.@willliamsssnico Nico Williams, ti voglio bene
“Mia madre ha sofferto tanto: camminare scalza nel deserto, cose che non auguro a nessuno.
E qui nessuno ruba a nessuno.
Siamo venuti per avere un pezzo di pane, un tetto, un futuro migliore per i figli e se stessi.
Mia madre ha
13 anni fa morivi per lasciare il posto ad una bambina, sulla scialuppa di salvataggio, della Costa Concordia e nessuno ti ha ancora fatto diventare un eroe.
Mi dispiace che a ricordare il tuo grande gesto non ci sia quasi nessuno, ma sono le persone come te che fanno grande e bello questo mondo.
Grazie Giuseppe Girolamo per il tuo gesto ❤
"Una società che obbliga un ottantenne a usare uno smartphone per accedere ai propri diritti non è "moderna", è una società che ha deciso di sbarazzarsi dei propri padri.
Siamo nel 2026 e tutto è diventato un'app, un codice, un portale. Ma provate a mettervi nei panni di chi ha costruito questo Paese con la fatica delle mani e oggi si ritrova analfabeta in casa propria. Se per prenotare una visita medica o pagare una bolletta devi avere un nipote esperto, allora il sistema è fallito. Chi progetta queste barriere si sente un genio dell'innovazione, ma è solo un miserabile che ignora la realtà della carne e delle ossa.
Non è evoluzione se lasciamo indietro chi ci ha preceduto. La tecnologia deve essere un aiuto, non un esame di ammissione per avere diritto alla salute o alla dignità. Stiamo togliendo la voce a chi ha più esperienza di noi, nascondendo dietro lo schermo la nostra incapacità di prenderci cura delle persone."
- Mauro Delogu
https://t.co/jVnGelJLQX
Paola Cortellesi sei anni fa si è presa la briga di elencare dei sostantivi che al maschile non perdono il significato originale mentre al femminile sono discriminanti. Un monologo irriverente e ironico, come quelli che sa fare lei e che vale la pena riproporre oggi, #8marzo.
"Io non mi alleno da non so quanti anni perché purtroppo per me fare qualunque tipo di attività vuol dire crearmi dei problemi fisici e dunque evito.
A parte le ginocchia mi ritrovo a volte con problemi alla schiena.
A casa insomma ho la fortuna di vivere un posto nel verde e ovviamente devo tagliare l'erba, sistemare ogni 7-10 giorni con il tempo che c'è.
Di conseguenza quello diciamo è il mio sfogo è il mio allenamento perché per il resto purtroppo non lo posso più fare.
E' un lavoro che mi gratifica e mi ripaga perché poi sai vivendoci vedere in ordine, pulito, l'erba tagliata, le piante a posto...
La mia giornata tipo? Vivo in collina e ovviamente c'è il bosco, c'è il giardino, ci sono tante cose da da seguire.
Ho il brutto difetto che vorrei vedere finiti i lavori ancora prima di iniziarli.
Questo mi spinge a darmi da fare e soprattutto non mi fermo fino a quando non arrivo proprio al limite.
Purtroppo è stata è stata da una parte la mia fortuna perché se non fossi stato così avrei mollato le volte che mi sono fatto male.
Mi è stato insegnato da mio padre e dalla mia famiglia e per fortuna mi è rimasto bene dentro.
La mia fortuna è di essere una persona umile.
L'umiltà ti porta a fare qualunque cosa senza vergogna, credo che alla fine sia anche una sfida contro noi stessi.
Inventarsi qualcosa per comunque sentirsi appagati.
Non ci sono solo traguardi che si raggiungono attraverso lo sport, ma nella vita ogni giorno se uno vuole ha un obiettivo da raggiungere, per quanto umile possa essere. Io vengo da una terra umile, il Veneto è gente tranquilla che lavora e che non ha paura di sporcarsi le mani.
Credo che questo sia anche frutto di queste radici che abbiamo, per noi l'importante è vivere bene, darsi da fare, realizzare i nostri obiettivi e di conseguenza gioire di questo.
L'affetto della gente per me? Rimango stupito anch'io perché insomma ho smesso da da più di due decenni.
Avere ancora così tanta gente che viene per chiedermi la foto o per chiedermi non so di firmare la maglietta mi riempie di gioia e felicità.
Spero sempre di mandarli a casa felici e contenti e di avergli regalato qualcosa che che li possa gratificare".
ROBERTO BAGGIO
🇻🇪Maduro ha liberato 99 detenuti per #Natale, ma non Alberto Trentini -in carcere senza accuse formali.
Alberto aiutava gli ultimi e i dimenticati.
Sono 407 giorni di dolore per una madre che spera, mentre il governo italiano è immobile e assente.
#Venezuela#TrentiniLibero
«La chitarra va anche bene, John… ma con quella non ci vivrai mai.»
Così disse, un giorno, una donna che lo amava più di quanto sapeva dimostrare. Anni dopo, quella stessa donna sedeva sola davanti a una finestra, fissando un telefono che non avrebbe più squillato.
Il suo nome era Mary Elizabeth Smith. Ma il mondo la conosceva come Zia Mimi.
Fu lei a crescere John Lennon.
Nel 1981, pochi mesi dopo l’assassinio di John, Mimi concesse un’intervista dal suo bungalow sulla costa inglese. Aveva 75 anni. La voce ferma, composta, come da tradizione britannica. Ma gli occhi… gli occhi no. Gli occhi raccontavano tutta un’altra storia.
Per capire quel dolore, bisognava tornare all’inizio.
Mimi accolse John quando aveva solo cinque anni. Lo crebbe a "Mendips", una casa ordinata, silenziosa, severa, in una Liverpool che ancora non immaginava i Beatles. Lei era il rigore. Lui, il disordine vestito da bambino.
Mentre lei cercava di educarlo alla compostezza, lui scarabocchiava creature bizzarre e sognava mondi che non esistevano. Ma, nonostante la severità, Mimi fu il suo porto sicuro.
Quando John conquistò il mondo, non dimenticò mai quella donna che gli aveva insegnato a stare dritto a tavola e a non rispondere male.
La chiamava da ogni angolo del pianeta. Da hotel di lusso, da studi di registrazione, tra un volo e l’altro.
«Zia Mimi, non indovineresti mai cos’è successo oggi…», le diceva eccitato, come un bambino.
Nel 1965, le comprò una casa sul mare per proteggerla dalla stampa, per regalarle finalmente pace. Lei, in cambio, lo difese sempre. «Non è un rivoluzionario! Se ci fosse una rivoluzione, John sarebbe il primo a scappare!», diceva, con quell’ironia affilata, ricordando il ragazzo fragile che aveva cresciuto.
L’8 dicembre 1980, il mondo perse una leggenda. Mimi, invece, perse il suo “ragazzo”.
E quando, l’anno seguente, un giornalista le chiese cosa pensasse dell’eredità musicale di John, lei rispose senza clamore, senza enfasi. Solo con il cuore spezzato:
«Era il mio ragazzo. Stava per tornare a casa.»
Mimi visse ancora dieci anni. Morì nel 1991.
Chi viveva lì racconta che spesso la si vedeva alla finestra, con lo sguardo fisso sul mare, come se da un momento all’altro potesse comparire quel bambino con la chitarra in mano.