Sono stanca di sentire dire che «Putin ha rimesso la Russia in piedi» e che «con Putin si vive meglio che negli anni Novanta».
Va bene. Ammettiamolo. Parliamone onestamente.
Non entrerò nemmeno nei dettagli dei suoi primi mandati: del fatto che la crescita economica si basava soprattutto sul prezzo del petrolio e sulle riforme realizzate proprio in quei tanto odiati anni Novanta. Del fatto che già allora ci furono la seconda guerra cecena, la distruzione di NTV, l’assassinio di Anna Politkovskaja e il carcere per Michail Khodorkovsky. Mettiamo tutto questo da parte per un momento.
La cosa importante è un’altra: se Putin se ne fosse andato dopo il primo mandato, o al massimo dopo il secondo, come prevedeva la Costituzione, oggi probabilmente verrebbe ricordato come un presidente rispettabile. Forse perfino come un buon presidente.
Non è sarcasmo. Il PIL cresceva, i redditi aumentavano, si aprivano imprese, la Russia era aperta al mondo. C’era un diffuso clima di fiducia nel futuro.
Ma Putin non se n’è andato.
Possiamo confrontare il Putin del 2002 con quello del 2022. Tutti ricordano come, all’inizio del suo mandato, Putin dicesse che la Crimea apparteneva all’Ucraina? E che l’Ucraina era uno Stato sovrano? Quel Putin non ha più nulla a che vedere con quello di oggi.
Al posto di un normale ricambio democratico sono arrivati l’annessione della Crimea nel 2014, dopo la quale è iniziata una stagnazione di fatto dell’economia e dei redditi reali dei russi. Poi l’invasione su larga scala dell’Ucraina: centinaia di migliaia di morti e mutilati, un’economia devastata, la rottura di rapporti costruiti in decenni con l’Europa, l’isolamento internazionale. E un Paese precipitato in una crisi dalla quale non è affatto chiaro come potrà uscire. I russi non hanno più alcun fiducia nel futuro.
Così, nella storia, Putin non entrerà più come un buon presidente. Qualunque cosa venga scritta nei futuri libri di testo.
Ed è proprio questo il problema fondamentale di tutti i dittatori: non se ne vanno mai al momento giusto.
Il potere che non è limitato né dal tempo, né dalle istituzioni, né da una reale competizione politica finisce sempre per produrre lo stesso effetto, indipendentemente dalle intenzioni con cui una persona vi è arrivata.
Lord Acton lo formulò già nel XIX secolo:
«Il potere tende a corrompere, e il potere assoluto corrompe in modo assoluto.»
Non è una metafora. È uno schema politico osservabile con impressionante regolarità.
La traiettoria è quasi sempre la stessa: all’inizio si affrontano davvero i problemi interni, o almeno si cerca di gestirli. Poi si comincia soltanto a simularne la soluzione. In seguito quei problemi diventano noiosi. E infine il leader, che ormai non ha più limiti, né paura, né un autentico confronto con la società, finisce per convincersi che il suo destino sia la geopolitica, la Storia, l’eternità.
E allora arriva la guerra.
Non perché sia una scelta razionale.
Ma perché i problemi interni non bastano più ad alimentare il bisogno di grandezza.
Non è una peculiarità russa.
È successo con Mussolini. Con Gheddafi. Con Saddam Hussein. Con Mugabe.
Culture diverse. Epoche diverse.
La stessa identica parabola.
È proprio per questo che nella maggior parte delle democrazie esistono limiti al numero dei mandati.
Non perché i politici siano necessariamente cattive persone.
Ma perché i limiti istituzionali sono l’unica cosa che funziona indipendentemente dalle qualità personali di chi governa.
Quelle regole non sono state scritte nei libri dei filosofi.
Sono state scritte con il sangue dei popoli che hanno aspettato troppo a lungo che il loro leader decidesse spontaneamente di farsi da parte.
Non aspettate.
@AldoSciara Aldo, ma lei lo sa che i socialdemocratici veri, la SPD tedesca intendo, ancora non hanno "epurato" nemmeno Gerhard Schröder, nonostante tutto?
E su di lui di motivi ne avrebbero a vagonate, politici e non.
Eppure...
Trump interrompe gli aiuti all’Ucraina.
Insiste che l’Ucraina “non ha le carte” e vuole imporre la pace di Putin.
Ucraina ed Europa dicono “no” e sostengono l’Ucraina.
Musk rimuove l’accesso a Starlink alla Russia e l’Ucraina comincia ad avanzare a ritmo serrato.
La situazione economica in Russia è al collasso.
Trump e Netanyahu scatenano una guerra.
Fanno alzare il prezzo del petrolio.
Trump rimuove sanzioni a Russia e Bielorussia.
Trump riattiva le esportazioni del petrolio russo verso l’India.
La Russia respira.
Trump fa un bel endorsement a Orban.
Manda prima Rubio e poi JD Vance a sostenere Orban.
Intanto Orban blocca il prestito di 90 miliardi all’Ucraina.
Meloni, in uno strano esercizio di contorsionismo, dice di sostenere l’Ucraina, mentre difende Orban che impedisce il prestito all’Ucraina.
Oggi Netanyahu fa l’endorsement a Orban.
Nel frattempo il ministro degli esteri ungherese passa ai russi i rapporti confidenziali del Consiglio europeo.
Prosit.
@valeconticello Leggo molti post e commenti di questo tenore e vi domando quale idea avete voi di un partito politico, uno serio intendo.
Un soggetto politico forte non solo accetta, ma garantisce il dissenso interno.
Non è o con me o fuori dalle pelle.
Quello era altro...
@france_bis Va be' dai, però bisogna dire che, diversi anni fa, insieme a Foligno, Spoleto ci penso' a diventare Provincia.
Rimase un pensiero... ma anche il pensiero conta.
Qua è dove un gastroenterologo dà lezioni di diritto costituzionale a uno dei penalisti più autorevoli del Paese. Praticamente, il sunto di tutta la campagna elettorale.
Il premio "sarcasmo dell'anno" va al The Economist.
"Sebbene il presidente Donald Trump affermi di aver 'distrutto il 100% delle capacità militari dell'Iran', lo 0% rimanente sta creando scompiglio nell'economia globale." - The Economist