Anche stavolta, come sempre, dovevi battermi sul tempo. Non posso, non devo mai pensarti lontano, ma sempre qui come alle Dame, al Tenco o da Vito, burbero, dilagante, geniale, eterno amico mio: comincia a versare vino. Non fare che ti raggiunga con il bicchiere vuoto.
Roberto
"Vedi cara, tutto quel che posso dire è che cambio un po' ogni giorno, è che sono differente. Vedi cara, certe volte sono in cielo come un aquilone al vento che poi a terra ricadrà. Vedi cara, è difficile a spiegare, è difficile capire se non hai capito già... " ❤️🩹
Francesco #Guccini è morto stamattina a Pàvana, a 86 anni, nella casa dei nonni, sull'Appennino dove era stato bambino durante la guerra.
Umberto Eco disse che era il più colto dei cantautori italiani — «che coraggio far rimare “amare” con “Schopenhauer”».
Ha costruito un pensiero in forma interrogativa, e l'ha lasciato lì, aperto. Le sue canzoni finiscono spesso con una domanda. “Vorrei sapere a che cosa è servito vivere, amare, soffrire. Che senso avranno mai, che senso abbiamo? Noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa”. È una scelta precisa. Vecchioni lo ha detto meglio di chiunque: lui parlava di dubbi per vivere.
Eppure, non c'è nichilismo. Chi canta “l'isola non trovata” sa che l'isola in qualche modo esiste, altrimenti non ne sentirebbe il profumo nel vento. Chi scrive "siamo qualcosa che non resta" aggiunge subito "e il cuore di simboli pieno". È una poetica della negazione che non finisce nel niente.
Si definiva «agnostico inquieto in cerca dell'infinito»: uno che si ferma alla domanda, senza risolverla. Ma il caso di "Dio è morto" fu eclatante. La RAI la censurò; Radio Vaticana la trasmise. Guccini commentò che "i censori RAI si dimostrarono più papisti del Papa" — e aveva ragione. Quel Dio lo uccidono – ieri come oggi – le guerre, il razzismo, i falsi miti del consumo e del potere; e nel finale risorge, "in ciò che noi crediamo". Il titolo viene più da Ginsberg che da Nietzsche: è un grido di denuncia, non una sentenza metafisica.
In Guccini il lessico sacro non è ornamento: è struttura del linguaggio poetico. L'apocalisse che attraversa la "Canzone dei dodici mesi", il tempo che torna su sé stesso invece di procedere, la nostalgia dell'assoluto rimasta senza oggetto. Era un uomo di soglia. Campagnolo inurbato, eterno studente, fra la Via Emilia e il West: sempre tra due rive, mai su una sola. Resta il catalogo delle domande. Che è, poi, una sua grande eredità. #FrancescoGuccini
La vignetta che non avrei mai voluto disegnare ma sentivo che sarebbe arrivato il momento. Provo dolore come fosse morto una specie di papà, conosco tutte le tue storie, tutte le tue parole.
Addio Guccio, scusa se ti ho disegnato giovane ma ora che sei morto vale come ti ricordiamo.
#guccini #natangelo
fortuna che domenica parto per il mare perché mi sono ufficialmente rotta il cazzo di consigli non richiesti sul mio futuro mascherati come conversazioni amorevoli