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fenomeno di #Ravagnani non era solo numeri sui social: era la percezione di un prete che diceva cose profonde in modo efficace, che sapeva raggiungere chi spesso non varcava la porta di una chiesa, che metteva in gioco la propria umanità x parlare di fede
#Crans_Montana una domanda aperta nel cuore. Una ferita che ci insegna che la vita è fragile come un istante, che la gioia va custodita con responsabilità, e che nel dolore più ingiusto Dio non ci toglie il peso, ma ci cammina accanto.
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Il mio primo romanzo.
È un romanzo sull’amicizia, sull’amore che non possiede ma si dona, sulla fede che sostiene nei momenti bui e sulle fragilità dei giovani di oggi. Vorrei che fosse un compagno di viaggio per chi lo legge. Se ti va, dai un’occhiata e dimmi che ne pensi.
Sul @Corriere di oggi @antoniopolito1 intervista il Cardinal Ruini sul senso della morte: Cardinal Ruini: «La morte mi fa un po' paura. E oggi molto più che un tempo penso che l'inferno esista» @corriere https://t.co/p9MiRoSL5x
Qui la lettera di Susanna Tamaro 👇
Personalmente, ho avuto l’infanzia devastata dalla disforia di genere e per questo ne posso parlare con cognizione di causa. Ho iniziato ad avere problemi fin dall’asilo, quello che nei primi anni era una forza primigenia e inconscia è diventata una disperata consapevolezza: ero scesa in terra nel corpo sbagliato.
Data l’epoca, non ho mai confessato a nessuno questa mia devastante certezza ma passavo le notti piangendo se mi veniva regalata una bambola o peggio ancora un qualche vestito da bambina. Verso gli otto, nove anni la sofferenza è diventata incontenibile, avevo sentito dire che a Casablanca si poteva cambiare sesso e quella città improvvisamente si era ammantata per me di una luce magica.
Mia nonna, intuiti i miei tormenti, a un Carnevale mi ha comprato un costume da ufficiale, divisa che non mi sono più tolta fino a che le ginocchia non si sono bucate.
Nel corso delle scuole medie, questo mio penare ha iniziato ad affievolirsi; cominciavo ad avere i miei interessi, a immaginare una vita diversa da quella della caserma. Avrei fatto la scienziata, non c’era dubbio.
E poi, al primo anno delle superiori, ho fatto una scoperta incredibile: esistevano i maschi e sembravano essere estremamente interessanti. Potenza e meraviglia degli ormoni! Sarebbero stati anche loro interessati a me? Davanti alla prorompente femminilità delle mie compagne, tentennavo incerta.
Un giorno in cui volli indossare una gonna per cercare di raggiungere il loro livello, lo ricordo come uno dei più spaventosi della mia vita. Ma poi pensai che forse era meglio restare com’ero, con jeans e maglietta, perché se qualcuno si fosse innamorato di me sarebbe stato colpito più dal mio interno che dalla mia carrozzeria. E così è stato.
Le atroci sofferenze della disforia di genere si sono dissolte come un fantasma alle prime luci dell’alba.
Da molti anni ormai mi chiedo però che cosa ne sarebbe stato di me se, a sette, otto, nove anni, fossi stata presa sotto l’ala protettiva dei falchi del gender? Mi avrebbero convinto della liceità delle mie inquietudini e, come nella più cupa delle fiabe, con il sorriso suadente di chi in realtà è un orco, mi avrebbero rassicurato, avrebbero saputo come risolvere i miei problemi e io avrei baciato con riconoscenza le mani di quegli angeli che promettevano di dissolvere il dardo infuocato che da sempre feriva il mio cuore.
Psicologi, pillole, ormoni e poi il grande salto di diventare ciò che avevo sempre sognato: un maschio. Sono fermamente convinta che la storia giudicherà i cambiamenti di sesso imposti ai bambini e ai ragazzi come un crimine.
Un crimine ideologico, perché se io, sognando di essere un ufficiale, avessi accettato di fare il grande passo, non mi sarei trasformata in un maschio ma in un essere bisognoso di cure a vita, perché la natura è estremamente più forte della cultura o dei nostri desideri e, per contrastarla, a parte le conseguenze degli interventi chirurgici, avrei dovuto ingurgitare ormoni fino alla fine dei miei giorni perché tutto l’imponente apparato biochimico del mio corpo avrebbe continuato a gridare solo una cosa: sono una femmina!
Non posso aver pace pensando al folle apparato che è stato messo in moto in questi anni per devastare le vite di bambini e di adolescenti, nel silenzio di una società sempre più pavida e confusa, capace solo di affidarsi agli esperti e ad una scienza che tutto ha a cuore, tranne il bene della persona.
Come si può pensare di bloccare con la triptorelina lo sviluppo di un bambino nell’attesa che decida cosa voglia essere? La vita non è fatta di foto polaroid. E da quando in qua i bambini hanno la consapevolezza e la capacità di determinare da soli il loro futuro? A dieci, dodici, tredici anni, senza alcuna esperienza di cosa sia la vita del corpo, come ci si può avviare a una trasformazione dalla quale non è possibile tornare indietro?
E qui si rientra nel culto tutto postmoderno del bambino come essere saggio onnisciente, a cui va evitato ogni tipo di sofferenza e i cui desideri diventato improrogabile legge. La saggezza educativa, quella realtà che sembra essersi misteriosamente dissolta, imporrebbe a chi sta vicino a bambini con la disforia di genere di lasciarli liberi di manifestare la loro inquietudine, la loro sofferenza — come ha fatto mia nonna con la divisa da ufficiale e come hanno fatto Brad Pitt e Angelina Jolie con la loro figlia che da bambina voleva essere chiamata John e che ora è diventata l’affascinante Shiloh — accompagnandoli verso l’adolescenza, quando, se non si è caricato ideologicamente questo aspetto della vita, nella maggior parte dei casi la disforia si dissolve.
Quante sono le bambine e le ragazze Asperger non diagnosticate avviate al cambiamento di sesso? Quando ci penso, non dormo la notte. E poi, questa ossessione — quella di rinchiudere in un’ideologia la complessità, la ricchezza e la varietà degli esseri umani — vuol dire costringere l’umanità in una gabbia da cui sarà sempre più difficile uscire.
O sei maschio, e devi essere maschio maschio, o sei femmina, e devi essere femmina femmina. Una femmina che non ama essere frou frou, che non civetta, che ha interessi altri rispetto alla seduzione, viene subito inquadrata come qualcuno che sta a disagio nel suo ruolo; e se qualche infelicità ha, magari di altro genere — famiglie sfasciate, anaffettività, abbandoni educativi — verrà subito caricata di un solo punto. L’identità sessuale. O meglio genitale. La stessa cosa vale per i maschi. Un maschio che ami giochi quieti, riflessivi, che preferisca passare il suo tempo con le bambine invece che buttarsi in risse selvagge verrà subito spinto a pensare che in lui c’è qualcosa che non va, qualcosa a cui si potrebbe porre rimedio.
Da che mondo è mondo, i bambini sono stati liberi di sperimentare, tra le penombre dei cespugli o dei cortili, lontano dagli sguardi degli adulti, l’identità e la potenzialità dei loro corpi, sperimentazioni protette dal sacrosanto velo del pudore e capaci di fingere una continua fluidità: «Facciamo che io ero… facciamo che tu eri…». I ruoli dell’infanzia sono da sempre meravigliosamente intercambiabili.
La ricchezza della persona discende proprio da questo continuo dialogo esplorativo, spesso ambivalente. Ci si forma ricercando, indagando, accettando e rifiutando. Ma quando questi movimenti naturali della crescita vengono militarmente guidati in una prospettiva rigidamente ideologica — il cui fine è incasellare e incatenare qualsiasi realtà dell’uomo alla sue genitalità — ci troviamo di fronte a un’umanità spinta nell’angustie di un vicolo cieco.
Eppure, nonostante tutte queste evidenze, la società contemporanea si è abbandonata al sonno della ragione, il pensiero collettivo, astutamente e lungamente indottrinato, continua ad abbattersi con furore come un’onda contro una granitica scogliera e a indicare nella scogliera il grande limite che impedisce a quell’onda di conquistare la libertà del mare aperto.
Questa scogliera è in realtà un altare, e su questo altare avviene il sacrificio di tutti i bambini, le bambine, i ragazzi e le ragazze che, a causa di un momento di confusione e di fragilità nella crescita, vengono trasformati in vittime sacrificali, perché a qualsiasi persona di buon senso appare subito chiaro che la disforia di genere nell’infanzia è sintomo di qualche altro profondo disagio, primo tra tutti, forse, quello di vivere in un mondo che ti ripete continuamente che la vita non ha senso, che noi siamo soltanto figli del nulla e del caso e che non esiste alcuna realtà al di là di quella forgiata dai nostri desideri.
I siti specializzati sono costretti a parlare di «sorpresa».
Non si capisce quanto gradita o meno, ma poco importa. Quello che conta è che il film di Jim Caviezel protagonista di Sound of Freedom, uscito nelle sale cinematografiche americane da un paio di settimane, sta sbancando il botteghino.
Il Washington Post ha rimarcato il fatto che si tratti di un prodotto a basso budget, ma che è indubbiamente «un successo».
Cosa sappiamo di Sound of Freedom? Perché piace tanto?
Sicuramente un elemento di forza è il fatto che l’opera di basa su una storia vera: quella che una decina di anni fa ha visto Tim Ballard, agente della Homeland Security, lasciare il lavoro insieme ad un certo numero di ex agenti del governo per fondare Operation Underground Railroad (O.U.R.), che lavora in tutto il mondo e in collaborazione con le forze dell’ordine per salvare i bambini dalla schiavitù e dallo sfruttamento.
Al centro dell’intera storia un’esperienza capitata a Ballard stesso, il quale, dopo aver salvato un ragazzino da una banda di trafficanti di droga, scopre che la sorella del bambino è ancora prigioniera. Di qui la sua scelta di mettersi in gioco, pur di salvare la piccola, per un viaggio rischioso attraverso la giungla colombiana.
Ballard è interpretato da Jim Caviezel, il quale è stato molto chiaro nel descrivere l’importanza di questo film per lui: «È il mio miglior film dopo La Passione di Cristo».
Caviezel ha detto che, dopo aver visto il film, spera il pubblico possa lasciare la sala «con un cuore nuovo». Questo perché la pellicola stessa ha rinnovato nell’attore, che è credente, l’importanza della lotta tra bene e male.
#SoundOfFeeedom è previsto arrivi nelle sale italiane in autunno. Inutile dire che il fatto che questo film indipendente sia già un caso aiuterà il lancio della pellicola anche nel Belpaese. Del resto, già da solo Jim Caviezel è una garanzia. Basti qui ricordare che La Passione di Cristo è stato un successo da centinaia di milioni di dollari, che ne ha incassati 20 solo nella nostra penisola. Che Sound of Freedom possa replicare un simile boom? Non si può ancora dirlo. Di certo, visto quanto sta facendo parlare di sé negli Stati Uniti, non è un film che passerà inosservato.
Tutte le edizioni internazionali della Giornata Mondiale della Gioventù fino ad oggi!
Giovanni Paolo II:
1987 Buenos Aires 🇦🇷
1989 Santiago de Compostela 🇪🇸
1991 Częstochowa 🇵🇱
1993 Denver 🇺🇸
1995 Manila 🇵🇭
1997 Parigi 🇫🇷
2000 Roma 🇮🇹
2002 Toronto 🇨🇦
Benedetto XVI:
2005 Colonia 🇩🇪
2008 Sydney 🇦🇺
2011 Madrid 🇪🇸
Francesco:
2013 Rio 🇧🇷
2016 Cracovia 🇵🇱
2019 Panama 🇵🇦
2023 Lisbona 🇵🇹
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#GMG2023 #GMG #Lisboa2023 #Lisbona2023 #WYD2023 #JMJLisboa2023
Caro Gabriele #Muccino, ho visto parecchi tuoi film, letto alcune tue interviste e ti seguo anche su Instagram. Non voglio dilungarmi troppo, ma la tua affermazione: “Le #famiglie felici non esistono” è davvero una cazzata. Qui non si tratta di dover difendere le famiglie, né di parteggiare per una tifoseria piuttosto che un’altra, è semplicemente una semplificazione e una banalizzazione di una realtà complessa come quella familiare. Le famiglie, é vero, sono complicate, sono il luogo delle grandi passioni e dei grandi scontri. Ma sono anche il luogo dove impariamo a vivere, ad amare, a perdonare. Sono anche il luogo della bellezza e dei ricordi. Abbiamo massacrato la “famiglia del Mulino bianco” dicendo che era una narrazione astratta. Vero. Ma è astratta tanto quanto la narrazione della famiglia che va oggi di moda e che metti in mostra anche in molti dei tuoi film o serie tv. Tutta fatta di tradimenti, narcisismo ed egoismo. O forse sono tutte e due reali. Perché, come dico spesso, nelle nostre famiglie viviamo in una stessa giornata il clima amorevole del Mulino bianco e il fetore della fogna di Calcutta. Tutto in poche ore. Ma la bellezza della famiglia è proprio in questo: non è facile, ma ne vale la pena. Non è roba per gente che smette di lottare alla prima difficoltà, ma l’avventura di chi sa che dopo la sfacchinata c’è sempre una gioia che dà un senso alla fatica. Le famiglie perfette esistono? No. Ma le famiglie felici nonostante tutto sì. Sarebbe bella una narrazione che evidenzi il bene e il male. Per questo abbiamo apprezzato in tanti la serie statunitense This is Us, perché non edulcorava le difficoltà, i tradimenti, le conflittualità, ma li raccontava alla luce di una bellezza di fondo che, alla fine, è quella che ci fa fare famiglia da cinquemila anni nonostante il racconto mediatico delle famiglie sia sempre negativo. Insomma: meno male che esiste la realtà che ci stupisce e ci regala quelle storie familiari che fanno andare avanti l’Italia. Se ti servono storie reali per una sceneggiatura fatti vivo: conosco famiglie che hanno fatto e fanno miracoli, hanno sanato tradimenti, hanno accudito figli malati, hanno fatto scelte coraggiose. Famiglie felici. Non perfette, ma felici.
#Buongiorno #27maggio
La pillola anticoncezionale non diventa “gratuita”, ma sarà pagata con le tasse di tutti i cittadini, nonostante le implicazioni etiche fortemente divisive, e soprattutto considerando la fatica che fanno le famiglie per pagare farmaci, invece, essenziali.
Salvo specifiche situazioni per la cura di patologie diagnosticate, infatti, la pillola anticoncezionale non costituisce una terapia per curare la salute della donna ma per impedirne il suo funzionamento naturale, tra l'altro con rischi certificati.
Non si capisce perché i contribuenti debbano essere costretti a pagare la scelta di qualcuno di non avere figli.