La morte di Jason Arday non mi interessa come apologo sulla menzogna, e ancora meno come occasione per quella forma particolarmente compiaciuta di moralismo postumo che consiste nel mettere in ordine le colpe di un morto e concludere che, in fondo, se l'è cercata. Mi interessa perché dentro la sua vicenda vedo qualcosa di molto più inquietante della possibile frode di un professore, qualcosa che riguarda Cambridge molto più di quanto Cambridge probabilmente desideri ammettere e che riguarda, insieme a Cambridge, università, fondazioni, musei, giornali, case editrici, televisioni, festival, premi, tutto quell'immenso apparato culturale occidentale che da almeno vent'anni ha fatto dell'identità una virtù pubblica e della rappresentazione una propria certificazione morale. Non so perché Jason Arday sia morto e non userò la sua morte per dimostrare ciò che non posso sapere; so però che era stato trasformato in qualcosa che nessun essere umano dovrebbe diventare per soddisfare il bisogno di innocenza di un'istituzione: una prova. La prova che Cambridge era inclusiva, che l'università britannica aveva superato le proprie gerarchie, che un bambino nero, autistico, proveniente da una storia raccontata come quasi impossibile, poteva diventare il più giovane professore nero nella storia moderna di Cambridge. La sua biografia non veniva semplicemente raccontata, ma esibita. E proprio qui comincia il problema, perché quando un'istituzione assume un individuo anche per il significato simbolico che quell'individuo può produrre, smette impercettibilmente di guardarlo e comincia a guardarsi attraverso di lui. Jason Arday diventava lo specchio nel quale Cambridge poteva contemplare la propria virtù.
Le accuse emerse successivamente sono gravissime e non ho alcun interesse ad attenuarle. Il plagio, se dimostrato, resta plagio; una falsificazione biografica, se dimostrata, resta una falsificazione; l'integrità scientifica non può dipendere dal colore della pelle di chi è sottoposto a verifica. Ma è precisamente per questo che la domanda che mi interessa non è soltanto come Jason Arday abbia potuto mentire, se ha mentito. È come abbiano potuto credergli tutti. Come sia stato possibile che una delle università più prestigiose del mondo, insieme alle istituzioni che prima di Cambridge lo avevano assunto, ai media che ne avevano amplificato la storia, ai premi che lo avevano celebrato e all'intero circuito culturale che lo aveva trasformato in una figura esemplare, disponesse apparentemente di meno curiosità critica di persone che, anni dopo, avrebbero impiegato qualche ricerca per trovare contraddizioni nella sua biografia. Perché se persino una parte significativa delle contestazioni fosse confermata, il caso Arday non dimostrerebbe soltanto il fallimento di Jason Arday. Dimostrerebbe il fallimento dei suoi certificatori. E questa distinzione è essenziale: un uomo può mentire da solo, ma per diventare un'istituzione ha bisogno che qualcuno gli creda.
È qui che il discorso sul razzismo diventa molto più scomodo di quanto consentano le categorie con cui abbiamo imparato a parlarne. Siamo abituati a riconoscere il razzismo nella sua forma negativa: la porta chiusa, il posto negato, il sospetto preventivo, il curriculum scartato perché il nome, la pelle, l'accento o la provenienza non corrispondono a quelli attesi. Ma esiste anche una forma positiva del pregiudizio, e il fatto che si presenti come benevolenza non la rende necessariamente meno paternalistica: la porta aperta non perché davanti a me ci sia un individuo che ho giudicato con la stessa severità riservata agli altri, ma perché attraverso quell’individuo posso raccontare qualcosa di moralmente rassicurante su me stesso. Non ti escludo perché sei nero; ti includo perché sei nero. Sembrano proposizioni opposte, ma condividono un presupposto sinistro: in entrambe la pelle arriva prima dell'uomo.
Ed è questo il nodo: non contro la diversity come principio, perché una società nella quale l'origine determina il destino è una società moralmente e intellettualmente povera; non contro l'ingresso delle minoranze nelle istituzioni, perché semmai il problema è quanto poco potere reale sia stato loro consegnato; ma contro una cultura che ha confuso l'emancipazione con la rappresentazione e la rappresentazione con la fotografia.Abbiamo contato i volti e dimenticato di contare le mani che decidono. Abbiamo chiesto quante persone nere comparissero sullo schermo molto più spesso di quanto abbiamo chiesto quante possedessero lo studio, scegliessero il regista, finanziassero il film, dirigessero il giornale, controllassero il capitale, stabilissero il canone. Abbiamo prodotto una società ossessionata dalla visibilità delle minoranze e molto meno interessata alla loro sovranità.
È qui che la provocazione di Denzel Washington diventa molto più interessante di qualsiasi slogan sulla rappresentazione. Quando gli venne chiesto perché "Fences" dovesse essere diretto da un regista nero, Washington rispose riportando la questione dalla pigmentazione alla cultura: "It's not color, it's culture." Il punto non era stabilire una metafisica razziale della regia, come se la melanina producesse automaticamente comprensione; era distinguere tra apparire dentro un racconto e possedere gli strumenti per determinarne la forma. E questa distinzione continua a essere rimossa. L'America ha prodotto attori neri capaci di occupare il centro assoluto dell'immaginario mondiale, ma la domanda più interessante resta quanti uomini e donne neri possiedano realmente le condizioni materiali, culturali e finanziarie per decidere quale immaginario verrà prodotto. Essere scelti non equivale a scegliere. Essere condotti al centro della scena non equivale a dirigere il teatro. E una minoranza può essere visibilissima continuando a dipendere da qualcun altro per l'accesso alla propria visibilità.
È questo, forse, uno degli inganni più riusciti dell'establishment culturale contemporaneo: aver trasformato l'inclusione in una grammatica dell'accesso senza modificare abbastanza la grammatica del potere. Il museo espone l'artista nero, ma qualcun altro governa il museo; il giornale pubblica l'editorialista immigrato, ma qualcun altro stabilisce quali opinioni dell'immigrato siano intelligibili; l'università assume il professore proveniente da una minoranza, ma l'istituzione conserva il potere di stabilire quale versione di quella minoranza meriti riconoscimento.Non è necessario immaginare una cospirazione. È molto più interessante osservare una struttura. John Stuart Mill aveva già descritto il pericolo di una società che non si limita a proibire, ma impone attraverso la pressione dell'opinione dominante i propri modi di pensare e di vivere, fino a rendere socialmente costoso perfino il dissenso non illegale. Forse una parte della politica identitaria contemporanea ha finito, paradossalmente, per costruire proprio questo dispositivo: non ti impedisco di parlare; stabilisco la lingua nella quale la tua differenza diventa riconoscibile. È una forma di potere particolarmente seducente perché offre qualcosa di reale. Offre accesso e prestigio: pubblicazioni, cattedre, palcoscenici, premi, attenzione. Sarebbe infantile negarlo. Ma proprio perché offre qualcosa può chiedere qualcosa in cambio, e ciò che chiede non è necessariamente obbedienza esplicita. Chiede intelligibilità. Devi essere il nero che il sistema sa leggere, l'immigrato che conferma la narrazione dell'immigrazione che il sistema ha già elaborato, la donna che racconta l'emancipazione nel lessico che l'istituzione riconosce come emancipato. Puoi perfino essere radicale, purché la tua radicalità appartenga al catalogo delle radicalità ammesse. Il problema comincia quando rifiuti l'interprete.
Queste dinamiche le conosco bene, perché anche a me è stata offerta, in forme diverse, la possibilità di essere interpretata. Arrivare da un altro paese significa scoprire molto presto che gli altri possiedono già una storia pronta per te. Sei l'immigrata, dunque devi essere grata in un certo modo, emancipata in un certo modo, progressista nel modo corretto; qualcuno ti spiegherà perfino quale significato politico debba avere la tua biografia. Per un certo periodo puoi persino scambiare questa interpretazione per riconoscimento, perché essere riconosciuti è una tentazione potente soprattutto quando si proviene da fuori. Ma il contratto diventa visibile nel momento in cui lo rifiuti. Quando ho smesso di accettare che fosse l'establishment culturale della sinistra da cui provenivo a tradurmi, quando ho preteso di possedere interamente la mia voce, di formulare giudizi che non coincidevano con quelli attesi, la stessa appartenenza che sembrava essermi stata offerta ha cominciato a restringersi. Non ero cambiata io; era venuta meno la mia utilità come figura interpretabile. Ed è lì che si comprende quanto una certa celebrazione della diversità ami, in realtà, una diversità perfettamente addomesticata: differenti origini, differenti colori, differenti corpi, purché la sintassi morale rimanga la stessa.
Jason Arday mi inquieta perché, se la ricostruzione delle accuse reggerà, potrebbe rappresentare la versione estrema e tragica di questo contratto. Un uomo offre al sistema una storia che il sistema desidera disperatamente raccontare; il sistema gli offre in cambio una capacità di ascesa che quella storia rende più rapida. Non occorre stabilire chi abbia ingannato chi per vedere il problema. Forse, in una certa misura, si sono riconosciuti. Lui aveva bisogno della loro legittimazione; loro avevano bisogno della sua biografia. Lui riceveva prestigio, loro ricevevano virtù. E quando un rapporto istituzionale assume questa forma, il controllo diventa quasi psicologicamente indesiderabile, perché verificare troppo severamente la storia significa rischiare di distruggere proprio ciò che si desidera celebrare. La credulità diventa allora non l'opposto del pregiudizio, ma una delle sue forme più insidiose. Per questo trovo insopportabile tanto l'assoluzione automatica quanto il compiacimento di chi oggi contempla la rovina di Arday come la conferma definitiva di ciò che aveva sempre pensato della diversity. I primi continuano a negargli la responsabilità individuale; i secondi trasformano un individuo in una prova contro milioni di altri individui. Entrambi fanno esattamente ciò che dichiarano di combattere: cancellano Jason Arday e conservano la categoria.Per gli uni deve essere una vittima; per gli altri deve essere un impostore. Ma un uomo non è mai soltanto la funzione morale che gli assegniamo.Ed è precisamente qui che le istituzioni avrebbero dovuto fare ciò che oggi sembra quasi rivoluzionario: trattarlo normalmente. Verificare, controllare, dubitare. E pretendere. Non perché nero malgrado tutto, non perché nero soprattutto, ma perché professore.
Il paternalismo delle basse aspettative non è compassione: è una forma di disprezzo che ha imparato a rendersi socialmente presentabile. Se non verifico con la stessa severità il lavoro di un uomo perché appartiene a una categoria che considero storicamente vulnerabile, posso chiamare il mio gesto inclusione, riparazione, equità; ma sotto il lessico resta una convinzione profondamente radicata: non credo davvero che tu possa reggere il peso dello standard comune. E quando quella sospensione dello standard viene applicata da un'istituzione che contemporaneamente utilizza il tuo volto come prova della propria superiorità morale, il rapporto diventa quasi coloniale nella sua struttura: io stabilisco il significato della tua presenza, io certifico la tua ascesa, io ricevo il prestigio morale della tua riuscita e, quando il contratto si spezza, tu resti solo con il costo della caduta.
È questo il punto sul quale Cambridge non può limitarsi a essere il luogo nel quale una possibile frode è stata infine scoperta. Deve interrogarsi sulla possibilità di essere stata anche una delle istituzioni che hanno reso quella frode, se tale si dimostrerà, così straordinariamente conveniente da non volerla vedere prima. Lo stesso vale per i media che hanno raccontato Arday, per le organizzazioni che lo hanno premiato, per tutti coloro che hanno trasformato una biografia in un dispositivo edificante senza applicare alla biografia la stessa diffidenza che un giornalista dovrebbe applicare a qualunque storia troppo perfetta.
E qui arriviamo alla morte, sulla quale occorre essere insieme più severi e più umili. Non sappiamo perché Jason Arday sia morto. Non sappiamo quale peso abbiano avuto le accuse, l'esposizione pubblica, la vergogna, la paura, la vita privata o qualcosa che nessuno di noi conoscerà mai. Attribuire causalmente la sua morte a Cambridge, ai giornalisti o a chi ha sollevato dubbi sul suo lavoro significherebbe sostituire alla conoscenza un'altra narrazione, proprio mentre accusiamo il sistema di averne costruita una. Ma dire che non possiamo conoscere la causa della morte non significa assolvere il contesto nel quale quella morte è avvenuta. Responsabilità causale e responsabilità morale non sono sinonimi. È possibile non sapere chi abbia spinto un uomo verso il margine e chiedersi comunque chi abbia costruito il precipizio.
Ed è questo che trovo osceno nella frase, ripetuta in questi giorni da molti online, secondo cui "l’unico responsabile della morte di Jason Arday sarebbe Jason Arday". È una formula che possiede la precisione apparente di una tautologia e la profondità morale di un modulo assicurativo. Certamente ciascuno risponde dei propri atti; ma una civiltà esiste precisamente perché abbiamo deciso che l'individuo non vive dentro un vuoto metafisico, che vergogna, reputazione, appartenenza, espulsione e riconoscimento sono forze reali, e che il modo in cui una comunità esercita il giudizio dice qualcosa della comunità anche quando il giudizio è meritato. Si può scoprire una menzogna senza desiderare l'annientamento del mentitore. Si può difendere uno standard senza trasformare la punizione in spettacolo. Si può chiedere conto a un uomo senza convincersi che, una volta colpevole, ogni cosa che gli accade diventi retroattivamente irrilevante.
Il paradosso è che proprio l'epoca che più parla di identità sembra avere smarrito l'individuo. Abbiamo costruito un linguaggio minuziosissimo per definire i gruppi e uno sempre più povero per comprendere le persone. Sappiamo catalogare la vulnerabilità, misurare la rappresentazione, correggere il vocabolario, distribuire il riconoscimento; molto meno sappiamo fare con quell'essere irriducibile che eccede la propria categoria, che desidera cose che non dovrebbe desiderare, che può mentire, contraddirsi, ribellarsi persino alla parte politica che pretende di emanciparlo. E forse il razzismo contemporaneo più interessante da indagare non è soltanto quello dei nemici dichiarati dell'uguaglianza. È quello di coloro che hanno bisogno dell'altro per dimostrare di essere buoni. Perché il razzista tradizionale diceva all’uomo nero: tu non puoi essere come me. Il paternalista contemporaneo rischia di dirgli qualcosa di apparentemente opposto ma non necessariamente più libero: puoi essere con me purché io possa spiegare che cosa significa la tua presenza. Il primo costruiva segregazione. Il secondo rischia di costruire dipendenza. E una politica autenticamente emancipatrice dovrebbe avere un'ambizione molto più alta della rappresentazione: produrre persone che non abbiano più bisogno di essere scelte.
Forse è questo che dovremmo intendere quando parliamo di potere nero, di potere delle minoranze, perfino di emancipazione. Non più posti concessi attorno al tavolo, ma la capacità di costruire tavoli. Non soltanto attori, ma registi; non soltanto firme, ma editori; non soltanto professori selezionati dentro istituzioni , ma uomini e donne capaci di fondare istituzioni, controllare capitale, determinare criteri, sopportare perfino il dissenso interno senza chiedere continuamente a una maggioranza benevola di certificarne la legittimità. Non si tratta di integrazione ma di autonomia. Ed è molto più difficile, perché l'integrazione può essere concessa dal potere mentre l'autonomia, per definizione, non può esserlo. Forse è questa la domanda che Jason Arday lascia dietro di sé, molto più della contabilità delle frasi copiate o delle biografie contestate. Che cosa abbiamo fatto davvero quando abbiamo detto alle minoranze che finalmente le stavamo "rappresentando"? Le abbiamo rese più libere o abbiamo semplicemente perfezionato il modo di selezionare chi, tra loro, poteva entrare nel nostro racconto? Abbiamo distribuito potere o visibilità? Abbiamo costruito autonomia o gratitudine? E soprattutto, quando scegliamo un uomo perché la sua storia rende migliore la nostra, siamo ancora capaci di vederlo quando quella storia smette di servirci?
Non so se Jason Arday sia stato ingannatore, ingannato o, come accade molto più spesso nella vita reale, entrambe le cose in proporzioni che nessun tribunale morale saprà misurare. So però che un'istituzione degna non dovrebbe avere bisogno del colore della pelle di un professore per dimostrare la propria virtù, così come non dovrebbe averne paura quando deve giudicarne il lavoro. Dovrebbe offrirgli qualcosa di molto più radicale dell'inclusione: l'indifferenza della regola, la severità del rispetto, la libertà di non dover incarnare alcuna redenzione collettiva. Perché forse l'uguaglianza comincia esattamente nel momento in cui nessuno ha più bisogno di mostrarci Jason Arday come prova che il sistema funziona. E se invece un sistema ha bisogno di trasformare un uomo in simbolo per certificare la propria bontà, di proteggerlo finché quel simbolo gli è utile e di restituirgli, quando crolla, tutta la solitudine dell'individuo. E allora la domanda che resta non è soltanto quanto Jason Arday abbia mentito a quelle istituzioni. È quanto quelle istituzioni abbiano mentito a se stesse attraverso di lui.
As someone living in Kyiv, I’m begging you:
Please help us stop this.
Almost every night, russia strikes Kyiv with ballistic missiles, hitting civilians, homes, and warehouses.
We can’t stop these missiles because we don’t have enough Patriot systems.
People are dying.
Please don’t look away. Share what’s happening in Ukraine. Help us save lives.
"Io sono sempre stato filo-Ucraina".
Francesco Guccini aveva chiari certi valori. In primis, quelli dell'antifascismo e della difesa della democrazia. Non gli apparteneva, invece, il finto pacifismo. Quello che chiede di disarmare la Resistenza.
Mancherà.
#guccini
Il metodo è vecchio e si riconosce a occhio nudo. Serve un nemico interno, deve essere debole, non deve poter rispondere. Il migrante non ha voto, non ha giornali, non ha un sindacato, non ha un’ora in prima serata per replicare. È il bersaglio perfetto perché è disarmato. Prendersela con chi non può reagire, in qualunque cortile di scuola, ha un nome preciso, e chi lo faceva veniva chiamato per quello che era. Farlo da Palazzo Chigi non lo rende politica, lo rende soltanto impunito.
Sanno di mentire, ed è questa la parte che non merita mezza parola di comprensione. Sanno che l’affitto a Torino non lo alza chi consegna le pizze in bicicletta. Sanno che il pronto soccorso è in ginocchio perché mancano medici e infermieri, e mancano per scelte scritte nei loro documenti di finanza pubblica. Sanno che i salari reali sono sotto il livello del 2021. Lo sanno e indicano il gommone lo stesso, ogni settimana, con la puntualità di un turno di fabbrica.
Berlusconi vendeva il comunista quando i comunisti non c’erano più, perché un fantasma non querela. Poi è toccato ai magistrati, la mossa di chi vuole togliere l’arbitro dal campo prima di truccare la partita. Salvini ci ha messo la ruspa, il rosario, il nemico quotidiano. Meloni ha fatto il salto vero, ha smesso di improvvisare. La paura è finita dentro i decreti. È finita nei centri in Albania, costruiti per restare vuoti a spese nostre. È arrivata in bocca a un ministro che parla di sostituzione etnica, che è il lessico di Renaud Camus, quello dei manifesti degli attentatori. Amministrazione ordinaria, non più sfogo da comizio. Un partito nato dai reduci di Salò, che la fiamma non l’ha mai tolta dal simbolo, ha portato al governo il vecchio mestiere e lo ha reso procedura. Possono rifiutare la parola quanto vogliono. Rispondono ai fatti.
La merce va venduta dove costa meno venderla. Non nei quartieri buoni. Nelle periferie, nei paesi svuotati, dai penultimi. Da chi ha già perso quasi tutto, e a cui si offre l’unica cosa che il potere regala gratis, qualcuno da guardare dall’alto. Povero contro più povero, così nessuno alza gli occhi. Un imbroglio a spese di chi ha già pagato, servito da gente che si presenta come il popolo mentre lavora per il contrario.
Quattro anni. Cosa resta? Niente sulla sanità, niente sull’industria, niente sui salari. Restano le nomine, i cognati, i cerchi magici, i fedelissimi promossi per obbedienza e non per competenza, la Rai occupata come un cortile di casa. Chiamarla incapacità è troppo generoso, l’incapacità è involontaria. Qui c’è un mestiere svolto con applicazione: non si governa il paese, si governa l’umore del paese, perché l’umore basta a farsi rieleggere e il paese no.
Il conto lo pagano i ragazzi che stanno crescendo dentro questa lingua. Imparano che l’estraneo è un pericolo, che la pietà è ingenuità, che il vicino con la pelle scura è una questione di ordine pubblico. Queste cose non si tolgono con un’elezione. Restano addosso per una generazione.
Infame è la parola esatta. Avevano davanti una ferita e hanno calcolato che infettarla rendeva più che curarla.
Over the course of a lifetime, we face only a few moments where the decisions we make and the actions we take will shape our history for years to come. This is one of them.
The killing of Alex Pretti is a heartbreaking tragedy. It should also be a wake-up call to every American, regardless of party, that many of our core values as a nation are increasingly under assault.
Message from inside Iran:
Please help us. The situation here is horrific. It is a full scale war. The regime’s forces show no mercy. They shoot protesters in the head and heart and even finish off those already wounded on the streets. In hospitals the wounded are being kidnapped and killed.
Masih please tell the world we need help 💔
#IranRevolution2026
#Iran
🚨NEW: Pete Hegseth is cutting Senator Mark Kelly’s military pension and demoting his rank as punishment for telling service-members to not follow illegal orders in a recent video.
RETWEET if you stand with @CaptMarkKelly against Hegseth!
Civilian train attacked. A family, including an 8-year-old, burned alive in their own home. Schools, kindergartens, and apartment buildings relentlessly shelled. Nearly 300 victims in a single, horrifying day. This isn't just a story, it's a monumental human tragedy that demands to be on every front page and the primary focus of every prime-time broadcast. So, why isn't it? What more needs to happen for the russian mass murder of Ukrainians be deemed newsworthy?
@carlo_taormina Ma che dice??? Il Midazolam é un farmaco di routine nelle procedure anestesiologiche ed e analgesiche, ansiolitico e si usa persino nella sedazione coscienze in odontoiatria. Impreparatissimo.
Dopo le dichiarazioni di Schlein ieri e di buona parte del PD, credo che - vista la situazione mondiale- e l’incoscienza pseudo pacifista della sinistra italiana, la sinistra sia la direzione sbagliata.
Personalmente voterò solo chi applaude Europe ReArm e si schiererà inequivocabilmente per fare dell’Europa una potenza anche militare.
Senza la sicurezza tutto il resto è fuffa perché chiunque può portartelo via.