L’ennesimo passo falso di Elly Schlein.
Tirare fuori la patrimoniale per rincorrere il massimalismo della sinistra alla sua sinistra è un errore, e di quelli che si pagano cari.
Ci siamo già cascati, e più di una volta. La tentazione torna a ogni giro, ogni volta che il partito non sa più cosa dire e cerca una bandiera facile da agitare.
È giusto tassare i ricchi? Sì.
La Costituzione lo dice senza giri di parole. L’articolo 53 stabilisce che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, e che il sistema tributario è informato a criteri di progressività. Chi ha di più paga di più. Sta scritto lì dal 1948.
È giusto chiedere un contributo straordinario ai patrimoni più alti in momenti e contesti specifici? Sì, può esserlo. Chi ha grandi spalle può essere chiamato a uno sforzo eccezionale quando il Paese lo richiede.
È giusto costruirci sopra la propria identità e la propria campagna elettorale? No. È un’emerita cazzata.
E qui sta il punto, perché non è una contraddizione: la cosa può essere giusta, farne il centro del discorso è un suicidio. È una questione di gerarchia delle priorità. La patrimoniale non è un programma. È una misura una tantum, un prelievo che fai una volta e poi finisce. Non ci costruisci sopra una visione del Paese, ci fai al massimo un titolo di giornale.
Espone il fianco a ogni destra possibile, che avrà gioco facile ad accusare la sinistra di voler mettere le mani nelle tasche degli italiani. Non conta che a pagare sarebbero i patrimoni da cinque, dieci, cinquanta milioni. Nella testa della gente passa un messaggio solo: vogliono prendersi i miei soldi.
Un precedente in Italia ce l’abbiamo, e brucia ancora. Nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1992 il governo Amato decise un prelievo forzoso del sei per mille su tutti i conti correnti. Era una misura d’emergenza, in piena crisi della lira, non una patrimoniale ideologica. Eppure è rimasta nella memoria collettiva esattamente così: come un trauma improvviso, la mano dello Stato dentro il conto durante la notte. Ed è proprio questo che dimostra il punto. Il prelievo sui patrimoni vive nel ricordo come spavento, mai come progetto di società. Non ci costruisci un’identità, ci costruisci una paura.
Qualche voto dell’estrema sinistra magari lo porti a casa, anche se finirà più ad Avs che al Pd. Resta fuori tutto il resto. La media borghesia, quella che le tasse le paga sul serio, quella che ogni giorno sbatte contro la pubblica amministrazione, il lavoro, la sanità, la scuola. Davanti a un partito che invece di parlare dei suoi problemi si mette a discutere di patrimoniale, quella gente volta le spalle.
Non lo fa per paura della patrimoniale. Lo fa perché pensa: questi non hanno capito niente. Stanno lì a perdere tempo, a regalare il fianco alla destra, invece di dirmi cosa intende fare il Pd per me, che ogni mattina mi sudo lo stipendio e non basta mai per arrivare a fine mese.
Voglio essere chiaro, perché non sto dicendo tassiamo meno. Sto dicendo tassiamo meglio. Sposta il peso dalle spalle di chi lavora a quelle di chi incassa. In Italia chi si guadagna lo stipendio ogni mese è tartassato, mentre la rendita finanziaria e immobiliare se la cava con aliquote da privilegiati. Ribalta questa cosa. Abbassa le tasse sul lavoro e sull’impresa che produce, alza quelle sulle rendite che dormono. Non aumenti la pressione, la sposti dove è giusto che stia. Con quei soldi ci paghi un pronto soccorso dove non aspetti dieci ore, una scuola pubblica che non cade a pezzi, salari che reggono il costo della vita. Questa è la redistribuzione che funziona, quella che premia chi crea lavoro e chiede di più a chi vive di posizione, non il prelievo punitivo una tantum che spaventa tutti e non cambia niente.
E poi c’è la cosa di cui non si parla mai, quella che dovrebbe stare in cima a ogni programma di sinistra: l’evasione fiscale. Oltre cento miliardi l’anno che spariscono, un’economia sommersa che vale il nove per cento del Pil. Il lavoratore autonomo medio evade quasi due terzi di quello che dovrebbe. Non serve inventarsi una tassa nuova, bastano i soldi che già ci spettano e che qualcuno si tiene in tasca. Eppure dal Pd, su questo, nemmeno una proposta seria, nemmeno una volta. Niente. Qui ci vuole coraggio, altro che timidezza: il grande evasore strutturale a sinistra non ci vota e non ci voterà mai, vota a destra dove sa di trovare condoni e pace fiscale. Bastonarlo non ci fa perdere un solo voto, ce ne porta a migliaia tra chi le tasse le paga tutte e si sente fesso. Quella è la nostra battaglia, non la patrimoniale.
La sinistra non si rifonda con una tassa. Si rifonda dicendo, con parole chiare, da che parte sta e per chi lavora. Il resto è rumore, e fa felice solo Giorgia Meloni.
Se volete essere più sereni...
(e magari anche un filo più svegli)
Ascoltate un po' meno il frastuono dei TG e dei social - quel jukebox impazzito che passa sempre la Stessa canzone... solo con titoli diversi.
E aprite qualche libro in più.
Sì, lo so...
non vibra, non notifica, non urla "ULTIM'ORA!!!" ogni tre minuti.
Però - strano a dirsi -
fa pensare.
E ogni tanto...
fa pure capire.
È meno rumoroso, ma molto più pericoloso.
Leggere non vi renderà perfetti...
ma almeno un po' meno telecomandati.
E già quello, oggi, è rock.
#pensierodelgiorno #vascolive
Ridurre lo #StrettodiMessina a una questione di ingegneria civile è come credere che un mito possa essere liquidato da un calcolo. È un luogo che chiede di essere pensato, prima ancora che attraversato. La discussione di oggi sul #Ponte – i processi decisionali e le prese di posizione – appare povera e ignara dell’immensa cultura che le acque strettesi hanno generato. Una mia riflessione su La Gazzetta del Sud - il quotidiano dello Stretto - in edicola.
Perché tanta gente sogna la lira, rimpiange Mussolini e crede alle scie chimiche?
Non è ignoranza. Non è follia. È paura. Di contare poco. Di non capire più il mondo. Di restare senza certezze.
Viviamo in un tempo in cui tutto cambia troppo in fretta: economia, clima, tecnologia, identità sociali. L’informazione corre più veloce della nostra capacità di elaborarla. Globalizzazione, disuguaglianze, crisi ambientali, polarizzazione politica. È dentro questo disorientamento che si infilano la nostalgia e il complottismo.
Quando il presente è ingestibile e il futuro fa paura, il riflesso è sempre lo stesso. Ci si rifugia. Nel passato, oppure in una spiegazione totale. Chi sogna la lira, l’autarchia, l’“ordine” del fascismo non ricorda davvero com’erano le cose. Si aggrappa a un ricordo selettivo, dove tutto sembra più semplice, più giusto, più nostro. È distorsione mnestica, è bias del tempo d’oro. Una volta si stava meglio, anche quando si stava peggio. Ma almeno si sapeva chi comandava.
Chi invece vede inganni ovunque, nei vaccini, nei media, nelle istituzioni, non lo fa perché è stupido. È stanco di sentirsi invisibile. Ha bisogno di una spiegazione lineare, di un nemico chiaro. Il bias di conferma fa il resto. Si ascolta solo chi dà ragione, tutto il resto è propaganda.
Poi ci sono quelli che fanno entrambe le cose. Sognano il passato e vivono il presente come una menzogna permanente. Accumulano illusioni per sopravvivere a un mondo che non riescono più a decifrare.
Non è solo paura. A volte è sfiducia sedimentata, nata da ferite vere. Scandali, corruzione, promesse mancate. E quando le istituzioni tradiscono, il complottismo trova terreno fertile. In Italia lo abbiamo visto con i gruppi no-vax durante la pandemia e con il ritorno di simboli fascisti nelle piazze, accompagnati da linguaggi carichi di sospetto e rifiuto.
Uno studio dell’Università di Oxford ha mostrato che in tempi di crisi molti europei si rifugiano in teorie del complotto. La pandemia lo ha confermato. Il complottismo esplode ogni volta che l’incertezza supera la soglia di tolleranza.
E non nasce da solo. Viene coltivato. Leader populisti, influencer digitali, propaganda estera: le paure vengono monetizzate, trasformate in voti, click, potere. Chi ti fa sentire speciale ti conquista. Chi ti dà un nemico ti dà anche uno scopo.
Non è solo un bisogno interno. Leader populisti e algoritmi trasformano il disagio in un’arma, incanalando la rabbia verso nemici costruiti ad arte. Chi sa sfruttare queste paure vince. Chi promette di riprendere il controllo, chi lucra su video apocalittici, chi semina sfiducia per destabilizzare. La rabbia diventa business. Il sospetto, una strategia. E chi ci casca non è solo vittima, ma ingranaggio attivo di un gioco più grande.
Pensiamo ai gruppi Telegram che promettono verità nascoste. Migliaia di persone si ritrovano non per discutere, ma per rafforzare una fede comune contro un sistema immaginato. Vale per il mondo no vax, per i QAnon, per chi inneggia a Putin o invoca Trump e Bolsonaro come salvatori. È sempre lo stesso schema. È più rassicurante credere che tutto sia controllato da un’élite corrotta che accettare che il mondo sia frammentato e instabile.
Ecco perché si dicono svegli mentre attaccano chiunque non aderisca alla loro visione. Non si sentono spaventati. Si sentono superiori. Parte di una minoranza che ha capito tutto. È un’identità costruita per tenere lontano il vuoto. Non cercano solo protezione. Cercano riscatto.
Ma quell’arroganza è solo una corazza. Dietro c’è il panico. Ammettere la propria paura significherebbe esporsi. E oggi chi si sente fragile teme di sparire. Allora la paura diventa certezza. Si trasforma in verità assoluta, in risveglio contro “il gregge”. Chi prova a smontare quella narrazione viene vissuto come una minaccia personale.
Quella che chiamano verità non è un’opinione. È l’unico appiglio che li fa sentire vivi. Se lo metti in discussione, li fai crollare.
L’istruzione potrebbe aiutare. Ma deve insegnare a dubitare senza affondare, a distinguere tra scetticismo sano e paranoia. A riconoscere una fonte, a decodificare una retorica, ad accettare che esistano zone grigie. In un’epoca in cui gli algoritmi premiano chi urla e semplifica, il pensiero critico è un muscolo che si atrofizza in fretta.
Servono programmi educativi veri, che non riempiano la testa ma insegnino a orientarsi. A dubitare bene. Senza finire nella paura.
Il passato non è salvezza. Il complotto non è verità. Sono stampelle per chi non regge l’ambiguità.
Ma il futuro non si costruisce con le stampelle del passato. Si costruisce con il coraggio di stare nel caos, di non sapere tutto, di restare in piedi mentre il mondo si muove. E questo coraggio, se esiste, comincia da noi.
Quando cinquant'anni fa Keith Jarrett vide il pianoforte che gli avevano preparato all'Opera di Colonia si rifiutò di suonare: per fortuna alla fine una 18enne lo convinse
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Povera patria
Schiacciata dagli abusi del potere
Di gente infame, che non sa cos'è il pudore
Si credono potenti e gli va bene quello che fanno
E tutto gli appartiene
(Franco Battiato)
#Pisa
THREAD: LA RIVOLUZIONE DI DINIZ E LA NASCITA DI UN NUOVO CALCIO
Ho preparato un thread sulla rivoluzione tattica nata in Brasile che sta contagiando tutta l'Europa. È il thread più impegnativo che abbia mai scritto, perciò a maggior ragione vi chiedo un RT per supportarlo.
L’importanza di scrivere bene: le 40 regole di Umberto Eco.
1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario. 3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata. 4. Esprimiti siccome ti nutri. 5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc. 6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso. 7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione. 8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”. 9. Non generalizzare mai. 10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton. 11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.” 12. I paragoni sono come le frasi fatte. 13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito). 14. Solo gli stronzi usano parole volgari. 15. Sii sempre più o meno specifico. 16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive. 17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale. 18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente. 19. Metti, le virgole, al posto giusto. 20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile. 21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso. 22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia. 23. C’è davvero bisogno di domande retoriche? 24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media. 25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia. 26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile. 27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi! 28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri. 29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili. 30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio. 31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo). 32. Cura puntiliosamente l’ortograffia. 33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni. 34. Non andare troppo sovente a capo. Almeno, non quando non serve. 35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione. 36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato. 37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni. 38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario. 39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che. 40. Una frase compiuta deve avere.
@lucianocapone È già stata citata anche la contrarietà di Coldiretti, ma è bene ricordarla. Proprio il settore agroalimentare è quello che ha beneficiato maggiormente del Ceta. Visione illuminata quella di Coldiretti!
Ricordiamo le strenue battaglie di sinistra, Verdi, Cgil, Lega, FdI e M5s contro il Ceta e in difesa del Made in Italy? A cinque anni dall'applicazione provvisoria dell'accordo di libero scambio, l'export italiano verso il Canada è aumentato del 36% (7 miliardi di euro nel 2021).
“E gli alberi votarono ancora per l’ascia, perché l’ascia era furba e li aveva convinti che era una di loro, perché aveva il manico di legno”.
Proverbio turco
@antoniocapitani Anch’io ricordo l’estate del 1983: militare di leva, corso Agenti di custodia a Cassino. Da luglio a settembre corse e marce sotto il sole, e amicizie che durano ancora oggi