Sto vedendo dei video in cui un gruppo di persone festeggia per la vittoria del NO intonando cori da stadio (“chi non salta … è”, laddove a posto dei puntini mettete nomi di politici o di loro colleghi) e cantano le canzoni della Resistenza contro il nazi-fascismo.
E ho pensato che è comunque bello vedere militanti politici festeggiare, anche se nella fattispecie sostengono un’opinione diversa dalla mia.
Poi ho guardato meglio: quelle persone sono magistrati della Repubblica, ovviamente in servizio.
Persone che, con le proprie inchieste, hanno il potere di privare una persona della propria libertà o comunque rovinarle la vita.
Che strano paese che siamo.
@AlbertoBagnai Quanta ignoranza
Se la leghi alla chiave di Violino
Quello non è un #Si ma un Sol
Ma del resto da un leghista non mi aspettavo tutta questa intelligenza
Questo è un clamoroso autogol da parte della propaganda per il no.
Dicono: solo il 23% dei magistrati fa parte di qualche corrente. Eppure la quasi totalità dei membri del CSM (tranne 1) appartiene a una corrente!
Vale a dire che il 23% dei magistrati monopolizza e governa la magistratura, decidendo incarichi, assegnazioni e carriere! Non conta il merito, si entra nel CSM solo se si è affiliati a una corrente.
È questa la vera ingerenza politica, che chi vota no vuole mantenere.
Invece chi vuole rimediare a questa palese distorsione, ripristinando l’indipendenza della magistratura VOTA SÌ.
FAKEROOM, PIU’ CHE DATAROOM. Oggi Gabanelli sul @Corriere si improvvisa esperta della riforma costituzionale che sarà oggetto di referendum ma finisce per snocciolare una serie di bufale e notizie fuorvianti da far impallidire. Cito le principali:
1) Sulla separazione delle carriere: “Oggi un pm può diventare giudice e viceversa soltanto una volta e cambiando regione, la media dei trasferimenti è una trentina l’anno”. Di nuovo si fa confusione tra separazione delle carriere e separazione delle funzioni per trasmettere il messaggio che la riforma in realtà ha un altro intento (quello di ridurre l’indipendenza dei magistrati). Ma il passaggio tra una funziona e l’altra non ha nulla a che vedere con la separazione delle carriere: pm e giudici oggi rispondono a un unico organo di governo autonomo (il Csm) che decide su tutti gli aspetti delle loro carriere (promozioni, trasferimenti, nomine ecc.) e che è composto sia pm che da giudici, secondo una commistione illogica e assurda che ha ovvie conseguenze.
2) “Per il No i giudici non sono accondiscendenti ai pm, tant’è che le assoluzioni ci sono nel 30% dei casi con punte del 50%”. Dato fuorviante: il punto non è mai stato il tasso di assoluzione in dibattimento, bensì la tendenza del giudice ad appiattirsi alle tesi dell’accusa soprattutto nella fase delle indagini. Recenti statistiche del Ministero della Giustizia dimostrano come le richieste avanzate dai pm durante le indagini (come le intercettazioni) vengono accolte con un tasso di oltre il 90% da parte dei gip.
3) “Con un Consiglio tutto dei pm il rischio è che venga tenuta in piedi l’accusa a tutti i costi, mentre oggi devono cercare le prove anche a favore dell’imputato”. Falso. La riforma non cancella l’articolo 358 del codice di procedura penale, secondo cui il pm deve svolgere anche indagini su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini.
4) “Con due Csm i costi passano da 50 a 100 milioni di euro l’anno”. Falso. Non essendo ancora stato stabilito dalla legge ordinaria il numero dei componenti dei due futuri Csm è impossibile calcolarne il costo.
5) “I laici saranno sorteggiati dal Parlamento in un elenco di giuristi scelto dalla maggioranza”. Falso. Sarà la legge attuativa a stabilire il quorum richiesto al Parlamento per stilare l’elenco dei giuristi dal quale saranno poi estratti a sorte i membri laici dei Csm. La maggioranza quindi non è ancora stata stabilita, ma secondo la dottrina costituzionalistica più autorevole il quorum non potrà essere la maggioranza semplice: trattandosi di un organo di garanzia (come il Csm) dovrà essere richiesta una maggioranza qualificata, che implica il coinvolgimento delle opposizioni.
6) “Per il Sì bisogna togliere la sezione disciplinare al Csm perché troppo indulgente e affidare la funzione a un’Alta Corte. Per il No parlano i numeri: in 15 anni su 1.399 processi disciplinari ci sono state ben 644 condanne”. Falso. Qui non si comprende veramente da dove siano stati presi questi numeri. Secondo i dati forniti dalla procura generale della Cassazione, titolare dell’azione disciplinare, dal 2015 al 2025, quindi in 11 anni, i procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati sono stati 1.443 e le condanne 382, quindi il 26% (anziché 46% come riferito da Gabanelli). Senza dimenticare che oltre il 90% degli esposti viene archiviato ancor prima di arrivare a un vero procedimento disciplinare (e senza considerare che nella stragrande maggioranza dei casi la "condanna" irrogata è costituita da sanzioni che non impediscono al magistrato di proseguire la sua attività).
7) “Inoltre è pericoloso, perché il sanzionato non potrà più come oggi fare ricorso in Cassazione, ma soltanto davanti alla stessa Alta Corte”. Falso. Data la natura di sentenza pronunciata dall’Alta Corte non può ritenersi abrogata la possibilità di impugnare il provvedimento in Cassazione per violazione di legge.
8) “Il dato certo, per voce degli stessi promotori della riforma, è che non c’entra nulla con l’efficienza della giustizia e la separazione delle carriere non renderà i processi più veloci. Come dire: i problemi nostri restano tali e quali”. Cara Gabanelli, siamo di fronte a una riforma dell’ordinamento, non a una riforma del processo penale o civile, quindi appare surreale contestare il mancato miglioramento dell’efficienza della giustizia.
Per quanto riguarda “i problemi nostri” direi che non restano affatto “tali e quali”: se non avremo una giustizia più rapida avremo sicuramente una giustizia migliore. La riforma rende pienamente terzo e imparziale il giudice e lo libera da qualsiasi contaminazione con il pm: il giudice non nascerà nella stessa ‘culla’ del pm, non farà lo stesso concorso, non si formerà insieme a lui, non si scambierà più i giudizi di professionalità, sarà più libero di decidere secondo scienza e coscienza. Con la separazione delle carriere avremo un giudice che mette sullo stesso piano le prove dell’accusa con le prove della difesa, come prevede esattamente l’articolo 111 della Costituzione, che sancisce la parità fra le parti. E' dunque ragionevole aspettarsi una riduzione dei casi di ingiusta detenzione e di errori giudiziario.
No, direi proprio che “i problemi nostri” non resteranno “tali e quali”, anzi… Ma con la diffusione di queste bufale la vittoria del Sì è ancora più in salita.
GROSSO IMBARAZZO PER IL NO. Il presidente del Comitato del No dell’Anm, Enrico Grosso, è stato beccato in un fuorionda di un incontro sul referendum mentre discute con il presidente del Tribunale di Aosta, Giuseppe Marra, di una causa ancora da decidere e in cui è coinvolto. Si tratta di un caso molto delicato che tra poco più di un mese, il 22 aprile, arriverà sulla scrivania del Tribunale e che potrebbe portare addirittura alla decadenza dell’attuale presidente della regione, Renzo Testolin, e di tutta la sua giunta. Peccato che Grosso abbia scritto un parere pro-vertiate proprio sulla candidabilità del governatore (e del suo vice).
Marra accenna alla vicenda giudiziaria: c’è “un contenzioso”, dice, spiegando di aver letto l’atto introduttivo del ricorso. Poi aggiunge una frase che scatena immediatamente la polemica: “Si è rivolto a te quindi, sono contento, cioè sono fiducioso perché obiettivamente è una causa molto…”.
Grosso replica: “Secondo me ci sono dubbi sulla giurisdizione”. Il presidente del tribunale prosegue raccontando che la questione è stata già esaminata con la giudice relatrice, facendo riferimento alla differenza tra decadenza e diritto soggettivo. Il costituzionalista torinese osserva che proprio la decadenza è il cuore della domanda giudiziaria e aggiunge che la Regione sarà difesa da un collega “abbastanza noto, bravo”, che avrebbe intenzione di sollevare proprio quella questione. “Ce la studiamo, certo”, conclude Marra.
Il dialogo dura pochi minuti, ma basta per accendere la miccia. Il video, inizialmente disponibile sul canale YouTube dell’università, già in serata non è più visibile. A sollevare pubblicamente il caso è Chiara Minelli, capogruppo di Avs nel Consiglio regionale valdostano e tra i promotori del ricorso contro l’elezione di Testolin. “Sono rimasta letteralmente basita nel sentire il dialogo che c’è stato al tavolo della conferenza”, attacca. “Si parlava di una materia che non c’entrava nulla con il referendum sulla magistratura. È inaccettabile e molto grave che ci sia stato un confronto su una questione così delicata in cui il presidente del tribunale dovrebbe avere un atteggiamento di totale imparzialità”. E poi la stoccata sulla sparizione del filmato: “Oggi sul sito dell’università il video della conferenza – casualmente? – non è più disponibile”.
Sia per Marra che per Grosso si pone un evidente problema di opportunità.
Sul sito de @ilfoglio_it gli audio incredibili degli interrogatori in cui i pm di Trani minacciano i testimoni: "I tuoi genitori sono in salute? Pensa se ti arrestavamo”, “Dal carcere c’è una vista sul mare stupenda...", “Vogliamo vedere voi che risposte ci dite, e se quello che voi ci dite non converge lei se ne andrà in galera veloce e lei… dice ‘ma io c’ho il coso al cuore’… possiamo impegnarci par farla stare con il caldo che fa al fresco”, “La sua azienda non parteciperà più a nessun appalto… da domani mattina…”
I testimoni vengono interrogati non perché i pm abbiano delle prove, ma perché le cercano come fondamento delle accuse che hanno formulato. O dite quello che vogliamo o andate in galera, questa è l'alternativa offerta dai magistrati.
I due pm, Alessandro Pesce e Michele Ruggiero, dopo essere stati condannati in via definitiva per violenza privata sui testimoni, sono stati "sanzionati" dal Csm: uno ora fa il giudice a Milano (Pesce), l'altro (Ruggiero) da aprile farà il giudice a Torino. Come sia ammissibile che continuino a svolgere l'attività giudiziaria è un mistero.
Nel tweet sotto il link all'articolo di @lucianocapone ⬇️
Una pioggia di "processi temerari".
Processi "nati morti" che e' scontato fin dall'inizio che finiscano con il proscioglimento, ma tengono per anni sulle spine migliaia di innocenti, a causa di un filtro inesistente nelle indagini preliminari.
Negli ultimi 2 anni 226.823 processi di primo grado sono finiti con il proscioglimento.
Ben il 59,1% dei giudizi ordinari di primo grado nel 2024 ed il 53% nel 2025 ed il sono finiti con il proscioglimento.
La stragrande maggioranza di questi processi sono processi 'temerari', giudizi che non avrebbero mai dovuto essere avviati, perché era chiaro fin dalle indagini che sarebbero finiti con l'assoluzione.
Subire un processo che dura anni per un innocente e' una pena, anche se finisce con l'assoluzione.
Eppure ogni anno centinaia di migliaia di persone palesemente innocenti finiscono a processo.
Perché accade questo?
Perché nella fase delle indagini i giudici, Gip e Gup, che dovrebbero filtrare le richieste infondate dei Pm, non sono in grado di farlo. Un appiattimento ed una soggezione allo strapotere mediatico delle Procure alle quali non conviene opporsi.
Il processo temerario ha due genesi prevalenti.
Può nascere perché la procura ha a tal punto enfatizzato le accuse, che neanche di fronte all'evidenza accetta di tornare indietro e smentirsi. Allora punta a prendere tempo e chiede il processo come strumento meramente dilatorio. Un processo con esito annunciato, che ha come obiettivo solo quello di ritardare il proscioglimento. E quando arriva l'assoluzione in primo grado, se possibile la si impugna per allungare ancora i tempi.
Quando infine giunge l'assoluzione definitiva, l'indagine flop è ormai un lontano ricordo, come ormai lontano sarà chi ha attivato questo schema dilatorio: qualcuno e' stato promosso, qualcun altro trasferito, altri sono andati in pensione. Mediaticamente l'assoluzione non avrà rilievo, perché il tempo del processo ha spento i riflettori sul caso, le accuse infondate si sono consolidate e per il malcapitato non c'è pronuncia che possa restituire una reputazione.
Il processo temerario nasce talvolta anche come scelta burocratica per scaricare sul tribunale la sorte dell'indagato.
Ecco quindi le inutili udienze preliminari, le ordinanze di custodia cautelare emesse senza un vaglio puntuale, le proroghe di indagini e le intercettazioni concesse in modo automatico.
Un dramma che colpisce migliaia di persone ogni anno.
Nessuno sembra disposto a riflettere sul vero fallimento dell’UE, che non è quello negoziale, ma il fatto che “il più grande successo dell’Unione”, cioè il mercato unico, non ci è di alcun aiuto in caso di crisi internazionale: non è un sufficiente mercato di sbocco, in grado di assorbire shock macroeconomici, non è un credibile elemento di negoziato. E pensare che per tenerlo in piedi abbiamo distrutto tanti mercati nazionali relativamente floridi come il nostro!