Sono uno spirito libero con un pensiero libero. Non mi appiattisco sulle posizioni di nessuno, ho le mie idee, talvolta possono essere simili a quelle di altri.
Giovani violenti: gridano contro il capitalismo e intanto desiderano gratis i suoi simboli più costosi. Il successo altrui diventa prova di un’ingiustizia. Questa cultura non nasce nelle periferie ma fra gli intellettuali
https://t.co/nj3eRnzLdS
I compagni rossi non si smentiscono mai: pur di attaccare il governo stanno dalla parte di chi distrugge e mette a ferro e fuoco le nostre città.
Questo è l’atteggiamento di chi è profondamente anti-italiano e vuole la disgregazione della nostra cultura e della nostra civiltà.
Alle prossime elezioni gli italiani si ricorderanno chi è sempre stato dalla parte dell’ordine e della legalità e chi invece ha sempre deciso di appoggiare violenti e criminali.
Vergognatevi.
A mettere a ferro e fuoco mezza Italia sono stati teppisti islamici con il favore della sinistra salottiera e di figure come Youssef Siher, collaboratore del Fatto Quotidiano e organizzatore delle chat di rivoltosi. In tutto ciò, il problema è sempre lo stesso: l’Islam.
Ad agosto sono stato in Lituania. Abbiamo noleggiato una macchina e girato il Paese. È stato bellissimo, ma non è questo che voglio raccontare.
Una sera, a Vilnius, una persona che era con me mi ha detto una frase: «In Italia non ci abbiamo capito niente».
Quel giorno avevamo visitato l’ex sede del KGB. Celle grandi quanto un armadio, stanze di tortura, prigioni per dissidenti e religiosi. Una stanza dove i prigionieri politici venivano giustiziati, uno dopo l’altro, e i corpi fatti sparire. Ci sono ancora i buchi dei proiettili nel muro. Nel museo, oltre ai crimini commessi dall’URSS (milioni di persone deportate, intere famiglie distrutte, oppositori perseguitati…), viene raccontata anche la storia dei partigiani lituani. Uomini e donne che combattevano e morivano per liberare il proprio Paese dall’occupazione sovietica.
E quella voglia di non finire mai più sotto il dominio russo la senti ovunque. Nei musei, nelle testimonianze delle persone, nelle condanne ai crimini che la Russia commette ancora oggi. Senti una continuità storica fortissima, come se quello che succede oggi in Ucraina fosse anche parte della loro storia.
Quella persona era rimasta in silenzio per un po’ prima di dirmi quella frase. Aveva votato comunista per gran parte della sua giovinezza. Come tanti italiani, era cresciuta pensando che il comunismo fosse l’opposto del fascismo e quindi il massimo della libertà e della giustizia. Per lei la bandiera dell’URSS rappresentava la liberazione, la resistenza, la difesa degli oppressi. E invece: «Mentre in Italia votavo comunista, qui c’erano persone che venivano imprigionate, torturate e uccise proprio da chi finanziava il partito che votavo».
Non erano cose che non si potevano sapere. Le repressioni sovietiche erano denunciate già allora. Ma l’URSS finanziava il più grande partito comunista dell’Occidente, quello italiano, ed esercitava un’enorme influenza sulla nostra vita politica e culturale. La propaganda sovietica ha lasciato un’impronta profondissima in Italia. Quella di Putin ha saputo sfruttare anche quell’eredità.
Siamo cresciuti in un Paese dove gli stessi simboli che per milioni di europei rappresentavano occupazione, deportazioni e repressione venivano esibiti come simboli di libertà. E con questa storia non abbiamo mai fatto davvero i conti.
Ancora oggi c’è chi scende in piazza con bandiere sovietiche, convinto di stare dalla parte degli oppressi. E penso a quei ragazzi e a quelle ragazze lituane, e non solo, che mentre noi celebravamo l’URSS morivano per liberarsi proprio dall’URSS. Per essere liberi.
«In Italia non ci abbiamo capito niente». E purtroppo continuiamo a non capire.
Se si arrende anche la Chiesa…
Grazie Roberto!
Roberto Riccardi
Gesù può attendere. I vescovi spiegano l’Islam ai nostri figli. Non il Vangelo, il credo musulmano.
La Chiesa ha cambiato mestiere. Assurdo? Mica tanto e ora vediamo perché.
Il cardinale Matteo Zuppi ha presentato, il 21 ottobre scorso, le “Schede per conoscere l’Islam”, preparate dalla CEI con il Pontificio Istituto di studi arabi e d’islamistica.
Le hanno scritte insieme autori cattolici e musulmani. Sono destinate ai libri di testo e alla formazione dei professori dell’ora di religione cattolica.
Cattolica, appunto.
Il giorno dopo la Chiesa celebrava san Giovanni Paolo II, il Papa del “Non abbiate paura”. Sembra passato un secolo.
Non è un errore didattico. È una resa firmata.
La Chiesa ha smesso di annunciare una verità e si è messa a fare la mediatrice tra verità che considera equivalenti.
Conoscere la religione degli altri non è peccato. Il peccato è raccontarla con gli occhi degli altri.
Basta sfogliare le schede.
Nella scheda sulla storia dell’Islam le prime conquiste arabe spariscono.
Sotto il califfo Omar la Siria e l’Egitto, terre cristiane e bizantine prese con la spada, semplicemente “diventano importanti”.
Gerusalemme compare solo quando la espugnano i crociati, nel 1099. Quella presa dagli arabi nel 638 non c’è.
Il colonialismo ha un paragrafo tutto suo, ma è soltanto europeo. Quello arabo si chiama “espansione”.
La Sicilia fu strappata ai cristiani con una guerra durata decenni. Nelle schede quella guerra diventa una “presenza islamica” che ha lasciato profondi segni nella cultura e nell’arte.
Sui cristiani sotto il dominio musulmano, la scheda concede che godevano di “una certa libertà di culto”, pagando una tassa che i musulmani non pagavano.
Poi il capolavoro: le comunità cristiane sono sopravvissute nei Paesi islamici, mentre quelle islamiche sono scomparse dall’Europa occidentale. Il tollerante, insomma, era il califfo.
Chi era la maggioranza in Siria, in Egitto, in Iraq, prima di quella “sopravvivenza”?
Il passaggio più grave sta in una nota, la trenta. Riporta il Documento di Abu Dhabi, secondo cui il pluralismo delle religioni è una “sapiente volontà divina”.
Con buona pace di Gesù, che aveva detto: nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.
Gli autori lo sanno benissimo.
Nella stessa nota ammettono che il passaggio contrasta con la Dominus Iesus di Ratzinger e risolvono la contraddizione spiegando che i due testi hanno un “genere letterario” diverso. Chiudono con la condanna del proselitismo.
Tradotto: Cristo salva, ma non diciamolo troppo forte.
Zuppi assicura che non è catechismo ma “un laboratorio di cultura e dialogo”. Si augura pure che i ragazzi musulmani frequentino l’ora di religione.
A fare cosa? A imparare l’Islam da un professore cattolico?
Per capire come si arriva fin qui bisogna partire dalla paura.
Nel 2006 Benedetto XVI, a Ratisbona, cita un imperatore bizantino e il mondo islamico esplode. Pochi giorni dopo, a Mogadiscio, viene uccisa suor Leonella Sgorbati.
Da allora la diplomazia vaticana ragiona come chi tratta con gli ostaggi in mano: mai alzare la voce.
Poi viene la colpa.
La Chiesa ha assorbito il processo che l’Occidente laico fa a sé stesso: Crociate, colonialismo, missionari complici degli imperi.
Evangelizzare è diventato imbarazzante, convertire quasi un’aggressione. Francesco lo disse a Scalfari nel 2013: il proselitismo è “una solenne sciocchezza”.
Infine il calcolo. In un’Europa scristianizzata il vescovo si sente più vicino al musulmano che prega e digiuna che all’italiano che in chiesa non mette piede.
Le schede lo scrivono con soddisfazione, citando gli accordi comuni sull’aborto e sul fine vita. Il nemico è il secolarismo. L’Islam diventa un alleato.
La Chiesa stringe la mano al concorrente che le sta portando via il terreno, perché almeno quello crede in qualcosa.
Il risultato è un’istituzione che parla come un’agenzia dell’ONU: pace, convivenza, cittadinanza, diritti, fratellanza. Di salvezza, nemmeno l’ombra.
La linea scende da Roma fino alle diocesi.
Per il Ramadan del 2024 il vescovo di Albano, Vincenzo Viva, ha scritto ai musulmani del suo territorio.
Il messaggio si apre con “al-salam alaykum”. Si chiude invocando “Dio, il Clemente e Misericordioso”, gli attributi con cui si aprono le sure del Corano.
Nomina la Quaresima, Cristo mai.
Al telefono con l’imam della Grande Moschea di Roma, il vescovo ha assicurato che la preghiera della diocesi andava “soprattutto” a Gaza. Per gli ostaggi di Hamas, nemmeno una riga.
Eppure la tradizione cristiana sull’Islam ha parole precise. San Giovanni Damasceno, nell’VIII secolo, non lo considerava paganesimo ma eresia: conosce il Dio unico e nega il Figlio.
Dante mette Maometto all’Inferno, tra i seminatori di scisma. La Prima lettera di Giovanni non lascia margini: chi nega il Figlio non ha neppure il Padre.
Zuppi non sta dialogando con l’Islam. Ha smesso di dialogare con la propria tradizione.
E qui il paradosso diventa beffa. Le schede poggiano su una tesi: l’ostilità nasce dall’ignoranza, la conoscenza è l’antidoto. Zuppi denuncia una “notevole ignoranza” degli italiani sull’Islam.
Strano cruccio, per un cardinale. Il suo mestiere sarebbe far conoscere Cristo, non la concorrenza.
Sabato a Milano è stato fermato Youssef Siher, italiano di seconda generazione, ricercatore di islamismo politico. Per la Procura è la mente del Movimento 17 ottobre e l’accusa è istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo.
L’Islam lo conosceva meglio di Zuppi e delle sue bizzarre schede. Se l’accusa reggerà, la conoscenza non lo ha reso più mite.
Il problema non è che non conosciamo loro. È che non sappiamo più chi siamo noi.
Un ragazzo musulmano sente dal suo imam che possiede la verità. Un ragazzo cattolico sente dal suo vescovo che bisogna cercare le convergenze.
Il primo riceve un’identità, il secondo un invito alla cortesia. A quindici anni nessuno si innamora della cortesia.
L’Islam non ha cambiato mestiere. Continua a pensarsi come verità unica e definitiva, mentre la Chiesa si siede al tavolo come una parte tra le parti. Al tavolo, chi crede in sé stesso vince sempre su chi crede solo nel tavolo.
Le schede non sembrano un ponte. Ma un tributo.
Ai vescovi nessuno chiede crociate. Si chiede una cosa più semplice e più difficile: tornare a dire chi sono. Che Dio è uno e trino. Che la salvezza ha un nome.
Altrimenti i nostri figli impareranno a scuola tutto dell’Islam e niente di sé stessi. Il giorno in cui cercheranno una verità, la troveranno. Non sarà la nostra.
Quarantotto anni fa un Papa gridò al mondo di spalancare le porte a Cristo. Oggi le porte le abbiamo spalancate. A tutti. Tranne a Lui.
Autore: Roberto Riccardi
Poi un giorno con calma e se c'è tempo parliamo di quanto sia chic far fare il dottorato agli immigrati e più sono esotici e meglio è.
Gente di 40 anni (che potrebbero anche essere 29 o 56 o anche chiamarsi in tutt'altro modo) che prende la borsa junior pensata per un neolaureato, gente che autocertifica lauree prese a Mombasa, gente che non sa l'italiano [sic!]. E più sei un barone potente e di sinistra più devi far avere il dottorato all'immigrato. Una sorta di dettaglio di lusso nella tua carriera e più l'immigrato è improbabile, incompetente, imbarazzante ed evanescente più il tuo potere di barone è confermato perché nessuno osa dirlo in Consiglio di facoltà.
Se poi trovi il dottorando - per pura ipotesi: di Fisica - che incita all'uccisione politica sui social allora acquisti ancora più prestigio. Il massimo dello chic è il dottorando che organizza un movimento di piazza islamico per devastare la città, lì arrivi veramente al livello "Umberto Eco", il top di gamma e puoi arrivare al tetto massimo di fondi di ricerca.
Siamo già a “Youssef chi?”
Ma è un prodotto del vivaio di sinistra
Eh no, signori della sinistra politica e di quella mediatica: così è troppo comodo. Fischiettate, fate i vaghi, indossate la vostra faccia più stupita, e poi - volpini come siete - passate velocemente a parlar d’altro.
Pensate di cavarvela così: i politici di sinistra restando muti (stavolta non possono nemmeno gridare: “Meloni venga a riferire in Parlamento”); i grandi giornali d’informazione indipendente scrivendo pezzi anche approfonditi sulla figura di Youssef Siher, ma relegati in posizione laterale, in modo che il lettore debba faticare un po’ a cercarli; quelli del Fatto quotidiano limitando a sei righe la circostanza imbarazzante che il tipetto avesse collaborato con loro; quelli dell’Ispi parlando di un vecchio stage, nulla di più.
Insomma, siamo già alla fase “Youssef chi?”, con un poderoso sforzo per archiviare la pratica, per allontanare questa presenza ingombrante. E invece no.
Badate bene. Qui non abbiamo la minima accusa legale da muovervi, ci mancherebbe: siamo liberali e garantisti perfino verso Youssef, e a maggior ragione dobbiamo esserlo verso chi a qualunque titolo sia entrato in contatto con lui.
Semmai - ed è tutt’altra cosa - abbiamo invece un’accusa politica e culturale da muovervi: Youssef non era “altro” da voi. Era uno di voi. La pensava e la pensa come voi. Era accolto negli istituti di ricerca “giusti” perché quegli istituti promuovono e allevano chi la pensa in quel modo sul Medio Oriente e pure sull’Occidente. Era accolto da siti e giornali “giusti” perché era del tutto omogeneo allo standard degli opinionisti italiani che si esprimono da anni anche in tv su queste faccende.
Il punto non è (questo lo stabiliranno gli investigatori) se Youssef sia o non sia un agente che qualcuno ha infiltrato in Italia: il punto è che (infiltrato o no, cane sciolto o cane al guinzaglio) le sue posizioni esplicite, dichiarate, direi perfino “trasparenti”, erano e sono intercambiabili con le vostre, e infatti sono state accolte, ospitate, pubblicate.
A essere maliziosi, potremmo dire che c’è un po’ di Youssef anche in voi, e un po’ di voi in lui. A essere più malinconici e pessimisti, potremmo invece concludere che dalle vostre parti gestite il vivaio dei vecchi e dei nuovi Youssef. E’ così, lo sapete e lo sappiamo tutti.
Antonio Socci .com : "Zuppi ha trasformato la Cei in una sezione del Pd. Stranamente si è occupato di Dio: quello degli islamici. Un progetto Cei: 11 schede per far conoscere l'Islam a insegnanti e studenti dell'Ora di religione cattolica delle scuole 🇮🇹"
https://t.co/oKY8lwtFAX
L’arresto di Youssef Siher riporta alla luce una realtà che non è possibile più ignorare: il “palestinismo” è un’ideologia di radicalizzazione e sovversione che strumentalizza la causa palestinese per minare dall’interno le società occidentali. Una minaccia concreta alla sicurezza, alla stabilità e ai valori delle istituzioni democratiche, che non può più essere sottovalutata né tollerata.
👏👏👏👏
Roberto Damico. La Pagina
“Cari studenti italiani, che oggi scendete in piazza con bandiere con il martello e la falce e indossate magliette con la scritta ‘CCCP’,” ha esordito una lettera aperta in italiano scritta dall’espatriata lituana Neringa Budryt.
“Vorrei farvi una domanda: conoscete davvero il significato dei simboli che portate? E sapete cosa sarebbe accaduto a molti di voi se aveste manifestato apertamente in paesi oppressi dai regimi comunisti?
Lasciate che vi dica una cosa. È facile sventolare una bandiera rossa quando, per voi, il comunismo è solo un’idea astratta di uguaglianza, giustizia sociale e ribellione al sistema. È facile indossare una maglietta con la scritta ‘CCCP’ quando non avete mai vissuto la realtà di un regime comunista.
Noi veniamo da quella parte d’Europa dove il comunismo non era una maglietta, un simbolo di ribellione o un’idea romantica di uguaglianza. Era il sistema in cui vivevamo – un sistema che non abbiamo mai scelto.
Conosciamo la storia della repressione sovietica, delle purghe staliniane, dei Gulag e delle deportazioni di massa. Soprattutto, conosciamo la parola ‘Siberia’ – un luogo in cui migliaia di innocenti furono deportati con la forza, solo per aver pensato diversamente.
In Siberia – in mezzo al freddo gelido, alla fame e al lavoro forzato – molti persero la vita; coloro che sopravvissero portarono per sempre le cicatrici di quell’esperienza. Intere famiglie furono spezzate, e generazioni furono private della possibilità di vivere libere nella propria patria.
Nei paesi del blocco sovietico, la censura, la polizia politica, la sorveglianza e la repressione del dissenso limitarono drasticamente le libertà individuali.
Siamo cresciuti in un sistema in cui il controllo statale permeava persino la nostra vita quotidiana. A scuola, eravamo obbligati a indossare la cravatta rossa dei ‘Pionieri’. Ci controllavano; tenevano traccia di dove andavamo e persino se frequentavamo la chiesa. Perfino la fede – una scelta che dovrebbe appartenere alla coscienza individuale – poteva diventare motivo di sospetto.
Festeggiavamo il Natale con le finestre oscurate, per assicurarci che nessuno ci vedesse e ci denunciasse. Perché era proibito – proprio come tante altre cose: i jeans, la musica rock e tutti i simboli di uno stile di vita occidentale. Mia madre tornò da un campo di lavoro sovietico. E sapete cosa le accadde? Le fu impedito di continuare gli studi perché era stata etichettata come nemica del comunismo.
Sotto un regime comunista, non potevate protestare. Rischiavate l’arresto, la prigione, l’interrogatorio, la persecuzione – e, in certi contesti storici, persino la morte. Nell’Unione Sovietica e in altri regimi comunisti, il dissenso politico poteva costarvi la libertà e la vita.
Le manifestazioni indipendenti dalle autorità non erano un diritto garantito; spesso venivano represse con la forza.
È per questo che mi colpisce vedere giovani italiani che esibiscono con orgoglio il martello e la falce – simboli associati a regimi che hanno perseguitato e imprigionato milioni di persone.
Oggi, siete liberi di scendere in piazza, di gridare contro il governo, di criticare le istituzioni e di sventolare le vostre bandiere proprio perché vivete in una democrazia che vi concede queste libertà. Sotto un regime autoritario di quel tipo, protestare contro chi detiene il potere vi avrebbe potuto portare in prigione.
Non si tratta di negare l’esistenza di ingiustizie sociali, disuguaglianze o il diritto di lottare per un mondo migliore. Siete liberi di scendere in piazza per rivendicare una società più giusta – ma non dovreste idealizzare un sistema che ha negato a così tante persone proprio quelle cose che oggi siete liberi di esercitare: il diritto di scegliere, di credere, di parlare e di dissentire. Prima di indossare una maglietta con la scritta ‘CCCP’, ascoltate chi ha vissuto quel mondo. Parlate con i deportati e i loro discendenti; leggete i resoconti di coloro che hanno sopportato i gulag e l’esilio forzato in Siberia. Imparate cosa significava essere privati della libertà, della casa, dei propri cari – e persino di ogni prospettiva di una vita normale – solo per il vostro background o le vostre convinzioni.
Prima di sventolare il martello e la falce, vi prego, studiate a fondo la storia.”
A Ravenna ci sono 8 piattaforme che sono pozzi di metano chiusi perché i verdi di sinistra non vogliono che lo si estragga , in slovenia Quì di fronte nel mare Adriatico lo estraggono da sempre , poi i coglioni di Avs danno la colpa al governo per il caro energia !! Fanculo .
Leggete…
Cari amici leggete, non passate oltre.
Leggete bene da chi siamo circondati e chi abbiamo in casa ma, soprattutto, cercate di capire chi ha calato il ponte levatoio permettendo l'ingresso del nemico in casa nostra!
#Youssef_Siher è stato rintracciato, indagato e quindi arrestato per l'ipotesi della commissione dei reati di cui agli articoli del Codice Penale, nell'ordine: Istigazione a delinquere (art. 414), finalità di terrorismo (art. 270 bis), violenza organizzata in manifestazioni (art. 420 bis).
Ha divulgato il richiamo al manuale della rivolta egiziana e l’invito a replicare il modello francese in Italia.
I capi di imputazione per i quali è indagato #YoussefSiher, ad occhio, sono simili a quelli contestati alle #brigaterosse negli anni '70 e alla #mafia negli anni '80 e '90.
Questo "signore", infatti, insieme a sua moglie (per ora indagata in concorso) stava organizzando, insieme ad altri complici, degli "atti eversivi contro lo Stato Italiano."
Chi è la moglie?
È #SagiaHammoud, libanese, palestinese e araba di appartenenza.
Tutto un programma.
Ma, attenzione: c'è chi li giustifica apertamente!
Si.
Siamo alla follia pura.
D'altronde, se abbiamo ancora in politica personaggi -e seguaci ideologici- plagiati da un retaggio partigiano del '43, cosa ci si vuole aspettare una ferma condanna?
Ma anche no.
Se c'è chi "giustifica" le brigate rosse e se le porta in Comune a Roma, ma sì, #MaurizioFalessi, l'ex appartenente alle Unità Comuniste Combattenti (UCC) ed ex brigatista, intervenuto nel V Municipio di Roma qualche giorno fa.
Ma c'è anche chi indossa le t-shirt con su la stampa di una Renault 4 di "Barbie Brigate Rosse" come la "presidente del consiglio studentesco dell'università di Trento" tale #AgneseTumicelli.
Ma non fu un caso isolato quello di #Torino.
Infatti, durante il congresso provinciale dei Giovani Democratici a #Vasto (in provincia di Chieti), un partecipante Dem è stato fotografato mentre indossava una maglietta (legata al merchandising della band trap P38) con richiami alle Brigate Rosse e una stella a cinque punte!
E che dire della dalla professoressa #DonatellaDiCesare, docente ordinaria di Filosofia teoretica all'Università Sapienza di #Roma?
Non ve la ricordate?
Ma si, in occasione della morte (viva Dio) dell'ex brigatista rossa #BarbaraBalzerani (avvenuta il 4 marzo 2024), la professoressa aveva pubblicato un post (poi vigliaccamente rimosso...) con su scritto: "La tua rivoluzione è stata anche la mia. Le vie diverse non cancellano le idee. Con malinconia un addio alla compagna Luna."
Lo ripeto.
"La tua rivoluzione è stata anche la mia", ma che schifo!
E che dire dell'episodio accaduto nel quartiere San Lorenzo a Roma, quando alcuni anarchici ed esponenti dei centri sociali si sono ritrovati in strada per dare l’ultimo saluto all’ex BR #SalvatoreRicciardi?
E non vogliamo ricordare i funerali di #ProsperoGallinari?
Ma si, ricordiamo il funerale dell'ex leader del gruppo terrorista delle Brigate Rosse (fu tra i sequestratori e assassini di #AldoMoro, allora presidente della Democrazia Cristiana) visitato a #Coviolo (#ReggioEmilia) dagli ex brigatisti #Curcio, #Fiore, #Balzerani e #Paroli che per l’ultimo saluto all’ex brigatista hanno scandito cori tipo "Prospero è vivo e lotta insieme a noi" e "Le nostre idee non moriranno mai".
Che schifo.
Qui mi fermo, per ora, ma l'elenco degli episodi raccapriccianti è infinito.
Le Brigate Rosse non hanno nulla di folkloristico o ironico, non sono un mito da richiamare né un'icona da stampare su una maglietta ne eroi da salutare perché sono solo il volto del sangue versato non solo di Aldo Moro, barbaramente e #vigliaccamente assassinato, ma quello dei servitori dello Stato falciati dalla violenza.
Oltre alle rapine e ai sequestri di persona, le brigate rosse hanno ammazzato 86 persone.
Così come la mafia, il terrorismo islamico e quello eversivo nero, le brigate rosse sono solo una montagna di merda!
Chi giustifica il terrorismo bianco, verde, rosso o nero ne è complice.
Ora provate a giustificare ancora il signor Youssef Siher.
A proposito, l'ignoranza che leggo nei social è disarmante.
Dato che fra voi c'è chi difende il terrorista ideatore del M1710, ovvero il creatore del "Movimento 17 Ottobre", è bene farvi sapere che non è un caso che il movimento si chiami così.
Sapete cos'è la Sura?
Sura 17 (Al-Isrā') versetto 10:
"...e in verità per coloro che non credono nell'altra vita abbiamo preparato un doloroso castigo".
Purtroppo io so che non capirete.
Beh, è ora di chiudere però ve lo scrivo ancora una volta.
Cari "connazionali" più o meno imbecilli e defenestrati, ricordatevi bene questo pensiero: "Il vostro universo non ha alcun significato per loro. Non cercheranno di capire. Avranno fame, avranno freddo, faranno un fuoco con le vostre belle porte di quercia."
#JeanRaspail
Non sarete risparmiati.
Nessuno di voi.
Massimiliano De Cristofaro
😡😡😡😡😡
L’INTEGRATO
In un Paese con una "torsione democratica fascista" oppure, come ha detto la Gruber mercoledì scorso lanciando la serata su Hitler "forse quello che ci aspetta" oppure con una "repressione delle libertà", ecco, in un Paese così che è il Paese raccontato da Formigli, Floris, Gruber, Montanari, Travaglio, Salis (entrambe, l'esperta di case e la lanciatrice del martello), Bonelli, Fratoianni, Schlein, in un Paese a matrice e a cultura islamica come l'Iran o la Palestina di Hamas, Youssef Siher domani mattina, senza alcun processo, verrebbe impiccato all'alba in una piazza centrale di Milano e lasciato penzolare tutto il giorno per far conoscere a tutti cosa accade a gente come lui.
Lui che scriveva che "il 7 ottobre è stato un atto rivoluzionario di decolonizzazione" era lo stesso che nel 2024 era stato attenzionato per aver fondato un'organizzazione che faceva propaganda riconducibile ad Hamas. Insomma, un signorino perbene.
Ecco, invece Youssef Siher, un evidente "infiltrato di destra" come sosteneva qualcuno nei giorni scorsi, qualsiasi cosa avrà fatto, avrà un legittimo processo e forse, alla fine, se la caverà senza neanche troppe conseguenze. Anzi, se farà in fretta patteggiando non mi stupirei di vederlo candidato in Parlamento il prossimo anno nelle fila di AVS o nel Campolargo.
Quando capiremo che gli islamici non si possono integrare semplicemente perchè non vogliono essere integrati in quanto non riconoscono alcun valore della società Occidentale, e non lo riconoscono perchè per loro la società va regolamentata secondo i dettami del Corano.
E guardate, lo dobbiamo accettare con grande consapevolezza.
Quando capiremo che a questa gente di integrarsi non gliene frega nulla , sarà sempre un giorno troppo tardi rispetto a quello che dovevamo fare.
Perchè il problema ha un nome e si chiama Islam.
E se non lo chiamiamo per nome, non lo affronteremo.
E quindi, non lo risolveremo.
• Lorenzo Guzzetti
Incolpare le vittime. La violenza di alcuni giovani nasce dalle ingiustizie sociali? Di fronte ai saccheggi e agli assalti contro le forze dell’ordine, torna un vecchio riflesso delle élite: cercare le colpe della società anziché quelle degli aggressori.
https://t.co/ljcAhDzj2y
RAGAZZINO DI 12 ANNI IN PIAZZA: ECCO QUELLO CHE NESSUNO VI RACCONTA SUI SOLDI DEI CONTRIBUENTI.
Mentre tutti si perdono nei paragoni con la Casa del Bosco, il problema reale passa in secondo piano: COM’È POSSIBILE CHE UNA FAMIGLIA ARRIVATA IN ITALIA DA APPENA TRE ANNI ABBIA GIÀ UN ALLOGGIO POPOLARE? È questa la domanda da fare, non l’ennesima polemica ideologica.
A Milano 20.000 persone aspettano una casa popolare. E questa famiglia, arrivata in Italia appena tre anni fa, ha già un alloggio scavalcando chi è in lista.
A MILANO GLI ITALIANI CHE LAVORANO POSSONO PERMETTERSI DI VIVERE. Gli affitti sono diventati proibitivi, gli stipendi non bastano e tante famiglie sono costrette ad allontanarsi dalla città. Eppure, questa famiglia è già in un alloggio popolare.
SINDACO SALA, VOGLIAMO RISPOSTE. Con quali criteri è stato assegnato questo alloggio? Come vengono stabilite le priorità? Come vengono spesi i soldi dei contribuenti?
E DI QUESTO RINGRAZIATE LA CGIL! Nel 2020 sostenne il ricorso contro il requisito dei cinque anni di residenza o lavoro in Lombardia, CHE LA REGIONE AVEVA POSTO e dichiarato incostituzionale dalla Consulta.
Altro che «prima gli italiani»: qui gli italiani lavorano, pagano le tasse e aspettano.
I SOLDI SONO DEI CONTRIBUENTI. E I CONTRIBUENTI HANNO DIRITTO A DELLE RISPOSTE. MILANO INACCESSIBILE AI LAVORATORI ITALIANI
Caterina Pinelli
Domenica si lamentava col governo per i pochi poliziotti.
Oggi, dopo l'arrivo dei 500 militari, #sala dice che non vuole "una città militarizzata"
#Milano deve sputargli in faccia.
Ci sono ca 50k cinesi (ufficiali) nell’area metropolitana milanese.
Stessa regione, stesso Governo, stessa benzina, stesse scuole.
Ma nessuno di questi era in giro a spaccare vetrine e rubare.
Così come a Capodanno non sono in giro a molestare ragazze.
Curioso.
Schifosi
Roberto Damico. La Pagiba
Da alcuni giorni sta girando un video di un ragazzo milanese che, in seguito ai saccheggi di Milano, ha avuto un crollo di nervi e si è messo a urlare il suo disgusto per quanto accaduto, dicendo di essere estremamente stanco e che Milano l’hanno costruita i suoi nonni.
Il ragazzo è estremamente effeminato e, anche se non conosco il suo orientamento sessuale, è probabile che sia gay. Il che non dovrebbe interessare né a me né a chiunque altro, mi pare, e quel ragazzo ha tutto il diritto di parlare e di esprimersi. Cioè, mi pare che la libertà di parola e di espressione, tanto invocata, dovrebbe valere anche per lui, a prescindere da tutto. No? No, evidentemente.
Il video del ragazzo è diventato virale, ed è diventato virale per i motivi sbagliati. Ezio Greggio, l’ex conduttore di “Striscia la notizia”, lo ha condiviso mettendo in risalto — e in ridicolo — l’omosessualità del ragazzo, e come lui decine di individui hanno criticato l’essere effeminato di questa persona. E indovinate un pochino? Sono di sinistra.
Cioè, l’area che dice di difendere gli omosessuali, le persone gay, lesbiche, trans ha creato le condizioni per il linciaggio di una persona gay perché questa persona non è allineata. E questo è terribile. Perché ancora una volta mostra che se non ti allinei, se non adotti la narrazione dominante che è imposta al tuo gruppo, perdi la protezione. Esattamente come le donne iraniane, le donne israeliane. In pratica, la sinistra ti offre protezione purché tu paghi un pizzo ideologico. Altrimenti, sei finito.
Cristian Campos (пост)
Американский гражданин иранского происхождения объясняет, что произойдет с Соединенными Штатами и любой другой страной, которая позволит исламу обосноваться в своих городах. Вот, что он говорит:
"Здравствуйте, меня зовут Эдди Исса.
Я пережил жизнь по законам шариата в Иране и пришёл сюда, чтобы предупредить вас: вы впускаете в свою страну опасную идеологию.
Каждая страна, которая сегодня является исламской, когда-то была христианской. Но мы, христиане, проявили слишком много мягкости. Мы позволили этим людям прийти в наши страны и принести с собой законы шариата. И постепенно они начали нас уничтожать.
Хочу, чтобы вы ясно понимали одну вещь.
Христианство — это личные отношения человека с Богом. В христианстве сказано: „Отдавайте кесарю кесарево, а Богу — Божие“.
А ислам — это шариат. Это религия и государство в одном лице. И такая система совершенно несовместима с американским государственным устройством.
Эти люди будут использовать такыю — сокрытие своих истинных намерений, — чтобы обманывать вас и манипулировать вами.
Пока ислам находится в меньшинстве, вам будут говорить, что пришли с миром. Это первый этап.
А второй этап — то, что сейчас происходит в Великобритании.
Там уже существует система двойных стандартов в работе полиции. Появляются законы и ограничения, связанные с богохульством, исламофобией, расизмом и прочей подобной чепухой.
Давайте сначала разберёмся с одной простой вещью.
Ислам — это не раса! Но стоит вам начать критиковать ислам, как против вас тут же разыграют расовую карту.
Эта отвратительная идеология распространяется в разных странах, в том числе и в моей родной стране — Иране.
Само понятие „исламофобия“ — очередная выдуманная чушь. Его используют, потому что не хотят позволять вам критиковать их культ смерти.
Именно поэтому они добиваются подобных ограничений в Великобритании и в любой другой стране, куда приходят.
В Канаде уже есть резолюция M-103.
Они намеренно пытаются заставить нас замолчать.
Но знаете, кто больше всего страдает от всего этого? Сами мусульмане!
Потому что они не могут свободно выйти из этого культа смерти.
Стоит человеку усомниться в том, что написано в этой отвратительной книге, как его объявляют кафиром — неверным.
А за это могут убить.
Именно такая участь постигла моих друзей, отказавшихся от ислама. Одни сейчас находятся в иранских тюрьмах, другие уже мертвы.
Я вам говорю: вы совершаете огромную ошибку!
И однажды вы горько пожалеете, что не прислушались к таким людям, как мы, — к тем, кто на собственной шкуре испытал жизнь по законам шариата".
По крайней мере, этот американец, иммигрант, чувствует себя американцем, в отличие от того, что происходит во Франции, где многие дети иммигрантов не чувствуют себя французскими гражданами.
Всем защитникам "протестующих" в Европе посвящается. Вы полезные идиоты. Продолжайте в том же духе.
Témoignage d’un ami à moi, commerçant à Paris.
« Ma boutique a été pillée le 17 octobre. Boutique de motos, en plein centre de Paris. Vingt et un ans que j’investis tout là-dedans. Je paie mes impôts, je suis père de famille » , et hier soir il a appelé tout ses amis dont moi. Demain on sera une vingtaine à l’intérieur de la boutique, portes fermées.
Si ça doit aller à l’affrontement, nous irons. Je ne me ferai pas pillée une deuxième fois. Assez des plaintes qui ne servent à rien, assez d’attendre que quelqu’un d’autre protège ce que j’ai construit.
« Demain, ce n’est plus la police qui va surveiller mon magasin. C’est nous. »
Quand l’État lâche la protection des biens des citoyens qui bossent, il ne reste plus que ça : des amis qui s’organisent et qui refusent de se laisser faire.
Appelez ça une milice si ça vous arrange. Nous, on appelle ça ne plus se faire pillée.