🏀 Il professionismo non è solo una questione di soldi. È una questione di rispetto.
Le parole di Andrea Bargnani hanno riacceso un tema che nel nostro sport conosciamo fin troppo bene: il riconoscimento reale del valore degli atleti.
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Tre partite di Serie A di basket, in programma sabato, sono state spostate a lunedì sera (due) e domenica a pranzo (una).
Con buona pace di tutti i tifosi che avevano già prenotato e pagato i viaggi per seguire le squadre (tantissimi trapanesi diretti a Napoli, molti triestini diretti a Cremona, un buon numero di sassaresi diretti a Trento) e che nella maggior parte dei casi sono ora costretti a rinunciare, e perderanno dei soldi perché il sabato è diventato un lunedì, giorno lavorativo peraltro.
Il tutto per recepire il diktat arrivato dall’alto (leggasi Stato) per cui a Pasquetta l’Italia (unico Paese al mondo) ha fermato il calcio e il basket, e sabato farà lo stesso in occasione dei funerali.
Non è tanto per una questione di laicità del Paese in cui viviamo, o una questione di bigottometro letteralmente esploso di fronte a queste scelte, quanto per una decisione totalmente priva di senso che privilegia la facciata anziché la sostanza e che, come spesso accade in questo Paese, se ne fotte delle persone, delle famiglie, e delle vite di chi a causa di queste decisioni subirá un danno.
Al netto di ogni opinione sul tema, siamo sicuri di una cosa: Jorge Mario Bergoglio, grande amante dello sport, e grande utilizzatore di metafore sportive (anche di basket) nei suoi discorsi pubblici, vi avrebbe detto che siete dei cretini e dei retorici, perché è proprio non smettendo di fare sport che si sarebbe onorata al meglio la sua memoria.
Vorremmo che leggeste tutti questo messaggio che abbiamo ricevuto:
"Ho appena finito di guardare il video dell’intervista al 'Lobito' Juan Fernandez. Sono sul treno che come ogni sera mi riporta a casa nel mio solito viaggio casa-lavoro, insieme ad un sacco di sconosciuti che mi guardano straniti. Seminascosto nel cappuccio del mio giaccone sto piangendo a dirotto. Penso a mio figlio, di 14 anni, e che quasi un anno è annientato dalla depressione e dalle crisi d’ansia.
In questi giorni sta particolarmente male, tanto da far fatica ad alzarsi dal letto e uscire dalla sua camera per fare le cose più semplici e normali per un ragazzo della sua età. Nonostante abbiamo la fortuna di essere seguiti da un reparto di neuropsichiatria infantile tra i migliori in Italia, sembra che questa cosa non abbia mai fine e soluzione.
Fino allo scorso anno aveva una vita normalissima: andava a scuola con ottimo profitto, giocava a basket in una squadra e arbitrava anche. Poi tutto d’un tratto il buio più completo e l’inizio di questo nostro viaggio tra gli inferi di questa malattia. Il non riuscire ad andare a scuola e a mettersi a studiare, la fatica ad uscire con gli amici anche solo per mangiare una pizza, la difficoltà a concentrarsi nel leggere un libro o un manga.
Solo una cosa riesce a dargli sollievo in maniera importante, seppur gli chieda grande sforzo e un impegno spesso sovraumano: giocare a basket.
Ha dovuto ridimensionare le sue aspettative, ma il pensiero di potersi allenare, di giocare delle partite, di stare coi compagni e con allenatori é la fiamma che alimenta la sua voglia di guarire e farcela, e la speranza mia è di mia moglie che questo periodo passi il più in fretta possibile.
Purtroppo la questione della salute mentale è un problema molto attuale in tutti gli ambiti e spesso sottovalutato; trasversale in tutte le generazioni a partire dai più piccoli. Vedere ricoverati dei ragazzini per queste cose è una pugnalata al cuore. Nella scuola media che frequentava, un totale di 500 alunni sono stati segnalati 15 casi come quello di mio figlio: 3%, una cifra importante, se pensiamo a quanti siano i casi di sofferenza non palesati.
Per questo da papà non posso che dirvi GRAZIE. Grazie per portare all’attenzione della gente un problema sociale di grande impatto. Grazie perché spero che questa testimonianza posso essere di aiuto a mio figlio. Grazie perché anche questa volta siete riusciti a fare centro, anzi di più, é come aver messo la tripla della vittoria allo scadere in finale di Eurolega! Un grosso abbraccio!
P.S. non so se leggerete mai questo mio messaggio, ma mi sono sentito in dovere di scrivermi. Un papà che sta soffrendo."
Questo messaggio ci ha toccato profondamente. Il papà ci ha dato l'ok a pubblicarlo ma soprattutto, su nostro consiglio, ha accettato che lo inoltrassimo a Juan Fernandez. La risposta di Juan è stata incredibile: ha contattato il papà, ha parlato con suo figlio, e nei prossimi giorni si recherà a casa loro per trascorrere del tempo col ragazzo che da ieri vede in Juan quella luce che gli mancava da tempo.
Per chi non l'avesse vista, questa è l'intervista che gli abbiamo fatto in cui il giocatore della Reyer Venezia racconta il suo calvario dovuto alla depressione: https://t.co/WtYt8FgzyA
Alla fine il basket è anche questo. Anzi, soprattutto questo. Qualcosa che è in grado di andare molto al di là di canestri e passaggi, arrivando ad essere un aiuto incredibile per tante persone.
«Ciao bimbo, io sono quello con la canotta bianca in questa foto, e mi ci sono voluti 2 giorni per prendere coscienza di ciò che è accaduto.
Ciao Bimbo, dicevo... per me sarai sempre quel simpatico bimbo del Trofeo Piattelli a Montecatini Terme nel 1989: un rospetto con due gambe lunghissime, occhi vispi ed un sorriso che avrebbe, poi, ammaliato il mondo e non solo quello della pallacanestro.
Quel bimbo che quella sera fece qualcosa di unico ed irripetibile: entrare in campo insieme a suo padre "Billy Joe", in mezzo ai "grandi", durante la finale di un trofeo estivo, con la canotta fino alle ginocchia e con la sfrontatezza dei Campioni, seppur con i suoi soli 11 anni, provando ad incidere sulla partita, ad esserne protagonista e non solo comparsa, come avrebbe fatto poi per il resto della sua carriera.
La finale di un torneo estivo, forse uno dei più prestigiosi tornei del tempo giocato a Montecatini negli anni del boom del basket Toscano; in campo solo giocatori adulti di serie A, serie B, serie C di Montecatini, Pistoia, Livorno, Siena e Firenze: nessuno voleva perdere, nemmeno per scherzo.
Questioni di campanilismo e di onore, cose da "provincia italiana", ma sentimenti ed emozioni che poi avresti trasportato, con il tuo immenso talento, nel basket oltreoceano.
"Un bimbo in campo, che carino!", il pensiero delle 1000 persone in tribuna e tua madre, là dietro, che ti guarda estasiata.
"Un bimbo in campo, che palle!", il pensiero degli atleti.
"E ora che faccio ?" il pensiero di chi ti doveva marcare.
E quel qualcuno, purtroppo o per fortuna, ero io, modestissimo giocatore delle minors toscane.
La palla arriva al bimbo... mi dico: "Stai fermo, non fare niente... è un bimbo!"
Il bimbo tira da 3... ciuff, canestro, ovazione del pubblico, mugugni in campo dei miei compagni di squadra.
Ancora palla al bimbo... mi dico: "Avvicinati, ma tieni basse le braccia... è un bimbo!"
Il bimbo, incurante, tira ancora da 3... ancora ciuff, canestro! Pubblico in visibilio, rimbrotti pesanti dei miei compagni di squadra, time-out del nostro coach che non vuole perdere (nessuno voleva) e mi chiede di difendere.
Torniamo in campo.
Ancora palla al bimbo.
Tutto il palazzo vuole che il bimbo tiri ancora. E lo incita.
Tutti i miei compagni vogliono che io difenda. E urlano di non farlo tirare.
"Porca put....na" - penso io - "E ora che faccio?"
Mi avvicino al bimbo e con gli occhi cerco di fargli capire: "Non lo fare, per favore"
Niente da fare, nel suo sguardo solo una feroce determinazione (...che fosse l'inizio della Mamba Mentality?)
La gente è entusiasta: "tira, tira ancora!"
Alzo le braccia senza nemmeno guardare il bimbo che, incosciente, prende la palla, più pesante e più grande di lui, e la lancia a canestro.
Involontaria quanto inevitabile arriva la mia stoppata al bimbo: cosa penserà di me la sua mamma?
Il palazzetto ulula indignato verso di me, i miei compagni continuano a giocare come niente fosse... io scoppio a ridere per la situazione tragicomica e vado dal coach: "Ora o mi sostituisci o vieni te a marcare quel bimbo!"
Già... il bimbo... quel bimbo, che da lì a poco avrebbe regalato alla pallacanestro mondiale tante di quelle emozioni che nessuno avrebbe potuto immaginare, compresa forse la dichiarazione di amore, la lettera di addio, più bella che nessuno abbia mai scritto.
Ciao Bimbo...
Adesso potrai far innamorare, anche gli angeli, della pallacanestro: ogni tuo canestro un 'disegno' divino!
Forse un giorno giocheremo ancora 1 contro 1 e, senza dubbio, mi renderai quella tragicomica stoppata, mentre tua figlia ci guarderà ridendo.
5... 4... 3... 2... 1... Fai buon viaggio, Kobe. È stato bellissimo vederti.»
Esattamente cinque anni fa Federico Biagini, l'uomo in foto marcato da Kobe Bryant, ci inviava questo messaggio.
Immaginate una carriera lunga 21 stagioni, tra Reggio Emilia, Fortitudo, Barcellona, Cantù, Milano e Capo d'Orlando.
Immaginate un dominio offensivo e difensivo nei due 2 scudetti vinti con la Effe, e la capacità di fare la differenza in un Barcellona stellare che vince l'Eurolega.
Immaginate le ultime 3 medaglie vinte dalla Nazionale che portano tutte la sua firma.
Immaginate uno che segna 24 punti in faccia ad Allen Iverson e Tim Duncan, battendo gli USA.
Immaginate uno che trascina letteralmente una nazionale ad una Olimpiade, giocando una delle partite più incredibili di sempre di un giocatore in maglia azzurra, in semifinale con la Lituania, consentendo all'Italia di mettersi un argento al collo.
Immaginate uno che fa dire ad un telecronista "LeBron James non riesce minimamente a marcarlo".
Immaginate uno che inventa una tipologia di tiro nel basket, "il tiro ignorante", anticipando quello che avrebbe successivamente fatto Steph Curry.
Immaginate uno che la mattina di Pasqua, dopo una partita persa con Capo D'Orlando, nel giorno libero della squadra, si presenta in palestra la mattina alle 8 per fare due ore di allenamento da solo.
E ora immaginate uno che al termine della sua carriera, riconosciuto da tutti come uno dei migliori giocatori di basket italiani della storia, parla così di sé stesso: "Non sono d'accordo con ciò che scrivono di me: io non sono nato fenomeno e non ho mai avuto il talento di altri, come Myers per esempio. Mi sono sempre sentito più scarso di tanti giocatori: ho convissuto con complessi di inferiorità per quasi tutta la carriera e solo quando mi sono ritirato sono riuscito a rilassarmi. Per riuscire a stare al livello dei più bravi mi sono dovuto allenare cento volte di più, e da ragazzo, ogni giorno, mi alzavo la mattina sapendo che se non ce l'avessi fatta sarei tornato ad alzarmi all’alba a raccogliere frutta con mio padre in campagna."
Oggi è una data particolare per la pallacanestro italiana perchè Gianluca Basile compie 50 anni.
Un numero che ci sbatte in faccia lo scorrere inesorabile del tempo, ma che ci regala anche un sorriso ripensando a quei pomeriggi con la moka sul fuoco, la tv accesa, e un ragazzo col ciuffetto davanti agli occhi che riusciva a lasciarci increduli ogni volta di più.
Grazie Baso per aver reso possibile l'impossibile.
1997, torneo "Adidas Playground League", evento internazionale di basket, tappa di Milano. Dario Licari racconta: "Ero un giocatore amatoriale di calcio, a basket facevo schifo, ma partecipai al torneo con degli amici. Avevo i dread, giravo per gli stand con un cappello da vichingo e un cartello con su scritto 'Applausi' e dietro 'non vi sento!'. Gli organizzatori mi assegnarono il premio simpatia del torneo e mi invitarono incredibilmente a partecipare alla partita delle stelle.
In campo c'eravamo io, Andrea Meneghin, altri giocatori fortissimi e... Kobe Bryant. Era reduce dalla prima stagione NBA e al tempo era un atleta Adidas...
Mi presentai a Kobe in inglese, ma lui mi rispose sorridendo in perfetto italiano. Poi mi lanciò una sfida: se gli avessi fatto un canestro in faccia, mi avrebbe regalato qualcosa. Non ci potevo credere...
In quel momento mi venne un colpo di genio. Ricevetti il primo pallone del match e, anziché passarla, feci due passi indietro e tirai da centrocampo. Una mattonata pazzesca che si schiantò contro il tabellone... ma la palla poi finì non so come dentro. Boato incredibile di tutta la gente. Kobe scoppiò a ridere e poi venne ad abbracciarmi. A fine partita si avvicinò e mi disse che voleva pagare la scommessa: si tolse le scarpe e me le regalò. Erano le Adidas Crazy 8, so bene quanto valgano oggi...
Questo era Kobe Bryant. Un ragazzo genuino, uno che agli eventi commerciali non si comportava da star, ma anzi, amava stare in mezzo alla gente e scherzare con le persone."
Oggi Kobe avrebbe compiuto 46 anni.
Estate 1991, villaggio vacanze a Tropea, in Calabria.
Flavio Carera, 3 scudetti con la Virtus Bologna, e Federico Casarin, allora giocatore della Dinamo Sassari e oggi presidente della Reyer Venezia, sono in vacanza insieme e decidono di andare a fare due tiri al campetto. Ad un certo punto si presentano anche tre giovani che in quel villaggio si occupano degli spettacoli di cabaret serali: chiedono di poter fare due tiri con loro.
Il primo a sinistra si chiama Giovanni: ha un nonno sardo che si chiama Franco, e molti parenti bulgari. Dice di aver imparato a tirare da Pdor, figlio di Kmer, della tribù dei Fniks.
Quello in mezzo si chiama Giacomo: è particolarmente bello, porta con eleganza bermuda ascellari e calzini della Fila fino alle rotule, e si bulla con Flavio e Federico di aver ridicolizzato a basket gli agenti Brioschi e Rezzoli.
Quello a destra si chiama Aldo: è il più bravo a giocare anche se una volta è rimasto aggrappato per 4 ore al ferro perché non sapeva più né scendere e né salire.
Nasce così un'amicizia. I tre, dopo le vacanze, comprano anche i biglietti per andare a vedere una partita della Dinamo e una della Virtus al palasport. Qualche anno più tardi saranno Flavio e Federico a comprare i biglietti per andare a vedere i tre al cinema e a teatro.
“Ciao ragazzi, mi chiamo Vittorio e mi piace disegnare. Questa è la mia dedica a Kobe Bryant. Sulla sua mano ho disegnato la Nike di Samotracia, la dea della vittoria: il volto però è quello di Gianna.
Uno sportivo che ha vinto tutto che riceve gli onori da Nike.
Ma anche un padre che viene accarezzato dalla figlia, la sua vittoria più grande”.
"Mamma devo raccontarti una cosa che ti farà morire dal piangere".
- Dimmi
Oggi a scuola mi hanno messo al banco con un bambino down, cioè non è proprio down, è che sta su una carrozzina, guarda sempre in su, muove la testa e gli esce saliva dalla bocca.
- E cos'è che ti ha fatto " morire dal piangere " ?
Per i primi due giorni é stato sempre zitto, mamma non ha mai parlato con nessuno, te lo giuro.Oggi che stava al banco con me, mi ha preso la mano e ha riso.
- Tu che gli avevi detto ?
Niente, gli ho fatto vedere il mio temperino, quello tutto chiuso che abbiamo comprato ieri, gli ho dato una matita e insieme abbiamo temperato.
Lui teneva la matita ed io giravo il temperino....mi veniva da piangere da quanto ero felice che rideva.
Spero che anche domani sto al banco con lui...gli faccio temperare tutte le mie matite.
Domenica, la squadra basket femminile di Iowa University, ha giocato in uno stadio da football davanti a 55.646 spettatori, il nuovo record nella storia del basket femminile. Ma l'aspetto ancora più incredibile è un altro, e ve lo spieghiamo qui di seguito:
- era una semplice amichevole
- l'università ha devoluto 250 mila dollari all'ospedale pediatrico oncologico adiacente allo stadio
- la partita è stata giocata lì proprio perchè molti bambini ricoverati, non potendo uscire, hanno potuto assistere alla partita dalle finestre delle loro camere
- potete vedere l'ospedale nella terza foto
- a fine partita tutte le giocatrici e tutto il pubblico hanno salutato i bambini dell'ospedale che hanno risposto ai saluti da dietro le finestre
«Se l'ignoranza fosse un vuoto sarebbe facile riempirlo di cose, di cultura, di civiltà. Ma l'ignoranza è un pieno. È un muro, e i muri si possono solo abbattere, oppure scavalcare».
Antonio Tabucchi