Però Chivu -detto caschetto- nonostante abbia vinto lo scudo trasuda sempre un po' di quella sindrome de cazzo piccolo (comune tra gli interisti) anche nelle domande più innocue la prendono sempre sul personale.
Sarà una vita assurda la loro, neanche 3 minuti vivrei la loro vita
Ciao Mirko, non so bene cosa scrivere perché sono rimasto sconvolto dalla notizia, mancheranno i tuoi interventi a gamba tesa negli space, con il tuo tono comunque sempre educato e mai fuori dalle righe. Tifa Milan da lassù per tutti noi ❤️
Una notizia che non avrei mai voluto dare e che mi ha distrutto. Ciao Mirko, questa vita è troppo ingiusta per me e tu, amico mio, mancherai come l'aria. Sono sicuro che ci rivedremo e poi, da lassù, insieme torneremo a tifare e cantare per il nostro Milan.
R.I.P amico mio!!! ❤️🖤😢😢
Forza vecchio cuore❤️🖤🔝
“Matteo, sono 20 video che fai senza parlare di Milan, ti prego, almeno un Pezzella per la difesa nominalo, li sistemi dopo quei bulli che non ti fanno fare lezione”
Matteo Moretto:
"Sì non sono morto, lo dico perché magari qualcuno di voi se l'è chiesto o magari non mi conoscete. Allora vi racconto la mia storia…
19 anni, studente fuori sede, che fa quasi per caso un provino a X Factor e finisce che lo vince. Pochi giorni dopo annunciano il mio nome tra i big di Sanremo. Io, tra i big di Sanremo. Tutto bellissimo, giusto. Certo, io qualche domanda me la facevo, ma tutti mi dicevano "Devi battere il ferro finché è caldo". E allora nuovo singolo, intervista, radio, secondo album, hit estiva.
Tu vorresti fermarti, per capire chi sei, cosa sei diventato dopo tutto quello che ti è successo. Ma non puoi. E quindi corri, corri perché hai paura che tutto possa finire e così sono scoppiato. Tutto è finito. Poi, la morte di mio padre, la depressione, gli attacchi di panico. Tutto finito, e io sconfitto. Poi la risalita, lentissima, difficilissima, fatta di tempo, di cure, di amore e nel mio caso di musica.
La vittoria ha molti padri, ma la sconfitta è orfana e spesso la colpa ricade sulle spalle di chi è più fragile.
Devi accettare dove ti porta la corrente, è inutile tentare di frenarla, ma puoi imparare a lasciare che le cose semplicemente scorrano.
Non è finita finché non è finita. E non è finita finché hai ancora un goccio di benzina e hai chiaro l'obiettivo: goderti il viaggio”.
Lorenzo Fragola
A Otto e Mezzo ieri sera Tomaso Montanari ha detto la cosa più semplice e più vera della serata.
Una verità che brucia, perché smaschera la distanza abissale tra chi governa e chi lavora, tra chi vive di rendita politica e chi ogni mese si gioca tutto per arrivare alla fine.
Ecco le sue parole, limpide come uno schiaffo:
“Giorgia Meloni, l’anno scorso, ha dichiarato entrate per 460 mila euro. Le donne del popolo, in questo Paese, guadagnano un po’ meno.
Non ha mai fatto uno sciopero vero, perché non ha mai fatto un lavoro vero. Ha sempre vissuto di politica, non si è mai trovata nelle condizioni di dover scioperare, di perdere il proprio reddito per una giornata di sciopero.
Un metalmeccanico di terzo livello, per fare un esempio, guadagna 1.440 euro netti al mese e ne perde 66 per scioperare.
Se vuole prendersi il venerdì libero, gli conviene usare le ferie e non scioperare. Non so se questo è chiaro.
In questo disprezzo di Giorgia Meloni per il diritto di sciopero, direi che c’è qualcosa di più profondo: una cultura, quella di estrema destra di ascendenza fascista, che non accetta il conflitto sociale, naturalmente pacifico e non violento.
Non accetta l’idea che possano esistere interessi diversi tra classi sociali diverse. Per loro esiste solo la “nazione” e gli interessi della nazione li interpreta il governo. Chi si oppone è un nemico della nazione. In questa cultura l’uguaglianza non è un valore, la lotta per raggiungerla non è legittima. È il contrario dell’articolo 3 della Costituzione della Repubblica.
Questo è importante da capire, perché l’attacco ai sindacati va di pari passo con l’attacco alla magistratura, all’università, a tutto ciò che non è riconducibile al governo come unico interprete degli interessi di tutti.
È un progetto autoritario, un progetto che ribalta la Costituzione. E anche da queste battute, così irrispettose e indecenti, secondo me lo si capisce.”
Montanari non ha fatto altro che ricordarci una verità elementare: chi ride di chi sciopera non ha mai avuto paura di non farcela. E in quella risata c’è tutto: il disprezzo di classe, il fastidio per chi si ribella, la convinzione che “ordine” significhi obbedienza.
Questa destra ha paura del conflitto, perché il conflitto è libertà. Ha paura dei sindacati, dei magistrati, dell’università, perché rappresentano voci che non si inchinano.E quando un governo pretende di essere l’unico interprete della “nazione”, la democrazia è già in pericolo.
Perché la libertà non è silenzio, è rumore.
E chi prova a spegnere quel rumore, con l’arroganza o con una risata, ci sta già dicendo che sogna un Paese muto.
Olimpia Trolli
In questa foto ci sono Stefano Carone, Filippo Alessandrini e Mattia Alessandrini. Sono tre giocatori di DR2 (la vecchia "Promozione") della squadra di basket di Calendasco, in provincia di Piacenza, e lunedì sera hanno fatto l'assist più bello del 2025.
Stavano andando a fare allenamento, quando un'auto davanti a quella di Stefano ha iniziato a sbandare: pensava fosse un ubriaco o qualcuno che stesse guardando il cellulare.
L'auto si ferma, Stefano rallenta, e una signora impaurita chiede aiuto: il marito alla guida si sente male.
Stefano scende e nota che il marito non respira e non ha battito cardiaco.
Ha avuto un infarto.
Chiama subito l'ambulanza, poi prova a farlo uscire dalla macchina ma ha difficoltà. Nel frattempo arriva anche l'auto con Filippo e Mattia. In tre riescono a far stendere a terra l'uomo, poi, Mattia, inizia subito la manovra cardiaca.
Stefano, con lucidità, inizia a cercare nelle vicinanze un defibrillatore.
Mattia, esausto, si fa dare il cambio da Filippo nelle manovre di rianimazione.
Stefano trova un defibrillatore e corre indietro dagli amici.
I ragazzi posizionano le placche nella posizione corretta, e fanno partire la prima scarica.
Il papà di Filippo e Mattia gestisce impianti sportivi, e ha sempre insistito perché i figli facessero il corso di primo soccorso. Mattia lo ha fatto quando ha preso il patentino da bagnino.
Nel frattempo arriva l'ambulanza.
Il 118 rileva la ripresa del battuto cardiaco dell'uomo, poi parte a sirene spiegate verso l'ospedale.
I tre ragazzi risalgono in macchina, e vanno ad allenarsi con la squadra.
In serata arriva la notizia ufficiale: l'uomo è fuori pericolo di vita.
Tre ragazzi di 23, 21 e 21 anni hanno salvato la vita di uno sconosciuto.
Lo hanno fatto perchè tutti e tre erano in possesso di una qualifica di primo soccorso.
Subito dopo aver salvato una vita, sono andati a fare allenamento, in promo, come se niente fosse. Semplicemente perchè sapevano di aver fatto il loro dovere.
Se il 2025 del basket italiano avesse bisogno di una foto-copertina, noi sceglieremmo questa: un playmaker, una guardia, e un'ala, e il loro incredibile assist.