10 giugno 1981.
Sono passati 45 anni, eppure ci sono storie che continuano a far male come se fossero accadute ieri.
Quella di Alfredino Rampi è una di queste.
Aveva sei anni.
Sei.
Un’età in cui il problema più grande dovrebbe essere scegliere un gioco, rincorrere un pallone, inventarsi un’avventura nel giardino di casa.
Invece quella sera Alfredino cadde in un pozzo artesiano nelle campagne di Vermicino.
Da quel momento l’Italia intera smise di fare quello che stava facendo.
Per quasi tre giorni milioni di persone rimasero incollate alla televisione, sperando in un miracolo che non arrivò mai.
Fu la prima volta che un Paese intero condivise in diretta il dolore, la paura, l’impotenza.
La prima volta che milioni di persone si sentirono parte della stessa tragedia.
Ricordo le immagini, io che di anni ne avevo 7.
Ricordo il silenzio.
Ricordo quella sensazione terribile di impotenza.
Perché da adulti siamo abituati a pensare che esista sempre una soluzione.
Che qualcuno arriverà.
Che in qualche modo le cose si aggiusteranno.
Ma quella notte l’Italia scoprì che non sempre è così.
Scoprì che esistono situazioni davanti alle quali la volontà, la tecnologia, il coraggio e perfino l’amore possono non bastare.
E forse è proprio questo che continua a renderla una ferita aperta.
Non solo la morte di un bambino.
Ma il fallimento collettivo di un’intera comunità che avrebbe dato qualsiasi cosa per salvarlo.
In quelle ore non c’erano destra o sinistra.
Non c’erano tifoserie.
Non c’erano social network, algoritmi, indignazione a comando.
C’erano semplicemente milioni di esseri umani che pregavano per un bambino che non avevano mai conosciuto.
E forse c’è una lezione che Alfredino continua a lasciarci, ancora oggi.
La vita è tremendamente fragile.
Molto più fragile di quanto ci piaccia ammettere.
Passiamo giornate intere a litigare per sciocchezze, a inseguire problemi che tra dieci anni non ricorderemo nemmeno, a rimandare telefonate, abbracci, parole che pensiamo di avere tutto il tempo del mondo per dire.
Poi arriva una storia come quella di Alfredino e ci ricorda che il tempo non ci appartiene.
Che nulla è garantito.
Che le persone che amiamo sono qui adesso.
E che adesso è l’unico momento che abbiamo davvero.
Oggi non voglio ricordare soltanto la tragedia.
Voglio ricordare un bambino di sei anni che, senza volerlo, riuscì a fermare un’intera nazione e a mostrarle il volto più autentico dell’umanità: quello che soffre insieme, spera insieme e piange insieme.
Ciao Alfredino.
Non ti ho mai dimenticato.
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