il referendum perso non deve diventare un'alibi per l'impotenza del Governo
se davvero non esistono provvedimenti che un Governo possa approvare d'urgenza per impedire questo degrado allora lo Stato semplicemente non c'è più e si consenta almeno l'autodifesa estesa
A nessuno viene in mente in inverno di consigliare di non accendere i termosifoni, che inquinano più dei condizionatori. L’opposizione all’aria condizionata non ha nulla a che vedere con le emissioni, è religiosa: fa caldo, è colpa vostra, dovete espiare.
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Un giorno un amico ebreo israeliano mi ha detto che sbaglio a fare di tutta un'erba un fascio. Io stavo parlando della Striscia e sostenevo che non vi fosse differenza fra civili e terroristi. Questa clip contiene pochi secondi del 7 Ottobre, mancano poi i decenni per la costruzione dei tunnel dove mandavano i loro stessi figli a morire negli scavi, mancano i bastardi che hanno visto e riconsegnato ad Hamas un ostaggio che era riuscito a scappare e girovagava nascondendosi fra un edificio e l'altro, mancano i dottori di Gaza che hanno iniettato ossigeno nelle vene degli ostaggi per farli morire, mancano gli infermieri che hanno tenuto gli ostaggi negli ospedali armati come caserme, mancano le donne a cui il tunnel partiva dalla stanza dei propri figli, da sotto le culle praticamente, manca il professore che mise all'asta la testa di un ostaggio e che le IDF poterono miracolosamente recuperare da un freezer mesi dopo ricomponendo il cadavere con orrore della famiglia, mancano i bastardi che hanno organizzato la parata della consegna degli ostaggi vivi, ragazzine violentate per quasi due anni tutti i giorni da orde di "uomini", riportate alla luce col "diploma di rilascio dell'ostaggio" e mancano i bastardi che hanno organizzato la consegna dei Bibas con la musica araba di merda, i cartelloni come fosse un concerto con Netanyahu a mo' di demonio, i bambini che saltellano e festeggiano, strangolati a mani nude.
Prego Dio ogni giorno che mi dia la forza di scrivere un giorno un malloppo di rabbia e memoria anche di 300 pagine, di 400 pagine, chissà, perché io ricordo tutto del 7 Ottobre e ho anche un hard disk chiamato Israele dove ho salvato tutto.
Non li perdoneremo mai, altro che fare di tutta un'erba un fascio...
@Garibaldin37890 Tutto vero...ma alle urne la maggior parte delle persone non ragiona pensando alle zavorre che il governo si è trovato e che lei giustamente ricorda. Ecco allora che sarebbe servito qualche provvedimento forte, low cost, ma fortem identitario, capace di "infiammare". Invece nulla
#Israele 🇮🇱 #Gaza
L’ambasciatore israeliano all’ONU, Danny Danon, al Consiglio di Sicurezza presenta le immagini di tre abitanti di Gaza, due “giornalisti” e un dipendente dell’UNRWA, la cui morte in guerra è stata condannata dalla comunità internazionale.
Dall’altro lato dell’immagine viene rivelata la loro vera identità.
L’ambasciatore ha mostrato come anche il Sindaco di New York, Zohran Mamdani, abbia ripetuto la propaganda dell’organizzazione terroristica di Hamas presentando un terrorista del braccio militare di Hamas come un giornalista ucciso da Israele.
Nel suo discorso, Danon ha attaccato il rapporto del Segretario Generale dell’ONU sull’attuazione della risoluzione 2334/2025, sostenendo che continua a basarsi sulle affermazioni e sulla propaganda di Hamas invece che sui fatti, condannando automaticamente Israele e ignorando le organizzazioni terroristiche che continuano a minare la stabilità nella Regione.
L’ambasciatore di Israele all’ONU, Danny Danon:
Hamas diffonde menzogne. L’ONU le ripete. Il mondo condanna Israele. Poi la verità viene a galla e non ci sono scuse, correzioni o ritrattazioni dalle accuse. È ora di smettere di amplificare la propaganda del terrore e iniziare a fare pressione su Hamas, Hezbollah e l’Iran.
@LionUdler https://t.co/sw1QwutPge
L: UNESCO chief @AAzoulay condemns killing of “journalist Mohammed Abu Armana.”
R: Hamas posts Mujahid Martyr video of “Platoon Commander” Mohammed Abu Armana. “If you are watching this, it means I passed into the mercy of Allah. To the al-Qassam Brigades: By Allah, we will not betray this blood.”
The constant, uncomfortable shifting, the tight-lipped, disgusted look on her face, could the U.N. Rapporteur on Violence against Women look like she wants the survivor sitting in front of her to shut up any more?
Is this how someone whose entire job is to advocate for women against violence should be acting when faced with a woman who suffered verifiable violence?
Should a plea from a victim for an apology be met with hateful silence?
The UN should be ashamed, but I have a sinking feeling they're proud instead.
Abigail Idan aveva solo tre anni. Sabato mattina, 7 ottobre, i terroristi di Hamas fecero irruzione nella sua casa nel kibbutz Kfar Aza. I suoi genitori, Roy e Smadar, furono uccisi davanti ai suoi occhi. Suo padre cercò di prenderla in braccio – per salvarla – ma in quel preciso istante venne colpito e ferito gravemente. Pochi istanti dopo, sia lui che la madre di Abigail furono giustiziati. Abigail corse fuori di casa – scalza, terrorizzata, coperta del sangue del padre – e cercò rifugio presso i vicini, la famiglia Brodutch. Ma nemmeno lì fu salvata. Fu rapita insieme alla madre e a tre dei suoi figli e portata in cattività dai terroristi di Hamas – rinchiusa in tunnel sotto Gaza. Allo stesso tempo, i suoi fratelli – Michael (9 anni) e Amalia (6 anni) – si nascondevano da soli in un armadio. Rimasero lì per 14 ore, in completo silenzio, ad ascoltare spari e urla provenienti dall'esterno. Per tutto quel tempo, rimasero al telefono con un operatore di un servizio di assistenza sociale, che li confortò, li calmò e rimase con loro finché le forze di soccorso non fecero irruzione e li salvarono. Ma Abigail non c'era più. Tre anni. Orfana. Rapita. Fu tenuta prigioniera per 50 giorni, nei tunnel di Hamas e in diversi appartamenti in superficie. Nessuno che le spiegasse. Nessuno che la abbracciasse. Nessuno che le dicesse perché aveva perso tutto. Secondo sua zia, Tal Idan, Abigail soffriva di grave malnutrizione. Doveva condividere una sola pita al giorno con altri quattro ostaggi. Per tutti quei 50 giorni, non le fu permesso di lavarsi, nemmeno una volta. Quando fu liberata, il suo corpicino era coperto di pidocchi. "Era davvero completamente ricoperta", ha detto sua zia. "Ci è voluto molto tempo e molta fatica per liberarcene." Durante la prigionia, le erano stati rasati i capelli e i terroristi avevano spostato lei e il gruppo da un appartamento all'altro, in un continuo movimento. Il 26 novembre, Abigail è stata liberata. Piccola, silenziosa, con gli occhi infossati. Non capiva dove fosse finito il suo mondo. Sua zia ha raccontato: "È sensibile ai rumori. Ha paura del buio. Non è più la stessa bambina". Da quando è stata liberata, Abigail vive con gli zii. Anche i suoi due fratelli, Michael e Amalia, vivono con loro: tre bambini sopravvissuti a un massacro, che hanno perso i genitori quella mattina e ora stanno crescendo di nuovo, immersi in un vuoto profondo e doloroso.
2017, terrore a Barcellona
La notte tra il 16 e il 17 agosto 2017, una casa nella cittadina di Alcanar, sulla costa della provincia di Tarragona, esplose. Le autorità catalane inizialmente pensarono a una fuga di gas o a un laboratorio clandestino di droga. Due uomini erano morti nell'esplosione mentre un terzo, gravemente ferito, fu trasportato all'ospedale di Tortosa. Nessuno sospettava, in quel momento, che si trattasse di una fabbrica di bombe, con cui una cellula dell’ISIS stava preparando uno degli attentati più devastanti della storia della Spagna e, probabilmente, d’Europa.
Nella casa di Alcanar erano stoccati circa 120 kg di TATP, triacetone triperoxide, lo stesso esplosivo usato al Bataclan e a Bruxelles, insieme a 120 bombole di gas butano e propano, 500 litri di acetone e 340 litri di acqua ossigenata. Il piano originale, come hanno ricostruito Fernando Reinares e Carola García-Calvo, sulla base dei documenti giudiziari e delle interviste agli investigatori spagnoli, prevedeva di noleggiare due furgoni e caricarli con l’intero esplosivo, per farli esplodere nel centro di Barcellona, in un luogo non ben precisato tra la Sagrada Família, il Camp Nou, e Las Ramblas.
L'esplosione accidentale della fabbrica di bombe scongiurò la catastrofe solo che, a quel punto, i nove terroristi avevano un obiettivo ma non avevano più i mezzi per portarlo a termine.
O meglio, non avevano più l’esplosivo ma avevano ancora i furgoni.
Il 17 agosto 2017, alle 16:50, Younes Abouyaaqoub è salito sul furgone Fiat Talento noleggiato e ha guidato dall'ingresso del Plaça de Catalunya verso il cuore di Las Ramblas, il viale alberato che attraversa il centro di Barcellona. Era un giovedì pomeriggio di agosto e la zona era affollata. Abouyaaqoub si è scagliato a tutta velocità zigzagando tra la folla per quasi cinquecento metri, cercando di colpire il maggior numero possibile di persone. Il suo gesto ha causato tredici vittime e oltre cento feriti. Poi ha abbandonato il furgone, ha ucciso a coltellate il proprietario di un'automobile per rubargliela e ha forzato un posto di blocco della polizia catalana, facendo perdere le proprie tracce.
Nove ore dopo, gli altri membri della cellula sono saliti su un'automobile a Cambrils, una località balneare a 130 km da Barcellona, e hanno investito i passanti sul lungomare. Dopo essersi schiantati contro un mezzo delle forze dell'ordine, i cinque sono riusciti comunque a scendere dall'auto e hanno continuato a infierire contro i passanti con coltelli e un’ascia. Prima che la polizia uccidesse i cinque attentatori, una donna ha perso la vita e molti altri sono rimasti feriti.
Younes Abouyaaqoub fu rintracciato e ucciso quattro giorni dopo in una zona rurale vicino a Subirats, a sud di Barcellona, da due agenti che erano stati avvertiti da alcuni abitanti della zona.
Nella vita lavorava come operaio metalmeccanico e i suoi colleghi lo descrivevano come un ragazzo responsabile.
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