Jessica Fletcher, mamma canadese di Hunter, 11 anni, ha trovato un modo per permettere al figlio autistico, che non parla, di comunicare con lei anche senza il suo dispositivo elettronico. L'idea è nata quando, durante una cena al ristorante, il tablet AAC di Hunter si è scaricato: il bambino ha disegnato una tastiera su un tovagliolo e l'ha usata per comunicare la propria ordinazione. Jessica si è quindi fatta tatuare una tastiera sul suo avambraccio, con lettere, simboli e anche i tasti per una faccina felice, una triste e "I love you", "Ti voglio bene". A differenza del dispositivo elettronico, che pronuncia ad alta voce le parole selezionate, il tatuaggio permette a madre e figlio di comunicare anche in modo privato e silenzioso.
Video Tiktok Jessica Fletcher
#autism
Grazie al Corriere della Sera e al direttore Luciano Fontana per aver ospitato queste mie parole.
La felicità non ha una forma sola. Noi, con i nostri figli, ne abbiamo imparata un’altra. E nessuno ci farà vergognare o ci chiuderà in casa.
«Buongiorno, ho letto l’articolo sulla signora Maria Assunta (Rsa) e vorrei estinguere il debito di 3.800 euro. Vi chiederei gentilmente di comunicarmi come fare. Saluti, Andrea». La generosità può manifestarsi in molti modi, nelle forme oltre che nei contenuti. In questo caso, attraverso una breve mail arrivata in redazione il 22 luglio, il giorno dopo l’uscita dell’articolo su La Stampa in cui si dava conto della difficoltà vissuta dalla signora Maria Assunta, esposta con la Rsa in cui si trova ricoverato l’anziano padre e richiesta di ripianare entro il 30 luglio, pena lo sfratto del genitore.
L’offerta di Andrea, «niente cognome, basta il nome», ha innescato una catena di solidarietà che ha coinvolto il benefattore, la beneficiata, e da ultimo la struttura. Operazione gestita con efficienza e altrettanta discrezione dal team della Fondazione La Stampa-Specchio dei Tempi, non nuova a situazioni di questo tipo, che una volta ricevuto il bonifico del donatore, e ottenuto il via libera della signora e della sua famiglia, ha pagato la Rsa, estinguendo il debito che incombeva entro pochi giorni.
Ne parla Alessandro Mondo su La Stampa - Torino
#LaStampa
Oltre 30 anni fa Natalia Ginzburg, ebrea atea, scrisse per L’Unità un articolo sul crocefisso che merita, oggi, di essere riletto.
“Il crocifisso non genera nessuna discriminazione.
Tace.
È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea di uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente.
La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo.
Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo?
Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”.
O vogliamo smettere di dire così?
Il crocifisso è simbolo del dolore umano.
La corona di spine, i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte.
Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino.
Il crocifisso fa parte della storia del mondo.
Per i cattolici, Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo.
Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo.
Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine.
È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti.
Come mai li rappresenta tutti?
Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà tra gli uomini.
Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto di portare sulle spalle il peso di una grande sventura.
A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero.
Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente.
Ha detto “ama il prossimo come te stesso”.
Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono diventate il fondamento della rivoluzione cristiana.
Sono la chiave di tutto.
Il crocifisso fa parte della storia del mondo”.
Pubblicato su L’Unità del 22 marzo 1988
John Travolta ran 2 miles a day,
danced 3 hours a day to get in shape
for Saturday Night Fever (1977)
He was trained by Sylvester Stallone's trainer from Rocky, who "ran Travolta like he was a fighter."
He dropped 20 pounds. And result is perfection.
Mio padre è morto giovedì. Sono passati quattro giorni.
Lo dico piano, quasi senza voce, come se le parole potessero spezzarsi mentre escono. È morto. Non c’è più. Non risponde al telefono. Non posso più chiedergli come sta oggi, se si ricorda come si sistemava quella presa del corridoio, se anche lui, alla mia età, si sentiva stanco così. Eppure ogni tanto il pensiero mi scappa: “lo chiamo dopo”. Poi mi blocco. Resto lì, col gesto a metà, e il vuoto si apre, senza preavviso.
Ho più di cinquant’anni. Eppure non mi sento pronto. Non c’è preparazione possibile. Si crede di sapere cosa significa perdere un genitore finché non accade. E quando accade, cambia tutto. Si spezza qualcosa che reggeva dentro, qualcosa che non sapevi nemmeno di avere. Mi muovo, faccio quello che va fatto. Ma sotto, sotto c’è il silenzio. Quello vero. Quello irreversibile.
Non è un dolore che si può raccontare con precisione. È una mancanza che si allarga come una macchia. Stamattina, ad esempio, ho pensato che gli sarebbe piaciuta questa luce. E subito dopo ho sentito quel vuoto acido allo stomaco. Perché non glielo potrò mai più raccontare. Non ci sarà un’altra occasione. È finito.
L’ho visto entrare nel forno crematorio. Un’ora dopo c’era un’urna. Un mucchietto di cenere. Una targhetta con un numero. Ottantasei anni di vita, di memoria, di lavoro, d’amore… tutto lì dentro. E mi sono chiesto: è tutto qui?
Nietzsche scriveva: «colui che ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come». Ma quando muore un padre, quel perché si frantuma. E resti tu. Solo. Senza direzione. Con un’urna in mano e troppe domande. E nessuna risposta.
Si diventa il bordo dell’albero genealogico. Dopo di te, il nulla. Tocca a te, adesso. Tocca ai tuoi figli, un giorno, tenere in mano un’urna con un numero. Come io tengo la sua.
Qualcuno, da qualche parte, ha scritto della morte come del tratto fondamentale dell’esistenza. Ma finché tuo padre è vivo, sono solo parole. Adesso no. Adesso è la mia pelle. Adesso è la mia voce che si spezza.
E ho paura. Ho paura che ricordare ogni giorno lo tenga vivo. Ma ho anche paura che col tempo il suo volto si sfochi. Come una foto lasciata al sole. Una linea alla volta, un dettaglio alla volta, fino a diventare un’ombra vaga, un’impressione.
Non so come si fa. Come si convive con l’assenza. Come si supera il bisogno improvviso di riascoltare la sua voce. Di raccontargli qualcosa di inutile. Di sentirsi ancora figlio.
Vengono a trovarmi e mi dicono che il dolore si attenua. Che il tempo aiuta. Ma io non voglio che aiuti a dimenticare. Non voglio che la sua voce si faccia nebbia. Voglio ricordarlo nitido. Voglio che quello che ha lasciato in me, anche quando non lo capivo, anche quando mi faceva arrabbiare, resti vivo.
E allora immagino che il lutto possa essere questo: non dimenticare. Ma imparare a vivere insieme alla mancanza. Farle posto. Lasciarle spazio. Non combatterla. Non ignorarla. Riconoscerla come parte di sé. Come una stanza nuova, silenziosa, che prima non esisteva.
Rainer Maria Rilke scriveva che «la vera patria dell’uomo è l’infanzia». E io oggi sento che, con mio padre, è morta anche una parte di quella patria. La chiave di casa, da adesso, ce l’ho io. E tocca a me decidere cosa farne.
Forse posso cederla a chi viene dopo. Ai miei figli. Non come eredità di dolore, ma come qualcosa che resta. La cura. La presenza. Le parole semplici. Anche quelle che non ho mai detto, ma che forse è ancora possibile dire. Adesso.
Dite tutto, adesso. Anche le cose banali. Anche un “ho pensato a te stamattina”. Perché a un certo punto non le potrete più dire.
E quel silenzio, credetemi, pesa come una montagna.
INGREDIENTI DELLE CHIACCHIERE DI IGINIO MASSARI DA 100€
-Farina 00 macinata a pietra filosofale
-2 uova di galline allevate al College
-Grappa con Uva spremuta coi piedi di Messi
-1 cucchiaio di zucchero il cantante
-Olio spremuto da Gesù nell'orto degli Ulivi
Mi ha scritto semplicemente "Grazie non ti dimenticherò mai. Non vi dimenticherò mai."
In realtà siamo noi che ringraziamo lui, perchè sono questi i motivi per cui, nonostante le difficoltà, i fallimenti, le notti insonni, le feste in ospedale non smettiamo mai di essere lì!
Un 15enne si suicida, vittima di omofobia.
Esce un film che ne racconta la storia.
A scuola vogliono proiettarlo, come monito di cosa può causare l’odio.
I genitori degli studenti si oppongono.
In questo Paese non serve neanche morire. Che schifo.
#IlRagazzoDaiPantaloniRosa