Se volessero, potrebbero ancora cacciarlo a calci in culo, ma non lo faranno.
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Non hanno nemmeno più la decenza di fingere.
Mamdani firma i decreti del 25º anniversario dell’11 settembre. Porge la penna alla commissaria. Le sussurra di passarla, non a un pompiere, non a una famiglia, non a un poliziotto che ha raccolto cadaveri.
A Ramzi Kassem, l’avvocato di Ahmed al-Darbi, Al-Qaida. L’attentato al Limburg. Il cognato di un dirottatore del Pentagono.
La penna del ricordo, offerta all’avvocato della rete.
Poi avremo diritto alla solita tiritera: «è un avvocato», «tutti hanno diritto a una difesa», «ha redatto i testi».
Come se l’11 settembre fosse un corso di diritto costituzionale. Come se New York fosse un’aula magna. Come se le torri fossero solo un caso di studio.
No, è un’umiliazione calcolata. Una piccola lezione di disprezzo. Un «vedete come siamo al di sopra dei vostri morti».
L’estrema sinistra al potere non commemora. Ricicla. Trasforma il lutto in scenografia, le vittime in comparse, e il simbolo in trofeo per quelli che hanno sempre trovato più urgente capire i carnefici che onorare i morti.
Non si onorano 3.000 morti porgendo la penna della loro commemorazione all’avvocato di Al-Qaida. Li si insulta.
Semplicemente da vomitare. 🤮
Le responsable de la défense des droits de l'homme à l’ONU est intervenu la semaine dernière et a affirmé que : « Rien ne justifie la manière dont Israël se bat à Gaza… »
Le représentant officiel du yemen a pris l aparole à son tour :
" Je demande à l’ONU, à la Ligue arabe, et à tous ceux qui agitent le drapeau palestinien depuis le 7 octobre…
Où est le drapeau du Yémen ?
Un demi-million de morts. La plus grande famine de l’histoire moderne.
[Silence]
Où est le drapeau du Soudan ?
150 000 tués en moins de deux ans.
[Silence]
Où est le drapeau de la Syrie ?
Un demi-million de morts.
[Silence]
Pourquoi est-ce que quand des Arabes tuent des millions d’Arabes… personne ne bronche ?
Les Houthis dépensent des millions pour tirer des missiles sur Israël au lieu d’alimenter leur propre peuple affamé.
Votre rapport mentionne Israël 188 fois, l’Iran pas une seule fois.
Et le Qatar siège ici au Conseil des droits de l’homme… tout en hébergeant les leaders du Hamas dans des hôtels de luxe. "
Personne n'a répondu !
#ONUdisqualifié
#AmYisraelChai
#StandWithIsrael
👏👏👏👏👏
@Palazzo_Chigi@Quirinale
Manuela Arata
Ho dovuto leggere due volte questo annuncio dell'anpi che parteciperà al presidio CONTRO il ddl contro l'antisemitismo.
Ho sbattuto gli occhi un po' di volte, non ci potevo credere.
Questa banda di cialtroni sta infangando la memoria dei nostri partigiani che sicuramente si stanno rivoltando nelle tombe.
Fino ad oggi dicevo che una volta morto l'ultimo partigiano bisognava chiuderla, ora credo che per rispetto per quei pochi che sono ancora in vita questa associazione di cialtroni debba essere chiusa. Subito.
Non possiamo assistere inerti alla sconcezza che ci proprinano questi qua.
Oltretutto nel giorno in cui in Sassonia vince il partito nazifascista, contro il quale dovremmo tutti protestare.
Poveri Partigiani che hanno pagato con la loro vita la difesa dalle leggi razziali che hanno fatto tante vittime in Italia e in Europa.
E poveri noi che abbiamo creduto nella memoria, che nella sinistra trovavamo il posto giusto per difendere i diritti delle persone.
Che schifo, mi vien da dire "fermate l'Italia, voglio scendere"
#iostocongliebrei
Questo nuovo ente inutile, che domani il Parlamento farà nascere, impiega solo pochi milioni di euro delle vostre tasse, e assume solo qualche decina di persone in più.
Per il momento, perlomeno (tra qualche anno vi chiederanno di aumentare perché “la cultura è importante!!!”).
Ma il punto non è questo. Il punto è che di cazzate così nella spesa pubblica italiana ce ne sono migliaia, a tutti i livelli.
E l’altro lato della medaglia è una tassazione che non scende, e che massacra come muli da soma quelli che il paese lo mandano avanti (ceto medio, professionisti, piccole imprese).
Se ti va bene tutto questo, domani alle 17 fai altro.
Se invece vuoi urlare “AFUERA!” insieme a noi, ci vediamo davanti la Camera dei Deputati domani alle 17.
Il problema non è la Torre Eiffel. Il problema è che, un pezzo alla volta, rischiamo di smontare l’Europa e la cultura occidentale per paura di disturbare qualcuno.
Un gruppo induista chiede di visitare la Torre Eiffel senza donne. E la società che gestisce il monumento, invece di rispondere con la frase più semplice del mondo, “no, qui uomini e donne hanno gli stessi diritti”, concede il via libera. I lavoratori, giustamente, protestano.
È esattamente in questi piccoli cedimenti che cresce la rabbia.
Perché l’inclusione è un principio meraviglioso finché significa: puoi professare la tua religione, vivere liberamente come tutti gli altri.
Diventa una caricatura quando significa che, per includere te, devo escludere qualcun altro, in questo caso le donne.
Una democrazia liberale non deve chiedere scusa per i propri valori. Non deve vergognarsi dell’uguaglianza tra uomini e donne, della libertà individuale, della laicità, dei diritti conquistati in secoli di battaglie. Chi arriva in Europa non deve diventare come noi, mangiare come noi o pregare come noi. Ma deve accettare che qui una donna non può essere cancellata perché la sua presenza offende la sensibilità religiosa di qualcuno.
E c’è anche una questione politica che molti nel mondo progressista continuano ostinatamente a non voler vedere.
Le Pen in Francia, AfD in Germania e Vannacci in Italia si nutrono precisamente di queste follie. Ogni volta che si confonde l’inclusione con la rinuncia, si regala loro un argomento. Ogni volta che per paura di sembrare intolleranti diventiamo intolleranti verso noi stessi, consegniamo un altro pezzo di società a chi promette di difenderla con le ruspe.
La risposta alla destra estrema non è diventare meno liberali. È esserlo molto di più.
Rispettare tutti e non arretrare di un millimetro sui principi che lo rendono possibile.
Altrimenti alla fine avremo ottenuto il capolavoro: per paura di discriminare qualcuno, avremo discriminato le donne.
Je n’ai jamais oublié le 7 octobre. Je n’oublierai jamais. Je suis profondément athée et j’ai toujours pensé que les religions avaient été, au cours de l’Histoire, l’une des grandes sources de conflits entre les hommes.
Et pourtant, ce 7 octobre, face à l’horreur, j’ai spontanément ressenti l’envie d’être juif... Peut-être simplement pour prendre symboliquement sur moi une infime partie de la souffrance insupportable vécue ce jour-là par les victimes israéliennes et leurs familles.
Puis ma sidération a laissé place à la colère lorsque j’ai entendu, en France, des responsables et militants politiques de gauche relativiser, ricaner, justifier et refuser de condamner sans ambiguïté les atrocités commises contre des civils, des femmes et des enfants.
Cela, je ne pourrai jamais l’oublier. Jusqu’à la fin de mes jours, je garderai en mémoire les victimes du 7 octobre, l’inhumanité de leurs bourreaux, mais aussi les paroles de ceux qui ont applaudit, cherché à excuser ou à relativiser l’inexcusable.
Je souhaite que tous les Français qui se disent humanistes, quelles que soient leurs convictions politiques, philosophiques ou religieuses, se souviennent.
Et qu’au moment de voter, ils n’oublient jamais ceux qui, parce que antisémites, ont refusé de condamner l’horreur pour ce qu’elle était.
Non sto neanche a commentare.
Voi andate pure avanti a dipingere 'sto miserabile come un idolo.
E, mi raccomando: portatecelo in Parlamento a decidere per noi.
Ieri abbiamo pubblicato le 4 proposte del @Partito_Libdem per la legge di bilancio.
Una di queste è istituire un fondo a capitalizzazione (per i neonati o per i nuovi lavoratori giovani), in grado di affiancare stabilmente il pilastro della pensione pubblica a ripartizione.
Oggi su su @ilfoglio_it ne parla anche Mario Padula, ex-presidente Covip ed esperto del settore.
E noi siamo pienamente d’accordo con lui: se si fa, non deve essere gestito da INPS (che fa un altro mestiere), ma messo a gara tra diversi gestori in grado di investire con competenza nei mercati finanziari a lungo e lunghissimo termine.
Di nuovo, lo Stato faccia bene il suo mestiere: e faccia fare altri mestieri a chi … è del mestiere!
La morte di Jason Arday non mi interessa come apologo sulla menzogna, e ancora meno come occasione per quella forma particolarmente compiaciuta di moralismo postumo che consiste nel mettere in ordine le colpe di un morto e concludere che, in fondo, se l'è cercata. Mi interessa perché dentro la sua vicenda vedo qualcosa di molto più inquietante della possibile frode di un professore, qualcosa che riguarda Cambridge molto più di quanto Cambridge probabilmente desideri ammettere e che riguarda, insieme a Cambridge, università, fondazioni, musei, giornali, case editrici, televisioni, festival, premi, tutto quell'immenso apparato culturale occidentale che da almeno vent'anni ha fatto dell'identità una virtù pubblica e della rappresentazione una propria certificazione morale. Non so perché Jason Arday sia morto e non userò la sua morte per dimostrare ciò che non posso sapere; so però che era stato trasformato in qualcosa che nessun essere umano dovrebbe diventare per soddisfare il bisogno di innocenza di un'istituzione: una prova. La prova che Cambridge era inclusiva, che l'università britannica aveva superato le proprie gerarchie, che un bambino nero, autistico, proveniente da una storia raccontata come quasi impossibile, poteva diventare il più giovane professore nero nella storia moderna di Cambridge. La sua biografia non veniva semplicemente raccontata, ma esibita. E proprio qui comincia il problema, perché quando un'istituzione assume un individuo anche per il significato simbolico che quell'individuo può produrre, smette impercettibilmente di guardarlo e comincia a guardarsi attraverso di lui. Jason Arday diventava lo specchio nel quale Cambridge poteva contemplare la propria virtù.
Le accuse emerse successivamente sono gravissime e non ho alcun interesse ad attenuarle. Il plagio, se dimostrato, resta plagio; una falsificazione biografica, se dimostrata, resta una falsificazione; l'integrità scientifica non può dipendere dal colore della pelle di chi è sottoposto a verifica. Ma è precisamente per questo che la domanda che mi interessa non è soltanto come Jason Arday abbia potuto mentire, se ha mentito. È come abbiano potuto credergli tutti. Come sia stato possibile che una delle università più prestigiose del mondo, insieme alle istituzioni che prima di Cambridge lo avevano assunto, ai media che ne avevano amplificato la storia, ai premi che lo avevano celebrato e all'intero circuito culturale che lo aveva trasformato in una figura esemplare, disponesse apparentemente di meno curiosità critica di persone che, anni dopo, avrebbero impiegato qualche ricerca per trovare contraddizioni nella sua biografia. Perché se persino una parte significativa delle contestazioni fosse confermata, il caso Arday non dimostrerebbe soltanto il fallimento di Jason Arday. Dimostrerebbe il fallimento dei suoi certificatori. E questa distinzione è essenziale: un uomo può mentire da solo, ma per diventare un'istituzione ha bisogno che qualcuno gli creda.
È qui che il discorso sul razzismo diventa molto più scomodo di quanto consentano le categorie con cui abbiamo imparato a parlarne. Siamo abituati a riconoscere il razzismo nella sua forma negativa: la porta chiusa, il posto negato, il sospetto preventivo, il curriculum scartato perché il nome, la pelle, l'accento o la provenienza non corrispondono a quelli attesi. Ma esiste anche una forma positiva del pregiudizio, e il fatto che si presenti come benevolenza non la rende necessariamente meno paternalistica: la porta aperta non perché davanti a me ci sia un individuo che ho giudicato con la stessa severità riservata agli altri, ma perché attraverso quell’individuo posso raccontare qualcosa di moralmente rassicurante su me stesso. Non ti escludo perché sei nero; ti includo perché sei nero. Sembrano proposizioni opposte, ma condividono un presupposto sinistro: in entrambe la pelle arriva prima dell'uomo.
Ed è questo il nodo: non contro la diversity come principio, perché una società nella quale l'origine determina il destino è una società moralmente e intellettualmente povera; non contro l'ingresso delle minoranze nelle istituzioni, perché semmai il problema è quanto poco potere reale sia stato loro consegnato; ma contro una cultura che ha confuso l'emancipazione con la rappresentazione e la rappresentazione con la fotografia.Abbiamo contato i volti e dimenticato di contare le mani che decidono. Abbiamo chiesto quante persone nere comparissero sullo schermo molto più spesso di quanto abbiamo chiesto quante possedessero lo studio, scegliessero il regista, finanziassero il film, dirigessero il giornale, controllassero il capitale, stabilissero il canone. Abbiamo prodotto una società ossessionata dalla visibilità delle minoranze e molto meno interessata alla loro sovranità.
È qui che la provocazione di Denzel Washington diventa molto più interessante di qualsiasi slogan sulla rappresentazione. Quando gli venne chiesto perché "Fences" dovesse essere diretto da un regista nero, Washington rispose riportando la questione dalla pigmentazione alla cultura: "It's not color, it's culture." Il punto non era stabilire una metafisica razziale della regia, come se la melanina producesse automaticamente comprensione; era distinguere tra apparire dentro un racconto e possedere gli strumenti per determinarne la forma. E questa distinzione continua a essere rimossa. L'America ha prodotto attori neri capaci di occupare il centro assoluto dell'immaginario mondiale, ma la domanda più interessante resta quanti uomini e donne neri possiedano realmente le condizioni materiali, culturali e finanziarie per decidere quale immaginario verrà prodotto. Essere scelti non equivale a scegliere. Essere condotti al centro della scena non equivale a dirigere il teatro. E una minoranza può essere visibilissima continuando a dipendere da qualcun altro per l'accesso alla propria visibilità.
È questo, forse, uno degli inganni più riusciti dell'establishment culturale contemporaneo: aver trasformato l'inclusione in una grammatica dell'accesso senza modificare abbastanza la grammatica del potere. Il museo espone l'artista nero, ma qualcun altro governa il museo; il giornale pubblica l'editorialista immigrato, ma qualcun altro stabilisce quali opinioni dell'immigrato siano intelligibili; l'università assume il professore proveniente da una minoranza, ma l'istituzione conserva il potere di stabilire quale versione di quella minoranza meriti riconoscimento.Non è necessario immaginare una cospirazione. È molto più interessante osservare una struttura. John Stuart Mill aveva già descritto il pericolo di una società che non si limita a proibire, ma impone attraverso la pressione dell'opinione dominante i propri modi di pensare e di vivere, fino a rendere socialmente costoso perfino il dissenso non illegale. Forse una parte della politica identitaria contemporanea ha finito, paradossalmente, per costruire proprio questo dispositivo: non ti impedisco di parlare; stabilisco la lingua nella quale la tua differenza diventa riconoscibile. È una forma di potere particolarmente seducente perché offre qualcosa di reale. Offre accesso e prestigio: pubblicazioni, cattedre, palcoscenici, premi, attenzione. Sarebbe infantile negarlo. Ma proprio perché offre qualcosa può chiedere qualcosa in cambio, e ciò che chiede non è necessariamente obbedienza esplicita. Chiede intelligibilità. Devi essere il nero che il sistema sa leggere, l'immigrato che conferma la narrazione dell'immigrazione che il sistema ha già elaborato, la donna che racconta l'emancipazione nel lessico che l'istituzione riconosce come emancipato. Puoi perfino essere radicale, purché la tua radicalità appartenga al catalogo delle radicalità ammesse. Il problema comincia quando rifiuti l'interprete.
Queste dinamiche le conosco bene, perché anche a me è stata offerta, in forme diverse, la possibilità di essere interpretata. Arrivare da un altro paese significa scoprire molto presto che gli altri possiedono già una storia pronta per te. Sei l'immigrata, dunque devi essere grata in un certo modo, emancipata in un certo modo, progressista nel modo corretto; qualcuno ti spiegherà perfino quale significato politico debba avere la tua biografia. Per un certo periodo puoi persino scambiare questa interpretazione per riconoscimento, perché essere riconosciuti è una tentazione potente soprattutto quando si proviene da fuori. Ma il contratto diventa visibile nel momento in cui lo rifiuti. Quando ho smesso di accettare che fosse l'establishment culturale della sinistra da cui provenivo a tradurmi, quando ho preteso di possedere interamente la mia voce, di formulare giudizi che non coincidevano con quelli attesi, la stessa appartenenza che sembrava essermi stata offerta ha cominciato a restringersi. Non ero cambiata io; era venuta meno la mia utilità come figura interpretabile. Ed è lì che si comprende quanto una certa celebrazione della diversità ami, in realtà, una diversità perfettamente addomesticata: differenti origini, differenti colori, differenti corpi, purché la sintassi morale rimanga la stessa.
Jason Arday mi inquieta perché, se la ricostruzione delle accuse reggerà, potrebbe rappresentare la versione estrema e tragica di questo contratto. Un uomo offre al sistema una storia che il sistema desidera disperatamente raccontare; il sistema gli offre in cambio una capacità di ascesa che quella storia rende più rapida. Non occorre stabilire chi abbia ingannato chi per vedere il problema. Forse, in una certa misura, si sono riconosciuti. Lui aveva bisogno della loro legittimazione; loro avevano bisogno della sua biografia. Lui riceveva prestigio, loro ricevevano virtù. E quando un rapporto istituzionale assume questa forma, il controllo diventa quasi psicologicamente indesiderabile, perché verificare troppo severamente la storia significa rischiare di distruggere proprio ciò che si desidera celebrare. La credulità diventa allora non l'opposto del pregiudizio, ma una delle sue forme più insidiose. Per questo trovo insopportabile tanto l'assoluzione automatica quanto il compiacimento di chi oggi contempla la rovina di Arday come la conferma definitiva di ciò che aveva sempre pensato della diversity. I primi continuano a negargli la responsabilità individuale; i secondi trasformano un individuo in una prova contro milioni di altri individui. Entrambi fanno esattamente ciò che dichiarano di combattere: cancellano Jason Arday e conservano la categoria.Per gli uni deve essere una vittima; per gli altri deve essere un impostore. Ma un uomo non è mai soltanto la funzione morale che gli assegniamo.Ed è precisamente qui che le istituzioni avrebbero dovuto fare ciò che oggi sembra quasi rivoluzionario: trattarlo normalmente. Verificare, controllare, dubitare. E pretendere. Non perché nero malgrado tutto, non perché nero soprattutto, ma perché professore.
Il paternalismo delle basse aspettative non è compassione: è una forma di disprezzo che ha imparato a rendersi socialmente presentabile. Se non verifico con la stessa severità il lavoro di un uomo perché appartiene a una categoria che considero storicamente vulnerabile, posso chiamare il mio gesto inclusione, riparazione, equità; ma sotto il lessico resta una convinzione profondamente radicata: non credo davvero che tu possa reggere il peso dello standard comune. E quando quella sospensione dello standard viene applicata da un'istituzione che contemporaneamente utilizza il tuo volto come prova della propria superiorità morale, il rapporto diventa quasi coloniale nella sua struttura: io stabilisco il significato della tua presenza, io certifico la tua ascesa, io ricevo il prestigio morale della tua riuscita e, quando il contratto si spezza, tu resti solo con il costo della caduta.
È questo il punto sul quale Cambridge non può limitarsi a essere il luogo nel quale una possibile frode è stata infine scoperta. Deve interrogarsi sulla possibilità di essere stata anche una delle istituzioni che hanno reso quella frode, se tale si dimostrerà, così straordinariamente conveniente da non volerla vedere prima. Lo stesso vale per i media che hanno raccontato Arday, per le organizzazioni che lo hanno premiato, per tutti coloro che hanno trasformato una biografia in un dispositivo edificante senza applicare alla biografia la stessa diffidenza che un giornalista dovrebbe applicare a qualunque storia troppo perfetta.
E qui arriviamo alla morte, sulla quale occorre essere insieme più severi e più umili. Non sappiamo perché Jason Arday sia morto. Non sappiamo quale peso abbiano avuto le accuse, l'esposizione pubblica, la vergogna, la paura, la vita privata o qualcosa che nessuno di noi conoscerà mai. Attribuire causalmente la sua morte a Cambridge, ai giornalisti o a chi ha sollevato dubbi sul suo lavoro significherebbe sostituire alla conoscenza un'altra narrazione, proprio mentre accusiamo il sistema di averne costruita una. Ma dire che non possiamo conoscere la causa della morte non significa assolvere il contesto nel quale quella morte è avvenuta. Responsabilità causale e responsabilità morale non sono sinonimi. È possibile non sapere chi abbia spinto un uomo verso il margine e chiedersi comunque chi abbia costruito il precipizio.
Ed è questo che trovo osceno nella frase, ripetuta in questi giorni da molti online, secondo cui "l’unico responsabile della morte di Jason Arday sarebbe Jason Arday". È una formula che possiede la precisione apparente di una tautologia e la profondità morale di un modulo assicurativo. Certamente ciascuno risponde dei propri atti; ma una civiltà esiste precisamente perché abbiamo deciso che l'individuo non vive dentro un vuoto metafisico, che vergogna, reputazione, appartenenza, espulsione e riconoscimento sono forze reali, e che il modo in cui una comunità esercita il giudizio dice qualcosa della comunità anche quando il giudizio è meritato. Si può scoprire una menzogna senza desiderare l'annientamento del mentitore. Si può difendere uno standard senza trasformare la punizione in spettacolo. Si può chiedere conto a un uomo senza convincersi che, una volta colpevole, ogni cosa che gli accade diventi retroattivamente irrilevante.
Il paradosso è che proprio l'epoca che più parla di identità sembra avere smarrito l'individuo. Abbiamo costruito un linguaggio minuziosissimo per definire i gruppi e uno sempre più povero per comprendere le persone. Sappiamo catalogare la vulnerabilità, misurare la rappresentazione, correggere il vocabolario, distribuire il riconoscimento; molto meno sappiamo fare con quell'essere irriducibile che eccede la propria categoria, che desidera cose che non dovrebbe desiderare, che può mentire, contraddirsi, ribellarsi persino alla parte politica che pretende di emanciparlo. E forse il razzismo contemporaneo più interessante da indagare non è soltanto quello dei nemici dichiarati dell'uguaglianza. È quello di coloro che hanno bisogno dell'altro per dimostrare di essere buoni. Perché il razzista tradizionale diceva all’uomo nero: tu non puoi essere come me. Il paternalista contemporaneo rischia di dirgli qualcosa di apparentemente opposto ma non necessariamente più libero: puoi essere con me purché io possa spiegare che cosa significa la tua presenza. Il primo costruiva segregazione. Il secondo rischia di costruire dipendenza. E una politica autenticamente emancipatrice dovrebbe avere un'ambizione molto più alta della rappresentazione: produrre persone che non abbiano più bisogno di essere scelte.
Forse è questo che dovremmo intendere quando parliamo di potere nero, di potere delle minoranze, perfino di emancipazione. Non più posti concessi attorno al tavolo, ma la capacità di costruire tavoli. Non soltanto attori, ma registi; non soltanto firme, ma editori; non soltanto professori selezionati dentro istituzioni , ma uomini e donne capaci di fondare istituzioni, controllare capitale, determinare criteri, sopportare perfino il dissenso interno senza chiedere continuamente a una maggioranza benevola di certificarne la legittimità. Non si tratta di integrazione ma di autonomia. Ed è molto più difficile, perché l'integrazione può essere concessa dal potere mentre l'autonomia, per definizione, non può esserlo. Forse è questa la domanda che Jason Arday lascia dietro di sé, molto più della contabilità delle frasi copiate o delle biografie contestate. Che cosa abbiamo fatto davvero quando abbiamo detto alle minoranze che finalmente le stavamo "rappresentando"? Le abbiamo rese più libere o abbiamo semplicemente perfezionato il modo di selezionare chi, tra loro, poteva entrare nel nostro racconto? Abbiamo distribuito potere o visibilità? Abbiamo costruito autonomia o gratitudine? E soprattutto, quando scegliamo un uomo perché la sua storia rende migliore la nostra, siamo ancora capaci di vederlo quando quella storia smette di servirci?
Non so se Jason Arday sia stato ingannatore, ingannato o, come accade molto più spesso nella vita reale, entrambe le cose in proporzioni che nessun tribunale morale saprà misurare. So però che un'istituzione degna non dovrebbe avere bisogno del colore della pelle di un professore per dimostrare la propria virtù, così come non dovrebbe averne paura quando deve giudicarne il lavoro. Dovrebbe offrirgli qualcosa di molto più radicale dell'inclusione: l'indifferenza della regola, la severità del rispetto, la libertà di non dover incarnare alcuna redenzione collettiva. Perché forse l'uguaglianza comincia esattamente nel momento in cui nessuno ha più bisogno di mostrarci Jason Arday come prova che il sistema funziona. E se invece un sistema ha bisogno di trasformare un uomo in simbolo per certificare la propria bontà, di proteggerlo finché quel simbolo gli è utile e di restituirgli, quando crolla, tutta la solitudine dell'individuo. E allora la domanda che resta non è soltanto quanto Jason Arday abbia mentito a quelle istituzioni. È quanto quelle istituzioni abbiano mentito a se stesse attraverso di lui.
Devo dire che se qualche anno fa qualcuno mi avesse detto che una fabbrica di armi vicino Roma sarebbe stata fatta esplodere probabilmente da un’ intelligence straniera e a nessuno sarebbe fregato un beneamato piffero, non ci avrei mai creduto.
Per chi non si beve tutto.
Mentre gran parte del giornalismo italiano si esercita nell’antica arte del copia-incolla da agenzie ONU e comunicati di Hamas, c’è un giornalista in Rai che ha deciso di non farsi dettare la linea da Ramallah. Si chiama Giovan Battista Brunori, e oggi è una rarità: uno che ha ancora la schiena dritta.
Capo della sede RAI a Gerusalemme, Brunori ha fatto qualcosa che nel 2025 equivale a un atto di insubordinazione: ha mostrato Gaza da un altro angolo, quello scomodo, quello che smentisce le lacrime facili e la propaganda prefabbricata.
Quando il Tg1 ha disturbato la narrazione
La settimana scorsa, il suo servizio per il Tg1 ha fatto tremare più tastiere che razzi. Le immagini? Scorte di aiuti umanitari marcite al sole perché “nessuno andava a ritirarle”.
La frase? Tagliente come un referto:
«Il cibo a Gaza sta avariando perché non ci sono organizzazioni che lo vanno a prendere.»
Apriti cielo. Le ONG si sono stracciate le vesti. La sinistra ha invocato la gogna.
La Rai? È corsa ai ripari con una replica del Tg3, in pieno stile “scusate il giornalismo”.
Ma Brunori non ha indietreggiato. Perché il giornalismo, quello vero, non chiede il permesso prima di disturbare.
Sul campo, non su Zoom
Giovan Battista Brunori non racconta Gaza da un bar di Ramallah o da un attico romano.
Nel 2024 era tra i pochi a documentare l’attacco del 7 ottobre, le infiltrazioni di Hamas, le case distrutte degli israeliani di Netiv HaAsara, a due passi dal confine.
Mentre altri parlavano di “resistenza”, lui mostrava famiglie sgozzate, villaggi assaltati, bambini presi in ostaggio.
Un crimine? No. Un servizio pubblico.
Ma questo oggi basta per finire nella lista nera degli “squilibrati filo-israeliani” (copyright collettivi studenteschi).
La colpa di raccontare tutto
Brunori non si limita a un copione. Non chiude gli occhi dove serve.
Nel caos informativo della guerra Israele-Gaza, è uno dei pochi a non affidarsi alle infografiche dell’UNRWA e ai pianti in slow motion rilanciati da Al Jazeera.
E questo lo rende pericoloso. Perché chi racconta tutto, rompe l’incantesimo.
Non c’è spazio per i “Mr. Fafo”, i martiri ricorrenti da Instagram, quando si mostra la realtà nuda: tunnel sotto gli ospedali, miliziani travestiti da soccorritori, aiuti bloccati da Hamas per esigenze belliche.
Il problema? È difficile smentirlo
Brunori ha un curriculum da campo: Afghanistan, Iraq, Libano, Ucraina.
Ha vinto il premio Ilaria Alpi (1998), il Premio Feniks (2021) e quello Delio Costanzo (2024).
Ma il suo vero trofeo è l’indipendenza.
Non lavora per far contenti i partiti. Né le ambasciate. Né le piazze.
Parla arabo. Conosce la storia. E quando va in onda, non ha bisogno di urlare per dire cose gravi.
In un mondo dove la verità è soggetta al sentiment, Brunori è rimasto fedele alla sostanza.
Non piacerà a chi cerca eroi prefabbricati e vittime su commissione.
Ma è l’unico in Rai che ancora ti fa cambiare canale perché dice troppo, non perché dice poco.
E oggi, questo, è rivoluzionario.
Chi non si inginocchia alla propaganda, chi ha ancora fame di giustizia, ti guarda e ti dice: vai avanti. Perché oggi, raccontare la verità è un atto di coraggio.
@LuigiGiliberti2
#Ranucci ha recensito con 5 stelle la sua stessa autobiografia, intitolata "La scelta", su Amazon, firmandosi con un falso nome. Nel testo della recensione il commentatore si firmava in calce come "Emilio Cresci, ma chi ha inserito la recensione ha dimenticato ..
Uno spaccato del Metodo #Report vissuto sulla mia pelle: insinuazioni attraverso il possesso e utilizzo di atti di indagine coperti da segreto (che personalmente ho acquisito solo un anno dopo), ombre di mafia sapientemente dispensate, e video intervista tagliata e ricucita apposta per far risultare il soggetto “sospetto” e in difficoltà. Un sincero abbraccio ai figli di Sigfrido Ranucci in questo momento difficile. Auguro loro di non dover mai essere tra le innumerevoli vittime di questo “Metodo”
Ricordo ancora la telefonata della mia ex moglie che “in TV dicono che Delta è una banda di riciclatori di San Marino”
#Report ha distrutto la mia vita essendo all’epoca una figura apicale del Gruppo Bancario.
Nessuno ha mai chiesto scusa ai mille che persero il lavoro.
#Ranucci
¿Alguien sabe en qué otro lugar del mundo se enseña a los niños en el jardín de infancia a matar judíos y cristianos y a convertirse en futuros terroristas en nombre de la yihad?
Solo lo veo en la sociedad palestina.
Continua pure a scorrere se preferisci le favole dei telegiornali.
Ma se hai l’età per lavorare, pagare le tasse e cercare di costruirti un futuro, fermati.
Stanno usando malissimo i tuoi soldi.
Ci hanno venduto per decenni l’illusione del “governo che taglia le tasse” e della “sinistra che tassa i ricchi”.
La matematica, però, non fa sconti e oggi ci dice una cosa sola: l’Italia a fine anno avrà agganciato (al ribasso) la Grecia.
Oggi ti mostriamo i numeri che nessun politico nei talk show - chissà perché - ha voglia di farti vedere.
I numeri di un sistema che sta bruciando il tuo presente per comprare i voti del passato.
Scorri le slide. Guarda in faccia la realtà.
👉 Salva questo post. Ti servirà la prossima volta che qualcuno proverà a difendere questo sistema fallito.
👉 Seguici se vuoi guardare la realtà dei fatti, senza sconti e senza filtri.
🚨🚨🚨ESCLUSIVO
Per la prima volta nel caso #Ranucci-#Lavitola gli inquirenti scrivono negli atti che si è trattato di un ATTENTATO DIMOSTRATIVO.
A vantaggio di chi?
ROMA – ORDINANZA A CARICO DEI PRESUNTI MANDANTE E ORGANIZZATORE DELL'ATTENTATO CONTRO IL GIORNALISTA SIGFRIDO RANUCCI. 2 MISURE CAUTELARI PER CONCORSO IN DETENZIONE, PORTO IN LUOGO PUBBLICO E UTILIZZO DI ORDIGNO ESPLOSIVO CON L'AGGRAVANTE DEL METODO MAFIOSO.
Secondo quanto delineato nel provvedimento cautelare, i ruoli dei due indagati si sono articolati in compiti di pianificazione e coordinamento operativo:
Valter LAVITOLA è indiziato di aver concepito il disegno delittuoso, dando mandato a GOMES di individuare i soggetti in grado di reperire l’esplosivo e di compiere l'attentato dimostrativo davanti alla villa del giornalista. Inoltre, lo stesso LAVITOLA avrebbe partecipato personalmente, insieme a GOMES, a un primo sopralluogo esplorativo sul luogo del delitto in data 15 settembre 2025.
Tavares GOMES CLESIO, in fase di rintraccio, ancora ricercato, facendo da raccordo operativo per conto di LAVITOLA, avrebbe reclutato e istruito gli esecutori materiali campani e, oltre ad aver preso parte al sopralluogo del 15 settembre, avrebbe coordinato e partecipato a una seconda ricognizione sul litorale laziale il 10 ottobre 2025, mettendo a disposizione del commando l’autovettura del suocero.
Le misure restrittive si fondano su un impianto accusatorio solido e concorde.