Roberto #Vannacci: “Ulisse è l’uomo del patriarcato mediterraneo. Lascia la sua terra e la sua famiglia per andare a proteggere la patria. Dopo 20 anni, torna a Itaca e stermina i Proci, quelli che hanno cercato di insidiare la sua famiglia. È il nostro uomo di riferimento”
Da scolpire nel marmo. Putin è al potere da 26 anni e nei suoi 22 anni da presidente è sempre, SEMPRE, stato in guerra. Ogni singolo anno della sua presidenza.
@dariodangelo91 È nato in Italia, in provincia di Bergamo, più o meno come Balotelli.. cosa c'entra l'immigrazione irregolare? Cominciamo a investire sulla scuola, considerando i tanti bambini segnalati dagli insegnanti per cui i servizi sociali/neuropsichiatria non hanno le risorse per seguirli
@daves80@stebaraz In generale apprezzo Bersani. Ma qui mi pare faccia un po' di confusione. Cosa c'entra la promozione di iniziative "ispirate alla Costituzione" con le correnti legate a schieramenti politici? E poi, anche se è successo, non è un bene che i magistrati ispirino/dettino le leggi
"C’è un passaggio, in un documento ministeriale pubblicato quasi in sordina all’inizio dell’estate, che dovrebbe far tremare le fondamenta della nostra Repubblica.
È una frase contenuta a pagina 45 del nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), approvato con grande ritardo e redatto tra le nebbie dei dipartimenti centrali.
Si trova nell’“obiettivo 4: Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. E recita: “Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma nemmeno essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento”.
Non è una battuta, né un refuso. È la nuova linea di indirizzo strategico dello Stato verso centinaia di Comuni italiani, per lo più montani, collinari o rurali. Si tratta di un cambio di paradigma silenzioso ma devastante: si rinuncia ufficialmente all’idea di invertire la tendenza allo spopolamento. Si pianifica il declino. Lo si accompagna. Lo si normalizza.
Per capire la portata della questione, bisogna risalire alla definizione di Aree Interne: sono quasi 4.000 Comuni italiani, sparsi in ogni regione, che si trovano lontani dai centri dove si concentrano servizi essenziali come sanità, istruzione e mobilità. Coinvolgono oltre 13 milioni di cittadini, il 23% della popolazione, distribuiti su quasi il 60% del territorio nazionale. In pratica, l’Italia profonda. Quella che custodisce boschi, pascoli, acque, borghi storici, comunità coese. E che oggi si vede diagnosticare una malattia terminale.
Nel PSNAI, approvato nel marzo 2025 ma diffuso solo ora, lo Stato compie una distinzione netta tra territori rilanciabili e territori senza speranza. I secondi, si legge, hanno una struttura demografica compromessa, con popolazione in forte declino e basse prospettive di sviluppo. E quindi, si conclude, non possono avere obiettivi di rilancio.
Ma cosa significa, in pratica? Significa che non si investirà più per trattenere giovani o attrarne di nuovi. Che non si costruiranno più servizi in quei luoghi. Che si pianificherà una dignitosa decadenza: un welfare del tramonto che fornisca badanti e medicine, ma non opportunità né speranza.
Un gruppo di studiosi, amministratori e attivisti, riuniti il 12 giugno dal CERSTE, ha avuto il coraggio di dire le cose come stanno: questo documento è un verdetto, non una strategia. E viola in spirito l’articolo 3 della Costituzione, là dove parla dell’impegno della Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano l’eguaglianza e la partecipazione di tutti i cittadini. Invece di rimuoverli, li si consacra.
Si adottano criteri tecnici, tempi di percorrenza, densità, indicatori statistici che ignorano la realtà sociale e culturale dei luoghi. Si dimentica che molte fragilità sono state indotte da scelte politiche e tagli strutturali. Che non si può misurare la vitalità di un borgo solo coi numeri dell’anagrafe.
Le implicazioni economiche sono enormi. Si accentua la polarizzazione tra città affollate e campagne abbandonate. Si crea un’Italia a doppia velocità dove le periferie non sono più nemmeno oggetto di recupero, ma di gestione passiva.
Eppure, proprio in quei territori ci sarebbero opportunità strategiche: agricoltura sostenibile, turismo lento, energie rinnovabili, coesione sociale, difesa idro-geologica. Il paradosso è che nel resto d’Europa, dalla Francia ai Paesi nordici , le aree rurali sono oggetto di investimenti e valorizzazione. Hanno rappresentanza istituzionale, accesso a fondi dedicati, programmi a lungo termine. In Italia, invece, si preferisce accompagnare al tramonto.
Non è solo un errore tecnico. È un messaggio devastante: Non contate più. È anche una questione di dignità: le comunità che resistono nelle Aree Interne non vogliono compassione. Vogliono giustizia, possibilità, strumenti. Questo è il punto che il PSNAI ignora.
Le Aree Interne non sono solo problemi da contenere, come pare emergere dal documento. Sono risorse da liberare. E se l’Italia vuole davvero essere una nazione coesa, deve smettere di pensare in termini di resa amministrativa e tornare a fare politica, nel senso più alto: ascoltare, valorizzare, scegliere. Perché un Paese che dichiara la fine di sé stesso, un borgo alla volta, sta smettendo di essere una Repubblica".
Nel paese che negli ultimi 30 anni è cresciuto di meno al mondo, c’è un fisco che toglie decine di migliaia di euro ad una partita Iva che fattura oltre una certa soglia.
La nostra Aurora, in un minuto e ventitré secondi, ci racconta di questo paradosso.
🚨🪖 Sono abbastanza sicuro che la maggior parte di voi non abbia letto né sentito neanche un passaggio del discorso pronunciato ieri dal Segretario Generale della NATO a Chatham House. Ora una brava cantante italiana potrebbe replicare: "Sono solo parole". Ma non lo sono. Quelli di Mark Rutte sono schiaffi in pieno volto, tentativi di rianimazione nei confronti di un'opinione pubblica occidentale per larga parte incapace di uscire dal dolce letargo degli ultimi decenni di pace. Per non parlare di molti dei suoi leader, impantanati in calcoli di breve respiro, col rischio (reale) di condannare i Paesi che governano ad arrivare col fiato corto ai piedi della salita. Quale? Quella traducibile con la parola "guerra". Per quel che può servire, ho tradotto il suo intervento integralmente. Buona lettura.
"Tra sole due settimane, presiederò il Vertice della NATO dei leader alleati all'Aia. E questo Vertice trasformerà la nostra Alleanza.
Costruiremo una NATO migliore. Una NATO più forte, più equa e più letale. Per continuare a mantenere la nostra gente al sicuro e i nostri avversari a distanza.
A causa della Russia, la guerra è tornata in Europa. Affrontiamo anche la minaccia del terrorismo. E una feroce competizione globale. La Russia si è alleata con Cina, Corea del Nord e Iran.
Stanno ampliando i loro eserciti e le loro capacità. La macchina da guerra di Putin accelera – non rallenta. La Russia sta ricostituendo le sue forze con tecnologia cinese e produce armi più rapidamente di quanto avessimo previsto.
In termini di munizioni, la Russia produce in tre mesi ciò che l'intera NATO produce in un anno. E la sua base industriale della difesa dovrebbe sfornare quest’anno 1.500 carri armati, 3.000 veicoli blindati e 200 missili Iskander.
La Russia potrebbe essere pronta a usare la forza militare contro la NATO entro cinque anni.
Cinque anni.
Non prendiamoci in giro: siamo tutti sul fianco orientale ora.
La nuova generazione di missili russi viaggia a molte volte la velocità del suono. La distanza tra le capitali europee si misura in minuti. Non esiste più Est o Ovest – esiste solo la NATO.
Anche la Cina sta modernizzando e ampliando il suo esercito a una velocità vertiginosa. Ha già la marina militare più grande del mondo. E si prevede che la sua forza navale crescerà fino a 435 navi entro il 2030. La Cina sta anche espandendo il suo arsenale nucleare. E punta ad avere più di 1.000 testate nucleari operative, sempre entro il 2030.
Coloro che si oppongono alla libertà e alla democrazia si stanno trincerando. Si preparano a uno scontro di lungo periodo. E cercano di dominarci e dividerci. Nel 1936, Winston Churchill pose questa domanda durante un dibattito alla Camera dei Comuni: "Ci sarà tempo per mettere in ordine la nostra difesa? (...) Ci sarà tempo per fare questi sforzi necessari, o saranno registrate le terribili parole 'troppo tardi'?".
Questa è la domanda anche per la NATO oggi. La storia ci insegna che, per preservare la pace, dobbiamo prepararci alla guerra. I sogni a occhi aperti non ci terranno al sicuro. Non possiamo ignorare il pericolo. La speranza non è una strategia. La NATO deve diventare un'Alleanza più forte, più equa e più letale.
Una NATO più forte significa spendere molto di più per la nostra difesa. Tutti gli Alleati raggiungeranno quest'anno l'obiettivo iniziale di spendere il 2% del PIL in difesa. Fu un impegno preso già nel 2014. Ora abbiamo un piano concreto per il futuro. Sappiamo cosa ci serve. E sappiamo cosa fare. Al Vertice dell'Aia, mi aspetto che i leader alleati concordino di spendere il 5% del PIL in difesa. Sarà un impegno a livello NATO. E un momento decisivo per l’Alleanza.
Il nuovo piano di spesa si divide in due parti:
- Il 3,5% sarà investito nei requisiti militari fondamentali.
- Il resto andrà in investimenti per la sicurezza e la difesa, inclusa l'infrastruttura e la capacità industriale.
Il 5% non è una cifra tirata fuori a caso: è basata su fatti concreti. Il fatto è che serve un salto di qualità nella nostra difesa collettiva. Il fatto è che servono più forze e capacità per realizzare pienamente i nostri piani difensivi. Il fatto è che il pericolo non sparirà nemmeno quando finirà la guerra in Ucraina.
Le nostre decisioni sono guidate dai piani operativi della NATO e dagli obiettivi di capacità. Questi definiscono cosa devono fornire gli Alleati. E la scorsa settimana i Ministri della Difesa NATO hanno concordato nuovi obiettivi ambiziosi.
I dettagli sono classificati, ma abbiamo bisogno di:
- Un aumento del 400% nella difesa aerea e antimissile. Vediamo in Ucraina come la Russia semina terrore dal cielo. Rafforzeremo quindi lo scudo che protegge i nostri cieli.
- Migliaia di veicoli blindati e carri armati in più.
- Milioni di proiettili di artiglieria in più.
- Raddoppiare le capacità logistiche, di supporto medico, trasporti e forniture.
Gli Alleati investiranno in più navi da guerra e aerei. Solo per fare un esempio, gli Alleati degli Stati Uniti acquisteranno in totale almeno 700 caccia F-35. Investiremo anche in più droni e sistemi missilistici a lungo raggio. E aumenteremo gli investimenti in capacità spaziali e informatiche. È chiaro: se non investiamo di più, la nostra difesa collettiva non è credibile. Spendere di più non serve a compiacere nessuno. Serve a proteggere un miliardo di persone.
Gli Alleati faranno anche investimenti più ampi nella sicurezza, incluse le infrastrutture. Strade, ferrovie e porti sono importanti quanto carri armati, caccia e navi da guerra. Servono reti civili in grado di supportare la mobilità militare. Per portare le forze giuste, nel posto giusto, al momento giusto.
Il fronte interno e il fronte militare ormai coincidono. La guerra non si combatte più a distanza: società e forze armate sono unite.
Investiremo di più nella preparazione civile, affinché le nostre società siano pronte per un giorno che preghiamo non arrivi mai.
La NATO lavora 24 ore su 24 per impedire che quel giorno arrivi.
Aumenteremo anche le spese per difenderci da attacchi informatici, sabotaggi e altre minacce. E gli investimenti più ampi dovranno includere il rafforzamento della nostra base industriale della difesa. È chiaro che, in tutta l'Alleanza, non stiamo producendo abbastanza.
Aumentare gli investimenti in difesa significa aumentare anche la produzione. Più domanda deve significare più offerta – non prezzi più alti. Significa anche produrre in scala e con velocità. Ci serve capacità industriale grezza, come quella di Sheffield Forgemasters, che ho visitato stamattina con il Ministro della Difesa britannico John Healey.
Abbiamo bisogno di elettricità più economica, accesso ai minerali critici e maggiore know-how ingegneristico. Altrimenti, l'impegno a spendere il 5% del PIL andrà perso nei costi di produzione, invece che investito nella difesa. Espanderemo quindi la base industriale in tutta l’Alleanza. Sosterremo l'aumento della produzione, rimuoveremo le barriere alla cooperazione e sfrutteremo le tecnologie più avanzate.
Per citare l'ex Primo Ministro laburista Harold Wilson: "Voglio che la NATO costruisca il proprio futuro nel calore bianco dell'innovazione".
Per restare avanti ai nostri avversari, dobbiamo sviluppare e adottare nuove tecnologie. Possono essere più economiche ed efficaci delle tradizionali armi pesanti. Sul campo in Ucraina, droni da 400 dollari usati bene abbattono carri armati russi da 2 milioni. Più spesa e più produzione significano deterrenza efficace, crescita economica e nuovi posti di lavoro. Il Vertice all'Aia lancerà un chiaro segnale all'industria. E l'industria dovrà raccogliere la sfida.
Rendere la NATO più forte significa investire e produrre di più. Rendere la NATO più equa significa riequilibrare il peso della sicurezza. Ogni Alleato deve fare la sua parte. Tutti beneficiamo della protezione dell’Alleanza transatlantica. Ed è fondamentale che ogni membro della NATO contribuisca equamente. Per troppo tempo l’America ha portato un peso eccessivo. Gli Alleati dell’America hanno spalle larghe, e l'Europa e il Canada faranno di più per la sicurezza comune. Con il pieno sostegno del fermo impegno americano verso la NATO.
E, oltre che più forte ed equa, la NATO sarà più letale. Sia chiaro: saremo sempre un'Alleanza difensiva.
Essere più letali significa rafforzare la deterrenza e la postura difensiva. Fornire ai nostri militari ciò di cui hanno bisogno per proteggerci. E dimostrare a ogni aggressore che possiamo – e sapremo – colpire più duramente. Con la nostra potenza militare e la determinazione a usarla, se necessario, nessuno dovrebbe nemmeno pensare di attaccarci.
Il Presidente Putin non si comporta come uno interessato alla pace. La Russia continua a colpire obiettivi civili in Ucraina, giorno e notte. Una violenza fine a sé stessa. Sosteniamo pienamente gli sforzi del Presidente Trump per fermare lo spargimento di sangue. Il popolo ucraino merita una pace giusta e duratura. Il sostegno della NATO all'Ucraina continua – pratico e politico. Non per prolungare la guerra, ma per permettere all'Ucraina di difendersi oggi e prevenire aggressioni future. La NATO è al fianco dell'Ucraina, ora e nelle sfide a venire.
In un'epoca di incertezza, il legame transatlantico è essenziale. E l'impegno duraturo di tutti gli Alleati all'Articolo 5 – che un attacco a uno è un attacco a tutti – è un messaggio potente.
Ci difenderemo contro ogni minaccia, da qualunque direzione arrivi.
La storia ha dimostrato che Nord America ed Europa, insieme, sono una combinazione vincente. Il vertice si terrà a Churchillplein – Piazza Churchill. Il suo spirito da bulldog vive oggi nella NATO. Abbiamo fiducia, impegno e coraggio per fare tutto il necessario a difesa del nostro stile di vita. Non ci sono seconde possibilità in materia di sicurezza. E quindi, all’Aia, porteremo risultati.
Gli amici sanno essere franchi tra loro. E dovremo prendere decisioni difficili. Ma non perdiamo di vista cosa c’è in gioco: la sicurezza di un miliardo di persone, su entrambe le sponde dell'Atlantico.
Insieme, assicureremo la pace attraverso la forza.
Insieme, renderemo l'Alleanza più forte, più equa e più letale.
E insieme, costruiremo una NATO migliore".
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@CarloCalenda L'Europa ha avuto 80 anni di pace e benssere perché unita (nei vari gradi che l'hanno portata alla UE) e perché difesa unitariamente dalla Nato.
Possono garantire altri 80 anni di pace e benessere i sovranismi e chi non vuole essere preparato a difendersi? No.
"Il governo sta cercando una soluzione all'immigrazione, ma c'è la magistratura che fa politica e si mette di traverso". Così il direttore dell'agenzia DIRE, alla rassegna stampa di @RaiNews, liquida la preminenza del diritto Ue, il dovere dei giudici di disapplicare le norme interne in contrasto con quelle europee e molto altro.
Il tutto senza la benché minima obiezione da parte di chi conduce la rassegna.
Non ce la possiamo fare.
Uno dei motivi per cui l’Italia fa così tanta fatica a cambiare è che al politico italiano medio non gliene frega proprio un beneamato piffero di cambiare il paese.
L’ossessione è solo vincere le elezioni. Che, si capisce, è condizione necessaria per cambiare il paese (che non si cambia con gli editoriali né con le testimonianze, ma vincendo le elezioni).
Ma vincere le elezioni è condizione necessaria. Non sufficiente.
Dopo tanti anni, continuo a essere stupefatto di come a tanti interessi solo vincere, anche se con una coalizione con cui sanno benissimo di non riuscire a fare assolutamente nulla di concreto o di auspicabile per la tua comunità.
Perché, evidentemente, l’obiettivo non è quello.
Oggi spiego gli emendamenti della Lega al disegno di legge sulla separazione delle carriere, con cui si vorrebbe risolvere il problema Albania, e non solo.
Gli emendamenti affermano il principio che la legge italiana prevalga su quella europea e che i giudici non possano disapplicarla, ma solo rivolgersi alla Corte costituzionale.
Ma in quegli emendamenti della Lega c’è qualcosa di peggio: è il tentativo di far uscire surrettiziamente l’Italia dall’Ue, mediante il disconoscimento dei vincoli (ad esempio, quelli di bilancio) derivanti dall’appartenenza all’Unione. Chissà quanti lo hanno davvero compreso.
@DomaniGiornale
https://t.co/CsLah2smyd
Ho scritto un libro intero sull’esondazione della magistratura, ma non c’è nulla di scandaloso nell’email di Patarnello, che il Tempo ha pubblicato tagliata. Soliti allarmi su autonomia magistrati e un invito a “porre rimedio” non a Meloni (!) ma alle divisioni interne. Il magistrato in questione scrive pure: “Non dobbiamo fare opposizione politica”.
Dopo la figuraccia da peracottari sui migranti (il tribunale di Roma non poteva che applicare la sentenza della Corte di giustizia Ue) il governo ora sta strumentalizzando ogni cosa per fare la parte della vittima. Peracottari, non vittime
A @diMartedi Floris dice che i migranti sono stati rimandati in Italia dall'Albania perché i giudici hanno deciso che non potevano essere rimpatriati, non provenendo da Paesi sicuri.
Non è così, anche perché se fosse così nessuno sarebbe rimpatriato. Ora spiego come stanno le cose.
Quei migranti non potevano essere assoggettati alla procedura accelerata di frontiera, quella che si applica in Albania, che è un procedura sommaria, con poche garanzie e fondata su automatismi, poiché si basa sul presupposto che i migranti non abbiano diritto all'asilo , provenendo da Paesi sicuri. Ma se i Paesi non sono sicuri, quella procedura non può applicarsi.
I migranti che provengono da paesi non sicuri vanno assoggettati non a procedura accelerata, ma a procedura ordinaria, a seguito della quale potranno essere rimpatriati, se ne ricorrano le condizioni, dopo una valutazione che non sarà accelerata, bensì svolta in tempi idonei a consentire un esame caso per caso.
Non è un tecnicismo. È una spiegazione che serve a capire per quale motivo non è vero che nessuno potrà essere più rimpatriato.
#dimartedì
Isabella Tovaglieri (Lega) sta affermando a @4diseraweekend che, se la maggioranza degli elettori vota un politico affinché faccia certe leggi, i giudici non devono intervenire su quelle leggi volute dalla maggioranza del Paese.
Tovaglieri ripete ciò che da ieri dicono insistentemente Meloni, Salvini e altri politici al governo.
Far passare il concetto che il voto della maggioranza degli elettori pone gli eletti al di sopra dei leggi e della magistratura lascia presagire per l'Italia scenari oltremodo inquietanti.
#4diseraweekend
Ennesimo chiarimento sulla questione "Paesi sicuri". Chiarimento dedicato specialmente a chi dice che i giudici, europei e nazionali, non possono e non devono ingerirsi nella scelta dei "Paesi sicuri" fatta dai governi.
I giudici non si ingeriscono affatto in tali scelte. I giudici applicano la normativa Ue, fonte di rango superiore rispetto a qualunque atto del governo, incluso il decreto legge.
È una direttiva Ue a dire espressamente che un Paese è "sicuro" solo se è tale per tutti e in ogni parte del suo territorio.
Le schede allegate al decreto interministeriale che definisce i Paesi sicuri, per 15 di essi afferma espressamente che essi non sono sicuri per tutti e in ogni parte. Quindi, quel decreto interministeriale non rispetta la direttiva europea.
I giudici non hanno fatto altro che rilevare tale mancato rispetto della direttiva da parte del decreto. In altre parole, non sono i giudici a dire che quei Paesi non sono sicuri per tutti e in ogni loro parte, ma è lo stesso decreto interministeriale italiano ad ammetterlo.
Quindi, non c'è stata nessuna indebita invasione di campo da parte della magistratura. I giudici regolarmente valutano la coerenza della normativa nazionale rispetto a quella europea. Ed è la legge stessa a dire che, in caso di non conformità, la legge nazionale va disapplicata. Andrebbe disapplicato anche il decreto legge che il governo varerà oggi se violasse la normativa europea.
@ErmesAntonucci Capisco la rabbia, ma in generale uno dovrebbe indagare solo quando sa già che l'imputato è colpevole? Sicuramente c'è qualcosa che non funziona bene e cade sulla pelle delle persone, ma la realtà ha una complessità che non possiamo ignorare.
Il mio sogno?
Un paese in cui se il governo convoca una conferenza stampa per esporre le misure della Legge di Bilancio, i giornalisti per prima cosa chiedono: “avete portato le norme, con relazione illustrativa e relazione tecnica?”
E se la risposta è no, si alzano e se ne vanno. Dando appuntamento a quando il governo presenterà la Legge di Bilancio con l’unica cosa che conta: le norme, non gli annunci.
Perché il trucco è sempre lo stesso: ora imposti la comunicazione sul registro che vuoi tu, e lasci che si sedimenti nel dibattito pubblico.
Poi, con calma, arriveranno le norme, con la spiegazione ( = relazione illustrativa) e se e quanto costano o portano al bilancio pubblico( = relazione tecnica).
E anche se saranno diverse dagli annunci, ormai il messaggio comunicativo si sarà stabilizzato su un registro parzialmente o completamente falso.