Alla stupida affermazione "siete tutti del Pd" i bagnanti hanno risposto "no, semplicemente non siamo razzisti come voi".
Applausi.
Sipario.
#Castellaneta#orgogliopugliese
Che cos'è la fuffa in politica? È la straordinaria giravolta dell'onorevole Ravetto che aveva usato il numero dei rimpatri per elogiare il governo e dopo un anno lo usa per criticarlo. La forza delle idee ❤️
Guardatela bene, questa foto.
Guardateli in faccia, uno per uno.
Ieri pomeriggio, a Modena, in via Emilia centro, un uomo lancia un’auto a cento all’ora contro la folla. Falcia otto persone. Poi scende, tira fuori un coltello, e prova a scappare.
Luca Signorelli gli si butta addosso. Prende una coltellata alla testa, ne schiva un’altra. Sanguina, ma non lo molla.
E in quel momento, dietro di lui, arrivano loro.
Quei ragazzi nella foto. Stranieri. Venuti da lontano. Quelli che secondo Salvini sarebbero “il problema dell’Italia”, “l’invasione”, “la sostituzione etnica”.
Sono loro che si gettano addosso all’aggressore.
Sono loro che gli bloccano la testa con un ginocchio mentre Signorelli, ferito, gli tiene il polso.
Sono loro che permettono alla polizia di arrivare e di portarsi via il responsabile prima che faccia altri danni.
Senza di loro, oggi staremmo contando forse dei morti.
Salvini e la Lega, prima ancora di sapere chi fosse l’aggressore, prima ancora che si chiarisse che si trattava di un trentunenne con disturbi psichiatrici in cura da anni, prima ancora che gli investigatori escludessero la pista terroristica, erano già là fuori a sparare la solita filastrocca.
E intanto i veri eroi di ieri pomeriggio, quelli senza i quali oggi parleremmo di altri morti, restano senza nome e senza ringraziamenti.
I loro volti non finiranno nei post di Salvini e della Lega con una grafica con scritto “EROI”. Perché rovinerebbero la narrazione.
Quella narrazione che da quindici anni divide il mondo in due caselle: italiani brave persone, stranieri criminali.
E invece la realtà, ieri a Modena, ha fatto quello che fa sempre: si è messa di traverso.
Un italiano di seconda generazione si è messo al volante per ammazzare la gente. Un altro italiano si è buttato sull’aggressore per fermarlo. E accanto a lui, fianco a fianco, ci sono finiti dei ragazzi stranieri che avevano una scelta semplice, girarsi dall’altra parte, e che hanno scelto di rischiare la pelle per gente che non conoscevano.
Questa è l’Italia vera. Quella che non sta nei comunicati della Lega.
A quei ragazzi, di cui ancora non sappiamo i nomi, va detto grazie. Forte.
E va detto adesso, prima che il rumore degli sciacalli copra tutto.
L’unico successo che non vi appartiene
C’è un numero che questo governo ripete più di ogni altro. Lo tira fuori nei talk show, nelle conferenze stampa, nei post trionfali: la disoccupazione scende. 5,3%, minimo storico.
Prendiamo il grafico. Il loro grafico, quello dell’ISTAT, quello che sventolano come una bandiera. Leggiamolo. Stavolta senza la voce di Meloni sopra.
La discesa comincia nel 2017. Col Jobs Act, con la decontribuzione, con i governi Renzi e Gentiloni. Dal 12% al 10 in tre anni. Potete pensare quello che volete di quelle riforme, ma i numeri li hanno mossi. Quella traiettoria era già tracciata quando Giorgia Meloni stava ancora all’opposizione a dire che era tutto sbagliato.
Poi il Covid ha spaccato il mondo. Il mercato del lavoro è andato in apnea, il tasso è risalito, e per due anni non si è capito più niente. Nel 2022 la curva ha ripreso a scendere. Il rimbalzo post-pandemico, il PNRR, la ripresa europea. Quando Meloni si è seduta a Palazzo Chigi la disoccupazione stava già calando. Lei è arrivata, si è messa comoda e ha detto: guardate come vado bene.
Solo che la curva non mostra nessuna accelerazione visibile. Guardatela: non c’è un punto in quel grafico in cui la discesa diventi più ripida dopo l’insediamento di questo governo. Il ritmo resta quello di prima, la traiettoria è la stessa. Tra il 2023 e il 2024 la discesa rallenta, si vedono esitazioni, piccoli plateau. La spinta si sta spegnendo. I numeri più recenti non lasciano dubbi: a febbraio 2025 gli occupati crescevano di 351mila unità rispetto all’anno prima. A febbraio 2026, tredicimila. La crescita si è praticamente fermata, ma a Palazzo Chigi continuano a brindare.
C’è una cosa che nessuno spiega mai quando vi agita quel 5,3% sotto il naso. Per l’ISTAT sei disoccupato solo se cerchi lavoro e sei pronto a iniziarlo. Se ti arrendi, se smetti di cercare perché tanto è inutile, sparisci. Non sei più disoccupato. Non sei niente. Diventi inattivo, esci dal conteggio. La disoccupazione può scendere anche per una ragione che non ha niente a che fare col lavoro: basta che una parte delle persone esca dal conteggio. Non è l’unico fattore, ma è un fattore reale, misurabile, e nessuno ne parla quando vi mostra quel numero. Nel 2024 gli inattivi tra i 15 e i 64 anni sono tornati a crescere: 56mila in più, 12 milioni e mezzo di persone fuori dal mercato del lavoro. Quelli che non cercano e non sono nemmeno disponibili sono aumentati di 175mila. Il tasso di disoccupazione scende, il tasso di inattività sale. Non è un successo. È un gioco di prestigio coi decimali.
Poi c’è la questione di chi lavora davvero, e come. L’aumento dell’occupazione lo reggono gli over 50. Più di 10 milioni, in parte perché la riforma Fornero li tiene al lavoro più a lungo, in parte per dinamiche demografiche che nessun governo controlla. Quello che è certo è che non c’è una politica attiva di questo governo dietro quel numero. Intanto i giovani vanno nella direzione opposta: tra dicembre 2023 e dicembre 2024 gli under 35 hanno perso quasi 160mila posti di lavoro. A febbraio 2026 tra i 15 e i 24 anni sono spariti 118mila occupati in dodici mesi. Non è un’oscillazione, è una tendenza. Tra gli under 35 gli inattivi crescono più degli occupati: ragazzi che non lavorano e hanno smesso di cercare. Meloni parla di boom dell’occupazione giovanile citando i dati del rimbalzo post-Covid, quando tra il 2021 e il 2023 i giovani erano effettivamente cresciuti. Solo che quel rimbalzo si è esaurito, e da un anno i numeri dicono il contrario di quello che il governo racconta.
Il Rendiconto INPS 2024 completa il quadro: otto nuove assunzioni su dieci sono a termine. Su 8,1 milioni di contratti, 6,5 milioni non garantiscono niente. Puoi avere il record degli occupati e un paese dove la gente non sa se lavora il mese prossimo. Nel modello italiano le due cose convivono benissimo.
Questo governo il mercato del lavoro non lo ha riformato. Incentivi temporanei, aggiustamenti, roba da decreto omnibus. Nessuna riforma di sistema. Ha tagliato il Reddito di Cittadinanza col pugno duro di chi crede che la povertà sia una colpa, senza capire che quel taglio avrebbe dovuto far salire la disoccupazione: togli un sussidio, la gente torna a cercare lavoro e rientra nel conteggio dei disoccupati. Se il numero è sceso lo stesso è perché la domanda di lavoro correva già da prima, trascinata dalle riforme di chi li ha preceduti.
Un ultimo paradosso. Dal 2021 l’ISTAT usa criteri più severi per contare gli occupati, come chiede l’Europa. Con i vecchi criteri, quelli in vigore quando governava il centrosinistra, i numeri sarebbero stati più generosi. Questo governo viene misurato con un metro più stretto e raccoglie comunque i frutti di chi c’era prima. Se contassimo come contavamo, i risultati di quelle riforme sarebbero ancora più evidenti.
Ecco cosa resta quando togli la propaganda. Il numero che questo governo ostenta non gli appartiene. Porta la firma di riforme che Meloni ha passato anni a demolire nei comizi. Il Jobs Act era un regalo ai padroni. La decontribuzione era assistenzialismo. Il PNRR lo hanno rallentato e mutilato. Eppure ne raccolgono ogni frutto, con la disinvoltura di chi eredita una casa e va in giro a dire di averla costruita con le proprie mani.
È il meccanismo più vecchio della politica italiana: le riforme producono effetti in cinque, dieci anni. Chi le fa paga il prezzo del consenso. Chi arriva dopo incassa i risultati. Lo scarto tra il tempo delle politiche e il tempo della propaganda è lo spazio esatto in cui questo governo si è installato.
Questa è la verità che quel grafico racconta, se avete il coraggio di leggerlo. La curva scendeva prima di voi. La crescita la reggono i sessantenni che non possono andare a casa. I giovani spariscono. Gli inattivi crescono. La spinta si esaurisce. L’unico successo che avete non è vostro.
Quello che succederà quando non ci sarà più niente di ereditato da consumare lo scopriremo presto. Il sospetto è che quel giorno i grafici smetterete di mostrarli.
’esperimento dei ratti che cambiò il modo di capire la speranza
Nel 1950, lo psicologo Curt Richter realizzò un esperimento inquietante che, decenni dopo, viene ancora citato quando si parla della forza della speranza.
Prese un gruppo di ratti e li mise dentro grandi recipienti di vetro pieni d’acqua.
Le pareti erano lisce, troppo alte per arrampicarsi e senza alcun punto d’appoggio.
I ratti potevano fare una sola cosa: nuotare.
I ricercatori osservarono per quanto tempo resistevano prima di arrendersi per esaurimento.
Il risultato fu sorprendente.
In media, smettevano di lottare dopo circa 15 minuti.
Quindici minuti di lotta… e poi semplicemente si arrendevano.
Ma a quel punto Richter decise di fare qualcosa di diverso.
In un secondo esperimento, poco prima che i ratti stessero per annegare, i ricercatori li tiravano fuori dall’acqua, li asciugavano e li lasciavano riposare per qualche minuto.
Poi… li rimettevano di nuovo nell’acqua.
E qui arriva la parte incredibile.
Quanto tempo pensi che resistettero la seconda volta?
Altri 15 minuti?
10 minuti?
5 minuti?
No.
Alcuni nuotarono fino a 60 ore.
Sì, ore.
Ce ne fu perfino uno che resistette 81 ore.
Vale a dire 240 volte più a lungo rispetto al primo tentativo.
Che cosa era cambiato?
Non la loro forza.
Non la loro resistenza fisica.
Non l’acqua.
L’unica cosa che era cambiata era un’idea nella loro mente:
la possibilità di essere salvati.
Dopo essere stati salvati una volta, i ratti continuarono a nuotare molto più a lungo perché, in qualche modo, si aspettavano di essere salvati di nuovo.
La lezione è potente.
Gli esseri umani non abbandonano solo per la stanchezza.
Molte volte abbandonano quando perdono la speranza.
Quando qualcuno crede che non ci sia via d’uscita… si arrende rapidamente.
Ma quando esiste una piccola possibilità, un segnale, una parola di incoraggiamento o una ragione per continuare…
la resistenza umana può diventare straordinaria.
A volte l’unica cosa di cui una persona ha bisogno per continuare a lottare è sapere che non è sola nell’acqua.
Perché la speranza per quanto piccola sia può far sì che qualcuno nuoti molto più lontano di quanto abbia mai immaginato. ✨
Scopro con immenso stupore che c’è gente che vivrebbe volentieri nell’Ottocento, quando l’aspettativa di vita era di quarant’anni, la mortalità infantile altissima, non esistevano servizi basilari e i diritti dei bambini erano un concetto inesistente.
Un mondo meraviglioso, certo: padri-padroni, donne mute e sottomesse, bambini considerati bestiame.
Bellissimo davvero, finché non vi viene una colica renale. Allora di corsa al PS a godere dei vantaggi della modernità.
Poi scopro anche che questa stessa gente parla con grande sicurezza di pedagogia, giurisprudenza e psicologia senza conoscerne nemmeno le basi, ignorando concetti elementari che chiunque abbia due neuroni funzionanti dovrebbe sapere.
Allora tocca ribadirlo per l’ennesima volta a questa massa di zotici da social: i figli non sono proprietà dei genitori.
Esiste il diritto dei minori, sancito dalle leggi italiane, dalla Costituzione e dalle convenzioni internazionali.
I bambini sono soggetti di diritto, non oggetti. Hanno diritto all’istruzione, alla salute, alla socializzazione, a crescere in un ambiente sano, stimolante e umano.
E no, la biologia non vi rende automaticamente buoni genitori. Mettere al mondo un figlio non vi autorizza a farne l’estensione del vostro fanatismo, della vostra ignoranza o delle vostre frustrazioni.
I figli sono sotto tutela dello Stato proprio perché voi potete sbagliare. E infatti non potete decidere di non curarli perché “non credete nella medicina” se non siete medici.
Non potete non mandarli a scuola perché pensate che li indottrini. Non potete pensare di istruirli da soli se siete degli ignoranti funzionali.
Se un bambino cresce in una famiglia disfunzionale e viene privato di questi diritti, quello è maltrattamento. E il maltrattamento non è solo lo schiaffo.
È togliergli le cure, farlo vivere in ambienti insalubri, nell’umidità, senza pasti adeguati, senza scuola, senza sport, senza relazioni. È impedirne lo sviluppo psicologico, emotivo e sociale.
Un bambino non lo fai vivere in una cuccia, non lo tieni fuori dal mondo, non lo condanni all’analfabetismo perché “lo Stato è cattivo”.
Se non lo fai socializzare, non svilupperà identità, perché l’identità nasce nella relazione.
Sono concetti di base, elementari, che non richiedono una laurea, ma almeno un briciolo di intelligenza e responsabilità.
Quindi no: se pensate che il giudice abbia sbagliato, che abbiano sbagliato pedagogisti, assistenti sociali e professionisti che hanno seguito il caso, il problema siete voi.
Siete fuori di testa, pericolosi per la società e soprattutto per i vostri figli. Avete sfruttato la capacità biologica di riprodurvi, ma non l’intelletto necessario per essere genitori. Perché figliare è facile. Essere genitori no.
(Padova) - Un uomo di 85 anni perde il controllo della propria auto e finisce nel fiume. Resta chiuso nell'abitacolo, sotto shock, mentre il veicolo, inesorabilmente, affonda.
Elton Zefi, un immigrato di origini albanesi, assiste alla scena e non ci pensa su due volte, gettandosi con grande coraggio nelle acque gelide.
"Ho capito che il finestrino era abbassato e ho provato più volte ad usare quel passaggio per far uscire l'uomo - ha dichiarato.
Avevo i crampi alle gambe e sentivo un freddo pazzesco.
Stavo per mollare la presa perché temevo di affogare anche io. Ho fatto un ultimo tentativo con le poche forze che mi erano rimaste e sono finalmente riuscito ad estrarlo dall'abitacolo.
Sono tornato a casa con il cuore gonfio di felicità".
Elton quel giorno compiva 32 anni.
Ha messo la sua vita in pericolo per salvare uno sconosciuto.
Regalando una immensa gioia a quell'uomo e ai suoi cari, ha impartito a tutti noi una splendida lezione di umanità.
22.11.2025
Grazie di vero cuore, Elton.
Chi salva una vita salva il mondo.
L’Italia si sta spegnendo
L’Italia si sta spegnendo. Non serve un economista per accorgersene. Basta entrare in un supermercato.
I dati 2022-2023 ci dicono che il volume delle vendite nella grande distribuzione è crollato tra il 4 e il 6 per cento. I discount, che dovrebbero essere l’ultimo rifugio delle famiglie in difficoltà, segnano un meno 7 per cento. La carne fresca scende del 10 per cento, il pesce del 12, la frutta e la verdura oscillano tra il meno 8 e il meno 14 per cento. L’ortofrutta registra il calo più violento degli ultimi vent’anni. Anche i prodotti considerati intoccabili cedono: pasta meno 3 per cento, latte meno 5, beni per l’infanzia meno 8.
Questi numeri hanno nomi e volti. Sono la madre che sceglie la carne più economica e la pesa due volte prima di metterla nel carrello. Sono il padre che rinuncia al pesce fresco perché costa troppo. Sono i bambini che non vedono più frutta a tavola tutti i giorni. Non è austerità. È povertà che avanza, casa per casa, carrello per carrello. È un Paese che non compra più perché non può più comprare.
Nel frattempo la vita si fa più cara. Gli affitti crescono fino al 25 per cento in due anni. Le bollette hanno accumulato aumenti del 40 per cento. La benzina resta su livelli improponibili per chi prende 1.400 o 1.600 euro netti al mese, che sono la condizione reale della metà dei lavoratori italiani. Sopra i 3.000 netti ci arriva meno del 10 per cento della popolazione. Sopra i 5.000 una micro minoranza che vive in un altro Paese, lontano dai supermercati dove il resto degli italiani conta le monete.
Un insegnante con vent’anni di servizio guadagna meno di 1.800 euro netti. Un infermiere che lavora su turni, notti e festivi si ferma poco sopra. Un impiegato di banca, figura che un tempo garantiva sicurezza, oggi vive con 1.600 euro e il mutuo sulle spalle. Mentre i politici si aumentano i rimborsi e le società quotate distribuiscono dividendi record. Mentre il governo annuncia il successo e la ripresa.
La sanità è un muro invalicabile. Una donna di cinquant’anni che scopre un nodulo al seno aspetta sette mesi per una mammografia. Sette mesi durante i quali ogni giorno è un pensiero che corrode. Sette mesi che possono fare la differenza tra guarigione e metastasi. Questo è il Sistema Sanitario Nazionale oggi. Un sistema che uccide per lista d’attesa. Reparti che lavorano con organici tagliati fino al 30 per cento. Oltre 2,5 milioni di persone che rinunciano alle cure per ragioni economiche. Una visita privata può costare 120 o 150 euro, una specialistica 250. Per milioni di italiani questo significa non curarsi. Significa scegliere tra mangiare e vivere.
Sul lavoro, l’età pensionabile è ferma a 67 anni, destinata a salire. Un Paese che obbliga a lavorare fino a quasi settant’anni con stipendi fermi da quindici anni non ha nulla di sostenibile. La mobilità sociale è tra le peggiori dell’OCSE. La povertà assoluta è ai massimi da quando esistono le rilevazioni. I giovani fuggono a centinaia di migliaia l’anno.
L’evasione fiscale supera 90 miliardi annui. È un pozzo senza fondo che nessun governo ha mai voluto tappare davvero. Si premia chi evade con condoni e rottamazioni, si punisce chi paga tutto. E intanto il PNRR, che doveva essere il motore della ricostruzione, arranca in modo imbarazzante. Oltre 40 miliardi di euro fermi. Quaranta miliardi che dovevano ricostruire il Paese e invece dormono in cassetti ministeriali, bloccati da burocrazia, incompetenza, incapacità strutturale. Soldi europei che l’Italia non sa spendere mentre annuncia tagli alla sanità, alla scuola, alle pensioni. È l’immagine perfetta di un governo che non governa. Che amministra il declino. E senza il PNRR saremmo già in recessione tecnica, mentre tutta l’Europa cresce più di noi.
A questo punto arriva l’obiezione di regime: “È colpa del Superbonus 110 per cento.”
No. Il Superbonus è stato gestito da incompetenti e ha generato distorsioni gravi. Ma non ha causato il crollo dei consumi. I dati lo dimostrano: la crisi era già in atto nel 2022 e 2023, mentre il 110 era ancora attivo. La grande distribuzione segnava le prime contrazioni, le famiglie tagliavano già carne e pesce. E soprattutto: il vero problema strutturale dell’Italia è che siamo l’unico Paese OCSE dove i salari reali sono calati negli ultimi trent’anni. Mentre in Germania, Francia, Spagna salivano del 20, 30, 40 per cento, in Italia scendevano. Questo è il cancro. Non il Superbonus.
La Spagna investe e cresce. La Francia investe e cresce. Il Portogallo investe e cresce. L’Italia taglia e affonda. Il governo usa il 110 come capro espiatorio per coprire il proprio fallimento.
Poi c’è la parte più grottesca. La premier che racconta un’Italia che “raggiunge risultati storici”, che “è diventata un modello europeo”, che “ha migliorato tutti gli indicatori”. Ed è qui che entra in scena la vicenda più simbolica. La libertà di stampa. Reporter Senza Frontiere piazza l’Italia nel 2024 al 46° posto, cinque posizioni più in basso rispetto all’anno precedente. Un crollo. Un segnale grave. Un campanello d’allarme internazionale.
E cosa fa la premier? Sostiene il contrario. Dice che l’Italia ha “guadagnato posizioni”. Che stiamo risalendo. Che la stampa è più libera. Tutto pronunciato con sicurezza assoluta. Poi arriva la verità. Era un errore. Stava leggendo la classifica al contrario. Il fondo scambiato per la cima. La discesa letta come salita. Una gaffe che se fosse rimasta in privato sarebbe ridicola. Detta da chi governa un Paese diventa una metafora perfetta del modo in cui si governa: prendere i numeri, rovesciarli, trasformarli in propaganda.
Vale per la stampa. Vale per l’economia. Vale per la povertà. Vale per il PNRR. Vale per la sanità. Vale per l’occupazione. Vale per tutto ciò che il Paese vive e che il governo finge di non vedere.
L’Italia si trova davanti una frattura reale, documentata, misurabile. Consumi che crollano. Grande distribuzione in contrazione pesantissima. Redditi stagnanti. Inflazione che divora i salari. Servizi pubblici degradati. Giovani che fuggono. Pensioni che slittano. Povertà che sale. E una politica che si racconta trionfatrice guardando grafici sottosopra.
Un Paese così non può rialzarsi finché non riconosce la verità. E la verità, oggi, è scritta nei numeri. Non nelle conferenze stampa. Non nelle frasi preparate. Non nelle illusioni. Nei numeri.
E i numeri dicono che l’Italia è in crisi. Profonda. Strutturale. Negata solo da chi continua a leggere il foglio nel verso sbagliato.
E qui si apre la verità: tutto questo non è un errore. È un tradimento del patto sociale. Un governo che rovescia i numeri, rovescia anche la fiducia. Se continua così, tra due anni il crollo dei consumi sarà irreversibile. La sanità non rallenterà: collasserà. I giovani non emigreranno: scapperanno. Il PNRR non sarà un’occasione sprecata: sarà la condanna definitiva al declino.
Mentre il Paese conta le monete alla cassa del supermercato, qualcuno a Palazzo Chigi legge i grafici sottosopra e annuncia il miracolo.
Non è incompetenza.
È menzogna di Stato.
E un Paese che si regge sulla menzogna non si salva.
Affonda.
A Otto e Mezzo ieri sera Tomaso Montanari ha detto la cosa più semplice e più vera della serata.
Una verità che brucia, perché smaschera la distanza abissale tra chi governa e chi lavora, tra chi vive di rendita politica e chi ogni mese si gioca tutto per arrivare alla fine.
Ecco le sue parole, limpide come uno schiaffo:
“Giorgia Meloni, l’anno scorso, ha dichiarato entrate per 460 mila euro. Le donne del popolo, in questo Paese, guadagnano un po’ meno.
Non ha mai fatto uno sciopero vero, perché non ha mai fatto un lavoro vero. Ha sempre vissuto di politica, non si è mai trovata nelle condizioni di dover scioperare, di perdere il proprio reddito per una giornata di sciopero.
Un metalmeccanico di terzo livello, per fare un esempio, guadagna 1.440 euro netti al mese e ne perde 66 per scioperare.
Se vuole prendersi il venerdì libero, gli conviene usare le ferie e non scioperare. Non so se questo è chiaro.
In questo disprezzo di Giorgia Meloni per il diritto di sciopero, direi che c’è qualcosa di più profondo: una cultura, quella di estrema destra di ascendenza fascista, che non accetta il conflitto sociale, naturalmente pacifico e non violento.
Non accetta l’idea che possano esistere interessi diversi tra classi sociali diverse. Per loro esiste solo la “nazione” e gli interessi della nazione li interpreta il governo. Chi si oppone è un nemico della nazione. In questa cultura l’uguaglianza non è un valore, la lotta per raggiungerla non è legittima. È il contrario dell’articolo 3 della Costituzione della Repubblica.
Questo è importante da capire, perché l’attacco ai sindacati va di pari passo con l’attacco alla magistratura, all’università, a tutto ciò che non è riconducibile al governo come unico interprete degli interessi di tutti.
È un progetto autoritario, un progetto che ribalta la Costituzione. E anche da queste battute, così irrispettose e indecenti, secondo me lo si capisce.”
Montanari non ha fatto altro che ricordarci una verità elementare: chi ride di chi sciopera non ha mai avuto paura di non farcela. E in quella risata c’è tutto: il disprezzo di classe, il fastidio per chi si ribella, la convinzione che “ordine” significhi obbedienza.
Questa destra ha paura del conflitto, perché il conflitto è libertà. Ha paura dei sindacati, dei magistrati, dell’università, perché rappresentano voci che non si inchinano.E quando un governo pretende di essere l’unico interprete della “nazione”, la democrazia è già in pericolo.
Perché la libertà non è silenzio, è rumore.
E chi prova a spegnere quel rumore, con l’arroganza o con una risata, ci sta già dicendo che sogna un Paese muto.
Olimpia Trolli
Crozza su sciopero e Meloni "politici che lavorano 2gg a settimana fanno battute sul venerdì...i lavoratori rinunciano a stipendio per protestare contro governo...avete tolto il piacere di dire 'andate a casa' perché ci siete già"
applausi
#FratelliDiCrozza#Crozza#8novembre
Il gelo umano del potere
Non è un fotomontaggio, non è una messa in scena. È successo davvero. Un funzionario si accascia al suolo, improvvisamente, durante una conferenza alla Casa Bianca. Attorno a lui le persone si muovono, chiamano aiuto, cercano di soccorrerlo. E poi c’è lui, Donald Trump, fermo dietro la scrivania, lo sguardo fisso nella camera, il volto impassibile, le mani lungo i fianchi. Immobile, come se nulla fosse accaduto.
Non un passo verso l’uomo a terra. Non un gesto, una parola, un minimo cenno di umanità. È come se quel corpo riverso davanti a lui non fosse una persona ma un elemento di disturbo, un oggetto che rovinava la perfezione della scena. L’immagine è raccapricciante, e non per la caduta del funzionario, ma per la freddezza di chi assiste senza battere ciglio.
Chiunque, di fronte a un evento simile, avrebbe un riflesso immediato: ci si sporge, si chiede se serve aiuto, si prova almeno una forma istintiva di partecipazione. È un impulso automatico, radicato nella natura umana. Ma in Trump no. In lui, come hanno spiegato diversi psicologi che hanno analizzato la sua personalità, quel circuito empatico sembra spezzato.
Molti specialisti hanno descritto la sua condotta come quella di un uomo con tratti marcati di disturbo narcisistico di personalità: bisogno costante di ammirazione, incapacità di accettare la fragilità, ossessione per il controllo dell’immagine. Per un individuo con questa struttura, l’altro non esiste davvero, se non come specchio o minaccia. La sofferenza altrui non suscita compassione, ma fastidio, perché obbliga a confrontarsi con ciò che il narcisista teme di più: la vulnerabilità, la perdita di dominio.
Quella postura immobile davanti a un uomo che crolla è quindi un gesto perfettamente coerente con il suo copione psicologico. Non è apatia, è difesa. È la necessità di mantenere intatta l’immagine del leader invincibile, anche quando la realtà mostra quanto sia umanamente vuoto quel ruolo.
In quella stanza colma di bandiere, fotografie e simboli di potere, l’unica cosa che manca è la compassione. Trump resta immobile non perché non capisca cosa accade, ma perché non può permettersi di sentirlo. In quel momento, più che un presidente, appare un uomo prigioniero del proprio ego.
Ed è questo che disgusta: non il freddo calcolo politico, ma l’assenza totale di un riflesso umano. Davanti a un corpo che cade, Trump pensa solo a non uscire male in foto. E in quell’attimo, più di ogni discorso, si rivela per ciò che è davvero: un uomo incapace di provare empatia, chiuso nella corazza del proprio narcisismo, pronto a sacrificare persino l’umanità pur di restare al centro dell’inquadratura.
Villa o villino? Una differenza che sembra minima, ma cambia tutto sul piano fiscale.
Le case accatastate come A/7 (villini) godono di agevolazioni “prima casa”: IVA al 4%, imposta di registro di 200 euro, niente IMU e TASI.
Chi invece ha una villa (A/8), paga molto di più.
E qui arriva Giorgia Meloni: nel 2023 ha comprato una casa di 400 m² a Mostacciano, registrata come villino e quindi con tutti i benefici fiscali.
Peccato che, per caratteristiche, dovrebbe essere una villa di lusso.
Risparmio stimato: circa 70mila euro.
Il Governo Meloni ha fatto campagna elettorale sulla sicurezza, ma non ha stanziato nessun fondo. Noi sindaci abbiamo chiesto almeno una volante ogni 25.000 abitanti. Questo non avviene. Le città sono scoperte di giorno e soprattutto di notte.
Ieri a @OttoemezzoTW
Sono molto preoccupato da avvocato e da cittadino, nonché da genitore di un giudice a cui mi onoro di aver insegnato l’integrità morale che egli pratica quotidianamente come la quasi totalità dei giudici che conosco, tantissimi in 45 anni di avvocatura, da questa deriva autoritaria che ormai, gettata la maschera della ricerca dell’”efficienza”, il governo nella sua più alta espressione sostiene ed anzi richiede. Alla destra al potere ogni controllo, ogni osservazione, ogni contrasto alle sue scelte (comprese quelle che costano miliardi ai cittadini) è sgradita e inaccettabile e gli unici giudici che si desiderano e si vogliono sono quelli che chinano il capo, come del resto per i giornalisti e per tutti coloro che hanno l’ardire di opporsi a obbiettivi su cui non si può e non si deve discutere. Sappiamo come va ineluttabilmente a finire questa storia per le nostre e le altrui esperienze. Per quanto mi riguarda ritengo un dovere civico oppormi con ogni mezzo legale e con ogni dichiarazione pubblica a questa deriva. Segnalo ai cittadini comuni, magari ora distratti da argomenti populisti o rassegnati che di poteri di controllo liberi autonomi ed indipendenti non si nutre solo una astratta democrazia ma la difesa dei loro diritti quando inciamperanno anche loro nella volontà del potere.
grandissimo @PBerizzi che spegne Bocchino "condividi con CasaPound passione per un teorico del razzismo del sangue, fucilatore di partigiani, collaboratore nazisti...chi? Almirante"...poi su governo "è pieno di fascisti...La Russa nn si offenderà"
applausi
#ottoemezzo#bocchino