Partiamo per le terre
al di là delle parole,
non guardarti alle spalle
non vedresti che paesi
scarsamente illuminati
e fanghiglie di voci.
Chandra Candiani ~Essere nuvola
#FrammentiDiRealtà a #CasaLettori
Ferdinando Scianna
La vita la senti di più quando fa male. Ma quel dolore non è un muro, è solo un passaggio. Ti ricorda che sai ancora emozionarti, che il tuo cuore è vivo e che hai una sensibilità preziosa.Abbi cura delle tue fragilità. È da lì che rinasce la luce più bella. #Resilienza
Lux🌹
Due ragazzi di vent’anni, collettivo studentesco, in moto sul Lungotevere Prati. Quello dietro tiene in mano alcune bandiere palestinesi. Un uomo li affianca, urla «Palestinesi di merda, fermatevi» e «Io sono ebreo», li sperona da dietro, li fa cadere, li tiene sotto il mezzo e li picchia a terra. Fine della scena. Codice giallo all’ospedale.
Non è un incidente. È un atto politico. L’identità viene sventolata come licenza, non come memoria. «Io sono ebreo» non è qui un grido di paura: è un’autorizzazione. Lo stesso meccanismo che, da decenni, converte la catastrofe europea in capitale morale spendibile in ogni disputa, anche la più sporca e provinciale. Chi ha sofferto ha diritto. Chi evoca quella sofferenza ha diritto in più. Il resto è dettaglio.
La ferita non è un mandato perpetuo. Non autorizza a trasformare ogni bandiera palestinese in un bersaglio mobile sulle strade della capitale, come se il Tevere fosse un checkpoint e il Lungotevere un territorio da ripulire. Chi riduce la storia ebraica a un lasciapassare per la violenza di strada fa esattamente ciò che denuncia: usa i morti.
Il pattern non è isolato. Medici colpiti con il casco dopo un flash mob per Gaza. Studenti picchiati e derubati della bandiera. Spari a pallini contro militanti dell’Anpi da parte di un ventenne che si proclama della «Brigata ebraica». Ogni volta la stessa sequenza: l’aggressione, la rivendicazione identitaria, poi il coro che grida all’antisemitismo non appena qualcuno osa chiamare le cose con il loro nome. La vittima di ieri diventa lo scudo di oggi. Funziona, perché la parola «ebreo» in Occidente è ancora un interruttore: spegne il ragionamento e accende il ricatto.
Intanto a Gaza si conta a decine di migliaia. Case, ospedali, intere famiglie. Chi pretende che due bandiere su una moto a Roma siano un’offesa esistenziale, mentre tratta come dettaglio statistico lo sventramento di una popolazione sotto assedio, non sta difendendo gli ebrei. Sta difendendo un’immunità. L’immunità di chi può colpire e poi invocare la Shoah come alibi. È la stessa logica che ha trasformato la memoria in industria e l’industria in politica: più si grida al pericolo, più si ottiene copertura.
Non tutti gli ebrei, ovviamente. Molti ebrei, in Italia e altrove, rifiutano questo scambio. Sanno che la dignità di un popolo non si misura a colpi di moto sul Lungotevere. Sanno che un’identità ridotta a manganello smette di essere memoria e diventa propaganda. Quelli che invece scelgono la strada dello speronamento stanno dicendo qualcosa di più rozzo e più chiaro: la bandiera palestinese, in certe zone di Roma, non è opinione. È reato di lesa maestà.
Due ragazzi sotto una moto. Un uomo che grida di essere ebreo mentre picchia. Questa è la scena. Chi la chiama «legittima difesa della comunità» sta soltanto confessando che, per lui, la comunità è un club armato. Il resto è rumore.
Eccolo qui l'originale, con il simbolo del suo partito.L'avevano censurato su tutta la rete, ma io l'ho ritrovato 😂 Condividetelo perché il popolo dimentica.....
Your brain clears waste through tiny channels in the bone behind your nose.
A Korean team identified those exit points this July: microscopic openings between the brain and the nasal passage, confirmed in mice and monkeys.
In older mice, about half had sealed shut. One dose of gene therapy into the nose regrew the drainage network and restored waste clearance to youthful levels. If those openings close with age, waste may build up instead of being cleared away, which could matter because the brain depends on this system to stay clean.
No one has tested whether that slows Alzheimer's.
If you don’t think he’s a woman, you’re transphobic. When he claimed to be a woman, he became a woman. He now belongs in women’s changing rooms, bathrooms, hospital wards, prison cells and rape support centres.
If you try and differentiate between him and a trans woman who looks more convincing as a woman, you are promoting patriarchal beauty norms. If you admit to seeing an aggressive and possibly unbalanced man in this video, you’re saying all trans people are mentally ill predators. If you refuse to let him into female-only spaces, you’re removing his right to exist. If you suggest he could comfortably use male facilities, you secretly want him assaulted. If you refuse to call him ‘she’, you are guilty of unpardonable cruelty. If you’re a woman who wouldn’t want to share a locker room with him, or a man who wouldn’t want your daughter, sister or mother to get undressed in close proximity to him, you belong to the far-right. If you point out that there is no objective difference between his claim to be a woman and that of any other biological male claiming a trans identity, you are too stupid to understand the circular arguments explaining why he’s not really trans whereas other men who say they’re women are really trans.
If you’re righteous, you must argue that this man’s self-declared identity overrides any consideration of the safety and rights of females. To be godly, you must agree he’s as ‘valid’ as every other trans woman, because people are who they say they are. No matter what your eyes, ears and common sense are telling you, if you don’t want to end up on the wrong side of history, you must pretend to believe that this angry, intimidating man is actually a vulnerable, oppressed woman.
Salgono in metro in gruppo, fingendo di essere turisti. Ridono tra loro, scherzano e parlottano uno spagnolo o inglese stentato. Fanno caciara, in 5 secondi buttano le mani addosso a tutti e tirano via ciò che possono, uscendo mentre le porte si chiudono.
Fate attenzione.