Questa è la mia bandiera
Rappresenta unità, libertà, pace, democrazia, uguaglianza, civiltà, diversità, stato di diritto, scienza, bellezza e forza.
Non c'è niente di più importante per cui lottare.
#Europa#UnioneEuropea
Ieri, 25 novembre, Amedeo Venza.
Amedeo, ha deciso di dichiarare che fosse giusto riprendere le parti intime di Elodie.
Perché? Perché “si concia così.”
Ieri, 25 novembre, Amedeo ha legittimato che fosse giusto perché il problema è come ti vesti.
La violenza è anche questo.
La normalizzazione del male.
Da anni assistiamo a un lento, implacabile scivolamento verso il basso. Non è un crollo improvviso, ma un'erosione quotidiana, quasi impercettibile, che ha trasformato la nostra società in un luogo dove ogni forma di devianza viene normalizzata, ogni barbarie presentata come una variante legittima dell'opinione. È cominciato quando abbiamo accettato di parlare con i fascisti, con i razzisti, con gli omofobi, come se fossero semplicemente cittadini con un punto di vista diverso. È continuato quando abbiamo dato spazio ai No vax, ai negazionisti, ai predicatori dell'ignoranza, convinti che bastasse il confronto per disinnescare la follia.
Invece la follia è entrata in casa. Si è seduta nei salotti televisivi, ha imparato a sorridere davanti alle telecamere, a vestirsi di normalità, a farsi chiamare "opinione alternativa". La democrazia, intontita da un senso malato di equidistanza, ha abbassato la guardia. E nel momento in cui l'odio, la violenza, la menzogna sono diventati parte del dibattito, la democrazia ha cominciato a marcire dall'interno.
Quello che è accaduto non è un incidente. È il frutto di una dissoluzione più profonda: il collasso di ogni struttura intermedia capace di fare da filtro, da mediazione, da argine. I partiti politici sono diventati macchine elettorali vuote, i sindacati ombre di se stessi, le chiese luoghi di intrattenimento domenicale, le scuole parcheggi. Tutte quelle istituzioni che un tempo costruivano identità collettive, che insegnavano a stare insieme, a riconoscere il bene comune, si sono sbriciolate. E nel vuoto che hanno lasciato è cresciuto un individualismo feroce, un ognuno per sé mascherato da libertà personale. Quando non esiste più il "noi", quando la società si riduce a una somma di monadi isolate e risentite, ogni riferimento comune scompare. E con esso la capacità di distinguere ciò che ci tiene insieme da ciò che ci distrugge.
La colpa non è solo dei fanatici, ma di chi li ha accolti come interlocutori. Di chi ha scambiato la libertà di parola per il diritto di insultare, di negare, di umiliare. Di chi ha permesso che la scuola si impoverisse, che l'istruzione diventasse un accessorio, che il pensiero critico si riducesse a un esercizio di stile. Ma la responsabilità più grave è di chi ha smantellato, pezzo per pezzo, l'idea stessa che esistano competenze, che esistano verità accertabili, che esistano gerarchie di valore tra i saperi. Quando un laureato in medicina e un complottista su Facebook vengono messi sullo stesso piano, quando uno storico e un negazionista siedono allo stesso tavolo, non è democrazia. È capitolazione intellettuale.
L'ignoranza, oggi, non è più una condizione da superare, ma una bandiera da sventolare. È diventata identità, appartenenza, rivolta contro le élite che "non capiscono la gente vera". E più la cultura arretra, più cresce la forza di chi non pensa ma urla. Perché urlare è facile. Pensare è faticoso. E in una società che ha fatto dell'immediatezza il suo unico valore, la fatica è diventata intollerabile.
La televisione ha fatto il resto. Ha trasformato la barbarie in intrattenimento, la rabbia in spettacolo, l'odio in share. Non è solo questione di cattivo giornalismo. È la logica stessa della società dello spettacolo ad aver divorato ogni altra logica. Ciò che conta non è la verità, ma l'effetto. Non il contenuto, ma l'emozione. Non l'argomentare, ma il colpire. Ha invitato in studio i propagatori di teorie deliranti e li ha messi sullo stesso piano di scienziati, storici, medici, insegnanti. Ha costruito un'arena in cui la verità non conta più, perché ciò che conta è il rumore, il conflitto, la rissa. Ogni talk show è un combattimento, ogni dibattito un ring. E in questo circo permanente, il pensiero complesso è un impiccio, la sfumatura un difetto, il dubbio una debolezza.
È lì che la società ha perso il pudore e la vergogna. Quando un fascista ha potuto dire la sua accanto a chi difendeva la Costituzione, quando un razzista ha potuto parlare accanto a chi chiedeva accoglienza, quando un negazionista ha potuto sedersi davanti a chi piangeva un morto di pandemia. Perché ogni volta che questo è accaduto, abbiamo mandato un messaggio preciso: tutto si equivale, tutto è opinione, tutto è negoziabile. Anche la dignità. Anche la memoria. Anche la verità.
La conseguenza è che il male non fa più paura. È diventato familiare. Ha imparato a usare le stesse parole della democrazia, a vestirsi da vittima, a chiedere rispetto. È questa la trappola perfetta: quando l'odio si traveste da libertà, la libertà muore senza rumore. E la società che non sa più riconoscere il proprio nemico è una società già conquistata.
Oggi viviamo in un Paese in cui si ha paura della cultura, perché la cultura divide; si ha paura della complessità, perché la complessità obbliga a pensare; si ha paura della verità, perché la verità non fa audience. E allora si costruiscono idoli fragili, eroi televisivi che parlano come la gente "vera", che dicono ciò che "tutti pensano". È il trionfo del risentimento elevato a ideologia, della mediocrità celebrata come autenticità. È la vendetta di chi non ha mai voluto studiare contro chi ha studiato, di chi non ha mai voluto capire contro chi ha cercato di capire. E questo risentimento, alimentato quotidianamente dai media, dai politici, dai professionisti del rancore, è diventato il collante di una comunità negativa: non ci tiene insieme ciò che condividiamo, ma ciò che odiamo insieme.
È così che la mediocrità diventa valore, che l'ignoranza diventa autenticità, che il rancore diventa identità. È così che una società smette di costruire il futuro e si aggrappa ai fantasmi del passato, alle certezze semplici, alle risposte facili. Perché riconoscere la complessità del mondo significa accettare la propria inadeguatezza. E questo, per chi è cresciuto nella retorica del "tu vali", del "segui il tuo istinto", del "nessuno può dirti cosa fare", è insopportabile.
Ma la società che accetta questo scambio, che smette di distinguere tra chi costruisce e chi distrugge, è una società che ha rinunciato a se stessa. È una società che ha abbandonato il contratto sociale, quel patto invisibile che ci obbliga a rispettare l'altro, a riconoscerlo come essere umano degno di diritti, a limitare la nostra libertà dove comincia la sua. Senza quel contratto, non resta che la guerra di tutti contro tutti, mascherata da libertà individuale. E noi, quella guerra, l'abbiamo già persa nel momento in cui abbiamo smesso di combatterla.
Ogni volta che diamo spazio all'odio, lo legittimiamo. Ogni volta che lo ascoltiamo senza reagire, lo nutriamo. Ogni volta che sorridiamo davanti alla volgarità, le spalanchiamo la porta. Non è tolleranza. È complicità. Perché la tolleranza ha dei confini, e quei confini sono tracciati dal rispetto della dignità umana. Chi nega quella dignità, chi predica l'odio, chi teorizza l'esclusione, non ha diritto alla piattaforma. Non ha diritto al microfono. Non ha diritto al nostro ascolto. Concederglielo non è democrazia. È suicidio democratico.
Ci sarà un momento in cui dovremo scegliere se restare spettatori o riprenderci il linguaggio, la dignità, il confine tra ciò che è umano e ciò che non lo è. Dovremo ricostruire quelle istituzioni intermedie che abbiamo lasciato morire, ridare senso all'idea di comunità, riscoprire che esistono valori non negoziabili e verità che non dipendono dall'opinione della maggioranza. Dovremo tornare a educare, a pretendere, a dire no. Perché una società che non sa dire no a ciò che la degrada è una società che ha già accettato la propria fine.
Perché quando la devianza diventa norma, non resta più nulla da difendere. Solo un silenzio lungo, colpevole, dentro il quale la civiltà si spegne piano, senza neppure accorgersene.