Quando sei felice bevi per festeggiare. Quando sei triste bevi per dimenticare. Quando non hai nulla per essere felice o triste bevi per far accadere qualcosa! C. Bukowsky. #vino
Due cose da sapere su Urbano Cairo: l'imprenditore che ai tempi del Covid, euforico, invitava i suoi venditori ad essere "più scatenati che mai"
Con questo articolo desidero unirmi ai tifosi del Torino che ieri hanno manifestato contro il proprietario e presidente del più glorioso club italiano ridotto da 19 anni a una sostanziale inesistenza. Ma non c'è di mezzo solo il calcio: c'è un modo di fare informazione e imprenditoria da far tremare le vene ai polsi. Tutti gli italiani dovrebbe solidarizzare
“Ragazzi, mi sento come se fossi nel 1996: quando ho lanciato la Cairo Pubblicità. Allora, febbraio ‘96, eravamo pochissimi, scatenati più che mai, a 5-6-7-8 appuntamenti al giorno, e abbiamo fatto cose incredibili. Oggi io mi sento esattamente come allora. Sto chiamando un numero di clienti incredibile, da quando ci siamo sentiti nel primo messaggio ne ho sentiti una quarantina e tutti quanti, o per lo meno quasi, mi dicono di sì”.
È il 28 marzo 2020. Un momento tremendo per l’Italia, il primo Paese europeo ad essere investito dal ciclone del Coronavirus. I telegiornali informano che ci sono stati 889 nuovi decessi, il numero dei morti per Covid ha appena superato quota 10 mila (per l’esattezza sono 10.023), a breve avranno inizio i lunghi, tetri, drammatici giorni del lockdown: eppure c’è una persona - sempre che non si tratti di un androide creato in laboratorio in tutto e per tutto uguale a noi umani tranne per il fatto di non poter nutrire sentimenti - che in preda a una evidente e irrefrenabile euforia sente il bisogno di inviare un videomessaggio a tutti i suoi collaboratori. L’androide risponde al nome di Urbano Cairo, imprenditore della pubblicità, editore (è presidente e Ad di RCS) nonché presidente del Torino Calcio, e il suo messaggio inizia con le parole che ho testualmente riportato in apertura. Un messaggio galvanizzante, quasi elettrizzante per l’entusiasmo che trasuda da ogni poro del nostro androide che infatti nel video balzella da un piede all’altro quasi gli scappi la pipì tanta è l’eccitazione che lo pervade.
Gli italiani stanno morendo ogni giorno a decine, anzi a centinaia, il Paese è precipitato in un incubo da inizio di fine del mondo, il Papa si raccoglie in preghiera nello straniante vuoto di Piazza San Pietro ma lui, Urbano Cairo, non sta più nella pelle perchè intravede, grazie alla pandemia Covid, la possibilità di accedere a guadagni fino a ieri inimmaginabili. E così si rivolge ai suoi venditori di pubblicità per motivarli a dare la caccia ai clienti come ai bei tempi, invitandoli a non perdere tempo in “riunioni inutili” ma a mettersi alle loro calcagna, stanarli, farsi staccare assegni. “Il patron di Rcs - scrive il Fatto Quotidiano - dice che gli ascolti di La7 e i lettori del Corriere crescono, gli spot volano, la gente seppur reclusa vuole comprare, ci sono i negozi di alimentari, le farmacie e persino le profumerie prese d’assalto dai consumatori”.
https://t.co/ohWHA59HMj
Cairo racconta che sua figlia gli ha appena detto di aver visto una “bella donna” entrare in farmacia e fare una spesa di 300 euro “solo di cosmetici” senza che il marito battesse ciglio. Stanno succedendo cose strane, è il messaggio subliminale che l’imprenditore vuole comunicare: le persone prese dal panico stanno uscendo di capoccia, vogliono vivere e spendere come se nulla fosse e come non ci fosse un domani e noi dobbiamo farci trovare pronti e cavalcare l’onda dell’isteria collettiva (“la gente è sul divano di casa, guarda la tv e vuole fare shopping”, chiarisce il concetto il nostro eroe). Cairo racconta di aver parlato con Conad: i carrelli al supermercato si riempiono del 20 % in più rispetto al pre Covid. Dice di aver parlato con Segafredo, quello del caffè, che sta in Polinesia e che sarà entusiasta di fare campagne pubblicitarie su La7, Corriere digitale, Corriere cartaceo & riviste assortite. Andate e moltiplicatevi, dice Cairo ai suoi venditori di pubblicità: ci sono interi settori che dalla pandemia stanno ricevendo un impulso inaspettato e noi dobbiamo intercettarlo. “Scatenati più che mai”.
Direte: perchè Ziliani scrive e ricorda questo? Lo faccio perchè ieri, nelle ore che hanno preceduto Torino-Atalanta 2-1, una marea di tifosi del Torino ha inscenato una gigantesca, composta, civile manifestazione di contestazione e dissenso verso chi da 19 anni è proprietario e presidente del Torino: Urbano Cairo. E per prima cosa voglio quindi schierarmi anch’io, nel mio piccolo, al loro fianco. Mi preme però dire - ed è per questo che ho ricordato i fatti di cui sopra che molti avranno dimenticato e molti, magari, nemmeno conosciuto - che a manifestare contro Cairo non dovrebbero essere solo i tifosi del Torino che ogni anno vedono i loro migliori giocatori (l’ultimo è Bellanova) venduti dal presidente al migliore offerente senza nemmeno avere l’educazione, oltre che il dovere, di avvisare l’allenatore: dovrebbero essere tutti gli sportivi. Dico di più: tutti i cittadini perbene.
Cairo è ad esempio l’editore che essendo diventato partner, come Gazzetta dello Sport, di DAZN, in occasione della presentazione dei palinsesti della piattaforma detentrice dei diritti del calcio pubblica un’intera pagina in cui parla di “prezzi meno alti d’Europa”, in cui attacca la pirateria causa principale dei guai dell’emittente e in cui silenzia completamente lo tsunami di proteste che si è sollevato in tutta Italia per i nuovi e in realtà sanguinosi aumenti dei prezzi degli abbonamenti e ignora lo scandalo dei tagli alle trasmissioni e della messa in esubero (leggi: licenziamenti) di quasi metà redazione, 14 giornalisti su 32.
DAZN (e la Lega Calcio con lei) sta attuando una politica che va contro gli interessi di tutti gli appassionati di calcio italiani? Non importa. Siccome Cairo con DAZN ha un interesse commerciale in corso, i problemi della gente smettono di interessargli. Gli sportivi hanno il portafogli vuoto? L’importante è che si riempia il suo. E questo è solo un esempio. Di mille inciuci e mille compromessi compiuti dal prode Urbano nelle vesti di editore.
E insomma: “Cairo vattene!” non solo dal Torino ma anche dall’editoria (dopodiché, faccia pure l’imprenditore seguendo i princìpi morali che più gli piacciono) dovrebbero dirlo, anzi urlarlo tutti gli sportivi e tutti i cittadini perbene. Anche se il mistero resta: chi è davvero Urbano Cairo? Una persona umana, un androide costruito in laboratorio o un alieno sbarcato sul pianeta Terra come nel film “L’invasione degli ultracorpi”?
Tutto è possibile. C’è addirittura chi dice che il suo cognome sia in realtà un acronimo:
Come
Arricchirsi
Infinitamente
Rovinando
Ogni cosa
E insomma, se siamo in un film di fantascienza, come non detto.
L'Italia a Parigi ha collezionato 20 quarti posti finora: nella classifica delle medaglie di legno siamo in testa davanti a Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti … #olimpiadi#italia#medagliadilegno
Fonte: Corriere della Sera https://t.co/bZzGfTlpfX
Gravina e Spalletti devono andare a casa: stiamo andando verso il terzo Mondiale senza Italia, per favore qualcuno intervenga
Nel 2021 il presidente federale si alzò lo stipendio da 36 mila a 240 mila euro per il suo impegno e la sua responsabilità nel "Club Italia": da quel giorno siamo passati da un tracollo all'altro, Gravina dovrebbe renderne conto. In quanto a Spalletti, i suoi deliri e le sue scuse post Svizzera appaiono più gravi delle tante scelte (tecniche e etiche) sbagliate: è in confusione, si deve fare da parte e il ministro @andreaabodi non può restare a guardare (se sei d'accordo, retwitta)
Gravina e Spalletti devono andare a casa: senza se e senza ma. Con particolare urgenza per Gravina, che è al secondo, grave e irreparabile naufragio provocato consecutivo (mancata qualificazione al Mondiale in Qatar 2022, fallimentare spedizione all’Europeo in Germania 2024), con uguale irrevocabilità per il commissario tecnico protagonista a Euro 24 di una performance da ritiro del patentino.
Gravina è il comandante Schettino che dopo aver accompagnato la nave Italia (un tempo una corazzata, oggi una bagnarola) da un rovescio all’altro, da un naufragio all’altro, a tracollo avvenuto si presenta alle conferenze stampa candido come una rosa e con la più spudorata faccia tosta ammette di essere dispiaciuto, conviene che il prossimo traguardo dovrà per forza essere centrato “altrimenti sarebbe un disastro”, accetta ogni critica ma non la richiesta di dimissioni: perchè farsi da parte nei momenti di difficoltà - dice - non rientra nella sua cultura. Un eroe nazionale, insomma.
Gravina dice tutte queste cose (le aveva dette dopo la tragicomica partita contro la Macedonia che ci escluse dal Mondiale 2022, le aveva ripetute dopo la fuga di Ferragosto del c.t. Mancini in Arabia, le ha ribadite ieri a meno di 24 ore dalla catastrofe di Svizzera-Italia 2-0) e il bello è che nessuno, tra i giornalisti presenti in sala, alza il ditino ed eccepisce. Gravina ammette che sì, è vero, il calcio italiano vive un momento di difficoltà, ma non è colpa sua né di Spalletti se la fioritura di campioni è quella che è: “In 60 giorni non nascerà un nuovo Mbappè”, dice, già mettendo le mani avanti in vista delle qualificazioni al Mondiale 2026. Il che è vero: ma come in 60 giorni non nascerà un nuovo Mbappè in Italia, non nascerà in Svizzera, in Austria, in Belgio e via dicendo; mentre il vero problema è che non ci sarebbe bisogno di attendere non dico 60 giorni, ma nemmeno un giorno per trovare in Italia un presidente federale che sia meglio di lui. Sono sette anni che il movimento tollera che un dirigente indegno e imbelle prenda a picconate il calcio italiano (la nazionale è solo una faccia della medaglia) senza chiedergli conto delle sue nefandezze, sportive e etiche.
Gravina è il presidente che ha di fatto legalizzato l’illegalità del sistema-calcio in Italia: dopo lo scempio compiuto con il condono di anni e anni di gravi e reiterati illeciti commessi dalla Juventus, qualunque club e qualunque dirigente sa oggi di poter commettere qualsiasi illegalità perchè - come recentemente ha ribadito Gravina in un’audizione in Parlamento in cui gli si chiedeva conto proprio dell’affaire Juventus, “il patteggiamento è previsto dall’ordinamento sportivo, farvi ricorso è una cosa normale”. Gravina è il presidente federale che invece di avere a cuore il rispetto delle regole ha a cuore la difesa di chi non rispetta le regole. È il presidente che d’accordo col nuovo c.t. consente che per un reato grave come quello delle scommesse un calciatore come Fagioli venga squalificato per soli 7 mesi, in tempo utile per averlo abile e arruolato per la spedizione a Euro 2024; è il presidente che d’accordo col nuovo c.t. consente che il vergognoso caso di razzismo Acerbi-Juan Jesus venga archiviato per permettere al difensore dell’Inter di rispondere alla convocazione azzurra per l’Europeo in Germania; è il presidente che con la faccia come il culo (chiedo scusa per il francesismo) nomina capo delegazione azzurra un ex giocatore dal passato imbrattato e inzaccherato come quello di Gigi Buffon, che ironia del destino si trova a difendere al suo primo cimento un calciatore (Fagioli) squalificato per una brutta storia di scommesse. Fermate i mondo, voglio scendere!
Soprattutto, Gravina è il presidente federale che nell’aprile 2021 decise autonomamente di alzarsi lo stipendio di numero 1 FIGC da 36 mila a 240 mila euro per l’impegno e la responsabilità di guidare il “Club Italia”, cioè la nazionale, e di deciderne politica e strategie: uno stipendio alzato di 7 volte, il tutto per vedere l’Italia non qualificarsi (per la seconda volta consecutiva) a un campionato del mondo, per vedere il c.t. Mancini scapparsene a gambe levate in Arabia a metà dell’opera e per osservare il nuovo c.t., assunto da Gravina con l’ennesimo scasso delle regole (Spalletti aveva ancora un anno di contratto che lo legava al Napoli, da cui aveva voluto separarsi avvertendo il bisogno di concedersi un ���anno sabbatico”), condurre la nazionale a un tracollo di proporzioni colossali alla prima, importante sfida del suo mandato.
Spalletti. Che seduto a fianco del suo mentore Gravina al tavolo della conferenza stampa post Svizzera-Italia è riuscito a fare, a parole, più danni ancora di quanti non ne avesse fatti in panchina. “Dieci partite sono state poche, me ne sarebbero occorse almeno venti”, ha detto Spalletti; che però saltando in corsa sul treno lasciato senza guida da Mancini sapeva bene a cosa andava incontro. Perchè non lo disse allora a Gravina? “Grazie della proposta - avrebbe dovuto rispondere -, ma il tempo che ci separa dall’Europeo in Germania è troppo poco, conoscendomi dieci partite per preparare la mia nazionale non sono sufficienti”. Davvero era così difficile dirlo? Eppure il mondo è pieno di allenatori che a stagione in corso rifiutano di assumere le redini di una squadra che ha deciso il cambio di guida tecnica. Grazie, riparliamone a fine stagione, dicono. Correttamente.
Spalletti che in dieci mesi da c.t. azzurro è riuscito a macchiare, sportivamente e moralmente, la bella immagine costruitasi nella sua ultima esperienza di allenatore, quella vittoriosa alla guida del Napoli. L’assenso dato al Palazzo per il salvataggio (in chiave convocazione azzurra) di due calciatori impresentabili come Acerbi e Fagioli; una scelta che il karma ha provveduto subito a trasformare in doppio boomerang con l’infortunio patito da Acerbi prima e il flop di Fagioli alla prova del campo poi; la tragicomica idea di convocare al raduno azzurro i grandi numeri 10 del passato, da Rivera a Totti, da Baggio e Del Piero, col solo risultato di far sentire gli azzurri di oggi ancor più piccoli e nani, cioè la poca cosa che il c.t. pensava e pensa di loro; l’altrettanto tragicomica idea, in fase di preparazione di Svizzera-Italia, di chiedere in anticipo agli azzurri - ad alzata di mano - chi se la sarebbe sentita di presentarsi sul dischetto per tirare i calci di rigore: come se quella fosse la principale preoccupazione del c.t., evidentemente non troppo convinto delle doti e delle chances della sua stessa squadra, un atteggiamento negativo che ha aggiunto paura a paura, disorientamento a disorientamento e che ha provocato infatti l’alzata di pochissime mani; tutte queste cose, a cui se ne potrebbero aggiungere altre più strettamente tecniche (una su tutte: la fiducia incondizionata data per quattro partite, cioè tutte, al suo pupillo napoletano Di Lorenzo autore di una performance a dir poco agghiacciante), hanno certificato da subito che Spalletti stava navigando a tentoni, senza bussola, e col comandante Schettino-Gravina a fargli da ombrello lo schianto alla fine sarebbe stato tragico e inevitabile.
Detto senza nessuna cattiveria, senza nessuna prevenzione e con la massima chiarezza: Gravina e Spalletti devono andare a casa. È giusto, necessario e urgente che ciò accada; e poichè loro si rifiutano di farlo, se vogliamo che l’Italia non manchi clamorosamente anche la qualificazione al terzo Mondiale consecutivo della sua storia - cosa al momento probabilissima se un presidente inetto come Gravina e un c.t. spaesato come Spalletti verranno lasciati liberi di combinare altri danni - qualcuno dall’alto deve intervenire per metterli in condizione di non nuocere.
Se il ministro dello Sport Abodi è in ascolto, per favore, batta un colpo. Dia retta a noi: meglio un giorno da leone che cento anni da mummia.
Spalletti ha colpe? Il ct visionario ha finito per confondere i giocatori. Usciti dall'Europeo quasi sollevati
#ItaliaSvizzera#Europei2024 https://t.co/1FiLHPEv4j