Il programma di Vannacci: no all'aborto, niente gay in tv, educazione militare a scuola. Eh, ma poi come fai a convincere i musulmani ad andarsene?
[@ilmagodifloz]
Avete capito chi è Vannacci?
Roberto Vannacci vuole modificare l’articolo 48 della Costituzione. Quello che dice che il voto è personale ed eguale.
Vuole dare ai genitori più schede elettorali: tante quanti sono i figli, divise tra padre e madre e, quando il numero è dispari, assegnate a turno.
Fermiamoci su questa cosa.
In Italia il suffragio universale ed eguale è arrivato nel 1946, dopo vent’anni di fascismo e una guerra mondiale. Ottant’anni dopo un partito rappresentato in Parlamento scrive nel proprio programma che vuole modificare proprio l’articolo 48 per dare ad alcuni cittadini più voti di altri.
È un programma per governare l’Italia.
Forse sarebbe il momento di capire con chi abbiamo a che fare.
Perché è possibile che Roberto Vannacci dica cose del genere e continui a essere trattato come folklore? È possibile mettere in discussione l’uguaglianza dell’articolo 3 della Costituzione, l’eguaglianza del voto dell’articolo 48, i diritti civili, la parità tra uomini e donne, la libertà delle persone e continuare a raccontare tutto come l’ennesima provocazione del generale?
Adesso basta.
Vuole cancellare le unioni civili. Vuole il matrimonio come unico istituto riconosciuto per la coppia perché soltanto la procreazione avrebbe «rilievo pubblico». Vuole riservare le adozioni alle famiglie composte da un padre e una madre. Vuole limitare l’accesso all’aborto e riconoscere giuridicamente il concepito. Vuole impedire che contenuti definiti «genderisti» e «omosessualisti» arrivino in televisione quando potrebbero vederli i bambini, con una fascia protetta che arriverebbe fino alle undici di sera. Vuole portare l’educazione militare nelle scuole.
Prima c’erano stati il «patriarcato mediterraneo» e la battaglia contro il riconoscimento specifico del femminicidio. Adesso nel programma c’è anche la preferenza esplicita per gli immigrati provenienti da Paesi a maggioranza cristiana, considerati più compatibili culturalmente con l’Italia.
Mettete insieme i pezzi e smettono di essere sparate.
Compare un’idea precisa di società. Lo Stato decide quale famiglia merita di essere riconosciuta, quali coppie possono avere determinati diritti, fino a dove arriva la libertà di una donna, quali identità devono essere tenute lontane dai bambini, quali stranieri sono più desiderabili degli altri. Arriva persino dentro la cabina elettorale e decide che un cittadino con figli può contare politicamente più di uno senza figli.
Avete capito dove vuole andare?
Vannacci vuole uno Stato che entri nelle famiglie, nelle relazioni affettive, nelle scelte delle donne, nelle identità personali, nelle televisioni, nelle scuole e nella cabina elettorale. Uno Stato che stabilisca il modello giusto e costruisca le proprie leggi intorno a quel modello.
La chiama libertà.
La libertà è poter vivere diversamente da Roberto Vannacci senza che Roberto Vannacci possa usare lo Stato per decidere come devi vivere tu.
Poi c’è Dio.
Vannacci prende la parte più tradizionalista e reazionaria del cattolicesimo, la trasforma in identità nazionale e la porta dentro lo Stato.
Per ottenere la cittadinanza italiana vuole che uno straniero sottoscriva una dichiarazione di assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana. Per scegliere gli immigrati ai quali consentire l’ingresso propone di privilegiare quelli provenienti da Paesi a maggioranza cristiana. Per gli altri il suo programma arriva a parlare di «invasione maomettana di massa».
A quel punto la fede diventa politica. La religione diventa un criterio per scegliere chi è più adatto a diventare italiano. Una determinata morale cristiana diventa il modello sul quale costruire famiglia, sessualità, riproduzione e diritti civili.
Questa strada ha un nome antico.
È la strada che porta uno Stato laico verso uno Stato confessionale e, spinta fino in fondo, verso un’idea teocratica del potere: una verità religiosa assunta dallo Stato come verità pubblica e trasformata in regola anche per chi quella religione non la professa.
È proprio qui che torna in mente l’Afghanistan.
Da anni guardiamo i talebani e vediamo una società nella quale una concezione religiosa diventa legge dello Stato. Vediamo qualcuno decidere in nome di Dio come deve vivere una donna, quale famiglia sia conforme alla morale, quali comportamenti siano leciti, cosa possa essere insegnato, mostrato, detto.
Cambiano la religione, la storia, i metodi, la misura della repressione. Resta una domanda terribilmente semplice: quanto della propria fede ha diritto di imporre agli altri chi governa uno Stato?
Se la risposta è «quanto ritiene giusto», abbiamo già abbandonato un pezzo dello Stato laico.
Allora apriamoli davvero, questi Vangeli che vengono continuamente sventolati in nome della «civiltà cristiana».
Dove insegna Gesù Cristo a selezionare gli stranieri in base alla loro religione? Dove assegna più dignità a una famiglia rispetto a un’altra? Dove stabilisce che un uomo debba avere più potere politico perché ha avuto più figli?
Nei Vangeli trovo molto più facilmente lo straniero, il povero, l’ultimo, l’escluso.
Il cristianesimo di Vannacci assomiglia invece sempre più a una frontiera: serve a stabilire chi sta dentro e chi resta fuori.
Questa è la parte che dovrebbe inquietare anche un cattolico.
Una fede può essere conservatrice senza diventare uno strumento dello Stato. Può avere una morale severissima senza trasformarla nella legge di tutti. Può considerare sacro il proprio modello di famiglia senza togliere allo Stato il dovere di riconoscere cittadini che vivono secondo modelli diversi.
Vannacci vuole oltrepassare quel confine.
Dov’è allora il Governo? Dov’è Giorgia Meloni? Dove sono quelli che parlano ogni giorno di Costituzione, libertà e Occidente?
Giovanni Donzelli ha chiuso la porta a un’alleanza con Futuro Nazionale. Vannacci gli ha risposto che se Meloni è disposta a perdere le elezioni, lui è pronto a vincerle.
Poi arrivano i numeri.
Nella rilevazione Ipsos Doxa per il Corriere della Sera del 25 luglio, Futuro Nazionale è al 7,1%, in crescita di 1,1 punti in un mese. La Lega è al 5,1%, in calo di mezzo punto.
Ma il numero che conta per Giorgia Meloni è un altro.
Con Futuro Nazionale dentro, il centrodestra arriva al 47,9%.
Senza Vannacci si ferma al 40,8%.
Sette punti.
Eccolo, il peso politico di Vannacci.
Sette punti spiegano molto meglio di cento dichiarazioni quanto potrebbe costare alla destra rompere davvero con lui. Donzelli può chiudere tutte le porte che vuole davanti ai microfoni. Quei numeri restano lì.
Ed è per questo che il silenzio sul merito delle sue proposte diventa politicamente enorme.
Perché qui non stiamo parlando di una frase infelice del generale. Stiamo parlando dell’articolo 48 della Costituzione, dell’uguaglianza del voto, dei diritti civili, dell’aborto, delle unioni civili, della cittadinanza, della religione usata come criterio di appartenenza.
Su questo Giorgia Meloni dovrebbe dire agli italiani una cosa molto semplice: questo progetto di società è compatibile oppure no con la destra che governa l’Italia?
Dove sono i liberali della destra italiana? E dove sono i giornali capaci di raccontare questa storia per quello che è, invece di aspettare la prossima frase del generale buona per un titolo e un talk show?
La magistratura qui c’entra fino a un certo punto. Le idee si combattono politicamente finché restano idee. La responsabilità è di chi le normalizza, di chi le minimizza, di chi le trasforma in spettacolo e di chi pensa di poterle usare per prendere qualche voto senza pagarne il prezzo.
Vannacci ormai ha ben altro che un microfono.
Futuro Nazionale ha otto deputati alla Camera: Laura Ravetto, Rossano Sasso, Edoardo Ziello, Emanuele Pozzolo, Domenico Furgiuele, Gianangelo Bof, Attilio Pierro e Davide Bergamini. Provengono da Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Alla Camera siedono nella componente del gruppo Misto «Futuro Nazionale Vannacci - Free».
Quel «Free» racconta una storia meravigliosa.
Free era una lista che alle politiche del 2022 aveva raccolto 829 voti.
Ottocentoventinove.
Il suo simbolo ha consentito ai parlamentari di Futuro Nazionale di utilizzare la deroga prevista dal regolamento della Camera e costituire una componente politica pur senza raggiungere il numero normalmente necessario.
Gli otto deputati erano stati eletti con altri partiti. Futuro Nazionale alle elezioni del 2022 neppure esisteva. Oggi siedono sotto un nome nuovo, agganciato al simbolo di una lista da 829 voti.
E qui la storia diventa quasi oscena.
Il partito che vuole cambiare l’articolo 48 per dare ad alcuni italiani più voti degli altri ha costruito la propria presenza organizzata alla Camera utilizzando il simbolo di una lista votata da 829 persone.
Adesso vuole decidere quanto deve pesare il nostro voto.
Dietro Vannacci c’è ormai una struttura politica. C’è un coordinatore nazionale, ci sono responsabili regionali e dipartimenti, c’è Lorenzo Gasperini come responsabile nazionale del programma. Il documento che stiamo leggendo è stato elaborato, organizzato e presentato come progetto politico per l’Italia dei prossimi dieci anni.
Quindi basta con la macchietta.
Le democrazie possono essere consumate molto prima di vedere i carri armati davanti al Parlamento. Basta abituarsi. Una cosa aberrante diventa una provocazione. La provocazione diventa una posizione politica. La posizione politica entra in un programma. Il programma prende voti.
Poi arriva il giorno in cui qualcuno ha abbastanza voti per provarci davvero.
Roberto Vannacci ha un partito. Ha otto deputati. Ha una struttura. I sondaggi gli attribuiscono milioni di potenziali elettori.
E ha scritto il Paese che vuole.
Ha scritto quali famiglie riconoscere, quali diritti restringere, quali stranieri preferire, quale morale portare dentro lo Stato.
Ha scritto persino quale articolo della Costituzione vuole cambiare per modificare il peso del voto degli italiani.
Il 48.
Leggetelo.
Poi almeno smettiamo di dire che non avevamo capito.
benzina e diesel sopra i 2 euro al litro, crisi climatica con città da bollino rosso sopra i 35°C, crisi energetica, stretto di Hormuz di nuovo chiuso
il governo e la destra italiana da una settimana:
La realtà aumentata e la separazione delle carriere.
Questo è il Corrado Guzzanti che amo, quello che trova il modo di dare stoccate da capogiro, nonostante una Rai ingessata e imbavagliata
Forse non ci siamo capiti: non ce ne frega un cazzo di sapere se c'è o meno il reato. Molto semplicemente, in un Paese civile, un sottosegretario alla giustizia beccato in società con la figlia di un mafioso, si dimette. Punto.
Ponte sullo Stretto, Matteo #Salvini: "Ricordiamo Brunelleschi e la cupola di Firenze nel ‘400. Anche allora c’erano i “no cupola”, quelli che dicevano che non sarebbe mai stata in piedi. Oggi, dopo sei secoli, chiunque vada a Firenze la può vedere".
@ultimora_pol
AVETE CAPITO IL TRUCCHETTO? 😆 Da giorni il ministro Salvini se ne va in giro a sbandierare ai quattro venti un traguardo “storico”, l’inizio dei fantomatici lavori del Ponte sullo Stretto, che dovrebbero essere inaugurati in pompa magna domani con la firma sul progetto definitivo che dovrebbe portare la Sicilia e l’Italia in una nuova era. Poi vai a vedere bene i dettagli della questione e scopri che: Primo. Domani non inizia proprio nessun lavoro.
Salvini si limiterà a firmare il via libera a 13 miliardi e mezzo di soldi pubblici per un’opera che non ha neppure uno straccio di progetto esecutivo, non ha l’approvazione né della Corte dei conti né a livello ambientale e neppure in sede europea. Nulla di nulla.
Due: Sul progetto ponte si prepara ad abbattersi una quantità fuori scala di ricorsi legali a livello locale, nazionale ed europeo per un numero spropositato di vincoli, prescrizioni e problemi normativi, come ha denunciato il Comitato “Invece del ponte”.
Terzo. In barba a tutto questo, Salvini ha promesso alle imprese private coinvolte un risarcimento preventivo di 1,5 miliardi di euro se il Ponte sullo Stretto non si farà, come conferma “Repubblica”. Un gigantesco regalo anticipato ai privati e agli amici degli amici degli amici. Ma mica coi soldi suoi, e neppure della Lega. Coi denari di tutti i cittadini.
In pratica, Salvini si è costruito una passerella e una propaganda politica ed elettorale sul Ponte usando come garanzia i soldi dei cittadini italiani.Che alla fine pagheranno in ogni caso. O per un’opera inutile e sciagurata dal punto di vista ambientale. Oppure in penali. Ma di tutto questo Truman Show, domani, sui tg di regime, non ne sentirete traccia.