Goodbye #JohnLennon, #8dicembre 1980. THREAD
Howard Cosell ha 62 anni ed è un giornalista per Abc. Spesso commenta il pugilato e Mohammed Alì lo sfotte per il suo parrucchino.
Alle 21 è in postazione per il Monday Night Football tra Miami Dolphins e New England Patriots.
4 anni fa, 6 agosto 2021.
"Attenzione, sta per succedere una cosa..."
La staffetta 4x100 che vince la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Tokyo con il commento di Franco Bragagna è goduria allo stato puro.
Mattarella: La libertà di menzogna non è tra quelle rivendicabili. I fatti non sono piegabili alle opinioni, possiedono una forza incoercibile.
Il pluralismo delle opinioni - valore di fondamentale rilievo- non è sostitutivo della informazione libera e indipendente
💿 Il 19 luglio 1965 i Beatles pubblicarono negli Stati Uniti il singolo “Help!”.
Il brano, scritto principalmente da John Lennon con il contributo di Paul McCartney, non è solo uno dei successi più travolgenti della band, ma anche una richiesta di aiuto vera e propria.
“Help!” raggiunse subito la vetta della classifica americana, rimanendo al primo posto per tre settimane consecutive. Era il periodo della Beatlemania, con concerti sold-out, tournée interminabili e un ritmo di vita che stava cominciando a pesare perfino ai Fab Four.
In realtà, dietro quella melodia orecchiabile e quel ritornello immediato, si nascondeva il disagio personale di Lennon. Anni dopo John confessò che “Help!” era stata scritta in un momento di crisi esistenziale, quando si sentiva sopraffatto dalla fama e dall’ansia.
Il singolo diventò l’inno dell’estate 1965 grazie anche all’omonimo film diretto da Richard Lester, un mix di commedia e avventura che oggi rappresenta una pietra miliare della cultura pop degli anni ’60.
#Beatles #Help #YesterdayPills
3 luglio 1999.
In Italia si boccheggia, le temperature da nord a sud sfiorano i 40 gradi, le radio passano a manetta "I want it that way", l'ultimo successo dei Backstreet Boys che fa impazzire le ragazzine di mezzo mondo.
Ma a Parigi la situazione è un po' diversa. Niente afa, niente melodie che strizzano l'occhio ai più giovani.
C'è Carlton Myers che scappa col pallone sotto braccio.
C'è Dino che abbraccia in lacrime Andrea Meneghin in panchina.
C'è Fucka che allarga le sue infinite braccia e stringe verso di sé almeno 4 compagni.
Ci sono la regia illuminata di Bonora, le triple ignoranti di un giovanissimo Baso, il nostro "Dirk Nowitzki" Gek Galanda, la potenza di Marconato e i semiganci di Chiacig, la leadership di Picchio Abbio e Sandrino De Pol, la prontezza dell'alpino Mian e di Marcellino Damiao.
Non ci sono giocatori NBA, non ci sono i social, non ci sono proclami, ma ci sono bar di tutto lo Stivale che si riempiono di gente che chiede di sintonizzare le tv sul basket.
- "In che senso sul basket?"
- "Sì, sul basket. C'è una squadra che non ha niente da perdere, e che ci fa sognare"
Il tutto è orchestrato magistralmente da quel genio di Boscia Tanjevic, che prima mette in riga i critici durante un girone eliminatorio difficoltoso, poi Danilovic, Bodiroga, Divac, Stojakovic e coach Zeljko Obradovic quando i fenomeni slavi erano convinti di batterci ancora, ed infine la Spagna all'ultimo atto.
A Parigi le note che risuonano sono di una qualità un pelino superiore a quelle dei BackStreet Boys. Alla chitarra Brian May, alla batteria Roger Taylor, al basso John Deacon.
Alla voce Freddie Mercury.
A casa una marea di gente canta a squarciagola "We are the champions".
Ancora oggi tutto questo ci fa venire la pelle d'oca.
26 anni fa tutta l'Europa si inchinava all'Italia.