A proposito delle polemiche sui legami del nuovo cittì con un sito di scommesse russo, condivido questo articolo che ho scritto qualche giorno fa su Domani.
"È vietata qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse con vincite di denaro, comunque effettuata e su qualunque mezzo, incluse le sponsorizzazioni. Sanzione prevista: 20% del valore della sponsorizzazione, non inferiore a 50.000 euro a violazione." (Art. 9, Decreto Dignità, l. 96/2018)
In questi giorni, Dazn mi ha inviato una lettera, dice che l’implementazione di nuovi canali, servizi, supercazzole varie, li porta ad aumentare l’abbonamento mensile a 47 euro. E vabbè, è il mercato, anzi: il monopolio. Non puoi farci niente. Siccome è la classica offerta che non si può rifiutare, credo accetterò. Ma utilizzo queste nobili colonne per porre una cortese domanda: quanti dei miei 47 euro finanzieranno l’ecosistema che normalizza le scommesse? Perché Dazn, in questo caso senza monopoli, è in primissima linea in quella sonora presa per i fondelli, nonché le vere vincitrici dei Mondiali, che sono “le informazioni sul calcio”.
Lanciando l’app prima delle partite, compresa Spagna Argentina, appariva in forma di schermata da clic compulsivo, il corrispettivo di un maniaco davanti all’asilo: un tocco e ci si ritrovava iscritti a Dazn Bet Fun, ossia un innocuo sito per divertirsi, addirittura con 1000 punti in omaggio. Solo che il diavolo, più che nel dettaglio, è già nel nome. “Bet”, scommesse. Le stesse che, per interposto ragazzotto con troppo gel nei capelli e marchio SisalTipster, ha aperto ogni singola partita dagli Usa/Canada/Messico. E siccome la linea saltava spesso, ogni volta che riavviavi, ecco riapparire il toy boy della puntata, con altre e succose quote.
Altro? Altro. Tipo le gustosissime gag tra Diletta Leotta e Massimo Ambrosini, attori (maldestri) di un promo ambientato in uno studio “news”. S beneficio ancora una volta di Dazn Bet Fun. Su cui, mi pare di capire, se posso darmi una risposta, scommetto 46.99 euro al mese.
Non che Sky sia meglio. Una ex del Grande Fratello, collegandosi con ex calciatori che leggono (male) gobbi scritti da altri, rammenta quotidianamente le quote con le quali rovinarci responsabilmente. Il “rullo” di Skysport 24 ribatte le notizie che arrivano dagli allibratori. Qualunque gara sportiva – che paghiamo, pure lì – è interrotta da spot che spiegano come “informarsi” oppure, addirittura, vista la manica allargata di recente dal Governo, come giocare responsabilmente. Che è come invitare a farsi di eroina, ma col cucchiaino tiepido. Durante Wimbledon, imperversava pokertsar. news. E ogni volta mi chiedevo: di quali news potranno mai parlare? Nuovi semi nelle carte? Giacche con la doppia manica? Il Jack di cuori ha cambiato sesso e ora è la donna di quadri?
Nel frattempo, la Lazio risulta parte di una piattaforma di scommesse – pardon: previsioni – sullo scibile umano che l’ADM ha ufficialmente oscurato perché pare che anche Mario Adinolfi la trovasse piuttosto questionabil. E la Serie A quasi al completo flirta con la febbre della puntata. L’Inter ce l’ha sulla maglia, Betsson. sport. La Roma pure: Eurobet. live. Bet365.scores compare a fianco di Udinese, Torino e Cagliari. Il Parma è Admiralbet, ovviamente .news. L’Atalanta come secondo sponsor ha Snai, ovviamente .fun. Il tutto in sfregio della regolamentazione ancora in essere su cui Agcom, che dovrebbe vigilare e comminare sanzioni, in questo specifico coacervo ha sempre sorvolato. Evidentemente basta un suffisso inglese buffo, e i divieti scompaiono. Prossimamente: giocatilacasa.yeah, https://t.co/mURJuMKkRf, https://t.co/fA0d2Kb6U5.
Mi sovviene perciò un lontano passato da cronista sportivo, ormai quasi quarant’anni orsono: prima trasferta cestistica a Lisbona, allora ben lontana dal recente e poderoso rinascimento economico. Uscendo dai vomitori – si chiamano così – della metro, una voce si dispiegava da mille angoli opposti: raspa e ganha! Raspa e ganha! Gratta e vinci! Venditori di nulla, a frotte, letteralmente ricoperti di tagliandi della fortuna. Riscuotevano a loro modo la tassa sulla povertà tipica delle democrazie recenti e poco acculturate. Un po’ come da noi.
Oggi che la pubblicità di scommesse appare anche ai lati della Coppa del Mondo, di cui risulta la vincitrice immorale, quei tizi folcloristici mi appaiono per ciò che erano: nostalgia, premonizione. Oltre che la versione pre-informatica e cartacea del celebre detto di Wanna Marchi: “I coglioni vanno inculati”. Anzi: https://t.co/h0FiPDG9Vt, visto mai che ci ricicliamo pure lei. Fun fact, come direbbero loro: Fratelli d’Italia e la Lega (calcio) premono da oltre un anno perché il divieto di pubblicità alle scommesse vada in cavalleria. Prima di convincersi, avevano audito in commissione Dazn e Sport Mediaset. Dicono, i padroni del calcio, che senza scommesse perdono cento milioni ogni dodici mesi. Loro. Gli italiani invece perdono 21,8 miliardi l’anno.
Voi, su chi puntereste?
@cagi_1987 Non mi ricordo quanti punti deve difendere in Canada rispetto all'anno scorso: se sono pochi può anche non andarci, se sono tanti deve andarci per forza
SOLO PER GLI SMEMORATI:
La villa di Arcore, B. la rubó all'orfana dei signori Casati Stampa, dopo che il padre dell'orfana aveva ucciso la moglie, l'amante giovane e si era suicidato.
Alla ragazza, desiderosa di scappare dall'Italia e bisognosa di soldi, vennero offerti 500 milioni di lire contro un valore della villa stimato per 7,3 miliardi di lire. La cosa bella è che i 500 milioni non vennero dati in soldi ma in azioni non quotate in borsa. Proprio per questo la ragazza non riuscì a cambiarle in denaro e si ritrovo con delle azioni bloccate. Allora B. si offrì di riprendersele in cambio di 250 milioni di lire e alla fine la ragazza si ritrovó a vendere una casa di 7,3 miliardi per 250 milioni di lire. Non c'è che dire, un affare.
Per quanti diranno, fessa lei che ha accettato, occorre ricordare che era un'orfana e che il suo tutore legale era Cesare Previti (CONDANNATO A 6 ANNI), avvocato e braccio destro finanziario di B. Questa è una delle cose... si potrebbe andare avanti ore...
In Italia a uno come questo, dopo tutto quello che ha fatto, gli fanno i funerali di Stato. Siamo nella follia pura!!!
Edoardo Sala
"repetita iuvant"
ITALIANI, I MIGLIORI.
Dell’Ing. Marco Pianigiani (ingegnere navale, La Spezia)
Sono in Norvegia, in fondo ad un fiordo del cazzo, privo di qualsiasi attrattiva naturalistica, se non fosse perché il termine villaggio è completamente diverso dalla nostra tradizione mediterranea e dalla nostra percezione semantica; un territorio di 1410 km quadrati con una popolazione di 1147 abitanti, come capirò in seguito, uguale ad altri mille, ovvero una impalpabile spolverata di case lontane una dalle altre.
Nella lunga notte invernale, queste case sono rintracciabili, ai bordi dell’unica strada che circumnaviga il fiordo, perché hanno delle abat-jour, delle luci, delle candele finte alle finestre prive di scuri, sempre accese notte e giorno.
Questo lontananza abitativa delle persone, è rappresentativa della densità dei sudditi del regno, più grande dell’Italia ma con soli cinque milioni di abitanti.
La prima caratteristica di questo popolo, che salta all’occhio dello straniero, è la presunzione di superiorità, evidente effetto della mancanza di abitudine alla convivenza che inevitabilmente porta al confronto con gli altri e ad una reale consapevolezza di sé come individui e come popolo.
I Norvegesi disprezzano gli Svedesi, figuriamoci gli Italiani, ma come sono finito in questo posto?
Lavoro in un grande gruppo cantieristico italiano e sono in una squadra che deve consegnare una nave rompighiaccio per ricerca oceanografica ad un armatore norvegese presso il cantiere che si trova in fondo a questo fiordo del cazzo.
E questo posto improvvisamente si è trasformato in un laboratorio antropologico, dove ho capito fino in fondo perché noi Italiani siamo amati individualmente ma odiati come popolo; guardo gli operai norvegesi sono esteticamente impeccabili, tuta mai scolorita, scarponi, casco, occhiali protettivi, cuffie antirumore, ma tecnicamente incapaci per fare un lavoro banale serve un quaderno di istruzioni.
Poiché con gli operai norvegesi non riuscivo a completare gli ultimi lavori per la consegna della nave, ho dovuto richiamare la mia squadra italiana che è formata da un gruppo di napoletani; una mattina si sono presentati in cantiere in otto; chi già con addosso gli abiti da lavoro, chi con un sacchetto del Conad con dentro una tuta che ha visto mille lavaggi; il loro capetto si chiama Maurizio, come dice lui “coming from Torre Annunziata”.
Lo guardo e gli chiedo: “Dove sono i cassoni degli attrezzi e del materiale?”
“Boss mi hai chiamato ieri l’altro sera, secondo te in 24 ore oltre a trovare un volo ed un albergo cosa posso fare di più?”
“Secondo te, con che cazzo lo facciamo il lavoro?”
“Sono le 8 del mattino, in portineria mi hanno detto di andare tutti insieme al corso della sicurezza di questi mammalucchi e poi mi organizzo”
sto per inveire tutti suoi avi quando mi dice: “Prima che tu cominci a gridare nel telefono aspetta mezzogiorno che ti do un ritorno”
“Se non mi arriva il ritorno sicuramente ti arriverà una flangia cieca DN300 in piena fronte”.
Arrivò mezzogiorno, e passò; mezzogiorno e mezzo, niente; all’una arriva Maurizio, prima che potessi offenderlo come sempre mi anticipò: “Già che c’ero sono andato a mangiare, poi ho trovato il magazzino del materiale, ho visto che c’è quasi tutto quello che mi serve e mi sono messo d’accordo con Alf”
“e chi è Alf?”
“Il magazziniere, è nu bravo guaglione”
“Ma Alf parla inglese?”
“No, ma quando mai! e poi io non parlo inglese”
“Chissà che cazzo avrà capito!”
“Ho trovato anche il magazzino degli attrezzi, è a disposizione di tutti, inoltre i polacchi mi prestano il banco, la saldatrice, il cannello, la piegatubi, e la torcia per il TIG”
“e le fasce di sollevamento?”
“Sono d’accordo con il gruista dopo le tre si ferma e mi fa gli imbarchi; domani sera ti chiudo il primo impianto”.
Maurizio non è mai stato in questo cantiere, non è mai stato in Norvegia, ma è laureato in sopravvivenza alla facoltà di Castellammare di Stabia, guardo lui e guardo i suoi uomini guizzare come delfini intorno ai norvegesi che sembrano un branco di acciughe stordite.
Ecco perché questo popolo è odiato, perché è più intelligente.
Il passo che si regola a quello del piccolo. Una carezza dolcissima.
Siamo privilegiati, come italiani, ad avere un campione come lui a rappresentarci.
@alvaro_maestro Io penso, invece, che adesso c'è più sicurezza di quello che si mangia e più scelta di quello che vuoi mangiare: prima c'era solo quello e te lo facevi andare bene; ora puoi mangiare quanta carne vuoi, con quale pane e quale salsa. Come può essere peggio?
Mi abuelo no nos dejaba tirar ni el pan duro.
Se enfadaba.
De verdad.
Yo pensaba que era tacañería.
Cosas de viejo.
Una noche me vio dejar media barra en la basura.
No gritó.
Solo dijo:
—Ven.
Me llevó al cuarto de arriba.
Sacó una caja de lata.
Dentro había una cuchara torcida.
Una cartilla de racionamiento.
Y una foto de dos niños.
—Ese de la izquierda soy yo —dijo.
—El otro era tu tío Julián.
Yo no sabía que había tenido un hermano.
—Murió con nueve años.
Se me heló el cuerpo.
Mi abuelo cogió la cartilla con las manos temblando.
—En la posguerra aprendimos a comer despacio para engañar al hambre.
Él siempre me dejaba el último trozo.
Yo me lo comía.
Y le decía que mañana habría más.
Se quedó callado unos segundos.
Luego me enseñó la parte de atrás de la foto.
Había una frase escrita a lápiz:
“Si tú vives,
no tires nunca lo que a otro puede salvarle el día.”
Antes de guardar la caja, mi abuelo me miró y dijo:
—La pobreza no da vergüenza.
Vergüenza es olvidar lo que costó llenar un plato.
⚠️ INSIDER-HANDEL IM WEISSEN HAUS - DAS MUSTER IST JETZT EINDEUTIG!
Ein Trader sitzt um 6:49 morgens am Bildschirm und sieht, wie 580 Millionen Dollar in die Öl-Futures fließen. Kein News-Ticker, kein Analysten-Call, keine Erklärung. Reine Stille - und dann ein Berg von Geld, der sich auf genau die Richtung legt, in die der Markt gleich kippen soll.
16 Minuten später kommt Trumps Tweet. Iran-Pause. Öl fällt senkrecht. Die Bets gehen auf.
Das ist kein Einzelfall. Die BBC hat fünf dieser Muster dokumentiert. Tariff-Pause. Maduro-Capture. Ceasefire-Ankündigung. Iran-Verhandlungen. Hormuz-Öffnung. Jedes Mal derselbe Film - massive Wetten, Minuten bevor die Information öffentlich ist, 100 Prozent Treffer.
@unusual_whales schreibt: "580 Millionen in 16 Minuten VOR der Ankündigung. Nicht normal." @MerlijnTrader zählt die Serie mit: "11 Trades. 11 Wins. 100 Prozent Win Rate. Das ist nicht mehr Zufall." Und Senator @ChrisMurphyCT packt die nächste Zahl auf den Tisch: 1,5 Milliarden Dollar in S&P-Futures, 5 Minuten vor Trumps Iran-Post. 46-mal größer als jeder andere Trade an diesem Morgen.
Der italienische Journalist @francescoproia fasst das Playbook zusammen. 23. März - 500 Millionen Öl-Bet, 15 Minuten bevor Trump den Iran-Angriff vertagt. 7. April - 950 Millionen, kurz vor dem Ceasefire. 17. April - 760 Millionen, 20 Minuten bevor Trump die Straße von Hormuz für offen erklärt.
"Man liest Insider Trading. Man schreibt Barron oder Donald Trump."
Diesen Satz liest niemand gerne, aber auf CT denken ihn alle. @hayasaka_aryan formuliert ihn trocken: "Barron macht 90 Millionen pro Woche, weil sein Vater die Wirtschaft manipuliert." Ob es Barron ist, ein Berater, ein Familienmitglied oder irgendein Mitarbeiter im West Wing, weiß niemand. Aber irgendjemand in einem sehr wichtigen Raum nimmt jedes Mal das Telefon ab.
Ich habe das hier schon oft gesagt. Als die Tariff-Pause im April 2025 den Markt gerettet hat, lagen die Bets auf Polymarket Tage vorher richtig. Als Maduro in Caracas gefasst wurde, hatte ein Konto namens "Burdensome-Mix" aus 32.500 Dollar bereits 436.000 gemacht. Sechzehn anonyme Polymarket-Accounts kassierten je über 100.000 Dollar nach den Februar-Angriffen auf Iran. Jeder einzelne hat korrekt auf den exakten Zeitpunkt gewettet.
Und jetzt der Teil, der die Finanz-Audience nicht interessiert, euch aber auffallen sollte. Donald Trump Jr. sitzt im Advisory Board von Polymarket. Gleichzeitig ist er strategischer Berater bei Kalshi. Die zwei Plattformen, auf denen die größten Wetten platziert werden. Die Familie verdient am Haus und am Tisch gleichzeitig.
Der STOCK Act von 2012 verbietet genau das. Ausdrücklich auch für Executive Branch Officials. Seit 14 Jahren. Null Verfahren. Null Verurteilungen.
Die CFTC schaut sich die Trades an. Sam Liccardo, Abgeordneter der Demokraten aus Kalifornien, stellt Fragen. Das Weiße Haus schweigt.
Was mich bei dieser Story am meisten anekelt, ist der Maßstab. Wenn du in Frankfurt einen Tipp von deinem Cousin bekommst und 2.000 Euro auf BASF setzt, stehst du vor Gericht. Wenn aus dem Oval Office Milliarden vor einer Kriegserklärung verschoben werden, wird daraus eine "auffällige Marktbewegung" und eine Fußnote in den Nachrichten.
Die Leute, die den Spielplatz kontrollieren, spielen mit gezinkten Karten. Das Prediction-Market-Geld fließt in Plattformen, die der Präsidentensohn mitverwaltet. Die Öl-Futures werden von Wallets gekippt, die zehn von zehn Treffer landen. Die Regulierer schauen freundlich weg.
Das Spiel ist manipuliert. Das wissen wir seit Jahren. Der Unterschied heute: Die BBC hat die Quittungen.
Le Idi di Marzo, ovvero il giorno in cui il mondo cambiò direzione
Oggi è il 15 marzo. Le Idi di Marzo. Il giorno in cui ventitré pugnalate cambiarono per sempre la traiettoria della civiltà occidentale. Forse dell’intera civiltà umana.
Cesare, quando lo uccisero, stava per partire. Aveva le legioni pronte, i piani definiti, gli ufficiali già schierati. La destinazione era la Partia, quel vasto regno che si estendeva dalla Mesopotamia fino all’altopiano iranico. Lo stesso nemico che pochi anni prima aveva annientato Crasso e le sue legioni a Carre, nel 53 a.C., in una delle disfatte più umilianti della storia di Roma.
La domanda che si pone è semplice, quasi banale nella sua formulazione: cosa sarebbe accaduto se Bruto e Cassio non avessero agito? Se Cesare fosse salito a cavallo, avesse attraversato l’Anatolia, e avesse portato Roma fino al Tigri e all’Eufrate?
Non è un esercizio ozioso. La storia controfattuale, quella che chiede “e se?”, è diventata un metodo serio di indagine storica. Lo storico Niall Ferguson, nel suo Virtual History (1999), ha sostenuto che ragionare sulle alternative plausibili ci aiuta a capire quanto gli eventi storici non siano mai inevitabili, quanto il ruolo della contingenza, del caso, di una singola decisione possa deviare il corso di tutto ciò che viene dopo.
Cesare non era Crasso. Crasso era ricco, vanitoso, militarmente mediocre. Cesare era il conquistatore della Gallia, il più grande stratega che Roma avesse prodotto dopo Scipione. Conosceva gli errori di Crasso, sapeva che il re d’Armenia aveva offerto a Crasso il passaggio attraverso il suo territorio e 16.000 cavalieri, e che Crasso aveva rifiutato con l’arroganza di chi non sa cosa lo aspetta. Cesare non avrebbe commesso lo stesso errore. Lo stesso Marco Antonio, anni dopo, provò a realizzare il piano partico di Cesare, e fallì: troppo impaziente, troppo disorganizzato, abbandonò il treno dei bagagli e le macchine d’assedio per accelerare la marcia. Antonio non era Cesare. Nessuno lo era.
Lo scenario più realistico, quello su cui convergono storici e appassionati di storia alternativa, è che Cesare avrebbe annesso la Mesopotamia, creato regni clienti ai confini orientali, riportato a Roma le aquile perdute da Crasso. Non avrebbe conquistato tutto l’impero partico, probabilmente. Non era stupido. Sapeva che governare un territorio troppo vasto significava dissipare forze. Avrebbe fatto come in Gallia: colpire duro, organizzare, romanizzare.
Proviamo a seguire il filo. Se Roma avesse controllato la Mesopotamia nel I secolo a.C., avrebbe avuto accesso diretto al commercio con l’India e la Cina. Quella regione, ricchissima, fertile, crocevia di ogni rotta commerciale del mondo antico, avrebbe potuto diventare la nuova provincia d’Egitto, una fonte inesauribile di grano, ricchezze e tributi. Le guerre civili che devastarono Roma dopo la morte di Cesare, la lotta feroce tra Ottaviano e Antonio, non sarebbero mai avvenute. O sarebbero avvenute in modo radicalmente diverso.
La questione più vertiginosa è un’altra. I Parti sono gli antenati di quella civiltà persiana che, nei secoli successivi, sarebbe diventata la culla in cui nacque e si diffuse l’Islam. Una Mesopotamia romanizzata, con strade, diritto romano, lingua latina mescolata al greco e all’aramaico, avrebbe trasformato profondamente il substrato culturale di quella regione. L’Islam nasce nel VII secolo d.C. in un contesto specifico, in un’Arabia che sta ai margini di due imperi in declino, quello romano d’Oriente e quello sasanide (gli eredi dei Parti). Se uno di quei due imperi non fosse esistito, o fosse stato assorbito dall’altro, il contesto stesso della rivelazione coranica sarebbe stato diverso. Non necessariamente cancellato, ma diverso. Profondamente diverso.
È il principio che Blaise Pascal aveva intuito nel XVII secolo con la sua celebre provocazione sul naso di Cleopatra: se fosse stato più corto, il volto intero della terra sarebbe cambiato. La storia si gioca sui dettagli. Sui nasi, sulle pugnalate, sulle partenze mancate.
Luciano Canfora, nel suo Giulio Cesare. Il dittatore democratico (Laterza), definisce Cesare una figura che incarna il paradosso del potere popolare: un uomo che concentra su di sé un’autorità assoluta traendo legittimità dal consenso della plebe. Se Cesare fosse tornato dalla Partia vittorioso, carico di bottino e di gloria, nessuno a Roma avrebbe più potuto sfidarlo. La Repubblica era già morta prima delle Idi di Marzo, in un certo senso. Cesare l’aveva superata. La sua morte non la resuscitò, produsse solo tredici anni di guerre civili spaventose prima che Ottaviano chiudesse la questione diventando Augusto.
Un Cesare vivo e trionfante avrebbe accelerato la trasformazione di Roma in monarchia, certo. Forse con meno sangue. Forse con una linea di successione chiara, con il giovane Ottaviano formato al suo fianco nelle campagne orientali, pronto a raccogliere il potere in modo ordinato anziché doverlo strappare con la forza.
Per chi volesse approfondire: il già citato Virtual History di Ferguson resta il punto di riferimento sulla storia controfattuale come metodo. Per la figura di Cesare, il Canfora è imprescindibile. Shakespeare, col suo Julius Caesar, ha fissato per sempre nell’immaginario collettivo il dramma delle Idi. Plutarco, nelle Vite parallele, racconta con precisione quasi giornalistica gli ultimi giorni del dittatore.
Ventitré pugnalate. Un viaggio mai compiuto. Un mondo intero che prese una direzione perché un uomo non partì in tempo. Il 15 marzo non è una data qualsiasi. È il giorno in cui la storia girò a sinistra quando avrebbe potuto girare a destra. Verso dove, non lo sapremo mai. Sappiamo solo che sarebbe stato un mondo irriconoscibile rispetto a quello in cui viviamo.
“Sembra incredibile, e invece è successo davvero.
Invece di presentarsi davanti al Parlamento e ai cittadini italiani, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni è andata in radio, a Rtl 102.5, per relazionare il Paese sulla più grave crisi della storia recente.
E ha infilato una supercazzola dietro l’altra.
Ha assicurato che “L’Italia non è in guerra e non intende entrarci”.
Già, peccato che invierà immediatamente armi, sistemi anti-droni e munizioni ai Paesi del Golfo ufficialmente per difendersi dall’Iran (dimenticandosi di dire che l’Iran si sta a sua volta difendendo da un attacco illegale).
Ha aperto esplicitamente all’utilizzo delle basi americane sul territorio italiano: “Ci atteniamo agli accordi bilaterali”.
E in caso di richieste ulteriori? “Decideremo insieme al Parlamento”.
Parlamento di fronte a cui però si guarda bene di metterci la faccia, come invece avevano richiesto tutte le opposizioni, lasciando la patata bollente a Tajani e Crosetto. Aiuto!
E ancora:
Si dice preoccupata “da una crisi sempre più evidente del diritto internazionale e degli organismi multilaterali che sta generando un mondo sempre più governato dal caos”.
Solo che si dimentica di dire che chi viola sistematicamente e ripetutamente il diritto internazionale ha un nome e cognome: si chiama Donald Trump. Ieri in Venezuela, oggi in Iran.
Ma mica finisce qui:
Ha parlato di “reazione scomposta dell’Iran”.
E certo, dopo che due Paesi ti bombardano e ammazzano civili, cosa ti aspetti che facciano? Che rispondano con i fiori.
Non una parola neppure sull’imbarazzante caso di Crosetto a Dubai.
Nessuna condanna dell’aggressione unilaterale di Trump e Israele.
Nessuna autocritica per essere stata la più grande amica e alleata di due criminali di guerra.
E soprattutto: nessun passaggio in Parlamento davanti agli italiani.
Ma su una radio privata, come se fosse una cantante in gara a Sanremo che commenta la geopolitica, in spregio di qualunque ruolo e incarico istituzionale.
Che abisso rispetto al discorso monumentale pronunciato appena 24 ore fa dal premier spagnolo Sánchez.
Siamo in queste mani qui.
E di questi tempi mette i brividi”.
Lorenzo Tosa