Endocrinologist, fond of politics/economy/finance. “Il paradosso è il lusso delle persone di spirito, la verità è il luogo comune dei mediocri”. (L. Longanesi)
🇺🇸Trump has stated 55 times that he defeated Iran.
🇺🇸Trump has stated 35 times that Iran is destroyed.
🇺🇸Trump has stated 38 times that a deal is imminent.
🇺🇸Trump has stated 25 times that the Strait of Hormuz is open.
Elect a clown, expect a circus.
✍🏻 Roberto Damico
Vogliamo dire l’ovvio? Spesso l’ovvio – ciò che dovrebbe essere lampante, indiscutibile, fuori discussione – viene rimosso, nascosto, distorto. Soprattutto quando urta contro i dogmi del relativismo culturale, del decolonialismo di maniera, dell’antimperialismo da salotto. Ma io voglio dirlo. Perché qualcuno deve pur dirlo.
Un mondo più giusto è un mondo senza dittature. Non un mondo con dittature “buone” o “progressiste” o “anti-imperialiste”. No. Un mondo senza. Un mondo senza il regime iraniano (che impicca gli omosessuali, che lapida le donne, che reprime i manifestanti, che esporta il terrore in tutto il Medio Oriente). Un mondo senza Vladimir Putin (che invade i vicini, che bombarda gli ospedali, che rapisce i bambini, che avvelena i dissidenti). Un mondo senza Kim Jong-un (che affama il suo popolo, che lancia missili contro i vicini, che vive nel lusso mentre i suoi sudditi muoiono di fame). Questi – e non altri – sono i nemici della giustizia. Non l’Occidente. Non la democrazia. Non Israele. Non l’America. Le dittature.
E no – prima che qualcuno tiri fuori il solito mantra – non esiste una “via russa” o una “via iraniana” che porti alla giustizia attraverso la dittatura. Non esiste. Non è mai esistita. Non esisterà mai. Perché la dittatura – per sua natura – non può portare alla giustizia. La dittatura è l’esatto contrario della giustizia. La dittatura è arbitrarietà, è violenza, è repressione, è privilegio, è impunità. Una dittatura può anche promulgare leggi – ma le leggi non sono giuste, sono imposizioni. Una dittatura può anche garantire un minimo di ordine – ma l’ordine non è giustizia, è solo assenza di caos. Una dittatura può anche distribuire risorse – ma la distribuzione non è equa, è clientelare. La dittatura – qualunque dittatura – porta solo a ingiustizia e a ulteriore ingiustizia. Un circolo vizioso che si auto-alimenta.
Questo lo dicevano già i greci. Aristotele, nella Politica, distingueva tra forme giuste e forme corrotte di governo: la monarchia (giusta) poteva degenerare in tirannide (corrotta); l’aristocrazia (giusta) in oligarchia (corrotta); la politeia (governo costituzionale) in democrazia (corrotta, per lui). Ma tutte le forme corrotte – la tirannide, l’oligarchia, la democrazia estrema – avevano in comune il fatto di servire gli interessi di una parte, non il bene comune. E la dittatura – la tirannide – è la peggiore. Questo lo diceva Zhuang Tzu – il filosofo taoista cinese del IV secolo a. C.– che criticava i governanti che imponevano la loro volontà con la forza, anziché seguire il naturale fluire del Dao. Non credeva nelle dittature, nemmeno illuminate. E questa è un’ovvietà. Un’ovvietà che dovrebbe essere condivisa da chiunque abbia un minimo di coscienza morale, indipendentemente dalla cultura, dalla religione, dalla latitudine.
Allora, per arrivare a un mondo più giusto – per ridurre l’ingiustizia, per avvicinarsi a quell’ideale regolativo che chiamiamo “giustizia” – è necessario passare per una diffusione di determinati valori. Non imposizione – diffusione. Non colonizzazione – condivisione. Non violenza – persuasione. Ma valori. Valori universali. Quelli che si sono affermati in Europa nel 1789 – la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino: libertà, uguaglianza, fraternità. Quelli che sono stati ribaditi nel 1948 – la Dichiarazione universale dei diritti umani. Ma di cui parlava già Ciro il Grande (VI secolo a. C.) – il re persiano che, dopo la conquista di Babilonia, proclamò un editto (il celebre Cilindro di Ciro) che garantiva la libertà religiosa, il ritorno degli esuli, la fine della schiavitù. Non era una democrazia – era una monarchia illuminata – ma già allora c’era l’idea che esistessero diritti fondamentali, uguali per tutti. Valori universali, appunto.
E no – attenzione – non sto parlando da colonialista. Non dico che l’Europa debba imporre i suoi valori al resto del mondo con le armi. Dico che l’Europa – e l’Occidente – hanno elaborato alcuni valori che, nella loro universalità, possono essere condivisi da tutti.
Perché la libertà – la libertà di parola, di pensiero, di religione, di associazione – è desiderabile per tutti. Perché l’uguaglianza – di fronte alla legge, senza distinzioni di sesso, razza, religione – è giusta per tutti. Perché la democrazia – il governo del popolo, attraverso rappresentanti eletti – è preferibile alla dittatura per tutti. E lo dico citando Marx – Karl Marx, non il marxismo-leninismo. Perché Marx – il vero Marx – scriveva queste cose prima che Lenin, Stalin e i loro epigoni distorcessero tutto. Marx sognava una società senza classi, senza oppressione, senza sfruttamento. Non sognava i gulag. Non sognava i campi di rieducazione. Non sognava la dittatura del proletariato come fine, ma come mezzo – un mezzo che, nella pratica, si è rivelato peggiore del male che doveva curare. E Marx – che era un illuminista, non un oscurantista – credeva nei valori universali. Non nel relativismo culturale.
Il relativismo culturale – l’idea che tutte le culture si equivalgono, che non si possono giudicare, che ognuna ha la sua verità – è puro delirio. È una fuga dalla realtà. È un alibi per l’immobilismo. È una giustificazione per l’oppressione. Perché se tutte le culture si equivalgono – se la cultura iraniana che opprime le donne è uguale alla cultura italiana che le libera – allora non c’è motivo di lottare. Non c’è motivo di cambiare. Non c’è motivo di aiutare. Lascia che le donne iraniane vengano lapidate – è la loro cultura. Lascia che i curdi vengano massacrati – è la loro cultura. Lascia che i cristiani vengano uccisi – è la loro cultura. Questo è il relativismo. Non rispetto. Non tolleranza. È indifferenza. Complicità. Viltà.
Bisogna smettere di pensare che “altri popoli vogliano l’ingiustizia”. Non lo vogliono. Nessuno lo vuole. Forse i dittatori – che ne traggono vantaggio – la vogliono. Forse i loro lacchè – che ci guadagnano – la vogliono. Ma i popoli – la gente comune – non la vogliono. Ogni uomo brama la felicità. Ogni uomo brama la giustizia. Ogni donna, ogni bambino, ogni anziano. Ovunque. In Iran come in Italia, in Russia come in Francia, in Corea del Nord come in Canada. Cambiano le condizioni, cambiano le possibilità, cambiano i mezzi. Ma il desiderio – il desiderio di essere liberi, di essere rispettati, di essere uguali – è universale. Non è un’idea occidentale. Non è un’ideologia. È umano. E negarlo – dire “loro sono diversi, loro vogliono altre cose” – è, in ultima analisi, razzismo. È l’idea che l’essere umano non sia uno. Che l’umanità non sia unica. Che esistano esseri umani di serie A ed esseri umani di serie B. È la stessa idea che ha giustificato la schiavitù, il colonialismo, l’apartheid. Solo che oggi viene ribaltata: “noi occidentali siamo cattivi, loro sono buoni”. Ma l’idea di fondo – che l’umanità sia divisa in specie morali diverse – è la stessa. Ed è sbagliata.
Allora, va detto. Va detto l’ovvio: un mondo senza dittature è un mondo più giusto. E non è una questione di destra o sinistra. È una questione di umanità.
Marco Travaglio è un individuo che ha costruito un'intera carriera distribuendo sentenze prima dei tribunali, coltivando il sospetto come metodo e il giustizialismo come spettacolo. Ora scopre improvvisamente il valore del contraddittorio. È successo dopo aver scritto una lettera aperta alla procuratrice generale di Milano, accusandola di aver ascoltato una sola versione dei fatti. Detto da lui, sfiora il capolavoro involontario. Perché una procura non replica con lettere ai giornali, non partecipa ai talk show, né ingaggia duelli editoriali. Parla attraverso gli atti. Travaglio lo sa perfettamente. Sa che quella lettera non avrà risposta e che nessuno dall'altra parte potrà occupare la stessa pagina per replicare punto su punto. E proprio per questo l'ha scritta. È il vecchio trucco del processo mediatico: si sceglie un imputato che non può difendersi, si costruisce l'arringa e poi si pretende che il pubblico la scambi per verità. Se davvero ritiene di essere stato diffamato, faccia ciò che per anni ha suggerito agli altri: vada in tribunale. Denunci la Procuratrice. Citi in giudizio la Procura. Costringa chi lo avrebbe accusato a rispondere nelle sedi competenti. Lì non bastano gli editoriali indignati, le allusioni, le campagne di stampa, le gogne o le tifoserie. Lì contano i fatti, le prove. Ma forse il problema è proprio questo. In un'aula di giustizia esiste il contraddittorio. In una lettera aperta sul proprio giornale, invece, esiste soltanto Marco Travaglio che interroga, accusa, giudica e assolve. Da anni è il ruolo che preferisce. Quello del pubblico ministero senza procura, del giudice senza toga, del moralista senza appello. E adesso pretende perfino di passare per vittima. La nemesi, a volte, possiede un senso dell'umorismo straordinario.
✍🏻 @Islamicament
Molti parlano ancora oggi dell’ “età d’oro della scienza islamica” come se fosse stata un’invenzione autonoma del mondo arabo-musulmano.
La realtà storica è molto diversa.
Durante i primi secoli dell’espansione islamica, le autorità musulmane si trovarono a governare territori in cui vivevano popolazioni cristiane (soprattutto nestoriane) con un livello di cultura e competenze nettamente superiore. Invece di distruggerle subito, le sfruttarono.
Uno degli esempi più emblematici è Ḥunayn ibn Isḥāq (808–873), medico e teologo nestoriano soprannominato il «Principe dei traduttori». Tradusse oltre cento opere di Galeno, fondò una scuola di traduttori composta quasi interamente da cristiani e scrisse testi originali di medicina. Le sue traduzioni e i suoi metodi furono usati per secoli… anche da studiosi musulmani come Avicenna, che però non lo citò mai.
Quando le élite cristiane non furono più necessarie, la politica cambiò: emarginazione, conversioni forzate, persecuzioni e distruzione del loro patrimonio culturale.
Il risultato? Un declino progressivo della capacità scientifica e amministrativa delle regioni conquistate.
https://t.co/YZObAUZXnC
Dietro una delle accuse più ricorrenti contro Israele esiste una realtà quasi mai raccontata: israeliani che hanno donato organi a palestinesi, anche bambini, salvando vite. Storie documentate che non cancellano il conflitto, ma ne incrinano le caricature più comode.
Nathan Greppi su InOltre. Il link nel primo commento
Questo era Gaza il 7 ottobre.
I palestinesi baciavano il pavimento per la gioia mentre Hamas sfilava cadaveri di ebrei per le strade.
Ricordalo la prossima volta che vedi qualcuno chiamarli vittime.
A Fanpage abbiamo fatto notare che pubblicano ogni giorno articoli contro Meloni, che poi vengono anche cancellati. Ci chiediamo invece perché non ci sia traccia di Zapatero e Sánchez.
Forse la notizia gli è sfuggita, oppure non la trattano perché sono i loro “beniamini rossi”?