Intellettualmente bulimica. Mi brillano gli occhi per la ginnastica artistica e per il cinema. Sono la figlia illegittima di Fantozzi. Fuggitiva di adozione.
𝑪𝒐𝒏𝒇𝒊𝒅𝒆𝒏𝒛𝒂
𝐋𝐚 𝐫𝐞𝐜𝐢𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐄𝐥𝐢𝐨 𝐆𝐞𝐫𝐦𝐚𝐧𝐨
Recensione di Gianni Canova
“Ti rendi conto che questa cosa se si sapesse ti distruggerebbe?”. Dice così Teresa (Federica Rosellini) al prof. Pietro Vella (Elio Germano), suo ex-insegnate di italiano al liceo, ora suo amante e compagno, dopo che i due – di comune accordo – hanno deciso di rivelarsi reciprocamente il segreto più inconfessabile delle loro vite, di farsi la “confidenza” che li terrà uniti per sempre. Pietro la ascolta – nomen omen ? – come impietrito. Ed Elio Germano presta al personaggio il volto e l’espressione di chi si sta rendendo conto che l’aver rivelato quel segreto potrebbe essere il laccio o il cappio che lo terrà prigioniero per il resto dei suoi giorni. Lacci, si intitolava il precedente film di Daniele Luchetti, come questo tratto da un romanzo di Domenico Starnone.
Confidenza è la fenomenologia esistenziale di un ulteriore “laccio”: quello legato all’incauta rivelazione di qualcosa di terribile, indicibile e inquietante. E’ lui, il segreto, il vero protagonista del film: e giustamente a noi spettatori non verrà mai rivelato che cosa ha davvero detto Pietro a Teresa. Potrebbe anche essere un McGuffin, un pretesto narrativo per mettere in moto l’indagine socio-antropologica sulle fragilità, le debolezze e lo ossessioni del maschio borghese (e intellettuale…) nell’Italia di oggi. Sta di fatto che il segreto sta lì, ossessivo, minaccioso, perturbante. Genera le allucinazioni e le paranoie del protagonista, il suo timore di essere scoperto, o di poter essere ricattato dalla donna a cui l’ha rivelato. Confidenza è un film sul rapporto fra amore e paura. Sulla paura dell’amore e sull’amore per le proprie paure. Ed Elio Germano è davvero perfetto nell’incarnare – nelle varie età della vita in cui viene mostrato il suo personaggio – tutta la semiotica e la prossemica dell’impaccio, dell’inganno, del narcisismo, del disincanto. Non è un eroe, Pietro Vella. Non è il protagonista di un melò fiammeggiante sulle conseguenze dell’amore. Non ha particolare carisma. Gli studenti lo amano – ci viene ripetuto fino alla nausea – ma davvero non si capisce perché. Non lo vediamo impegnato in aula in performance didattiche nello stile del prof. Keating di L’attimo fuggente. Ride, è cameratesco, azzecca qualche battuta, ma non si capisce davvero come faccia a interpretare l’insegnamento come un’arte del “lasciare un segno”.
Ma in ciò sta uno dei pregi dell’interpretazione di Elio Germano: nell’aver fatto di Pietro Vella un individuo “normale”, ordinario. Con i suoi sorrisi, i suoi silenzi, le sue reticenze. Spesso Daniele Luchetti lo inquadra in controluce, quasi a voler lasciare il suo viso in ombra. Pensiamo anche solo alla scena del primo bacio con Teresa, o alla sequenza in cui, sul tetto di un hotel, medita di gettarsi nel vuoto, con il disco del sole che risplende dietro la sua testa e gli genera quasi una sorta di aureola luminosa attorno al capo. Ma il viso è in ombra. Perché il prof. Vella di Elio Germano è un uomo ombroso: lo è da giovane, quando – capelli ricci e barba rossiccia – sembra affrontare spavaldo la vita e lo è ancora di più da vecchio, quando si alza a fatica dalla poltrona, schiena curva e ossa doloranti, e si affaccia alla finestra a contemplare il vuoto della sua vita. Per tutta la vita ha cercato di mostrarsi migliore di quello che è. Ha indossato maschere poco credibili per nascondere le sue debolezze, ma quasi nella speranza di essere prima o poi smascherato. Elio Germano gli conferisce un mistero che va oltre i gesti, gli sguardi, i silenzi. C’è in lui qualcosa di oscuro, qualcosa che lo rode dentro, e che genera le frequenti allucinazioni partorite dalla sua mente contorta.
Qualcosa che interroga noi spettatori e ci induce a sorvolare su certi eccessi didascalici della sceneggiatura (che bisogno c’era, nel finale, di ricordare di nuovo i limoni ammuffiti trovati nel frigo di Teresa?) per concentrarci, appunto, sulla fenomenologia di un uomo in fuga da se stesso. Mentre la colonna sonora di Thom Yorke (già frontman dei Radiohead) aggiunge aritmici e dissonanti scricchiolii e gemiti e stridori alle contorsioni psicologiche del protagonista, Elio Germano – cupo, impalato, allucinato, ma anche superficiale, approssimativo e scombussolato, talora ansimante talora strafottente - trasforma in carne viva le contraddizioni del suo personaggio e ne evidenzia l’ineludibile e banalissima mediocrità. Di tanto in tanto violente dissolvenze in nero aprono ellissi abissali nel dipanarsi della storia: tra l’una e l’altra, in un labirintico andirivieni temporale, lui resta lì, solo e sperduto, affacciato sul vuoto, in mezzo a tanti limoni che rotolano dallo scalone del palazzo del potere, aspettando solo di marcire. C’est la vie.
#welovecinemait #GianniCanova #Confidenza
A volte durissima più di altre sentire la persona che amo (chi l’avrebbe mai detto che sarebbe diventata un’espressione del mio repertorio) in videochiamata e doverla salutare senza poterla toccare
i pianti fatti per questa scena finale di "c'è ancora domani". I brividi ogni volta che ci penso.
19 candidature sono più che meritate, Paola Cortellesi dovrebbe vincerle tutte per averci regalato questo gioiello. 🤍
Continuerò a dirlo a gran voce, boomer generazione persa. Si son trovati che a 20 anni avevano casa, famiglia, figli, cani e stipendio. Hanno dato loro uno smartphone a 50 anni la prima volta per mandarsi i gattini e leggere i clickbait e ti vengono a far la morale pro-Israele
Di questo pazzo primo mese di pianti e disperazioni mi porto nel cuore il rapporto splendido che ho instaurato con le mie due colleghe, con le quali ho letteralmente portato avanti un intero reparto nelle peggiori condizioni. Non dimenticheremo mai.
Bilancio prima settimana di specializzazione: un pianto, quattro giorni di veglia più di 16 ore, diecimila dimissioni, altrettanti ricoveri, che cazzo sto facendo dovevo rimanere a scrivere paper. Voglio farmi sparare.