𝐎𝐜𝐜𝐮𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐜𝐚𝐬𝐞, 𝐯𝐢𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐚𝐦𝐞𝐫𝐚 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 𝐥𝐞𝐠𝐠𝐞: 𝐩𝐞𝐧𝐞 𝐝𝐚 𝐝𝐮𝐞 𝐚 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐚𝐧𝐧𝐢.
“Norma anti-Salis”, dediche nei miei confronti da parte di deputati e giornalisti… è già in scena il solito circo mediatico-politico 𝑎𝑑 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑎𝑚 per nascondere la realtà oggettiva: la norma contro le occupazioni colpisce decine di migliaia di persone che non hanno un tetto sopra la testa.
Il bersaglio, come al solito, sono le classi popolari.
Di fronte a una questione sociale fondamentale come quella del diritto all’abitare, il governo risponde con lo stato di polizia e il carcere, perseguendo la logica della punizione della povertà. Poco importa se le prigioni in questo Paese sono sovraffollate, non rispettano i diritti fondamentali e non hanno alcuna funzione rieducativa… l’unica risposta che sembrano conoscere è sempre la stessa, pur non avendo alcuna efficacia sociale.
Per convincere l’opinione pubblica della bontà dei loro metodi, fanno disinformazione in modo sistematico e spregiudicato, stravolgendo i fatti. Si ripete continuamente che i movimenti di lotta per la casa, attraverso la pratica dell’occupazione, rubano le abitazioni ad altre persone. Ma questa è la più grande menzogna: nessuna casa è mai stata sottratta dai movimenti a chi ne avesse bisogno, anzi. Quello lo fa il racket, che rappresenta l’esatto contrario di ciò che i movimenti per la casa cercano di fare.
Le case occupate dai movimenti, e da migliaia di persone che non cadono nella trappola della guerra tra poveri, sono immobili vuoti e lasciati al degrado, appartenenti o al pubblico o ai palazzinari della speculazione edilizia.
Vorrei dunque chiedere al governo:
Dove sono le proposte per dare un’abitazione a chi ne ha bisogno? Quanto denaro viene investito in politiche a favore del diritto all’abitare? Perché non si prendono provvedimenti contro gli enti di edilizia popolare, evidentemente incapaci di svolgere il proprio lavoro?
Eni ha presentato la settimana scorsa il suo piano strategico di investimenti al 2027, lo abbiamo letto, commentato e non ha senso continuare a ripetere le stesse cose, ma sì, investono poco in rinnovabili, vogliono fare la transizione, ma piano piano piano (da 3GW a 8GW), e nel frattempo continuano a espandere petrolio e gas, a colpi di piani Mattei eccetera. L'idea di futuro dell'Eni è sempre la stessa (d'altra parte perché dovrebbe cambiare, in assenza di pressioni politiche o di dibattito pubblico): la transizione la faremo, ma la faremo solo quando sarà finito il business dell'oil&gas, altri motivi non ne ne vediamo, non ci interessano. A me piacciono i piani industriali, ma mi piacciono soprattutto le fasi perfette. Descalzi, muscolare CEO dell'Eni, ne ha detta una che potrebbero aver scritto Martin Amis o Bret Easton Ellis, grandi cantori della dissociazione umana: «In conclusione, riteniamo che la transizione energetica possa essere realizzabile se genera ritorni adeguati e sostenibili, e pone le basi per nuove e profittevoli forme di business». È un'ovvietà, ma sono le ovvietà ci raccontano la realtà profonda del nostro tempo. Possiamo salvare la civiltà umana, ma solo se salvare la civiltà umana sarà un nuovo e profittevole business. Sennò niente, ciao, torneranno i parameci e le amebe e la vita sulla Terra ricomincerà altrove. La nostra fortuna è che - almeno in parte - la transizione è un buon business. Ma pensa se non lo fosse. L'estinzione per mancanza di profitti, votata all'unanimità nei CDA di tutto il mondo. C'è un livello in cui questa è una nuova rivoluzione industriale, coi capitani delle vecchie navi che non vogliono mollare la presa, perché a nessuno piace invecchiare, a nessuno piace essere il vecchio modello dismesso. Ma c'è un altro livello, più politico, in cui l'umanità sta letteralmente implorando chi controlla il capitale energetico di non assassinarla, di non assassinarla per generazioni, e chi controlla il capitale energetico risponde sobriamente e pacatamente: «Signori, la sopravvivenza della vostra vita sarà possibile, ma solo se genera ritorni adeguati e sostenibili, e pone le basi per nuove e profittevoli forme di business».
Gennaio è stato l'OTTAVO mese di fila a essere il più caldo mai affrontato dall'umanità. Arriveremo a dodici e poi smetteremo di farci caso, come più o meno si smette di fare caso a tutto, la nostra interpretazione della metafora rana nel pentolino sta diventando così letterale.
I am begging you to watch this six minute @CNN clip from a field hospital in southern Gaza — “a window to hell.”
At some point, you hear the sound of an air strike. Later, you see the people who were maimed in that strike brought in.
Simply horrifying.
(Non è una questione di quale posizione si ha sul clima, a questo punto, ma di tenerci a ribadire di essere il paese più provinciale al mondo, di voler essere questa cosa qui).
Qui a COP28 colpisce il fatto che la ministra della transizione ecologica spagnola, Teresa Ribera, parli tre lingue, sia la voce, il volto e la guida per il negoziato per conto dell'Europa, al fianco del commissario al clima Hoekstra, e abbia una così profonda conoscenza della questione climatica, mentre il ministro dell'ambiente italiano Gilberto Pichetto Fratin viene qui nella completa, totale irrilevanza, non ha niente da dire, non ha nessuna lingua con cui dirlo, non sapeva niente l'anno scorso, continua a non sapere niente quest'anno.
Siamo completamente fuori dai giochi a livello politico (i nostri tecnici sono tra i più bravi, ma è un'altra storia), forse è meglio così, comunque colpisce la nostra scelta di auto-marginalizzarci politicamente così in un negoziato tanto importante.
Intanto Ribera ha appena detto una cosa importante sulla cattura e stoccaggio della CO2: limitarla solo ai settori su cui è difficile tagliare le emissioni, una posizione opposta alla narrativa dei petrostati che comandano qui. La trattativa sul phase-out dei combustibili fossili si preannuncia durissima.
Domani si riposa e poi partirà il rettilineo finale di COP28, fino al 12 dicembre (e forse oltre). La posizione europea sarà plasmata sostanzialmente da Ribera e dall'inviata per il clima della Germania, Jennifer Morgan, ed è in buone mani.
Per l'Italia, ripassare tra qualche anno
The amount Elon Musk just paid for Twitter ($44 billion) is nearly equal to Biden’s proposed climate budget ($44.9 billion), in case anyone's wondering how seriously we’re taking the climate crisis