"He died at 30 because he gave his only chance at life to a child he didn’t even know.
His name was Giuseppe Girolamo — a young drummer from Southern Italy who had been living his dream, playing music on the Costa Concordia.
On the night of January 13, 2012, the massive cruise ship was slicing through the calm Tyrrhenian Sea like a floating palace of lights. Glasses were clinking, music was playing, and thousands of passengers were celebrating.
Then came the sickening sound of metal tearing against rocks near Isola del Giglio.
In seconds, celebration turned to chaos. The lights went out. The deck began to tilt at a terrifying angle. Panic swept through the ship as the order to abandon ship was finally given.
People pushed and shouted, desperate to reach the lifeboats.
Giuseppe had a designated spot on one of those boats. As a member of the crew, his place was reserved.
But as he reached the evacuation point, he saw a terrified mother, Antonella, holding her young daughter. The lifeboat was already full. There was no room left for them.
Without hesitation, Giuseppe stepped back.
He looked at the mother and child and calmly said, “Get in, please.”
He gave up his seat — his only guaranteed chance of survival — so they could live.
Giuseppe could not swim.
As the lifeboat pulled away from the listing hull, he stood alone on the tilting deck, watching them disappear into the darkness.
While the world later focused on the captain’s desertion and the chaos that followed, Giuseppe’s quiet act of courage became a beacon of light in one of the darkest maritime disasters of our time.
It took months for divers to recover his body from the wreckage of the Costa Concordia.
But his legacy was already sealed in the lives of the mother and daughter who made it home safely because of him.
In a night defined by fear and self-preservation, one young man chose humanity over survival.
Giuseppe Girolamo didn’t just play rhythm on that ship.
He became the heartbeat of what it truly means to be brave.
Rest in peace, Giuseppe. Your final song was the most powerful one of all.
Share this if you believe stories like this deserve to be remembered. ./❤️
"
24 May 1930 | A French Jewish girl, Tova Zarcon, was born in Paris.
On 20 January 1944 she was deported from Drancy to #Auschwitz. She did not survive.
The fact of the matter is this: If Good Omens 3 had ended with Aziraphale and Crowley happily in love and kissing as angel and demon, absolutely NO ONE would have been upset. Why in the name of heaven and hell could the writers have just done that ONE THING?
La violenza mostrata nel video diffuso da Ben Gvir contro gli attivisti della Flotilla ha suscitato un’indignazione ampia e necessaria. Ma forse è arrivato il momento di porsi anche la domanda più inquietante: perché Ben Gvir, consapevole delle conseguenze, sceglie comunque di pubblicare immagini del genere?
Non è la prima volta che trasforma la violenza in spettacolo. Non è la prima volta che incornicia, con contenuti volutamente grotteschi e provocatori, la progressiva erosione dello Stato di diritto in Israele. Lo fa perché è convinto che l’esaltazione della forza, l’umiliazione del nemico, la crudeltà ostentata possano generare consenso.
È così che agiscono gli estremisti nelle democrazie. È così che agiscono i fascisti: intercettano gli istinti peggiori che attraversano una società, li alimentano, li organizzano politicamente e li trasformano in una leva per spingere i cittadini a votare contro la democrazia stessa. Arrivano al potere attraverso le urne, e una volta lì cominciano a demolire lo Stato di diritto, fino a svuotare la democrazia dall’interno.
La violenza che abbiamo visto a Gaza, e che oggi orienta la politica del governo israeliano, è il prodotto di questa deriva: un potere che si è consegnato cinicamente all’estremismo. Oggi quel governo prova a prendere le distanze da certe immagini non per un ripensamento morale, ma perché sa che danneggiano l’immagine internazionale di Israele. Gli attivisti colpiti sono cittadini europei, cittadini americani, cittadini di Paesi che non possono più permettersi di voltarsi dall’altra parte.
Ma sarebbe ipocrita condannare quella violenza soltanto quando colpisce “i nostri”. È la stessa violenza, somministrata in quantità diverse, che da tempo colpisce gli israeliani che dissentono, i palestinesi che subiscono l’occupazione, e un’intera regione ormai trascinata verso il baratro da guerre illegali e permanenti.
La salute di questi popoli dipende dalla salute della democrazia. E la salute della democrazia dipende dalla capacità di arginare la rabbia, il rancore e l’odio prima che vengano trasformati, ancora una volta, in strumenti di potere.
Mi chiedo da dove cominciare, perché ogni volta che provo a definire l’italianità mi accorgo che la definizione si sbriciola tra le mani. Eppure questa settimana qualcuno la definizione l’ha data, con la sicurezza di chi non ha dubbi. L’uomo che a Modena ha lanciato la sua auto contro i passanti è stato chiamato “marocchino”, “straniero”, “criminale di seconda generazione”. È cittadino italiano, nato a Seriate nel 1995, vive in Italia da sempre, si è laureato in un’università italiana, si è ammalato in un ospedale italiano. Italiano per legge, italiano per biografia. Tanto italiano che dentro lo stesso governo Tajani ha dovuto correggere Salvini, ricordandogli che no, non si può espellere: ha il passaporto. Quando serve un colpevole esterno la cittadinanza formale evapora, sostituita dall’origine, dal cognome, dal colore. Salvini lo sa benissimo che è italiano. Far finta di non saperlo serve a qualcosa, e quella cosa è il senso del nostro discorso pubblico. Parto da questa rimozione, perché racconta più di noi che di lui.
Partiamo dal sangue. In Italia la cittadinanza si trasmette per discendenza: sei italiano se lo erano i tuoi genitori, non perché sei nato qui. Si chiama ius sanguinis, ed è la regola che il legislatore ha scelto fin dall’Ottocento, confermata dalla legge del 1992. Un principio che presuppone una continuità genetica, un filo che ci legherebbe a qualcosa di originario. Ma quale origine? Gli etruschi, che non sappiamo nemmeno bene da dove venissero? I latini, una delle tante tribù italiche? I greci della Magna Grecia, che a Napoli e in Sicilia hanno lasciato più tracce dei romani? Poi i celti in pianura padana, i fenici in Sardegna, i goti, i longobardi, i bizantini, gli arabi in Sicilia per due secoli e mezzo, i normanni, gli svevi, gli spagnoli, gli austriaci. Gli studi di genetica delle popolazioni mostrano che la variabilità all’interno della penisola è una delle più alte d’Europa. Un sardo dell’interno e un altoatesino di Vipiteno hanno meno in comune, geneticamente, di un milanese e un parigino. Il sangue italiano non esiste. È una finzione giuridica travestita da biologia. E ogni finzione, si sa, serve a qualcuno.
C’è poi la fissazione per la cittadinanza romana, agitata come prova di nobiltà originaria. Una fissazione che ha una data e una paternità: l’immaginario dannunziano, raccolto e amplificato dal fascismo, fasci littori, lupe capitoline, saluti romani, e oggi rilanciato da una destra che continua a vedere in Roma antica lo specchio di una purezza italica perduta. Peccato che Roma antica fosse il contrario di tutto questo. Caracalla nel 212 d.C. estese la cittadinanza a tutti gli uomini liberi dell’impero, dalla Britannia alla Mesopotamia. Un siriano, un nordafricano, un gallo erano cittadini romani quanto uno nato sul Palatino. Settimio Severo era libico. Filippo l’Arabo era, appunto, arabo. Chi oggi rivendica l’eredità di Roma per chiudere le frontiere, rivendica esattamente l’opposto di quello che Roma fu. Un autogol storico che funziona perché nessuno glielo fa notare.
Poi c’è la religione, l’altra grande sostituzione. La Lega che impone il presepe nelle scuole, che si fa fotografare con il crocifisso in mano sui palchi dei comizi, che invoca le radici cristiane dell’Europa. Tenta di far coincidere italianità e cattolicesimo, come se fossero la stessa cosa. Funziona perché trova terreno preparato: l’Italia è da decenni un paese di appartenenza senza credenza, dove ci si dichiara cattolici per abitudine culturale anche quando in chiesa non ci si mette piede. È il guscio rimasto dopo che la fede si è prosciugata, ed è quel guscio vuoto che le destre identitarie agitano. Lo hanno fatto in Polonia con Solidarność, in Ungheria con Orbán, lo fanno da noi con il rosario. Religione civile, non religione. Salvini che bacia il rosario non difende il cattolicesimo, lo strumentalizza. Un cristianesimo senza il discorso della montagna, senza il buon samaritano, senza “ero straniero e mi avete accolto”. Una croce ridotta a confine, a recinto, a documento d’identità. Non a caso il papa argentino, figlio di emigrati italiani, è il loro nemico più costante. Ricorda che la fede di cui si riempiono la bocca dice il contrario di quello che fanno.
E poi c’è il cibo, l’ultima trincea. La polenta contro il cous cous, la lasagna contro il kebab, il vino contro tutto. Il razzista alimentare costruisce confini con il piatto, come se l’identità fosse una ricetta protetta da denominazione di origine. Hai mai provato a offrire la polenta a un siciliano? Ti guarda come se gli stessi proponendo cartone bagnato. La cassoeula, piatto identitario lombardo, al napoletano provoca lo stesso rifiuto antropologico che la trippa provoca al milanese, che la trippa l’ha sempre vista come roba da poveri. La pizza che oggi è bandiera nazionale era cibo plebeo, schifato dai borghesi del Nord fino agli anni Sessanta. Il pomodoro, simbolo italianissimo, è arrivato dalle Americhe nel Cinquecento. La pasta secca l’hanno perfezionata gli arabi in Sicilia. Il caffè è etiope, turco, arabo, e siamo noi ad averlo imparato da loro nel Seicento. C’è di più: la cucina italiana come la conosciamo oggi è stata costruita in larga parte all’estero, dalle comunità di emigrati in America, e poi rimportata in patria nel dopoguerra. La pizza margherita ha attraversato New York prima di tornare a Napoli come icona nazionale. Gli spaghetti con le polpette, che chiamiamo americanata, erano il piatto identitario degli italoamericani che cercavano di mantenere un’italianità che a casa loro non esisteva più. Stiamo difendendo dalle contaminazioni esterne ciò che ci è stato restituito già contaminato, e che amiamo proprio per quello. Difendere la cucina italiana dalle contaminazioni straniere è come difendere un fiume dall’acqua.
La lingua. La faccenda si fa interessante e un po’ comica. L’italiano come lingua nazionale parlata è roba del secondo dopoguerra, della televisione, di Mike Bongiorno più che di Manzoni. Tullio De Mauro lo ha documentato fino allo sfinimento: al momento dell’unità, l’italiano lo parlava qualcosa come il 2,5% della popolazione, a essere generosi. Tutti gli altri parlavano dialetti che erano e sono lingue a tutti gli effetti, spesso reciprocamente incomprensibili. Un nonno friulano e un nonno siciliano, messi nella stessa stanza nel 1950, non si sarebbero capiti. Se l’italianità è la lingua, allora siamo italiani da settant’anni scarsi. Una nazionalità adolescente.
Da cui il paradosso che mi diverte sempre. I valligiani altoatesini o valdostani che il congiuntivo lo bestemmiano, che a casa parlano tedesco o francoprovenzale o ladino, e che però votano partiti che dell’italianità etnica fanno bandiera. I veneti leghisti che si dichiarano “popolo veneto” distinto dagli italiani, salvo poi indignarsi se un ragazzo nato a Seriate da genitori marocchini si dichiara italiano. Una contraddizione che non si risolve, perché non è logica, è identitaria. L’italianità per loro non è un fatto, è una proprietà privata da difendere. Come tutte le proprietà private, va difesa proprio da chi rivendica di esserne legittimo erede.
Lo ius soli, lo ius scholae. La proposta più ragionevole, quella che lega la cittadinanza al luogo dove uno cresce, alla scuola che frequenta, alla vita reale che fa. La blocchiamo da vent’anni. Eppure il caso modenese mostra che il problema non è solo legale, è simbolico. El Koudri la cittadinanza ce l’aveva, italiano a tutti gli effetti, e se l’è vista revocare nel discorso pubblico nel giro di poche ore. C’è una parola che la sociologia usa da decenni per descrivere questo meccanismo: razzializzazione. Quello che succede a un italiano di seconda generazione non è che gli si revoca l’italianità, è che non gli era mai stata davvero concessa. C’è una differenza fra cittadinanza giuridica e cittadinanza sociale. La prima te la dà la legge. La seconda te la concede il vicino di casa, il professore, il datore di lavoro, il giornalista, il poliziotto al posto di blocco. “Seconda generazione” non è una categoria anagrafica, è una condizione sociale: indica chi è nato qui, è cresciuto qui, è formalmente cittadino, ma resta percepito come straniero. La sua italianità è condizionata, revocabile, sotto esame. Non gliela tolgono quando sbaglia: non l’aveva mai avuta piena. Lo “sbaglia” diventa la prova retroattiva di un’estraneità che era già lì, nascosta sotto la cittadinanza formale.
Il caso di Modena non rivela un’eccezione, rivela la regola. La regola di una società che ha costruito una zona grigia in cui milioni di persone vivono come italiani provvisori, e quella zona grigia è perfettamente legale, perfettamente quotidiana, perfettamente invisibile fino a quando non succede qualcosa che la rende visibile. Se la cittadinanza si può togliere con un titolo di giornale, allora nessuna cittadinanza è davvero sicura.
Cosa resta, allora? Forse l’italianità è semplicemente l’abitudine a un certo modo di stare al mondo, anche se devo ammettere che è una categoria scivolosa. Quale modo? Quello del napoletano o quello del bolzanino? Quello dell’industriale o quello del pastore? L’identità nazionale è sempre stata anche un fatto di classe: i terroni, prima ancora dei marocchini, sono stati il limite mobile dell’italianità, quelli che dovevano dimostrare di esserlo abbastanza. Forse l’unico modo onesto di pensarla è chiedersi non chi è italiano, ma chi ha il potere di decidere chi lo è. La risposta è meno romantica di qualunque definizione culturale: lo decidono il legislatore, i tribunali, le redazioni, i comunicati stampa. La cittadinanza non è un dato, è un campo di lotta. Ha vincitori e vinti che cambiano a seconda di chi tiene la penna.
Il sistema attuale produce italianità fittizie e ne nega di reali. Gli oriundi di terza generazione che votano dall’estero senza saper nemmeno dov’è Bergamo, e i ragazzi cresciuti qui che, se sbagliano, vengono retrocessi a stranieri con un tratto di penna giornalistica. Una nazione che non riconosce i suoi figli reali e adotta fantasmi anagrafici. Operazione di comodo che ha un costo. Il costo è che non possiamo nemmeno guardare in faccia i problemi che produciamo, perché ce li raccontiamo sempre come venuti da fuori.
Chi è italiano, quindi. Forse italiano è chi questo paese se lo porta dentro, nel bene e nel male, perché qui ha imparato a parlare, a pensare, a sperare e anche a fallire. La nazionalità non è una medaglia che si toglie quando il portatore si comporta male, è una responsabilità reciproca. Quando neghiamo l’italianità di chi è italiano, non stiamo proteggendo l’italianità: stiamo dichiarando che è qualcosa di così fragile da non reggere alla complessità. È il contrario dell’orgoglio nazionale, è la sua confessione di impotenza.
Tutto il resto è retorica del sangue. E il sangue, come categoria politica, ha sempre prodotto più cadaveri che cittadini.
@RapidResponse47@PressSec@POTUS "small but mighty kingdom from across the sea."?
Britain was the largest empire on Earth at the time. Just FYI to whoever wrote it.
Jan Kukiełka's family lived in the Zamość region and were in the resistance. Germans arrested them all on 16.04.1943. They shot Jan’s parents and sister on site. His brother committed suicide in a prison cell after brutal interrogation. Jan was deported to #Majdanek. He survived.
On this day in 1943, a 4 year old Dutch Jewish boy arrived at the Sobibor extermination camp with his parents where they were murdered in the gas chamber. His name was Louis Koopman
Please support @Sticht_Sobibor
17 April 1934 | A Hungarian Jewish girl, Edit Flesch, was born in Miskolc.
In 1944 she was deported to #Auschwitz and murdered in a gas chamber.
---
▶ A short video about gas chambers and crematoria of the Auschwitz camp: https://t.co/Tx6rSvPyZL
16 April 1933 | A German Jewish girl, Liselotte Speier, was born in Angenrod.
In #Theresienstadt Ghetto from 28 September 1942.
On 28 October 1944 she was deported to #Auschwitz.
She was murdered in a gas chamber.
O coração de Deus está destroçado pelas guerras, pela violência, pelas injustiças e pelas mentiras. Mas o coração do nosso Pai não está com os malvados, com os prepotentes, com os soberbos: o coração de Deus está com os pequenos e os humildes, e com eles faz avançar o seu Reino de amor e de paz, dia após dia. Onde há amor e serviço, aí está Deus. #ViagemApostólica #Argélia
Nasce oggi nel 1452 Leonardo da Vinci, uno dei fari del Rinascimento italiano. Non tutti ancora sanno che l'Uomo di Vitruvio è conservato alle Gallerie dell'Accademia di Venezia
#15aprile