Mesi fa l’amico Mattia Madonia aveva inviato all’Ordine dei Giornalisti del Piemonte una serie di segnalazioni relative ad altrettante menzogne pubblicate dal loro iscritto, tal @marcotravaglio, invitando altri a fare lo stesso. La risposta era stata un articolo pubblicato appena prima di capodanno a firma del Consiglio di Disciplina nel quale, con una straordinaria supercazzola, la presidente si appellava al diritto di cronaca, derubricando in sostanza le balle del direttore del Fatto a legittime opinioni. Nessun procedimento aperto e anzi questione chiusa con una roba del tipo “fate l’amore, non fate la guerra”.
Chi mi conosce sa che per me tutto questo è semplicemente irricevibile. Le regole del nostro codice deontologico - peraltro aggiornato meno di un anno fa - sono a dir poco cristalline ed includono obblighi quale quello di verifica delle fonti, quello di attenersi scrupolosamente ai fatti e quello di rettifica qualora emerga che sono state pubblicate imprecisioni.
Partendo dal presupposto che le norme, quando messe nero su bianco, non sono consigli amichevoli, ma vincoli ai quali ci si deve attenere per svolgere in modo corretto il proprio lavoro, ho preso spunto dall’iniziativa di Mattia, ma ho preferito dare al tutto una veste formale proprio per evitare che gli organi preposti al controllo potessero cavarsela di nuovo con quattro righe e una pacca sulla spalla.
L’occasione è stata un editoriale uscito a febbraio, nel quale Travaglio, tra i suoi consueti sproloqui, ha riproposto la fandonia dei famigerati “5 miliardi della Nuland”, affermando cioè che nel 2014 l’allora numero due del Dipartimento di Stato USA Victoria Nuland avesse detto davanti al Congresso che gli Stati Uniti avevano investito 5 miliardi di dollari per costruire a tavolino le proteste in corso a Maidan, la piazza centrale di Kyiv.
Facendo appello alla mia pazienza, ho scritto una mail alla redazione del Fatto per formalizzare la richiesta di rettifica, fornendo il link al video ancora disponibile su Youtube del discorso tenuto da Nuland nel dicembre 2013 (non nel 2014), nel corso di un incontro con ucraini residenti negli USA (quindi non al Congresso), nel quale la funzionaria spiegava che Washington aveva effettivamente speso 5 miliardi, ma non per fomentare proteste contro il presidente filorusso, iniziate il mese precedente, ma come somma degli investimenti fatti per accompagnare la democratizzazione del paese dal 1991 sino a quel momento (cioè nell'arco di 22 anni). Fondi che erano stati assicurati anche a praticamente tutti i paesi ex sovietici (Russia compresa). Per semplificare la comprensione di quel semplice concetto ho anche aggiunto un ulteriore link, quello che portava direttamente alla pagina del sito del Governo USA nel quale quell’intervento era integralmente trascritto. La richiesta di correzione del pezzo era dunque dovuta, perché le informazioni che conteneva erano banalmente false, dal momento che Travaglio, invece di citare le dichiarazioni di Nuland, sebbene pubblicamente disponibili, aveva invece copiato la manipolazioni che di quelle parole erano apparse sugli organi di disinformazione russi.
Ho a quel punto atteso (inutilmente) due settimane, ben sapendo che il Direttore non avrebbe né risposto, né pubblicato la rettifica. E così l’11 marzo ho inviato una PEC all’Ordine, allegando tutto e chiedendo l’attivazione del Collegio di Disciplina per la palese violazione del Codice Deontologico. Risultato? A seguito di un sollecito, l’Ordine mi ha risposto ieri che, dopo ben 65 giorni, il Consiglio non ha ancora aperto alcun procedimento.
Ora, se qualcuno pensa che io molli, ha decisamente sbagliato film. Il mio obiettivo è capire, con un caso di scuola come questo, quanto il sistema dell’informazione sia in grado di difendersi da simili situazioni, mettere in evidenza le falle delle regole che pure esistono, e far emergere eventuali complicità delle quali gode chi sfrutta la notorietà offerta dal suo lavoro, senza farsi carico delle responsabilità che ne derivano nei confronti dei lettori.
Su questa vicenda pubblicherò aggiornamenti, appena ce ne saranno, ma è chiaro che, qualora dovessi ottenere ancora silenzi, mi vedrò costretto a chiedere alla Procura di Torino di verificare se tutti abbiano ottemperato agli obblighi connessi agli incarichi che ricoprono.
TO BE CONTINUED...
Meet Professor Tino Ferrari.
He came to honor Liberation Day, carrying the flags of Italy, European Union, and Ukraine, symbols of democracy and freedom.
He was physically blocked and removed from the parade.
People like Tino are the soul of Europe.
Ieri mi sono ritrovato a scrivere il secondo post in pochi giorni sulle dichiarazioni pro-Gazprom di Chiara Appendino e forse è bene ricordare che non si tratta di un nuovo casuale incidente di percorso e che l’ex sindaca di Torino, oggi deputata del M5S, non è una piazzista minore del “mondo russo”.
Al contrario, l’amore di Chiara per la Russia non è un flirt dell’ultima ora nato sotto i rincari delle bollette, ma una relazione profonda, coltivata nei salotti che contano e benedetta da amicizie che definire "particolari" è un eufemismo.
Particolarmente indicativo è il viaggio che nel 2017, a un anno dalla sua elezione alla guida del capoluogo piemontese, Appendino compie a San Pietroburgo dopo aver fatto approvare il rinnovo del patto di amicizia tra le due città. Una trasferta non proprio occasionale dal momento che in quel contesto incontrò il governatore Georgy Poltavchenko. Quelle strette di mano portarono proprio la sindaca sei mesi dopo, direttamente sul palco del Forum Economico che si svolge nella città di Putin (uno degli eventi più importanti in assoluto in Russia). Ufficialmente la missione era prettamente commerciale, per favorire accordi in favore del tessuto imprenditoriale locale in crisi, ma l’affinità di vedute era tale che il futuro Sindaco Stefano Lo Russo, allora all’opposizione accusò la prima cittadina di avere posizioni indistinguibili da quelle della Lega (non a caso stava nascendo il governo giallo-verde). Un segnale ancora più grave lo si ebbe nel dicembre 2018, quando la maggioranza 5Stelle bocciò una mozione che chiedeva alla Sindaca di prendere posizione contro la repressione LGBT in Russia, mozione che fu poi approvata solo dopo una sollevazione popolare ed il boicottaggio del Torino Pride. Già all’epoca era chiaro che il Movimento aveva assai più a cuore l’urgenza di fare affari coi dittatori che la tutela dei diritti.
Ma se si vuole capire dove nasce il cuore politico di questa fascinazione, si deve dimenticare per un attimo Palazzo Civico per spostarsi a Verona. È lì, tra i marmi del Forum Economico Eurasiatico, che l’ex Sindaca ha sfilato come relatrice fissa per anni. Non era solo business, bulloni e automotive. A Verona, la prima cittadina trasfertista divideva il palco con Igor Sechin, lo zar del colosso petrolifero russo Rosneft, ospite di “Conoscere Eurasia”, la creatura di Antonio Fallico, presidente di Banca Intesa Russia, punto di riferimento dell’imprenditoria che voleva continuare a fare affari con Mosca in un regime di crescenti sanzioni e finanziatore di eventi quali il 4° seminario italo-russo, ospitato proprio a Torino subito dopo la prima visita di Appendino a San Pietroburgo.
Il termine “Eurasia”, a chi non è digiuno di Russia, avrà di certo suscitato un brivido. Perché nei corridoi veronesi, l'idillio economico del Forum serviva effettivamente da copertura a una piattaforma ideologica ben più inquietante. Quella del multipolarismo, caro all’eurasiatista fascista e suprematista Aleksandr Dugin, che sogna la fine dell'Occidente "corrotto" e l'ascesa di un blocco eurasiatico a guida russa. Mentre Chiara chiedeva con forza lo stop alle sanzioni (già nel 2018), stava di fatto offrendo una sponda istituzionale a chi voleva scardinare l'asse atlantico. E non sorprende che in quegli anni Torino fosse una delle battute di caccia preferite del leghista Gianluca Savoini, balzato agli onori delle cronache per il caso Metropol, l’affare poi sfumato che doveva chiudersi a Mosca con una società dell’oligarca russo Malofeev, grande finanziatore delle attività separatiste del Donbas nel 2014 e sostenitore anche in Italia di vari gruppi pro-famiglia tradizionale.
Dunque, nonostante Appendino si ammanti oggi di semplice pragmatismo populista, la storia in realtà dice che dietro la facciata della "difesa dei cittadini" si nasconde la complicità di fatto con un progetto politico osceno dal quale non solo non ha mai preso le distanze, ma al quale offriva persino legittimazione istituzionale con la sua presenza. La domanda, ora come allora, è se con le uscite di questi giorni stia parlando agli italiani o mandando un segnale a chi, a Mosca, l’ha sempre accolta a braccia aperte nei salotti che contano.
Mi scusi senatore @ClaudioBorghi, ma le uniche invasioni della Russia che mi risultano sono quelle del 1812 e del 1941. Con quel “finora abbiamo provato ad invaderli NOI”, lei si sente più con Hitler o con Napoleone?
A quel “mai il contrario” vorrei invece citare giusto un paio di eccezioni, visto che in quello stesso lasso di tempo Mosca, nell’ordine, è entrata a Parigi (1814) ha invaso una prima volta la Polonia dopo il congresso di Vienna (1815), l’ha invasa una seconda volta per sedare le rivolte (1830-1831), ha inviato truppe in Ungheria (1849), durante le guerre russo turche ha ripetutamente invaso i Balcani e territori ottomani come Romania e Bulgaria (che dopo l’intervento del 1878-79 rimase sotto il controllo russo), ha tentato una terza invasione della Polonia (1919-1921), con la Guerra d’inverno (1939-1940) ha sottratto il 10% del territorio della Finlandia, ha invaso per la quarta volta la Polonia (1939), ha annesso i Baltici (1940), ha poi ri-invaso l’Ungheria (1956), stroncato le riforme liberali portando truppe e carri armati in Cecoslovacchia (1968), ha piazzato soldati nella regione moldava della Transnistria (dal 1991 a oggi), ha poi sottratto due regioni alla Georgia (2008), ha annesso la Crimea e creato due repubbliche fantoccio nell’est dell’Ucraina (2014) e poi ri-invaso l’Ucraina (2022). In questi ultimi anni ha anche ripetutamente minacciato Estonia, Lituania, Polonia, Moldova, Romania e Finlandia. Ma lei magari, mentre spiegavano la storia degli ultimi 200 anni (e durante tutti i tg degli ultimi 4) era distratto 🤷🏻♂️
Putin's "Easter ceasefire" in Kherson.
Russians are hunting people down. It's a human safari.
Russia must be stopped. They are terrorists.
📹: andry_boxer / Instagram
Hey, Twitter, how to delete russians from my timeline?
Hey world, they are killing people in my country every single day! Just random people on a street, on a bus stop, at home at night. Children, elderly, whole families. Every day!
Most of russians support this.
Nobody cares?
Israele bombarda Beirut causando oltre 200 morti (civili), l'IDF spara all'Unifil e questa volta sotto mira ci sono italiani.
Ma per alcuni criticare Netanyahu è essere complici degli Ayatollah e antisemiti.
Senza vergogna
Molto interessante. Orban in questi 16 anni non ha lasciato niente al caso: ha costruito un labirinto di trappole istituzionali pensate apposta per paralizzare il successore, anche se Peter Magyar e Tisza dovessero vincere le elezioni del 12 aprile. Il cuore di tutto sono le leggi cardinali del 2011, quelle che toccano giustizia, media, sistema elettorale, finanze pubbliche, politica familiare e chiesa: si cambiano solo con i due terzi del Parlamento. Tisza, realisticamente, avrà al massimo la maggioranza semplice e resterà con le mani legate su quasi tutto. Poi ci sono le nomine chiave: la Corte Costituzionale ha tutti e 15 i giudici piazzati da Fidesz (uno è pure un ex ministro della Difesa di Orban), la Curia è guidata da Andras Varga, il Consiglio di Bilancio ha tre fedelissimi nominati per 6-12 anni che possono bocciare qualsiasi bilancio. Il presidente Tamás Sulyok resta in carica fino al 2029 e, dopo le modifiche di dicembre, può rimandare indietro le leggi, mandarle alla Corte o addirittura sciogliere il Parlamento se non passa il budget. Aggiungici i 18 miliardi di fondi UE ancora congelati (per sbloccarli servono riforme entro agosto, ma di nuovo con quella supermaggioranza impossibile) e KESMA, la fondazione del 2018 in cui sono finite centinaia di testate locali e nazionali: cambiare il panorama mediatico è praticamente vietato senza i due terzi.Per finire, le casse sono già state svuotate con i sussidi pre-elettorali (hanno bruciato metà del deficit previsto per il 2026 solo a febbraio). Magyar rischierebbe di trovarsi con una macchina statale ostile, conti in rosso e un’opposizione che può ostruire tutto dal Parlamento o dalla strada, come facevano loro dal 2006 al 2010 .In pratica Orban può perdere le elezioni e continuare a comandare dall’ombra. Roba da manuale di ingegneria del potere. Leggetelo, secondo me vale la pena
Russia: This 15-year old intelligent girl will shock you.
Hopefully she doesn't get imprisoned by the Kremlin regime for this video.
The Russian text you see between subtitles says:
"27 years in power"
“Nell'era di Putin la democrazia parlamentare è morta. In primo luogo il ramo legislativo e quello esecutivo del potere sono confluiti in un unico assetto.
In secondo luogo – e motivo principale per cui trattasi non di crisi, ma di morte vera – la gente ha dato il proprio consenso. Nessuno s'è alzato in piedi. Nessuna dimostrazione, niente proteste di massa o azioni di disobbedienza civile. La gente ha “mandato giù il rospo” e ha accettato di viverre non tanto senza Javlinskij, ma senza democrazia. Ha accettato di passare per idiota.”
Anna Politkovskaja, Diario Russo.