Caffè Affari (ristretto) - le cose da sapere prima dell'apertura dei mercati, con Adolfo Valente (@atvala):
📌Iran-Usa, il petrolio torna sopra i 90$ al barile
📌Dilemma Bce sui tassi
📌Piazza Affari, al via opas di Poste su Tim
📌In arrivo i conti di Stm e Unicredit in settimana
📌Ryanair lancia allarme su ricavi e costi carburante
"La guerra in #Iran durerà 4-6 mesi, sui mercati finanziari ci sono delle opportunità di acquisto, ma non c'è nessuna fretta. Ci sono stati alcuni ribassi non giustificati": le previsioni e le analisi di Massimiliano Cagliero, Fondatore e AD di Banor, intervistato dal direttore @acabrini
This is todays catastrophic flooding in Hubei, China, and climate change deniers are still opening their mouths.
The evidence is in front of us, yet some still choose to ignore it. It makes me sick.
Every climate denier, every oil-bought politician, every “it’s just natural cycles” clown who spent years obstructing action has blood on their hands.
These floods, the wildfires, the heatwaves, the droughts, that starve people to death - this is what deliberate obstruction looks like.
Your denial didn’t just slow things down. It made the body count higher. You’re not a sceptic. You’re an accomplice. You contributed to this. Own it or shut the fuck up.
Negli ultimi 10 anni l'occupazione nel privato è aumentata, ma il salario reale è sceso di 1.800 euro l'anno. Abbiamo creato lavoro, ma nei settori sbagliati: turismo, ristorazione, servizi a bassa produttività. La manifattura è ferma e la finanza in calo.
⛽️🇮🇷 Hormuz, prepariamoci alle polemiche delle prossime settimane.
Anche se lo stretto di Hormuz fosse “aperto” da oggi, ci vorranno settimane perché i prezzi alla pompa in Europa si stabilizzino e mesi prima che si torni alla normalità.
Ci sono due ordini di ragioni: danni e tempistiche. Sui tempi, la crisi ha impiegato un mese e mezzo prima di cominciare a investirci perché le navi uscite da Hormuz a febbraio erano in viaggio per raggiungerci. Allo stesso modo ci vorranno 3-5 settimane prima che i nuovi carichi comincino a raggiungere l’Europa.
Sul GNL va ancora peggio: ci vorrà più di un mese perché la produzione torni a pieno regime, e solo da quel momento comincerà il conto alla rovescia delle 3-5 settimane.
Inoltre, il Golfo registra danni severi a pozzi, raffinerie e strutture di esportazione. Dopo lo sblocco iniziale di tutte le navi che sono ancora bloccate lì, dovremo verificare quanta capacità è stata perduta (soprattutto per prodotti come jet fuel e diesel) e quanto ci vorrà per ripristinarla.
Sul GNL, gli attacchi iraniani hanno ridotto la capacità di esportazione del Qatar del 20% per almeno 3 anni.
Preparatevi, insomma.
I negazionisti della crisi saranno pronti a cavalcare la loro stessa ignoranza.
🛢️📉La crisi petrolifera è ancora più grave di quello che immaginate.
Nel grafico vedete le esportazioni di greggio dal Golfo. Quasi tutti si concentrano sul calo (giusto), notando che l'oleodotto saudita permette ancora di esportare una quota significativa di greggio (giusto).
Ma guardate la composizione: lì si nasconde un problema molto più grande. Ha a che fare con quale greggio il Golfo riesce ancora a esportare.
Dall’inizio della crisi, a sparire quasi del tutto sono i greggi "heavy sour" e "medium sour". Sono i più difficili da immettere nell’oleodotto saudita, che non è ottimizzato per questi flussi (di solito viaggiano via nave). Così l’Arabia Saudita spinge più "light", mentre medium e heavy restano bloccati nel Golfo.
Il punto è che proprio questi greggi, heavy e medium sour, sono i più importanti per produrre i derivati che mandano avanti l’economia mondiale: gasolio per navi e combustibile aereo.
È qui il vero cuore della crisi. E fa la differenza tra una crisi che appare circa doppia rispetto al 1973 e una che, guardando bene dentro ai flussi che escono dal Golfo, è ancora più grave.
La Generazione Zeta ha rotto le palle - di Roberto Riccardi
Svogliati. Permalosi. Presuntuosi. Inaffidabili. Incapaci di sostenere una conversazione professionale, di rispondere a una mail entro sera, di presentarsi puntuali, di vestirsi in modo appropriato, di accettare una critica senza crollare emotivamente. Pretendono lo smart working al primo giorno. L'aumento al terzo mese. La flessibilità come diritto di nascita. Non hanno mai prodotto niente ma esigono tutto, con la sicumera di chi confonde i capricci con i diritti e la pigrizia con l'illuminazione.
La Generazione Zeta ha rotto le palle. E non lo dicono i soliti editorialisti rancorosi. Lo dicono i colleghi. I quarantenni che ogni sera rispondono alle mail che il collega Zeta ha ignorato, gestiscono il cliente lasciato in attesa, si sobbarcano gli straordinari rifiutati in nome del sacrosanto "bilanciamento vita-lavoro". Quelli che alle sette di sera cercano di rintracciare il collega Zeta sul telefono aziendale e scoprono che già all'imbrunire è irraggiungibile. Sono loro a pagarne il prezzo. E sono stufi.
Sono i nati tra il 1997 e il 2010. I primi veri nativi digitali, cresciuti con lo smartphone in culla e i social come biberon. Hanno attraversato la pandemia in pigiama, frequentato l'università da remoto e ne sono usciti convinti che il mondo funzioni così: dalla poltrona, a propri tempi, senza che nessuno abbia il diritto di chiedergli nulla. Si autodefiniscono la generazione più consapevole della storia. Quella che ha capito, a differenza dei padri schiavi del lavoro e dei nonni piegati dalla fatica, che la vita non si esaurisce in ufficio. Che il benessere viene prima della carriera. Che la salute mentale è sacra. Bellissimo. Peccato che questa illuminazione arrivi da gente che a trent'anni si fa ancora lavare le mutande dalla madre.
Un caso su tutti, finito sui giornali di mezzo mondo e diventato virale con ventisette milioni di visualizzazioni. Un neoassunto viene convocato dal capo a una riunione alle otto del mattino. Riunione trimestrale, comunicata in fase di assunzione. Il ragazzo sapeva. Risposta: "non posso venire, ho il corso in palestra. Il mio equilibrio psicofisico viene prima". Prima della riunione, prima dell'azienda che lo paga, prima del capo che lo ha scelto e assunto, prima di quella roba antica e desueta che le generazioni precedenti chiamavano senso del dovere. La cosa più rivelatrice non è stata la sfrontatezza. È stata la reazione dei coetanei: aveva ragione lui.
I numeri confermano la sentenza. Sei aziende su dieci hanno già licenziato neolaureati Zeta nel giro di pochi mesi. Mancanza di motivazione per il 50%, scarsa professionalità per il 46%, incapacità di comunicare per il 39%. Il 75% dei datori di lavoro li giudica insoddisfacenti. Uno su sei non vuole più assumerli. Risultato: l'età media di assunzione è salita a 42 anni, le assunzioni di over 65 sono esplose dell'80%, quelle degli under 25 sono crollate. Le aziende preferiscono il settantenne che si presenta puntuale al ventenne che manda un vocale per dire che arriva tardi perché ha lo yoga.
Ma perché tutta questa svogliatezza? La risposta non è generazionale: è sistemica. Si è prodotta una generazione senza addestramento alla frustrazione, senza autonomia materiale e senza interiorizzazione del dovere. Adulti anagrafici che funzionano come adolescenti permanenti.
E il dato lo conferma: il 79% dei giovani italiani tra i 20 e i 29 anni vive ancora con i genitori. Peggio di noi solo la Corea del Sud. In Danimarca sono il 12%. In Germania il 33%. Il Censis ha contato oltre tre milioni di trentenni ancora nel nido. Di questi, il 63% lavora. Lavora e resta. Perché andarsene significherebbe diventare adulti. E diventare adulti non è previsto dal programma.
Il 72% dei giovani disoccupati vive interamente sulle spalle della famiglia.
Ma il dato più indecente riguarda chi un lavoro ce l'ha: il 62% ha comunque bisogno del sostegno economico dei genitori. Il 30% degli under 30 dipende ancora dalla paghetta. A trent'anni. Con la paghetta. Mentre posta su Instagram storie di aperitivi al tramonto e filosofia spicciola sul diritto alla felicità.
Li hanno definiti la “Generazione Cavalletta”. Perché stanno divorando tutto quello che nonni e genitori hanno costruito con decenni di sacrificio. Sono la prima generazione della storia che consuma senza produrre, che eredita senza costruire, che pretende senza restituire.
Entro il 2030 riceveranno in eredità duemila miliardi di euro. Patrimoni, immobili, investimenti accumulati in una vita di fatica da chi si alzava alle sei senza lamentarsi e non aveva mai sentito parlare di "salute mentale" come alibi per non lavorare. Duemila miliardi nelle mani di chi non ha mai piantato un chiodo.
E non fanno figli. Perché fare figli richiede responsabilità, sacrificio, progettualità. Il tasso di fecondità è inchiodato a 1,24 figli per donna, il più basso della storia repubblicana.
Il 65% rifiuta i mestieri manuali perché considerati indegni. L'edilizia non trova ricambio. L'autotrasporto è in ginocchio. La ristorazione elemosina personale. Ma il giovane Zeta non si sporca le mani. Aspetta l'offerta giusta, col contratto giusto, lo stipendio giusto, la flessibilità giusta, l'ufficio giusto, il capo giusto. E nel frattempo si fa mantenere.
La Generazione Cavalletta non nasce dal nulla. Nasce da genitori che non hanno mai detto no. Che hanno trasformato ogni capriccio in diritto, ogni frustrazione in trauma da evitare, ogni difficoltà in qualcosa da cui proteggere il pupo a ogni costo. Che hanno fatto i compiti al posto loro, telefonato ai professori per contestare un brutto voto, accompagnato il trentenne al colloquio di lavoro. Non è un'iperbole: il 70% dei giovani Zeta ammette di aver chiesto aiuto ai genitori per cercare impiego. Non per un consiglio. Per farselo trovare. Hanno cresciuto figli come piante da appartamento: al caldo, al riparo, senza un alito di vento. E adesso si stupiscono che al primo temporale si spezzano.
Parlano di "comfort zone" come il Papa parlerebbe del Vangelo. Hanno ribattezzato la pigrizia "consapevolezza", il parassitismo "equilibrio interiore", l'incapacità "rifiuto di un sistema tossico". Hanno costruito un'intera filosofia per giustificare il fatto di non avere voglia di fare niente. E ci credono pure.
Ma arrendersi non è un'opzione. Se il problema è la mancanza di fame, la soluzione è una sola: restituire la fame.
I genitori smettano di pagare e giustificare. Fuori di casa a venticinque anni, come in mezza Europa. Le aziende smettano di inseguirli con benefit immeritati: la gavetta esiste e chi l'ha fatta ne è uscito più forte.
Si reintroduca un servizio civile o militare obbligatorio, sei mesi di disciplina e convivenza forzata con la realtà. Anzi meglio un anno e lo Stato si chieda come sia possibile che un trentenne sano e laureato risulti ancora fiscalmente a carico dei genitori senza che nessuno batta ciglio.
Oppure si può continuare così. E fra vent'anni ci ritroveremo con un Paese di cinquantenni che vivono ancora con la mamma, non hanno costruito niente, non hanno lasciato niente e pretendono la pensione. Pagata da chi, non si sa. Perché figli non ne hanno fatti. Ma il problema, a ben guardare, non è una generazione. È una civiltà che ha deciso di abolire il dovere, la fatica e la maturità. La Generazione Zeta non è la malattia. È il sintomo finale.
🚨BREAKING: Microsoft Research + Salesforce just dropped a paper that should scare every AI builder.
They tested 15 top LLMs GPT-4.1, Gemini 2.5 Pro, Claude 3.7 Sonnet, o3, DeepSeek R1, Llama 4 across 200,000+ simulated conversations.
Single-turn prompt: 90% performance.
Multi-turn conversation: 65% performance.
Same model. Same task. Just... talking normally.
The culprit isn't intelligence. Aptitude only dropped 15%.
Unreliability EXPLODED by 112%.
→ LLMs answer before you finish explaining (wrong assumptions get baked in permanently)
→ They fall in love with their first wrong answer and build on it
→ They forget the middle of your conversation entirely
→ Longer responses introduce more assumptions = more errors
Even reasoning models failed. o3 and DeepSeek R1 performed just as badly.
Extra thinking tokens did nothing.
Setting temperature to 0? Still broken.
The fix right now: give your AI everything upfront in one message instead of back-and-forth.
Every benchmark you've seen was tested on single-turn prompts in perfect lab conditions.
Real conversations break every model on the market and nobody's talking about it.
Il ghiaccio non ha confini.
Il talento non ha padroni.
La bellezza, semplicemente, è universale.
#olimpiadiinvernali#OlimpiadiInvernali2026#MilanoCortinaOlympic2026#Djokovic
C’è stato un momento, nel silenzio assoluto del ghiaccio delle #Olimpiadi
in cui le leggi della fisica e i codici degli uomini hanno smesso di esistere. In quell’istante, il giovane Ilia Malinin, pattinatore artistico su ghiaccio statunitense, ha deciso di non limitarsi a pattinare, ma di sfidare il mondo intero.
Nel bel mezzo di un’esibizione già eccezionale, ha eseguito un salto mortale all’indietro. Il celebre “backflip”, per giunta eseguendolo su un piede solo. Una mossa proibita per quasi cinquant’anni, etichettata come "troppo pericolosa" e bandita dai regolamenti per questioni di sicurezza, ma adesso ammessa. Ed Ilia lo ha fatto lì, sul palcoscenico più importante della terra, atterrando con una grazia che ha sfidato la gravità su una singola, sottile lama d'acciaio.
Ma la vera bellezza non sta solo nel gesto atletico. Sta nell'ironia sottile e meravigliosa che si nasconde dietro questa medaglia d'oro. Ilia gareggia per gli Stati Uniti, a cui ha regalato il secondo oro consecutivo. Ma il suo sangue, il suo DNA e la sua anima tecnica vengono da lontano.
Ilia è cresciuto infatti nella scuola russa, è figlio dei due ex campioni russi olimpici che hanno rappresentato l'Uzbekistan, Tatiana Malinina e Roman Skorniakov, e che ora sono i suoi allenatori. Ilia è forgiato insomma da una tradizione che oggi non è presente ai Giochi.
Ed ecco il paradosso: quella tradizione sale sul gradino più alto del podio attraverso il volo incredibile di questo ragazzo di 21 anni. Perché gli uomini possono fare di testa loro, ma il Cielo, l’Universo o qualcosa di ancora più grande rimettono sempre le cose a posto. Loro hanno un senso dell’umorismo straordinario e una giustizia essenziale: hanno permesso che fosse proprio quella radice originaria a portare la gloria più grande.
E mentre Ilia atterrava da quel salto impossibile, le telecamere hanno catturato l’immagine simbolo di quella sera. In tribuna, Novak Djokovic con tutta la sua famiglia, con gli occhi spalancati, le mani sulla testa ed un’espressione di pura meraviglia mentre guardava quel volo.
Le parole di Ilia a fine gara sono il ritratto della sua grandezza: “Ho visto Djokovic in tribuna, è tutto così irreale. Ho sentito dire che dopo il mio salto mortale all'indietro aveva le mani sopra la testa. È incredibile. È un momento unico nella mia vita: vedere un’icona del tennis assistere alla mia prestazione. Sono assolutamente sbalordito”.
Caro Ilia, lo sbalordimento è nostro. Perché ci hai ricordato che le Olimpiadi, nonostante tutto, possono essere pura magia: un luogo dove un salto proibito diventa un inno alla libertà, e dove un ragazzo può riunire in un unico applauso due mondi che gli uomini vorrebbero divisi.
Il ghiaccio non ha confini. Il talento non ha padroni. La bellezza, semplicemente, è universale.
- Sebastiano Alicata
Produttività del lavoro in Italia dal 1990 a oggi (rispetto a US, Germania e Francia).
Questa figura andrebbe appesa sia nell’ufficio del Ministro dell’Economia che in quello del Segr. della CGIL.
Perché tutto, proprio tutto, dipende da questo.
I due tassisti bolognesi che mi tagliarono le gomme per intimidirmi, per farmi smettere di pubblicare gli incassi reali su Twitter e per farmi tacere… poi sono stati beccati dalle telecamere. Naturalmente sono stati coperti dai loro colleghi, qualche responsabile ha cercato di nascondere la cosa, mentre qualche collega buffone e vigliacco mi prendeva in giro nel gruppo social e nelle chat dei tassisti con questa canzoncina.
AHAHAH CHE RIDERE !
Ma la giustizia fa il suo percorso, mica come le commissioni disciplinari 🚕 interne che coprono omertosamente tanti misfatti.
Soccia che zavagli tutti quanti!
Ora gli avvocati dei due tagliatori di gomme stanno cercando di far archiviare la vicenda per “tenuità del fatto”.
Sì, come no. Ma va là, va là.
Codardi.
Tutti quanti, tutti voi, pure quelli “bravi” che in questi anni si sono macchiati d’omertà per proteggere i “membri della famiglia🚕”