@political_retro@MMmarco0 Una cosa non esclude l'altra, se muoio sotto il sole mentre aspetto l'autobus non si riducono le emissioni. Quindi non "in primis" ma in contemporanea, altrimenti diventa inutile ridurre le emissioni per stare meglio tra 20 o 30 anni se nel frattempo siamo tutti morti... 🤷♀️
Tre settimane di crisi, quattro giorni prima del referendum: il consiglio dei ministri si riunisce alle sette di sera. Fino a mercoledì mattina l’ipotesi più probabile era il rinvio a dopo il voto. Poi, nel pomeriggio, la decisione improvvisa: annuncio al Tg1, Mattarella che firma il decreto da Salamanca. Urgenza selettiva, con tempistica chirurgica.
Solo che l’urgenza aveva già tre settimane di età. La guerra in Iran aveva fatto salire i prezzi alla pompa da subito. Il governo aveva chiesto tempo, valutato, rimandato. La scorsa settimana in Parlamento Meloni aveva invocato cautela, dicendo di voler valutare bene come calibrare l’intervento. Poi arriva il 18 marzo e la calibrazione è pronta in trenta minuti di consiglio dei ministri.
Il decreto prevede 25 centesimi al litro su benzina e diesel per venti giorni, crediti d’imposta per autotrasportatori e pescherecci, più poteri al Garante dei prezzi, multe ai petrolieri. Circa 500 milioni di euro. Tutto temporaneo, tutto urgentissimo.
Francesco Boccia, presidente dei senatori del Partito Democratico, ha centrato il meccanismo: «Il governo ha inventato un nuovo modello economico: uno sconto di 20 giorni pagato con i soldi che gli italiani hanno già versato con i rincari delle settimane scorse».
Matteo Salvini, da canto suo, ha aggiunto che se i petrolieri «diranno di no a tutto», l’extrema ratio sarà tassare gli extraprofitti. Tradotto: il governo sapeva, poteva agire prima, ha aspettato. E ora brandisce la tassa come carta futura, non come errore da ammettere.
Sostanzialmente, questo decreto è la firma del governo sulla propria incapacità di gestire una crisi senza un tornaconto immediato. Non perché tagliare le accise sia sbagliato in sé, ma perché farlo adesso, così, con questo tempismo, rivela la funzione reale del provvedimento.
Vorrebbe sembrare una risposta alla crisi ma è una banale risposta al sondaggio.
Buon giovedì.
(il mio #buongiorno per @Left_rivista)
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È morto Umberto Bossi. Umanamente me ne dispiace, perché ogni volta che muore una persona c’è una famiglia che rimane senza un proprio caro.
Ma da un punto di vista politico è tutta un’altra cosa.
Vedo tanti versare lacrime di coccodrillo. Gente che fino a ieri lo trattava come un relitto imbarazzante e oggi lo celebra come padre nobile. Risparmiamocelo.
Bossi è quello che ha fondato la politica del razzismo. Non la politica delle proposte, delle idee. La politica dell’odio verso qualcun altro. Per lui i nemici erano i terroni. Quelli che puzzano, quelli da additare, quelli da dare in pasto alle truppe cammellate perché avessero qualcuno da odiare.
Lì è nato tutto. Lì è cominciato a morire tutto.
Berlusconi ha preso quel modello e lo ha elevato a rango superiore, sostituendo il terrone col comunista come nemico assoluto. La Meloni lo ha trasformato in un becero chiacchiericcio permanente dove tutti sono nemici, tutti sono traditori, tutti sono da odiare. La grammatica però è sempre la stessa. L’ha scritta Bossi.
Bossi, quello che urlava “Roma ladrona” e poi convertiva i rimborsi elettorali in diamanti. Quello che parlava dei meridionali come razza inferiore e poi comprava le lauree in Albania per i figli. Quello i cui figli andavano a cena al ristorante e mettevano il conto in nota spese al partito. Il moralizzatore col portafoglio pieno di soldi degli altri.
Quello che voleva dividere l’Italia in due. Quello che col tricolore si voleva pulire il culo. Quello che ha insegnato a una generazione di politici che non servono idee, basta un capro espiatorio.
È morto un uomo. Umanamente ci dispiace. Politicamente è stato colui che ha cominciato a scavare il pozzo in cui stiamo affondando.
Hey White House, please remove the Tropic Thunder clip. We never gave you permission and have no interest in being a part of your propaganda machine. War is not a movie.
La donna nella foto si chiama Mette Frederiksen, premier della Danimarca, ha appena dato una grande lezione politica e di democrazia al Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Trump aveva annunciato nella notte su Truth l’invio di “una nave ospedale” in Groenlandia per “assistere” secondo lui “le molte persone malate, che non hanno assistenza".
Insomma, il solito tentativo di fare becera propaganda, rivendicare e giustificare la presenza americana sull’isola.
Ma gli è andata malissimo perché Frederiksen ha deciso di rispondere all’uomo più potente del mondo spiegandogli con esattezza la differenza tra il modello di sanità pubblica e universale scandinava e la privatizzazione selvaggia a stelle e strisce.
"Sono felice di vivere in un Paese in cui tutti hanno libero e uguale accesso all'assistenza sanitaria.
Dove non sono le assicurazioni e il proprio patrimonio a determinare il trattamento adeguato.
L'accesso gratuito alla sanità lo si ha anche in Groenlandia.
Buona domenica a tutti".
Ecco, spiegato in otto righe, come si risponde a un bullo.
Con tanto di istruzioni e cortese saluto finale.
Peccato che nessuno qui da noi abbia mai preso esempio. Né lo farà mai.
Alberto Angela è senza contratto con la Rai da mesi. E secondo La Stampa, proprio la Rai starebbe pensando di tagliare i suoi programmi (Ulisse, Noos, Passaggio a Nord Ovest) perché preoccupata dai costi.
Dai costi.
Stiamo parlando del più grande divulgatore della televisione italiana. L’uomo che porta milioni di persone davanti allo schermo per guardare la Cappella Sistina invece del Grande Fratello.
L’unico capace di far fare ascolti a un documentario sull’Impero Romano alle nove di sera.
Quello che ha ereditato da suo padre Piero non solo il mestiere ma la capacità di far sentire intelligenti gli italiani.
Ecco, quell’uomo non ha un contratto con la Rai.
Da mesi. E la Rai vuole tagliarlo. Per i costi.
La situazione, dicono le voci da viale Mazzini, assomiglia sempre più a quella che precedette l’uscita di Fabio Fazio.
Ora, facciamo il punto.
Paolo Petrecca, che ha scambiato San Siro per lo Stadio Olimpico e la presidente del CIO per la figlia di Mattarella, è stato per mesi il direttore di RaiSport. Prima ancora dirigeva RaiNews24, dove mandava in onda assoluzioni inventate e apriva i telegiornali col festival di Pomezia al posto delle elezioni francesi. Due redazioni lo hanno sfiduciato. La Rai lo ha promosso.
Tommaso Cerno, direttore del Giornale di proprietà Berlusconi, già opinionista e co-conduttore a Domenica In, sta per ottenere una striscia quotidiana su Rai 2 da 848mila euro. Undicimila euro a puntata.
Ricapitolando: alla RAI i soldi ci sono per Cerno, ci sono per Petrecca, ma per Alberto Angela il contratto può aspettare.
Funziona così, nella Rai di questo governo: se sei utile alla propaganda, ti danno un programma. Se sei utile al Paese, ti lasciano senza contratto e possibilmente ti spingono alla porta.
Paolo #Petrecca non è solo l’uomo delle gaffe a #MilanoCortina2026.
È l’ex direttore di RaiNews24. Quello che il 20 febbraio 2025 ha mandato in onda il titolo “Assoluzione per Delmastro”, il sottosegretario alla Giustizia, quando nessuna agenzia, nessuna fonte, nessun tribunale sulla faccia della terra aveva emesso sentenza.
A chi gli faceva notare che la notizia non esisteva da nessuna parte, ha risposto, testuali parole: “Ho le mie fonti!”. Sei ore dopo è arrivata la sentenza vera: condannato a 8 mesi. Il direttore del canale all-news del servizio pubblico aveva inventato un’assoluzione. Una fake news di Stato.
È lo stesso uomo che nel luglio 2023 ha preso un servizio sulla denuncia per violenza sessuale nei confronti del figlio del presidente del Senato La Russa e lo ha fatto a pezzi, eliminando i riferimenti scomodi con la motivazione che “non era una notizia”. La giornalista ha ritirato la firma. Ma Petrecca, anziché rispondere al Comitato di redazione come previsto dalle regole, ha scritto direttamente alla collega. Perché le regole, per Petrecca, sono come i nomi degli atleti: roba che non lo riguarda.
È lo stesso uomo che nel marzo 2024 ha fatto sparire dai notiziari le dichiarazioni del procuratore Gratteri, critiche verso il governo. Il Cdr ha scritto: “A un certo punto le dichiarazioni di Gratteri sono scomparse. Ci chiediamo perché”. Già, perché?
È lo stesso uomo che la sera del ballottaggio delle elezioni francesi del 2024, una delle serate politiche più importanti dell’anno, ha aperto il telegiornale delle 22 non con i risultati elettorali dalla Francia (sia mai annunciare la disfatta dell’amata Le Pen), ma con il “Festival delle Città Identitarie” da Pomezia. Pomezia. Provincia di Roma. Mentre a Parigi si decideva il futuro dell’Europa, Petrecca mandava in onda Pomezia. E sapete il dettaglio? Sul palco di Pomezia si esibiva la sua compagna. E lui era in platea. Pomezia al posto di Parigi, con la fidanzata sul palco e il direttore in platea. Neanche un film di Ferragnez.
È lo stesso uomo che ha trasmesso 47 minuti integrali di conferenza stampa di Giorgia Meloni dall’Albania. Quarantasette minuti. Senza filtro. Il canale all-news del servizio pubblico trasformato nel canale YouTube personale della premier.
Ed è lo stesso uomo che, quando il suo Comitato di redazione ha osato criticarlo, ha fatto una cosa mai successa prima nella storia del giornalismo italiano: ha denunciato i propri giornalisti all’Ordine. L’Ordine ha archiviato l’esposto, perché criticare il direttore è un diritto del Cdr. Ma il messaggio era arrivato: qui non si fiata.
Ecco chi è Paolo Petrecca.
Ne abbiamo scritto più compiutamente qui: https://t.co/fGiuYTDk3j
#Olimpiadi #olimpiadiinvernali #OlimpiadiInvernali2026
@nossumuspopulus @SalisIlaria L'ha detto: è nata dalla parte sbagliata del mondo e non ha i documenti. Chissà Lei cosa avrebbe fatto se fosse nato al posto suo....
- Abbiamo chiesto agli israeliani di non intercettare la Flotilla in acque internazionali
• Ma non è avvenuto in acque internazionali?
- Sì
• E secondo lei è legale?
- No [...] Quello che dice il diritto è importante ma fino a un certo punto
Non è AI #portaaporta
Tenetevi forte, fortissimo. Perché il ministro dell’Istruzione Valditara, ospite al Meeting di Comunione e Liberazione, ha detto una cosa che – se non fosse tragica – sarebbe da ridere per ore.
“Il finanziamento statale della scuola italiana non è assolutamente inferiore a quello di tanti altri Paesi europei”, ha detto.
E poi, la perla: “Penso che in rapporto al PIL sia persino superiore alla Germania”.
Penso che.
Ha detto proprio così.
Non “so che”.
Non “secondo i dati”.
Non “lo dimostrano le analisi”.
Ha detto: “Penso che”.
Ora, fermiamoci un attimo.
Com’è possibile che un ministro dell’Istruzione, uno che dovrebbe maneggiare numeri, evidenze e politiche pubbliche con la cura di un chirurgo, apra bocca per dire: “penso che”?
È come se un medico dicesse “penso che sia appendicite”. O un ingegnere dicesse “penso che il ponte regga”. O un giudice “penso che sia colpevole”.
Ministro, non è un passante al bar. È il suo maledetto lavoro.
E infatti la realtà lo umilia.
L’Italia, i dati sono di Eurostat, spende il 3,9% del PIL per l’istruzione: è la terzultima in Europa. Solo Romania e Irlanda fanno peggio.
La Germania, quella che “pensa” spendiamo più di lei, è al 4,5%, la Francia al 5%, la Spagna al 4,2%, la media UE è 4,7%, la Svezia arriva al 7,3%.
E ancora non basta.
Se guardiamo alla percentuale della spesa pubblica totale destinata all’istruzione, l’Italia è ultima in classifica: 7,3% contro una media europea del 9,6%.
Ultimi. Di nuovo.
Un ministro dell’Istruzione che non conosce i dati sull’istruzione è un disastro. Un ministro che arriva a inventarli, è molto peggio. È una vergogna nazionale.