Poi non dite che manca la trasparenza nella pubblica amministrazione!
L'Ospedale Civico ha pubblicato il bando per 30 incarichi medici allegando "per errore" il file Excel riservato dove le caselle erano già tutte riempite: nomi, cognomi (tra cui il figlio del Sindaco) e relativi punteggi.
Giustificazione ufficiale: "Errore materiale, era una ricognizione interna".
Risultato: polverone, denuncia del NurSind e bando ritirato di corsa.
La meritocrazia in Italia funziona benissimo, basta solo ricordarsi di non allegare il file sbagliato.
@CarloCalenda Finiranno a calmierare le bollette, erogati magari a coprire gli oneri di rete e trasmissione dei Distributori... e poi una volta finiti, saremo daccapo. Speriamo in @ARERA_it
Cari amici russi,
ogni sera alle nove un uomo in giacca vi guarda dallo schermo e vi dice che la Russia sta combattendo contro tutta la NATO e che sta vincendo. Ogni sera la stessa frase, la stessa faccia, la stessa musichetta prima e dopo. Voi annuite, spegnete, andate a letto. La mattina dopo, da qualche parte in Burjatia, bussano alla porta di una madre per dirle che suo figlio non torna più.
Contro tutta la NATO, dicono. Trentadue eserciti.
Ma dove sono?
Dov’è l’esercito americano che avanza verso Mosca? Dove sono le divisioni francesi, britanniche, tedesche, polacche? Dove sono i soldati della NATO che state combattendo?
Non ci sono.
Ci sono armi occidentali. Certo che ci sono. Ci sono soldi, intelligence, addestramento. Nessuno lo nasconde. Non perché una mattina trentadue Paesi si siano svegliati con la voglia di distruggere la Russia, ma perché il 24 febbraio 2022 il vostro esercito ha attraversato il confine di uno Stato sovrano con i carri armati. È entrato nelle sue città, ha occupato il suo territorio, ha provato a prendere la sua capitale. Quel Paese ha chiesto aiuto e altri Paesi hanno deciso di aiutarlo a non essere conquistato.
Se domani un esercito straniero entrasse in Russia, occupasse Kursk e marciasse verso Mosca, voi chiamereste patriota chiunque vi portasse un fucile per fermarlo. Non vi interesserebbe sapere in quale Paese è stato fabbricato. Vi interesserebbe sapere da che parte puntarlo.
È quello che stanno facendo gli ucraini.
L’Occidente li arma perché sono stati invasi. Continua ad armarli perché il vostro esercito è ancora dentro il loro Paese. Le armi occidentali non sono la causa dell’invasione. Sono una conseguenza dell’invasione.
Questa è la parte che l’uomo in giacca deve cancellare dal racconto. Deve convincervi che siete stati circondati, perché è molto più difficile ammettere che siete entrati voi.
Così l’Ucraina scompare. Non esiste più un Paese invaso che resiste. Rimane soltanto la Russia assediata dall’Occidente. È una storia comoda. Spiega gli anni di guerra, spiega i morti, spiega perché la vittoria promessa non arriva. Se state combattendo contro il mondo intero, ogni fallimento può diventare eroismo.
Il problema è che trentadue eserciti non sono lì.
Nelle trincee davanti alle vostre ci sono gli ucraini.
Vi avevano fatto credere che Kyiv sarebbe caduta in pochi giorni. Nei mezzi russi abbandonati durante quella corsa verso la capitale furono trovate perfino uniformi da parata. Pensavano già alla sfilata.
Non c’è stata nessuna sfilata. Ci sono stati mezzi bruciati ai bordi delle strade e ragazzi che non sono tornati a indossare nessuna uniforme.
Prendete il numero. Non ve lo dà Kyiv. Non ve lo dà la NATO. Esce dai vostri archivi, dai vostri necrologi, dalle vostre carte notarili. La stima costruita sui registri russi arriva a trecentocinquantaduemila militari morti dall’inizio dell’invasione alla fine del 2025.
Trecentocinquantaduemila.
Provate a dirlo lentamente.
Il ministero della Difesa non pubblica un bilancio da quasi quattro anni. L’ultima cifra la diede Šojgu nel settembre 2022: 5.937 caduti. Settembre 2022. Da allora, silenzio. I morti hanno continuato ad arrivare e il numero ufficiale è rimasto fermo. Molti non hanno avuto nemmeno una bara. Sono rimasti sotto terra, nei boschi, nei campi, dentro mezzi bruciati. Per le loro famiglie erano ancora vivi perché nessuno aveva riportato a casa abbastanza di loro per dimostrare il contrario.
Ci sono anche gli uomini spariti. Quasi novantamila casi emersi dai vostri tribunali per dichiarare soldati morti o scomparsi. Molte pratiche non le hanno aperte le madri. Le hanno aperte i comandanti delle unità, per togliere dagli organici uomini partiti per il fronte e mai tornati. Lo Stato li aveva mandati a combattere e non era stato capace nemmeno di dire alle famiglie dove fossero finiti.
Anime morte da ripulire dai registri. Vostro figlio, una riga da cancellare.
Pensate a una donna. Una qualsiasi, in uno dei vostri paesi di quattromila abitanti. Ricarica il telefono del figlio ogni mese da due anni. Non cancella il numero. Non butta le sue scarpe. La giacca è ancora nell’armadio. Finché quel telefono esiste, da qualche parte può esistere anche lui.
Alle nove di sera l’uomo in giacca le spiega che stanno vincendo.
Sapete cosa hanno comprato con quei ragazzi? Verso Pokrovsk il vostro esercito ha avanzato, per mesi, in media settanta metri al giorno.
Settanta metri.
Una strada. Due condomini. La distanza che percorrete a piedi per andare a comprare il pane. Più lentamente della Somme.
Dall’inizio del 2024 la Russia ha conquistato meno dell’uno e mezzo per cento del territorio ucraino. Ad aprile e maggio di quest’anno ne ha persino perso, per due mesi di fila. Per quei metri avete lasciato uomini senza gambe, uomini sfigurati, uomini che porteranno schegge nel corpo per il resto della vita. Altri sono rimasti in un campo che sulle mappe militari non ha nemmeno un nome.
Vostro figlio è morto per un incrocio in mezzo al fango, per una fila di case senza tetto, per un villaggio che spesso non esiste più quando finalmente riuscite a prenderlo.
Alcuni dei vostri soldati sono tornati con le lavatrici. Lavatrici, tappeti, sanitari, giocattoli dei bambini. Roba presa nelle case di gente che era scappata o era morta e spedita a casa dall’ufficio postale di Mozyr.
Vostro nonno portava a casa una bandiera. Vostro figlio esce da Irpin con il microonde di un’altra famiglia sotto il braccio.
Sul nonno fermatevi un secondo, perché qui c’è una cosa che dovrebbe farvi bruciare la faccia.
Vi difende la Corea del Nord.
Non è una voce e non è propaganda ucraina. Lo hanno ammesso Mosca e Pyongyang, ufficialmente, con le medaglie e i discorsi.
Gli eredi di Stalingrado. Quelli che hanno perso milioni di persone per fermare la Wehrmacht. Quelli che ogni 9 maggio piangono davanti alla fiamma eterna e ricordano al mondo chi ha sconfitto il nazismo. Oggi nei campi del Kursk combattono anche i soldati di Kim Jong-un. Ragazzi arrivati dall’altra parte dell’Asia per entrare nei vostri campi minati, perdere una gamba, dissanguarsi nella neve o tornare a Pyongyang con una medaglia sul petto.
Vostro nonno prese Berlino. Voi vi fate salvare da Pyongyang.
Ditelo ad alta voce. Sentite come suona.
C’è però un’altra parte della guerra che nei vostri telegiornali arriva ripulita, quando arriva.
Le donne.
I bambini.
Le famiglie che dormono nei condomini mentre sopra di loro passa un missile russo.
La guerra non è soltanto nelle trincee. Di notte missili e droni russi attraversano il cielo dell’Ucraina e cadono sulle città. Entrano nei palazzi. Sventrano appartamenti. Fanno crollare soffitti sui letti. Una madre mette a dormire suo figlio e qualche ora dopo qualcuno scava con le mani fra cemento, vetri e ferri piegati per cercarli.
I bambini ucraini questa guerra l’hanno imparata così. Non sanno dov’è Pokrovsk. Non sanno che cosa sia la NATO. Sanno riconoscere il rumore di un drone. Sanno che quando parte la sirena bisogna prendere una coperta e scendere sottoterra. Sanno dormire nelle stazioni della metropolitana. Alcuni hanno imparato queste cose prima di imparare a leggere.
Altri non impareranno più niente.
Sono morti nei letti, nelle automobili, nei cortili, negli ospedali. Non avevano un fucile. Non avanzavano verso Mosca. Non minacciavano la Russia.
Erano a casa loro.
Ricordatevelo quando vi raccontano che gli ucraini continuano a combattere soltanto perché l’Occidente li costringe.
Immaginate un missile straniero che entra stanotte nel palazzo di fronte al vostro. Scendete in strada in pigiama. C’è una donna in ginocchio fra i calcinacci che chiama suo figlio. Nessuno risponde. Domani può arrivarne un altro.
Poi chiedetevi perché quella gente non vuole arrendersi.
Forse per capirlo non servono Washington, Londra o la NATO. Basta una casa aperta in due. Basta un padre che riconosce la scarpa di sua figlia sotto una lastra di cemento.
Pensate ora all’uomo che vi ha portati fin qui.
Settantatré anni. Per anni lo avete visto ricevere ministri e capi di Stato dall’altra estremità di tavoli interminabili. Durante la pandemia si è fatto proteggere da protocolli sanitari che tenevano gli altri lontani dal suo corpo. Poco dopo ha mandato ventenni nei campi minati.
Lui quelle trincee non le ha mai combattute. Non ha dormito con i topi. Non ha raccolto con una pala quello che restava di un compagno. Non ha aspettato il ronzio sopra la testa chiedendosi se il prossimo drone sarebbe stato il suo.
Il 9 maggio scorso la parata sulla Piazza Rossa è durata quarantacinque minuti. Niente carri, niente missili. Sopra Mosca c’era la paura dei droni. La festa della vittoria accorciata nella capitale della potenza che vi raccontano invincibile, sotto un cielo che non riesce più a sentirsi sicuro.
Ha paura della malattia, ha paura del cielo, ha paura di un vecchio seduto al bancone di un bar che pronuncia la parola guerra.
Non è uno zar. È un funzionario invecchiato male che ha scambiato la vostra gioventù per qualche chilometro di fango e adesso non sa come uscirne senza ammettere di aver sbagliato tutto.
Quando questa guerra finirà, lui avrà comunque avuto una vita intera. Molti dei vostri figli no.
Intanto la guerra torna indietro e arriva anche nelle vostre giornate. In un Paese che galleggia sul petrolio si parla di carenze di carburante, restrizioni, raffinerie colpite. Per anni vi hanno raccontato che tutto questo era lontano. Adesso può comparire anche davanti a una pompa di benzina.
Ogni rublo bruciato in questa guerra è un rublo che non è finito nell’ospedale del vostro quartiere, nella scuola dei vostri figli, nella strada del vostro paese. Dall’altra parte del confine quegli stessi soldi diventano esplosivo. Entrano da una finestra, sfondano un tetto, fanno crollare una stanza dove cinque minuti prima qualcuno stava mangiando.
Quella la chiamano operazione militare speciale.
Chi apre bocca rischia anni di colonia penale. Giornalisti, attivisti, uomini e donne qualunque. Intorno al potere continuano ad accumularsi incidenti, cadute, malori, finestre aperte nel momento sbagliato. In nessun altro Paese del mondo si parla così spesso di vertigini.
Della grande Russia è rimasta la leggenda che vi raccontano alle nove di sera. Sotto quella leggenda c’è un Paese che combatte contro il vicino di casa e non riesce nemmeno a dire ad alta voce quanti figli ha perso. Un Paese dove chiamare guerra una guerra può costare la libertà. Un Paese dove una madre può aspettare per anni un ragazzo che lo Stato ha già trasformato in una pratica da chiudere.
Io non vi sto chiedendo di credere a me. Non credete a me. Non credete nemmeno a Kyiv.
Andate al cimitero del vostro paese. Lasciate perdere il monumento grande e contate le tombe nuove. Leggete le date sulle fotografie dei ragazzi. Ventidue anni. Ventisette. Trentuno. Fiori di plastica, fotografie in uniforme, bandiere che scoloriscono sotto la neve.
Passate per la vostra via. Contate le case dove qualcuno non è tornato. Le stanze rimaste come erano. Una bicicletta. Un paio di scarpe. Un padre che non parla più del figlio perché ha capito che forse nessuno gli dirà dove è sepolto.
Tornate a casa e accendete la televisione alle nove. Ascoltate l’uomo in giacca che vi spiega che sta andando tutto bene.
Arriva un momento in cui credere a una bugia non è più ignoranza, cari amici russi. Diventa comodità. Il modo di non vedere quello che avete davanti, perché vederlo significa ammettere che qualcuno vi ha preso anni di vita, centinaia di migliaia di uomini e una parte del futuro dei vostri figli.
Quella donna il figlio non lo riavrà comunque. Il telefono prima o poi verrà disattivato. Le scarpe resteranno dove le aveva lasciate. Sua madre invecchierà senza sapere, forse, in quale pezzo di terra sia rimasto suo figlio.
Domani sera, alle nove, l’uomo in giacca vi dirà ancora che state vincendo.
Nell’armadio, la giacca di vostro figlio sarà ancora lì.