilmente due madri, rivolte a una ragazza più giovane.
Da istruttrice ogni giorno lavoro con bambini, insegno, educo e cerco di trasmettere valori sportivi e umani. Bambini che sono lo specchio dell’Italia di oggi: diversi, mescolati, reali.
Per questo colpisce ancora di più.
Perché è facile parlare di sport come strumento educativo, di rispetto e inclusione.
Poi però basta un episodio come questo per rendersi conto che, per qualcuno, il colore della pelle viene ancora prima di tutto il resto.
Dopo quanto accaduto, la mia società si è mossa immediatamente per segnalare l’episodio e sono arrivate le scuse da parte della società avversaria. Ma non sono stati individuati e nemmeno puniti i responsabili.
Di fatto, non è successo nulla. Come al solito con qualche riga si é chiusa la questione.
E questo, forse, è l’aspetto più triste.
Perché episodi del genere non dovrebbero passare sotto silenzio, né essere trattati come qualcosa di normale o inevitabile.
Continuerò a fare il mio lavoro, in palestra e in campo. Continuerò ad educare anche i figli di chi oggi dimostra di avere ancora pregiudizi e di usare parole che non dovrebbero più esistere. Continuerò a cercare di fare ogni giorno un lavoro migliore con i loro bambini.
Ma è giusto dirlo chiaramente: non è normale, e non dovrebbe essere accettato.”
Non abbiamo nulla da aggiungere a ciò che ha scritto questa ragazza. Avendola sentita privatamente, sappiamo quanto sia rimasta male per l’accaduto, molto più di ciò che traspare dalle sue parole. Sarebbe bello che il mondo del basket, tutto, le facesse sentire un’ondata di affetto.
Un affetto che riuscisse a lenire, almeno in parte, il male che continua a fare il razzismo.
Mi unisco alle pochissime voci - quasi tutte provenienti dal mondo cattolico e dall’associazionismo civile - che hanno provato a squarciare il grave silenzio su quella che è una delle più grandi tragedie degli ultimi anni nel Mediterraneo.
Durante i giorni del ciclone Harry, nel Canale di Sicilia si teme siano m*rte oltre mille persone.
Tante, tantissime.
Molti migranti avrebbero preso il mare nonostante il maltempo perché, poco prima della tempesta, la polizia tunisina (finanziata ed equipaggiata dall’Unione Europea e dall’Italia) bruciava gli uliveti di Sfax dove erano accampati.
Temevano di essere deportati nel deserto, o venduti agli aguzzini libici.
Così, non per un cataclisma naturale ma per scelte politiche infami - di cui siamo vergognosamente complici - sono stati spinti verso una condanna certa.
In Italia, a fare da macabro contrappunto a questa strage, c’è stata poi la propaganda del Governo, che non ha neanche speso una mezza parola di cordoglio ma ha meschinamente rivendicato il calo degli sbarchi.
Bravi, complimenti.
Sbarcano meno persone vive.
Arrivano già m*rte.
Negli ultimi giorni, sulle coste della Calabria e della Sicilia, il mare sta restituendo numerosi corpi.
Brandelli di cadaveri riaffiorati tra le onde, sospinti a riva come relitti.
Un’umanità che torna a galla senza vita, monito delle politiche di m*rte dell’Italia e dell’Europa.
Un uomo sposò una donna bellissima.
La amava profondamente, non solo per il suo aspetto, ma per ciò che era: dolce, premurosa, capace di amare senza riserve.
Un giorno, però, la donna si ammalò.
Una brutta malattia della pelle iniziò lentamente a portarle via la bellezza che tutti vedevano, ma non quella che lei donava ogni giorno.
Poco tempo dopo, il marito partì per un viaggio di lavoro.
Durante il ritorno ebbe un grave incidente e perse la vista.
Da quel momento, la loro vita continuò come sempre.
Giorno dopo giorno la malattia segnava il volto della donna, ma il marito, cieco, non poteva vederlo.
E così continuò ad amarla nello stesso identico modo.
Con lo stesso rispetto.
Con la stessa tenerezza.
Con la stessa presenza.
Lei lo accompagnava, lo guidava, si prendeva cura di lui.
Lui le restituiva amore, senza mai farle pesare nulla.
Un giorno, la donna morì.
Il dolore per l’uomo fu immenso. Dopo i funerali decise di lasciare la città.
Un amico, vedendolo allontanarsi, gli disse:
«Ora come farai da solo? Tutto questo tempo tua moglie ti aiutava a camminare…»
L’uomo si fermò e rispose:
«Io non sono cieco.
Ho finto di esserlo.
Perché se avesse saputo che vedevo la sua malattia, il suo dolore sarebbe stato più grande della malattia stessa.
Non l’ho mai amata per la sua bellezza, ma per il suo cuore.
E volevo proteggerla fino alla fine.»
⸻
Quando ami davvero qualcuno, fai di tutto per renderlo felice.
A volte significa “chiudere gli occhi”,
ignorare i difetti,
scegliere l’amore ogni giorno.
La bellezza sfiorisce.
Il corpo cambia.
Ma il cuore e l’anima restano.
Ama per ciò che vive dentro una persona,
non per ciò che appare fuori. 💔✨
@reportrai3 Massima solidarietà a Sigfrido Ranucci e alla sua famiglia, uno dei pochi baluardi di questa povera democrazia, una delle poche sentinelle capaci di tenerci “svegli” e in allerta. Stima e rispetto e, per quel poco che può contare, massimo sostegno a “Report”!
❤️
Five things to remember about war:
1. Many things reported with confidence in the first hours and days will turn out not to be true
2. Whatever they say, the people who start wars are often thinking chiefly about domestic politics
3. The rationale given for a war will change over time, such that actual success or failure in achieving a named objective is less relevant than one might think
4. Wars are unpredictable
5. Wars are easy to start and hard to stop
Attenzione, pericolo discesa in massa dal carro.
Vorrà dire che a bordo, nel caso, stiamo più comodi.
Col mister #Inzaghi, fino all’ultimo respiro di questa clamorosa stagione
E tu retwitta se sei d’accordo.
#amala
Nel 1826, quest’opera fu definita "una delle più straordinarie d'Europa".
Con i suoi 55 metri di altezza e 529 metri di lunghezza, continua a stupire i visitatori ancora oggi.
Progettato dall'architetto Luigi Vanvitelli, l’Acquedotto Carolino, noto anche come Ponti della Valle, è un gioiello dell’ingegneria idraulica, situato a Maddaloni, in provincia di Caserta.
La sua costruzione, avviata nel 1753, realizzò l’ambizioso sogno di Re Carlo di Borbone: convogliare l’acqua fino al Parco della Reggia di Caserta. Con un percorso di 38 km, alimenta le spettacolari vasche e fontane del palazzo reale.
Ricorre oggi, 19 gennaio 2025, il centenario della nascita di mio padre, il giudice Rocco Chinnici.
Ricordato da tutti come l’uomo che ha dedicato la sua vita alla lotta contro la mafia e alla costruzione di una società più giusta, fu un magistrato coraggioso e determinato, simbolo di integrità.
Un modello, oltre che un genitore, che ha saputo trasmettermi i suoi valori e la passione per la giustizia. Tanti sono i ricordi legati a mio padre fin da piccola.
Ricorderò sempre i pomeriggi passati con lui in Pretura a Partanna, da lì la mia vocazione per la magistratura si alimentò giorno dopo giorno. Grazie per tutto quello che ci hai dato giudice Chinnici!
Grazie di tutto papà!