Scenario migliore: crisi economica pesante. Scenario peggiore: guerra.
Con @GilbertoTrombetta al @VasoDiPandora abbiamo detto la verità senza filtri: riposizionamenti di facciata, Vannacci come nuovo catalizzatore del dissenso (inutile), e l'Italia già dentro il conflitto — che lo ammettiamo o no.
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𝗟'𝗨𝗖𝗥𝗔𝗜𝗡𝗜𝗭𝗭𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗗𝗘𝗟𝗟'𝗘𝗨𝗥𝗢𝗣𝗔 𝗘̀ 𝗚𝗜𝗔' 𝗖𝗢𝗠𝗜𝗡𝗖𝗜𝗔𝗧𝗔
𝘋𝘢 𝘎𝘢𝘭𝘢𝘵̦𝘪 𝘢𝘭 𝘉𝘢𝘭𝘵𝘪𝘤𝘰, 𝘪𝘭 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘪𝘯𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘦𝘯𝘵𝘳𝘢 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘯𝘶𝘰𝘷𝘢 𝘦𝘳𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘨𝘶𝘦𝘳𝘳𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘮𝘢𝘯𝘦𝘯𝘵𝘦.
Nella notte tra il 28 e il 29 maggio un drone ha colpito un condominio a Galați, nel sudest della Romania, ferendo due persone. Un drone Shahed russo, dicono a Bucarest. Falso, risponde Mosca. Il copione è noto. Ma stavolta qualcosa è irrevocabilmente cambiato, e i giornali e gli intellettuali organici del Partito del Riarmo fanno finta di non vederlo.
Come ogni grande guerra degli ultimi anni, anche questa si sta riorganizzando attorno al drone. Non tanto come arma accessoria, quanto come sistema gravitazionale intorno al quale si riarticolano tattiche, strategie, logistiche, catene di comando, persino il diritto internazionale. Il problema ormai non è più se un drone attraversi un confine, ma chi riesce a imporre la lettura politica dell'evento. E per anni la lettura politica l'ha imposta la NATO, con la complicità entusiasta di premier maggiordomi, presidenti della Repubblica servili, e di un sistema mediatico che sul drone di Galați spalanca gli occhi mentre li teneva invece accuratamente chiusi sui crimini di guerra sistematici su vastissima scala della coalizione Epstein, da Gaza a Rafah, dall'assassinio di massa dei civili alle stragi di giornalisti e operatori umanitari.
Il caso baltico è rivelatore. In Lettonia due droni ucraini avevano colpito impianti petroliferi del paese, provocando la caduta del governo Silina. Le autorità baltiche avevano scelto la formula della doppia verità: attribuire l'episodio alle conseguenze della guerra russa, evitando di mettere al centro la macroscopica responsabilità operativa ucraina. Bugia di Stato, accettata senza un battito di ciglia dalla stampa atlantista. Von der Leyen e Metsola hanno trasformato droni ucraini fuori controllo in prova della "minaccia russa". Analisi Difesa, uno dei pochi siti che ancora pratica il giornalismo, ha chiamato questa performance con il nome che merita: un circo. La stessa von der Leyen che ha strillato per i 4 morti dell'attacco russo di rappresaglia ha omesso sistematicamente - in buona compagnia con la quasi totalità delle testate occidentali - perfino di nominare la strage di Starobelsk, le decine di studenti massacrati da Kiev stessa. Tre ondate, con 16 droni che hanno colpito tutti lo stesso sito. Non era dunque un’incidente, ma un’orribile, criminale e deliberata provocazione. Per Ursula tutto in regola.
Ma la Russia ha smesso di recitare la parte dell'osservatore paziente. La NATO non è più il "retroterra" del conflitto: è corridoio di attacco, supervisore AI, fornitore di targeting strategico, belligerante a tutti gli effetti, tranne che nel nome. Se Mosca metterà in chiaro che lo spazio baltico è diventato un canale operativo per le incursioni ucraine, potrebbe reagire con strumenti coerenti con la sua tradizione di pressione graduata, fino a incidenti speculari utili a inviare un messaggio senza oltrepassare formalmente la soglia della guerra aperta con l'Alleanza. E dopo Galați, quel momento si è avvicinato ulteriormente.
Il costo di questo processo lo ha pagato finora l'Ucraina, in modo catastrofico soprattutto a partire dal 2014: quasi dimezzata la popolazione, emarginato qualsiasi corpo intermedio che volesse preservare il vecchio tessuto plurale post-sovietico, il nucleo statale trasformato in una piattaforma militare specializzata nella guerra alla Russia. La Zelenskosfera è di fatto una "super-Gladio": struttura sostenuta da flussi di denaro internazionali, solidarietà burocratiche e reti organizzative consolidate, capace di sopravvivere persino alla distruzione dello Stato che formalmente la ospita. Un modello parassitario e iper-corrotto presentato come resistenza eroica. In realtà: il laboratorio della nuova forma di riorganizzazione militare dell'Europa. Per questo parlo spesso, a ragion veduta, di ucrainizzazione dell'Europa.
E ora quel laboratorio vuole espandersi. Intere classi politiche europee stanno sacrificando sicurezza energetica, manifatture decennali, diritti costituzionali, bilanci sociali sull'altare dell'avventurismo militare. La Germania, che dopo la Guerra Fredda aveva ottenuto fondi europei per riconvertire la sua industria militare al civile, sta facendo esattamente il percorso inverso, trascinando il continente con sé. Merz, Von der Leyen, Kallas: un triumvirato - o triumvirago - che non conosce, o finge di non conoscere, cosa significhi il superamento della soglia nucleare.
C'è poi una lezione che nessuno di questi personaggi sembra aver metabolizzato: quella dell'Iran. Quando una potenza percepisce una minaccia esistenziale, non esistono più basi militari tabù. Non esiste più "suolo alleato" che tenga. Gli attacchi iraniani hanno dimostrato che la dottrina della risposta asimmetrica può colpire dove e come vuole, aggirando ogni sistema di deterrenza pensato per un'altra epoca. Applicare questa lezione alla Russia - una potenza nucleare con capacità vettoriali enormemente superiori - significa capire che l'escalation non è una scacchiera su cui si muovono pedine controllabili. È un piano inclinato verso l'abisso.
Jeffrey Sachs ha scritto al cancelliere Merz elencando tre decenni di errori: l'allargamento della NATO, il sostegno alla classe dirigente che ha marginalizzato metà della popolazione politica ucraina, i negoziati di Minsk truccati e usati solo per riarmare Kiev. La sua conclusione: il tempo si è consumato per intero. Chi può fermare la guerra adesso è la Germania, ma proprio la Germania è quella che la vuole di più. L'unica speranza, per Sachs, è che la prospettiva di uno scontro abbastanza traumatico faccia scattare un freno d'emergenza prima che non esista più nessun freno da azionare.
Per questo invito tutti a firmare la proposta di legge volta a trasformare la Repubblica italiana in un paese neutrale che rifiuta gli automatismi che potrebbero incenerirlo.
Nel frattempo i droni volano. Su Galați, sul Baltico, sulla coscienza narcotizzata di un continente che ha delegato il suo futuro a maggiordomi che ignorano la storia, la geografia, e i veri rapporti di forza.
𝐒𝐀 𝐘𝐀𝐊𝐔𝐙𝐀 𝐍𝐎𝐒𝐓𝐑𝐀 Première: 21 maggio 2026
– h 21:30.
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Compagnia Barracellare — 1993. Trent'anni fa questa canzone fu composta, registrata e dimenticata. Nel 2026 è tornata. Con un video.
Una distopia mediterranea tra hip hop anni '90, mockumentary criminale, cyberpunk rurale, propaganda, speculazione, folklore e degenerazione del potere.
Materiale storico. Produzione audiovisiva nuova. Completamente artigianale.
"𝗦𝗮 𝗬𝗮𝗸𝘂𝘇𝗮 𝗡𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮" 𝗳𝗲𝗮𝘁. 𝗣𝗶𝗻𝗼 𝗖𝗮𝗯𝗿𝗮𝘀 𝘊𝘰𝘮𝘱𝘢𝘨𝘯𝘪𝘢 𝘉𝘢𝘳𝘳𝘢𝘤𝘦𝘭𝘭𝘢𝘳𝘦 — 𝘯𝘶𝘰𝘷𝘢 𝘱𝘳𝘰𝘥𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 2026
#SaYakuzaNostra #CompagniaBarracellare #Cyberpunk #ItalianRap #SardinianRap
L'intervento di Pino Cabras per la proposta di legge sulla neutralità permanente dell’Italia.
Declino economico, perdita di sovranità, rischio guerra: restare dentro gli automatismi geopolitici attuali può trascinarci nel disastro.
La #neutralità è necessità nazionale.
#DSP
Gherra (2026) - Pino Cabras Feat. Compagnia Barracellare (1993) https://t.co/DMfm6sFwFX
#PinoCabras: Rimettere mano a “Gherra” è stato quasi un primo inevitabile passo. Era il 1993 quando scrivemmo questo testo con la Compagnia Barracellare. Oggi, usando la chincaglieria IA, ho..
«Democracy is the art of running the circus from the monkey cage».
«La democrazia è l’arte di dirigere il circo dalla gabbia delle scimmie.»
«Sa democratzia est s’artė de aderetzarė su tzircu dae sa cabia de is martinicas.»
(H. L. Mencken)
𝗛𝗔𝗦𝗕𝗔𝗥𝗔: 𝗤𝗨𝗔𝗡𝗗𝗢 𝗟𝗔 𝗣𝗥𝗢𝗣𝗔𝗚𝗔𝗡𝗗𝗔 𝗦𝗜 𝗩𝗔𝗡𝗧𝗔 𝗗𝗜 𝗦𝗘 𝗦𝗧𝗘𝗦𝗦𝗔
Ho sottotitolato un video che vale la pena guardare. Mostra qualcosa che di solito rimane nell’ombra: come funziona, concretamente,
Mentre in Italia @reportrai3 rilancia l’ipotesi del ricatto di Israele nei confronti di Trump, al Senato USA fallisce lo stop alle armi per Tel Aviv,ma negli Stati Uniti aumentano le critiche verso Israele. Ne parliamo con Pino Cabras e Roberto Vivaldelli.
https://t.co/m98BBTwl2a
LA CORTESIA
Di Pino Cabras
Come ormai sa tutto il mondo, l'ambasciatore di un noto stato mediorientale ha accusato di an1s3mit1sm0 il settimanale italiano l'Espresso per aver mostrato in copertina una foto vera di un soldato vero con il suo volto vero, deformato da un ghigno autentico di orribile scherno, uno dei tanti che quotidianamente aiutano dei coloni razzisti provenienti da chissà dove a rubare la terra, le case, i raccolti e anche la vita a persone che per inspiegabile cocciutaggine vorrebbero stare dove stavano anche genitori, amici, nonni, bisnonni.
Il diplomatico, spalleggiato dalla solita legione di troll arruolati sui social dal suo primo ministro, trova soprattutto insopportabile il titolo: L'ABUSO.
Purtroppo non è stata ancora approvata la legge tanto voluta da Gasparri, Salvini, Delrio e altri personaggi amorevolmente abbracciati dal dolcissimo cappio di Ben-Gvir, altrimenti sapremmo come punire questi impertinenti che osano dare una notizia vera.
Io, intanto, mi porto avanti il lavoro e riformulo la copertina così come la vedete, conforme ai voleri del nuovo Ku Klux Klan.
ORBÁN CADE, MA TORNA LA GEOGRAFIA: TRA RIARMO EUROPEO E DIPENDENZA ENERGETICA
Di Pino Cabras
La troppo lunga carriera politica di Orbán alla fine si è logorata. Un colpo decisivo è stato dato dalla sua ostentata vicinanza con la classe dirigente trumpiana e con Bibi il genocida, che in questo momento repellono masse di elettori, specie fra le classi di età più giovani, che sul tema fiutano un pericolo esistenziale profondo. Persino il recente referendum costituzionale italiano, pur riferito a un tema specifico sull'ordine giudiziario, è stato usato con urgenza da una parte dei cittadini per punire il governo per la sua posizione su Gaza.
Paradossalmente tuttavia la sconfitta di Orbán rischia di dare nuova linfa al partito del riarmo europeo e della contrapposizione militare alla Russia. Il premier uscente ungherese si è infatti sempre opposto al flusso immane di risorse e armi verso il regime di Kiev, con alcuni veti che giustificava sempre in modo accorato denunciando gli immensi rischi di guerra e penuria a cui siamo sempre più esposti.
Il vincitore Magyar sarà più accomodante con le classi dirigenti europee, ma nemmeno lui potrà ignorare i dati materiali e geografici, il bisogno di continuare ad avere il petrolio russo per non crollare. E dati i risvolti drammatici della crisi mediorientale, pronta a innescare una gravissima crisi energetica, anche il resto d'Europa riscoprirà la geografia e i fornitori inevitabili, volente o nolente. Potranno anche dannare la memoria di Orbán, ma su questo finiranno per rispolverare il suo ordine del giorno, se non vorranno una recessione devastante e incontrollabile.
This is insane. Regime change will result in a bloody civil war, killing hundreds of thousands and creating another massive Muslim refugee crisis. Topping a leader is NEVER as easy you think. It almost always results in further involvement, a civil war, and chaos. Resist this!
Se confrontate questo video di nove anni fa - dove Giulietto Chiesa spiegava perché si andava all'aggressione ingiustificata contro l'Iran - con i balbettii ignoranti di gran parte del giornalismo di questi giorni e con la totale inettitudine della classe politica,
La più grave minaccia alla libertà di parola è già in atto: nasce dalla volontà di Bibi il Genocida, trattata come priorità militare. Politici servili in Italia e oligarchi mediatici negli USA la rendono possibile. Lo spiega da anni Glenn Greenwald.
LA GUERRA FREDDISSIMA
DI Pino Cabras - 26 Gennaio 2025
Si parla assai in queste ore della telefonata con cui il presidente USA Donald Trump ha rovesciato sulla premier danese Mette Fredriksen ogni forma di sgradevolezza che un boss spietato e potentissimo potrebbe rovesciare su un picciotto indisciplinato ma debolissimo. Le ha significato la pretesa di papparsi la Groenlandia, un'isola con una popolazione uguale a quella di Cuneo ma con una superficie di oltre 7 volte l'Italia, risorse naturali formidabili e la posizione geostrategica giusta per prendersi metà dell'Artico. Prevedo che entro breve tempo la Groenlandia sarà soggetta alla sovranità di Washington senza che Copenaghen né nessuno in UE possa opporre resistenza militare.
I danesi raccolgono quel che hanno seminato. Nel 2003 parteciparono all'aggressione all'Iraq sulla base di pretesti inventati. Nel 2008 riconobbero la secessione del Kosovo, con conseguente menomazione della Serbia come esito finale dell'aggressione alla Jugoslavia da parte della NATO. In entrambe le occasioni era primo ministro Anders Fogh Rasmussen, che poi divenne segretario generale della NATO, impegnandosi nella sua espansione aggressiva verso Est, nell'intensificazione della russofobia del dibattito europeo, nell'aggressione diretta alla Libia e in quella indiretta alla Siria. Rasmussen poi, come un Di Maio qualsiasi, è diventato consulente politico ben remunerato, con incarichi anche presso i presidenti ucraini Poroshenko e Zelensky, ossia i terminali corrotti del più concentrato, opaco e gigantesco trasferimento di denaro pubblico degli ultimi decenni.
In questi anni, la signora Fredriksen è stata tra le più generose personalità politiche impegnate a sguarnire i propri arsenali per partecipare al suicidio geostrategico continentale dell'Europa Occidentale.
Il boss d'Oltreoceano ha potuto fare perciò una cosa semplice: ha telefonato a un'emerita nullità che rappresentava una classe dirigente - quella danese - senza alcun credito morale, etico, politico, senza armi, senza peso, senza relazioni politiche significative, desertificate da decenni di abusi occidentali a cui si è prestata con la più squallida ipocrisia (sai, "l'ordine internazionale basato sulle regole", come no?). Trump, nel quadro di un racket planetario conclamato dove gli europei tanto innocenti non sono, sa che c'è del marcio in Danimarca e si perita di ricordare chi è che sta in cima alla catena alimentare. È appena l'antipasto.
LETTONIA, LA DEMOCRAZIA CHE TAGLIA LA LINGUA AL 40% DEL PAESE
- Pino Cabras
Quando ti magnificano la democrazia UE e la sua inclusività, soppesa questo suono di fanfare con una novità che entra in vigore ora nel nuovo anno 2026.
Immagina di vivere in un Paese dove quasi una persona su due parla una certa lingua fin da sempre. È la lingua usata in famiglia, per strada, al mercato, tra amici. È la lingua in cui si pensa e si ricordano le cose importanti. A un certo punto però lo Stato decide che quella lingua deve sparire dagli spazi pubblici: non la si studia più a scuola, non la si sente più nei media pubblici, i libri diventano per legge molto più cari e più difficili da trovare.
Questo sta accadendo in Lettonia, dove il russo non è una lingua marginale. È parlata da circa il 40% della popolazione e, in luoghi come Riga, la capitale, addirittura da più della metà delle persone. Non si tratta di visitatori o di comunità isolate, ma di cittadini che vivono lì da generazioni, anche se una parte di loro viene umiliata da decenni con uno status di non-cittadini che viene persino stampato sul passaporto. Qualche personaggio con 64 denti ipocriti come quelli della Ursula o della Kaja sfoggerà un bel sorriso passivo-aggressivo per dire che nessuno vieta di parlare russo nella vita privata. Ed è vero. Ma le lingue non vivono solo nelle case. Vivono nella scuola, nei libri, nella televisione, nei luoghi condivisi. Quando una lingua viene tolta da questi spazi, non viene proibita: viene lentamente spinta ai margini. Resta, ma come qualcosa di tollerato, non più riconosciuto. Lo abbiamo visto con le lingue tagliate anche dallo Stato italiano.
Il punto più delicato è quando tutto questo viene giustificato con la “sicurezza nazionale”. In quel momento una lingua smette di essere un semplice strumento per parlare e diventa un sospetto. Chi la usa viene visto come qualcuno da controllare, non come una parte normale della comunità. La responsabilità di eventi politici lontani viene fatta scivolare, in modo silenzioso ma inesorabile su persone comuni.
Uno Stato dovrebbe tenere insieme ciò che esiste già, non separarlo. Quando una lingua parlata da una parte enorme della popolazione viene trattata come un problema da ridurre, il messaggio è chiaro: non tutti appartengono allo stesso modo.
E questa frattura, anche se presentata con i soliti trucchi dell'Europeismo Reale, cioè come una questione "tecnica" o "necessaria", lascia segni profondi che durano molto più a lungo delle decisioni che l’hanno prodotta.
È un altro tassello vergognoso di questo tempo. Il Partito del Riarmo tace, e con esso tacciono quasi tutti i giornali, impegnati a non disturbare il clima di mobilitazione permanente che cresce sotto i nostri occhi. Così ai cittadini viene sottratta una cosa essenziale: la possibilità di capire davvero che cosa si sta cucinando nei pestilenziali fornelli del revanscismo baltico che alimenta il centro della politica estera europea, e quanto questa pietanza velenosa stia già prendendo forma.
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DALL’INTELLIGENCE USA L’ATTO D’ACCUSA: LA RUSSIA NON MINACCIA L’EUROPA, UE E NATO SÌ.
Di Pino Cabras
Da noi se ne è parlato poco, ma è una notizia clamorosa. Tulsi Gabbard, Direttrice dell'Intelligence Nazionale degli USA, ha totalmente smentito una notizia di Reuters attribuita all’intelligence statunitense sulle presunte mire russe sull’Europa.
Non si è però limitata a questo: ha accusato apertamente i grandi media occidentali di fomentare isteria e paura tra la popolazione.
Secondo Gabbard, questo serve a spingere l’opinione pubblica a sostenere l’escalation della guerra.
Ma l’accusa va molto molto oltre: Gabbard afferma che è esattamente ciò che vogliono davvero NATO e Unione Europea, proprio loro: usare la paura per trascinare direttamente l’esercito degli Stati Uniti in una guerra con la Russia. Legge il comportamento dei sonnambuli europei come quello di gente pericolosa al servizio dei "guerrafondai del Deep State".
Scusate se è poco: questa è una bomba politica. Non sarebbe nemmeno una forzatura dire che il capo dell'intelligence USA asfalta i discorsi di Mattarella.
Qui non siamo davanti a una divergenza di analisi, bensì a una guerra civile interna alle élite occidentali, combattuta senza esclusione di colpi, mentre i media europei fanno da apparato di copertura: hanno totalmente silenziato persino il papa e ora fingono di non essere stati indicati da Washington come dei mentecatti che cercano di scatenare una guerra mondiale. Non informando i cittadini, vogliono condurli docilmente come agnelli sacrificali al macello. E qui dovremmo essere noi a non aspettare Tulsi Gabbard e prendere in mano la nostra vita e il futuro dei nostri figli.
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