Fine di un’era.
Il parlamento svedese ha approvato una legge che consente alle autorità di revocare i permessi di soggiorno degli immigrati in caso di cattiva condotta, come debiti non pagati, lavoro sommerso o legami con organizzazioni estremiste.
La legge, che riguarda i permessi in sospeso ma anche retroattivamente quelli già concessi, fa parte di un più ampio inasprimento delle norme sull'immigrazione da parte del governo di Stoccolma.
Un cambiamento epocale che può essere considerato, a tutti gli effetti, una politica di remigrazione. Per decenni la Svezia é stata considerata la nazione più aperta in Europa, riguardo all’accoglienza, citata come modello da seguire in libri, articoli, trattati. Una visione forse troppo utopica scontratasi con fenomeni di criminalità, sconosciuti al paese, scarsa integrazione e tensione sociale.
🔴 Israël 🇮🇱/ Hébron | Une vidéo qui détruit à elle seule des décennies de propagande palestinienne
Cette femme palestinienne de 92 ans est interrogée.
Écoutez bien ce qu’elle dit.
« Nous, les gens de Hébron, avons massacré les Juifs »
« Mon père les a massacrés, et il a rapporté leurs affaires…»
« J’espère que vous les enterrerez et que vous les massacrerez comme nous les avons massacrés à Hébron »
Elle ne parle ni de 1967
Ni même d’Israël
Car le massacre dont elle se vante a eu lieu en 1929.
Cette année-là, 67 Juifs sont assassinés à Hébron dans des conditions d’une brutalité indescriptible.
Des familles entières sont massacrées.
Des femmes sont violées.
Des enfants sont mutilés.
Des vieillards sont égorgés.
Et la communauté juive de Hébron, présente depuis des siècles, est anéantie.
Aujourd’hui encore, cette femme raconte ces crimes avec fierté.
Voilà pourquoi ceux qui prétendent que ce conflit aurait commencé en 1948 mentent.
Le problème n’a jamais été l’existence d’Israël.
Le problème, pour certains, a toujours été l’existence des Juifs.
#Israël #Hébron #Histoire #Antisémitisme #Juifs #Gaza #Hamas #Islamistes
Lo sfondamento della quarta parete.
Mentre una troupe della tv ligure @primocanale sta realizzando un servizio sulla sicurezza a Genova, due stranieri iniziano a litigare sullo sfondo, confermando che qualche problema c’è.
"Ho incontrato più volte Chirac, Sarkozy, Macron, e chissà quanti ministri. Spiegavo loro, quasi anno dopo anno, il modo in cui l'islamismo si sarebbe impiantato in Francia, come l'ho visto fare in Algeria. Nessuno di loro mi ha ascoltato." Boualem Sansal
Per anni ci hanno raccontato che #Israele combatte contro il #Libano. E lo stanno facendo anche in questi giorni, sui giornali e alla televisione.
Eppure, ci sono sempre più voci libanesi che raccontano una realtà diversa. In questa intervista, il parlamentare libanese Camille Dory Chamoun ribalta la prospettiva: il vero problema del Libano non è Israele, ma #Hezbollah. Una milizia armata, finanziata e armata dall’Iran, che ha sottratto sovranità allo Stato, trascinato il Paese in guerre non scelte e messo a rischio il futuro dei libanesi.
Chamoun smonta la propaganda anti-israeliana: sottolinea come l’IDF sia l’unico esercito a inviare avvisi preventivi ai civili per consentire loro di evacuare prima di un bombardamento. Il vero pericolo per la popolazione libanese, spiega il parlamentare, sorge quando i terroristi di Hezbollah si nascondono tra i civili, trasformando quartieri, scuole e abitazioni in obiettivi militari e usando la popolazione come scudo umano.
Una posizione che raramente trova spazio nel dibattito europeo. Perché smantella una delle bugie più diffuse: quella di Israele che avrebbe scelto di attaccare il Libano.
La realtà è che Hezbollah ha aperto il fronte nord contro Israele il giorno successivo al 7 ottobre, lanciando migliaia di razzi e missili contro città e comunità israeliane e costringendo decine di migliaia di civili ad abbandonare le loro case.
Confondere Hezbollah con il Libano significa fare un favore alla #propaganda. E impedisce di vedere chi ha realmente trascinato il Paese in guerra, chi continua a sacrificarne il futuro agli interessi dell'Iran e chi sta pagando il prezzo più alto di questa scelta: il popolo libanese.
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Purtroppo non basta dire che 1 kWh solare costa la metà di 1 kWh nucleare. Bisogna almeno aggiungere che, per sostituire una fonte continua come il nucleare con una variabile e stagionale come il fotovoltaico più le batterie, in Nord Italia d'estate bisogna produrre 8 kWh per averne 2 da utilizzare d'inverno; e degli 8 estivi, 6 si buttano via, 1 si utilizza direttamente e 1 si usa per caricare la batteria che lo "trasferisce" a dopo il tramonto; idem per i 2 kWh invernali.
E bisogna conteggiare tutti i costi: il costo di tutti i kWh generati (inclusi i 6 buttati via) e il costo della batteria.
E quando si fanno bene i conti si scopre che l'energia così prodotta costa il doppio (non la metà) di quella nucleare. E tra pannelli e batterie emette 15 volte più CO2 di quella nucleare.
Caro professor Parisi, con questa dichiarazione (e non è la prima volta: ne ricordo di simili quando, insieme con Di Pietro, nel 2011 promuoveva il referendum contro il nucleare) si sta comportando come uno che si soffermasse sul volo di un passero "solitario", invece di studiare quello incredibile di centinaia di migliaia di storni che si muovono all'unisono.
La prima osservazione accese la fantasia del poeta; la seconda quella dello scienziato e produsse un premio Nobel per la fisica.
Mutatis mutandis, nell'energia la visione d'insieme, di sistema, è tutto!
Un caro saluto
Dati e buonsenso vengono contestati con alzate di spalle e obiezioni non pertinenti.
Tipico di chi non ha argomenti, ma pretende di avere sempre ragione.
#nucleare
Il giornalista di Libero Fabio Dragoni ad Agorà demolisce i 5 Stelle: «Nel 1959 l’Italia faceva una centrale nucleare in 4 anni.
Voi dei Movimento 5 Stelle eravate contrari al TAP e avete cercato di bloccarlo in Puglia. Oggi, senza quel gasdotto, saremmo completamente al buio».
#energia #nucleare #rinnovabili #5stelle #Dragoni @fdragoni
👏👏👏👏👏
Da vedere! @claudiovelardi, autore, giornalista e spin-doctor e direttore de @ilriformista ospite del format di Esperia in collaborazione con La Miniera, parla del caso del soldato ONU ucciso da Hezbollah in Libano per spiegare il doppiopesisimo della stampa
#Israele#Libano #hezbollah #media #giornali
Big embarrassment; Look at the body language. This is the UN representative, appointed by @antonioguterres went to Iran after the massacre, bowing multiple times to the regime officials, obeying the hijab she was forced to wear, while Iranian women, ripped that same hijab off in the streets, got arrested and killed.
Western woman have all the power of the free world behind her and she bows. Iranian women nothing but courage and the stand tall without obeying a barbaric law.
they'll say, “well, it's the law of the land, you have to respect it."
Sure. Slavery was the law of the land. Apartheid was the law of the land.
Bad laws don't deserve respect. Apartheid deserves to be deleted.
@UAGApartheid
@nonexpedit I problemi del forfettario sono molti:
1. Concorrenza fiscale vs chi ne é fuori
2. Incentivo a non crescere
3. Incentivo ad evadere per non uscire dalla zona
4. Disincentivo a pretendere fatture visto che le spese non sono deducibili.
L’opposto di quello a cui dovremmo puntare
🚨 JUST IN: Will Cain is BLASTING the terrifying Henry Nowak bodycam footage on national television in front of millions, and CALLING OUT the George Floyd double standard
The sound of Nowak helplessly saying "I can't breathe," "I've been stabbed," and the cop saying "I don't think you have, mate" NEEDS to reach EVERYONE
CAIN: "I can't breathe, Nowak says 9 times...the police walk up to a scene where they know nothing. Only accept the words of DIGWA, that HE was the victim of a racial attack. Placing Nowak in cuffs as he dies at their feet." 😡
"2020, Starmer took a knee in solidarity with the Floyd protestors...[everybody] paid attention...a WHITE teenage kid is dying on a street in England, you can hear him tell police I can't breathe, JUST LIKE Floyd."
NAILED IT, @WillCain
Today marks the 37th anniversary of the Tiananmen Square Massacre, when the Communist regime sent tanks to trample peaceful pro-democracy protesters. Their bravery will not be forgotten, including the man who stopped a column of tanks.
“Since that June day, I have been inspired by one of the most iconic figures of the latter half of the 20th century, even though I have no idea of his name. Like the rest of the world, I just call him Tank Man.” @yangjianli001
En 1984, un homme assis face à une caméra a décrit notre époque avec une précision qui glace.
Yuri Bezmenov n'était pas un espion de roman. Journaliste soviétique, homme de l'agence Novosti et du KGB, il avait passé sa carrière à fabriquer de l'influence avant de faire défection en 1970. Ce qu'il est venu dire à l'Ouest tient en une phrase : la vraie guerre que menait l'URSS n'avait presque rien à voir avec les missiles ou les espions. C'était une guerre psychologique, lente, patiente — la « subversion idéologique ». Selon lui, l'essentiel de l'effort des services y était consacré. Pas pour voler des secrets. Pour modifier la perception du réel de tout un peuple, au point qu'il ne puisse plus, même face aux faits, défendre sa propre survie.
Il décrivait quatre phases.
1️⃣ La démoralisation. La plus longue : 15 à 20 ans, le temps d'éduquer une génération. On ne détruit pas un pays par la force, on le retourne contre lui-même. On travaille l'école, l'université, les médias, la culture, jusqu'à ce qu'une génération entière grandisse en méprisant son histoire, sa nation, son héritage, ses pères. Le détail terrifiant : une fois la chose accomplie, elle est irréversible. Ces gens sont « programmés ». Exposez-les à des faits authentiques, des preuves : ils refuseront de les voir. Ils continueront à se croire vertueux en démontant ce qui les protège.
2️⃣ La déstabilisation. 2 à 5 ans. On attaque les fondations : l'économie, l'autorité, les rapports sociaux, la défense. Tout ce qui tenait devient « négociable ».
3️⃣ La crise. Quelques semaines. Un choc, un point de bascule, et une société désorientée réclame elle-même qu'on la « sauve ».
4️⃣ La normalisation. On installe un nouvel ordre, présenté comme une libération. Le mot est emprunté, avec ironie, à la « normalisation » de la Tchécoslovaquie écrasée après 1968.
Puis 1991 est arrivé. L'URSS s'est effondrée, l'Occident a fêté sa victoire, et on a rangé tout ça au rayon des vieilles peurs.
Mais on confond le lanceur et la charge. Ce qui est tombé en 1991, c'est l'État soviétique — la fusée. L'arme idéologique, elle, avait déjà été tirée des décennies plus tôt. Et une arme de démoralisation a cette propriété diabolique : une fois la première génération retournée, elle n'a plus besoin de Moscou. Elle s'auto-réplique. Le commanditaire peut mourir, le programme tourne tout seul.
Regardez où nous en sommes.
Le wokisme n'est pas une lubie d'étudiants. C'est la phase terminale du processus que Bezmenov décrivait. Une civilisation qui enseigne à ses propres enfants que son héritage est une honte. Qui transforme ses universités en tribunaux permanents contre elle-même. Qui réécrit son histoire en réquisitoire et culpabilise jusqu'à sa propre existence. La démoralisation devenue religion d'État. Le réflexe de survie d'un peuple — sa fierté, sa continuité, son droit à se transmettre — requalifié en crime.
C'est exactement le symptôme qu'il annonçait : des sociétés incapables d'évaluer un fait évident dès qu'il contredit le dogme. Montrez-leur les chiffres, les conséquences, le mur qui approche : elles applaudiront leur propre dissolution en la prenant pour du progrès.
Or une civilisation qui se déteste ne se défend plus. Elle s'excuse d'exister. Et un organisme qui a désappris à vouloir vivre est déjà à moitié mort.
Voilà pourquoi ce combat n'est pas « culturel » au sens décoratif. Il est vital, au sens propre. Réapprendre à aimer ce qu'on est, transmettre sans honte, défendre une continuité plutôt qu'organiser son repentir perpétuel — ce n'est pas de la nostalgie, c'est une condition de survie. Une civilisation vivante est une civilisation qui ne se hait pas. Le reste, c'est la mort, en version rassurante.
Bezmenov terminait sur un avertissement simple : il reste très peu de temps avant que le processus ne devienne irréversible.
✍🏻 @Islamicament
Non è un politico di destra.
Non è un “islamofobo”.
È Luigi Luciano Pellicani, uno dei più importanti sociologi e politologi italiani del Novecento.
E ha scritto una delle analisi più lucide e scomode degli ultimi decenni:
«Si capisce perché il fondamentalismo islamico è stato definito il comunismo del XXI secolo. Non diversamente dal marxleninismo, il fondamentalismo islamico si presenta sulla scena come un movimento rivoluzionario animato dalla certezza di possedere un messaggio di salvezza a carattere ecumenico; e, non diversamente dal marxleninismo, ritiene di avere il dirittodovere di condurre una spietata guerra permanente contro l’Occidente.»
La Storia si ripete.
Solo che questa volta il nemico non si chiama Mosca… ma usa la fede come arma.
La vicenda di Henry Nowak è il tragico sintomo di un razzismo anti-bianco strisciante, di ideologia distorta e soprattutto di un vero e proprio suicidio sociale in atto nel Regno Unito (e forse non solo lì).
Quello che doveva essere un caso di “conflitto da evitare” si sta rivelando un boomerang che genererà molta più divisione e rabbia di quanto gli amministratori e i politici “illuminati” immaginassero. La realtà ha smentito giorno dopo giorno la loro narrazione.
Il video di Henry, 18 anni, che agonizza a terra urlando «Sono stato accoltellato» mentre i poliziotti non lo soccorrono perché credono alla versione del suo assassino, è agghiacciante.
Vickrum Digwa, 23enne di origini indiane e fede sikh, lo aveva appena pugnalato cinque volte con un kirpan da 21 cm. È bastato che mentisse, accusando Nowak di razzismo e di avergli strappato il turbante, perché i poliziotti spegnessero il cervello: invece di aiutare il ragazzo bianco in fin di vita, lo hanno ammanettato, deriso e lasciato soffocare nel suo stesso sangue sul pavimento. Fraternizzavano con l’assassino mentre Henry implorava «Non riesco a respirare».
Uno dei poliziotti ha dato le dimissioni, ma non basta: tutti quelli coinvolti dovranno rispondere penalmente di omissione di soccorso e negligenza gravissima.
Soprattutto, pesa una responsabilità politica enorme sul governo UK (e sulla cultura “woke” che ha coltivato per anni): aver spinto le forze dell’ordine e le istituzioni a dare priorità automatica alla narrazione della “vittima di razzismo” rispetto alla realtà dei fatti e alla vita di un ragazzo.
Questa mentalità ha ucciso Henry due volte: prima con le coltellate, poi con l’indifferenza delle divise.
Un episodio che non si può archiviare come “errore operativo”. È il segnale di un Paese che sta perdendo la bussola.
La stessa cosa accade con i redditi.
Il nostro sistema premia chi rimane al di sotto delle soglie del forfettario, dell’esenzione da ticket e così via.
Tutto questo spinge a non crescere o…. ad evadere.
Perché le imprese italiane non crescono?
Non perché non vogliono. Perché non conviene.
Il novantacinque per cento delle imprese italiane ha meno di dieci dipendenti. Sono quattro milioni di microimprese che impiegano quasi la metà degli occupati del paese, ma producono solo un terzo del valore aggiunto. Il resto lo producono le poche migliaia di imprese medie e grandi — quelle che in Italia stanno scomparendo.
Il dato che nessuno racconta è questo: le imprese italiane tra dieci e duecentoquaranta dipendenti sono più produttive delle tedesche. Non di poco — del sei per cento. A parità di dimensione, l’impresa italiana compete con chiunque. Il gap con la Germania non è nei lavoratori e non è negli imprenditori. È nella distribuzione: le microimprese italiane producono il trentatré per cento in meno di valore per addetto rispetto a quelle tedesche, e sono il novantacinque per cento del totale.
La domanda è perché restano piccole. La risposta non è culturale — è contabile. Il sistema italiano è costruito per soglie. A quindici dipendenti scatta l’obbligo di assunzione delle categorie protette. A cinquanta scattano i comitati di sicurezza, la revisione legale, e una serie di obblighi che richiedono strutture amministrative dedicate.
Ogni soglia è un gradino che costa — non in proporzione alla crescita ma in anticipo sulla crescita. L’imprenditore che ha 14 dipendenti e valuta il quindicesimo sta facendo un calcolo. Spesso il calcolo dice: non conviene.
Fino agli anni Ottanta l’Italia aveva imprese che competevano su scala globale. Oggi quel patrimonio è evaporato, e il sistema che lo ha sostituito non è in grado di generare il prossimo. Non perché manchino le idee — perché il sistema premia chi resta piccolo e penalizza chi prova a crescere.
“Piccolo è bello” non è una filosofia. È un sintomo.
“La funzione dell’imprenditore è di riformare o rivoluzionare il sistema di produzione”, sosteneva Joseph Schumpeter. Ma se uno Stato elefantiaco, burocratico e criminale fa di tutto per non permetterti crescere... beh... il problema è sempre e solo lo Stato!
(semicit.)
🇵🇸 ¿Recuerdan el Hospital Europeo en Khan Younis el pasado mayo?
Israel atacó un objetivo específico allí, y el mundo se indignó.
Los palestinos negaron la existencia de un túnel subterráneo. La ONU y los gobiernos europeos se apresuraron a condenar a Israel por atacar un "hospital". Indignación, titulares, acusaciones de crímenes de guerra… el guion habitual.
Luego llegó junio.
Las Fuerzas de Defensa de Israel (FDI) llevaron a los medios internacionales al mismo lugar y les mostraron el túnel… un centro de mando completo de Hamás, justo debajo de la sala de urgencias.
Armas, habitaciones, infraestructura. Y sí, allí encontraron y confirmaron el cuerpo de Mohammed Sinwar, el máximo comandante militar de Hamás y hermano de Yahya Sinwar.
El ataque que acabó con la vida de uno de los artífices del 7 de octubre fue quirúrgicamente preciso y totalmente justificado.
Según los Convenios de Ginebra de 1949, los hospitales y otras instalaciones médicas pierden su estatus de protección cuando se utilizan con fines militares, como centros de mando, depósitos de armas o transporte de tropas. Al convertir deliberadamente el Hospital Europeo en una base de Hamás, los propios terroristas lo despojaron de toda protección legal.
Ni una sola disculpa por parte de la ONU ni de los gobiernos europeos que se apresuraron a condenar a Israel. Ni una sola admisión de su error. Simplemente pasaron a la siguiente ronda de acusaciones.
Este es el patrón. Hamás oculta su infraestructura terrorista bajo instalaciones civiles, utiliza hospitales como escudos, y la comunidad internacional ataca sistemáticamente al defensor por responder, solo para demostrar una y otra vez que está equivocado cuando surgen las pruebas.
¿Cuántas veces tiene que suceder esto antes de que el mundo deje de caer en la trampa?
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