✍🏻 Dror Eydar, ex-ambasciatore d’Israele in Italia in una lettera aperta agli italiani
Ce la faremo senza di voi, ma voi non avete imparato dalla storia.
Avete deciso di cessare la vostra attività economica con Israele, dopo oltre trent’anni di scambi commerciali a vostro completo vantaggio. A vostro dire, non siete disposti a mantenere contatti “con una nazione che agisce in modo disumano, adottando una politica militare che causa sofferenze di massa e uccisioni alla popolazione palestinese, al di là di qualsiasi standard di risposta proporzionata all’attacco subito il 7 ottobre”. Non potevate “restare indifferenti” di fronte a “violazioni dei diritti umani fondamentali” e pertanto avete scelto di “non essere complici del crimine” in un contesto “moralmente inaccettabile”.
Durante il mio soggiorno in Italia, sono stato esposto a un fenomeno che ho definito “pigrizia intellettuale”, una sorta di riluttanza ad approfondire i fatti e a confrontarsi con la verità.
Molti di coloro che conoscevo preferivano aggrapparsi ai propri pregiudizi e si accontentavano dell’industria cinematografica palestinese ( “Pallywood”) o delle notizie anti-israeliane sui media.
Il mondo è pieno di conflitti militari e attacchi terroristici che non toccano minimamente il vostro senso di giustizia e la vostra moralità, e potreste avere relazioni commerciali ed economiche con alcuni di questi paesi. In Sudan, Congo, Etiopia, Nigeria, Somalia, Burkina Faso, Mali e Niger, e Mozambico, sono in corso conflitti militari di varia intensità, che finora hanno causato centinaia di migliaia di vittime e milioni di sfollati. In Afghanistan, migliaia di persone sono state uccise da quando i talebani hanno preso il potere, e in Yemen la guerra civile ha causato centinaia di migliaia di vittime, direttamente o a causa della fame e delle malattie. In Siria, centinaia di migliaia di persone sono state uccise e milioni sono state sfollate dalle loro case.
Nella vostra Europa, decine di migliaia di persone sono state uccise nella guerra tra Russia e Ucraina e milioni sono state sfollate. In Sud America, centinaia di migliaia di persone vengono uccise a causa di conflitti legati alla droga e alla violenza. In questi luoghi e in altri paesi, decine di milioni di bambini sono esposti a violenza e sfruttamento sess^ale, malattie, malnutrizione e alla coscrizione nell’esercito in giovane età o in bande terroristiche e di narcotrafficanti. Avete verificato la situazione dei diritti umani lì?
A proposito di diritti umani, commerciate con la Cina?
È interessante notare che solo Israele riceve attenzione personale da parte vostra per le sue azioni.
Secondo voi, Israele sta reagendo in modo sproporzionato agli eventi del 7 ottobre. Interessante.
Qual è una risposta proporzionata alla decapitazione dei nostri figli? Come reagireste allo st^pro di massa delle vostre figlie fino a rompergli il bacino, per poi essere assassinate con un colpo alla nuca dagli st^pratori? Qual è lo standard per una risposta appropriata al legare genitori e figli e bruciarli vivi?
Gli attivisti per la pace vivevano nei kibbutz e dedicavano la loro vita agli abitanti di Gaza. Portavano tecnologia e tubature dell’acqua e portavano i bambini di Gaza negli ospedali in Israele.
I palestinesi li conoscevano bene. Non è servito a nulla: li hanno assassinati e derubati delle loro case, per poi bruciarli.
Sapete qual è una risposta proporzionata al rapimento di oltre 250 israeliani? Come si misura un orrore come l’omicidio dei bambini della famiglia Bibas, dopo il loro rapimento, strangolandoli con le mani? Provate a immaginare che siano i vostri figli, e poi parlate di una risposta sproporzionata. Vi dirò cos’è sproporzionato: la vostra ipocrisia; va oltre ogni capacità di contenimento.
Qual è una risposta proporzionata a una società che ha dichiarato un impegno totale verso due principi: la distruzione dello Stato di Israele e l’uccisione degli ebrei ovunque si trovino? Questo è quanto scritto nello Statuto di Hamas che abbiamo tradotto in italiano quando ero ambasciatore. Questo documento fondamentale è simile nello spirito a un altro documento scritto circa cento anni fa in tedesco. Infatti, nelle stanze dei bambini di Gaza, sono stati trovati libri del “Mein Kampf” tradotti in arabo come materiale scolastico.
Accettereste di vivere con i vostri figli a due chilometri da un’entità nazista la cui ragion d’essere è lo sterminio degli ebrei? Una società che usa ospedali e asili come base per l’omicidio di ebrei ha il diritto di esistere? Gli abitanti di Gaza hanno usato i miliardi di euro che avete donato non per migliorare la vita dei loro abitanti, ma per scavare una rete di tunnel più grande della metropolitana di New York, il cui scopo è lo sterminio degli ebrei.
Durante il periodo nazista c’erano i tedeschi che nascondevano gli ebrei, e nell’Italia fascista gli italiani salvavano le famiglie ebree (ho avuto il privilegio di conferire le medaglie di “Giusto tra le Nazioni” ai loro discendenti come ambasciatore). Perché, allora, un solo palestinese a Gaza non ha agito per salvare gli ostaggi? In ogni caso non c’è stato nessuno che abbia davvero condannato il massacro senza un “ma” e una strizzatina d’occhio. Non c’era un solo uomo giusto in questa “Sodoma”.
Fornireste carburante, cibo ed elettricità alla popolazione nazista? Israele lo fa, prolungando così la guerra, perché le forniture rafforzano Hamas. Ma vi lamentate delle “violazioni dei diritti umani”. L’uso politico perverso dei “diritti umani” contro di noi è ben noto: tutti gli esseri umani hanno dei diritti, tranne gli ebrei, che ogni volta che combattono i loro nemici, gli antisemiti cercano di fermarli.
I palestinesi sono solo una scusa. Dopotutto, non vi interessano i bambini della Siria o dello Yemen, e lì non ci sono aiuti umanitari, come Israele fornisce ai suoi nemici.
Noi in Israele stiamo combattendo non solo per noi stessi, ma per l’intero mondo libero. Sì, anche per voi, sebbene siate ingrati, perché abbiamo una responsabilità nei confronti della civiltà occidentale, che abbiamo contribuito a costruire negli ultimi duemila anni. Israele è in prima linea nella campagna globale. Non a caso i nemici dell’Occidente ci attaccano. Anche l’Italia è odiata da loro, soprattutto alla luce del fatto che ospitate la capitale della cristianità mondiale. Hanno dichiarato apertamente che Roma è l’obiettivo finale della conquista musulmana dell’Europa.
Ce la faremo senza di voi, ma la lettera che avete inviato dopo decenni di amicizia, a causa della vostra resa alla falsa propaganda dei vostri nemici (non solo i nostri), dimostra che avete dimenticato le lezioni della storia. Siamo qui per ricordarvelo.
Leggo finalmente di una diffusa presa di coscienza di quello che rappresenta Trump per il mondo libero: una sciagura senza precedenti.
Ben svegliati, amici.
E ben svegliata, Presidente Meloni.
Ricordo che prima degli insulti inaccettabili a Meloni ci sono stati quelli a Macron, Sanchez, Starmer, Merz e Zelensky, oltre alle minacce alla Danimarca di Frederiksen.
E ogni volta la reazione è stata un' Europa più unita e solidale.
Ora spetta a Meloni trarre le conclusioni e dare l'unica risposta possibile: rafforzare concretamente l'Unione europea e schierarsi per il superamento del voto all'unanimità che blocca il Consiglio.
United we stand, divided we fall
🇮🇹🇪🇺
@marsetac@miminoadc@marcotravaglio 👏Bravissimo e grazie del tuo lavoro prezioso a sostegno della corretta informazione, che dovrebbe essere un dovere per i giornalisti e un diritto per chi legge, soprattutto per quelli che non hanno la voglia o la capacità di verificare l’attendibilità dei testi e delle fonti.
🧵 Negli ultimi giorni Vladimir Putin e la sua Goebbels, Margarita Simonyan, hanno parlato di Armenia.
Ho voluto tradurre entrambi i loro video, perché vanno visti insieme: si completano a vicenda e, nel farlo, smontano brutalmente la propaganda filorussa.
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Ieri mi sono ritrovato a scrivere il secondo post in pochi giorni sulle dichiarazioni pro-Gazprom di Chiara Appendino e forse è bene ricordare che non si tratta di un nuovo casuale incidente di percorso e che l’ex sindaca di Torino, oggi deputata del M5S, non è una piazzista minore del “mondo russo”.
Al contrario, l’amore di Chiara per la Russia non è un flirt dell’ultima ora nato sotto i rincari delle bollette, ma una relazione profonda, coltivata nei salotti che contano e benedetta da amicizie che definire "particolari" è un eufemismo.
Particolarmente indicativo è il viaggio che nel 2017, a un anno dalla sua elezione alla guida del capoluogo piemontese, Appendino compie a San Pietroburgo dopo aver fatto approvare il rinnovo del patto di amicizia tra le due città. Una trasferta non proprio occasionale dal momento che in quel contesto incontrò il governatore Georgy Poltavchenko. Quelle strette di mano portarono proprio la sindaca sei mesi dopo, direttamente sul palco del Forum Economico che si svolge nella città di Putin (uno degli eventi più importanti in assoluto in Russia). Ufficialmente la missione era prettamente commerciale, per favorire accordi in favore del tessuto imprenditoriale locale in crisi, ma l’affinità di vedute era tale che il futuro Sindaco Stefano Lo Russo, allora all’opposizione accusò la prima cittadina di avere posizioni indistinguibili da quelle della Lega (non a caso stava nascendo il governo giallo-verde). Un segnale ancora più grave lo si ebbe nel dicembre 2018, quando la maggioranza 5Stelle bocciò una mozione che chiedeva alla Sindaca di prendere posizione contro la repressione LGBT in Russia, mozione che fu poi approvata solo dopo una sollevazione popolare ed il boicottaggio del Torino Pride. Già all’epoca era chiaro che il Movimento aveva assai più a cuore l’urgenza di fare affari coi dittatori che la tutela dei diritti.
Ma se si vuole capire dove nasce il cuore politico di questa fascinazione, si deve dimenticare per un attimo Palazzo Civico per spostarsi a Verona. È lì, tra i marmi del Forum Economico Eurasiatico, che l’ex Sindaca ha sfilato come relatrice fissa per anni. Non era solo business, bulloni e automotive. A Verona, la prima cittadina trasfertista divideva il palco con Igor Sechin, lo zar del colosso petrolifero russo Rosneft, ospite di “Conoscere Eurasia”, la creatura di Antonio Fallico, presidente di Banca Intesa Russia, punto di riferimento dell’imprenditoria che voleva continuare a fare affari con Mosca in un regime di crescenti sanzioni e finanziatore di eventi quali il 4° seminario italo-russo, ospitato proprio a Torino subito dopo la prima visita di Appendino a San Pietroburgo.
Il termine “Eurasia”, a chi non è digiuno di Russia, avrà di certo suscitato un brivido. Perché nei corridoi veronesi, l'idillio economico del Forum serviva effettivamente da copertura a una piattaforma ideologica ben più inquietante. Quella del multipolarismo, caro all’eurasiatista fascista e suprematista Aleksandr Dugin, che sogna la fine dell'Occidente "corrotto" e l'ascesa di un blocco eurasiatico a guida russa. Mentre Chiara chiedeva con forza lo stop alle sanzioni (già nel 2018), stava di fatto offrendo una sponda istituzionale a chi voleva scardinare l'asse atlantico. E non sorprende che in quegli anni Torino fosse una delle battute di caccia preferite del leghista Gianluca Savoini, balzato agli onori delle cronache per il caso Metropol, l’affare poi sfumato che doveva chiudersi a Mosca con una società dell’oligarca russo Malofeev, grande finanziatore delle attività separatiste del Donbas nel 2014 e sostenitore anche in Italia di vari gruppi pro-famiglia tradizionale.
Dunque, nonostante Appendino si ammanti oggi di semplice pragmatismo populista, la storia in realtà dice che dietro la facciata della "difesa dei cittadini" si nasconde la complicità di fatto con un progetto politico osceno dal quale non solo non ha mai preso le distanze, ma al quale offriva persino legittimazione istituzionale con la sua presenza. La domanda, ora come allora, è se con le uscite di questi giorni stia parlando agli italiani o mandando un segnale a chi, a Mosca, l’ha sempre accolta a braccia aperte nei salotti che contano.
Ho scritto una lettera aperta alla Presidente @GiorgiaMeloni, al Ministro @Antonio_Tajani e al Ministro @Piantedosim, per l’inaccettabile e gravissima mancanza di un quadro normativo nazionale in applicazione delle sanzioni Ue.
Qui il testo.
l'Italia non sta applicando in modo efficace le sanzioni europee contro i media controllati dalla Federazione russa. Il quadro normativo è chiaro: il Regolamento (UE) 2022/350 e le modifiche al Regolamento (UE) n. 833/2014 vietano la trasmissione, la distribuzione e qualsiasi forma di aggiramento delle attività di emittenti come RT, Sputnik e altri organi di informazione sanzionati.
Eppure, nel nostro Paese, queste norme restano in gran parte inapplicate. Eventi, iniziative editoriali e attività pubbliche riconducibili a questi soggetti continuano a svolgersi, anche sul territorio nazionale.
Il recente festival legato a Russia Today a Bologna lo dimostra. Il problema è semplice: manca un decreto attuativo e mancano circolari operative perché dal 2022 ad oggi il Governo italiano che voi rappresentate ha scelto di non scegliere.
Senza questi strumenti, questure, prefetture e Polizia di Stato sono lasciate senza indicazioni chiare. Devono decidere caso per caso, senza una cornice uniforme.
Il risultato è che le sanzioni restano sulla carta.
Nel frattempo, queste attività si intensificano proprio in prossimità delle scadenze elettorali, con una presenza sempre più strutturata sul territorio e nei circuiti culturali.
Il festival di Bologna, organizzato da RT, ha ricevuto pubblicamente i complimenti di Margarita Simonyan, direttrice di Russia Today e figura centrale dell’apparato propagandistico del Cremlino, che ha rilanciato contenuti e partecipanti attraverso i propri canali ufficiali.
L’Italia è, insieme all’Ungheria, tra i pochi Paesi europei a non aver definito strumenti operativi per rendere effettive queste sanzioni.
Altrove si interviene. Qui si lascia correre. Questo indebolisce le istituzioni e rende inutile il lavoro delle forze di sicurezza. E apre un problema politico più ampio, che riguarda tutte le istituzioni della Repubblica, chiamate a garantire il rispetto degli obblighi europei e la tutela dello spazio democratico che oggi passa anche dalla capacità di non continuare ad essere il ventre molle dell’Occidente.
La piazza del prossimo 5 aprile del Movimento Cinque Stelle è una piazza nata per dividere, per tentare ancora una volta di fare un’opa nel centro sinistra. In queste ore sulle parole d’ordine della manifestazione si stanno unendo con iniziative similari comitati No NATO e proxy della propaganda russa nel nostro Paese.
Questa mobilitazione fa chiarezza ancora una volta sulla vera dottrina dei pentastellati sulla politica estera che è nei fatti uguale a quella della Lega e di Matteo Salvini.
Ho visto il manifesto della mobilitazione dei 5S e c’è scritto riferito all’Europa, “Fermiamoli”, peccato non aver mai visto un loro manifesto simile in tre anni contro Putin, Kim Jong-un o Khamenei.
Six years ago, when regime in Iran hanged wrestler Navid Afkari, I launched the United for Navid campaign alongside 50 athletes and activists. We warned the world. No action.
Now it’s happening again.
More protesters. More athletes. On death row.
This time, please don’t look away.
Join us to stop the executions and end the root cause of the endless war in the region: the Islamic Republic.
Thanks CBS for letting me say their names on air.
These five people are not numbers. Not statistics.
They are human beings, executed in Iran for protesting.
#IranMassacre
La Generazione Zeta ha rotto le palle - di Roberto Riccardi
Svogliati. Permalosi. Presuntuosi. Inaffidabili. Incapaci di sostenere una conversazione professionale, di rispondere a una mail entro sera, di presentarsi puntuali, di vestirsi in modo appropriato, di accettare una critica senza crollare emotivamente. Pretendono lo smart working al primo giorno. L'aumento al terzo mese. La flessibilità come diritto di nascita. Non hanno mai prodotto niente ma esigono tutto, con la sicumera di chi confonde i capricci con i diritti e la pigrizia con l'illuminazione.
La Generazione Zeta ha rotto le palle. E non lo dicono i soliti editorialisti rancorosi. Lo dicono i colleghi. I quarantenni che ogni sera rispondono alle mail che il collega Zeta ha ignorato, gestiscono il cliente lasciato in attesa, si sobbarcano gli straordinari rifiutati in nome del sacrosanto "bilanciamento vita-lavoro". Quelli che alle sette di sera cercano di rintracciare il collega Zeta sul telefono aziendale e scoprono che già all'imbrunire è irraggiungibile. Sono loro a pagarne il prezzo. E sono stufi.
Sono i nati tra il 1997 e il 2010. I primi veri nativi digitali, cresciuti con lo smartphone in culla e i social come biberon. Hanno attraversato la pandemia in pigiama, frequentato l'università da remoto e ne sono usciti convinti che il mondo funzioni così: dalla poltrona, a propri tempi, senza che nessuno abbia il diritto di chiedergli nulla. Si autodefiniscono la generazione più consapevole della storia. Quella che ha capito, a differenza dei padri schiavi del lavoro e dei nonni piegati dalla fatica, che la vita non si esaurisce in ufficio. Che il benessere viene prima della carriera. Che la salute mentale è sacra. Bellissimo. Peccato che questa illuminazione arrivi da gente che a trent'anni si fa ancora lavare le mutande dalla madre.
Un caso su tutti, finito sui giornali di mezzo mondo e diventato virale con ventisette milioni di visualizzazioni. Un neoassunto viene convocato dal capo a una riunione alle otto del mattino. Riunione trimestrale, comunicata in fase di assunzione. Il ragazzo sapeva. Risposta: "non posso venire, ho il corso in palestra. Il mio equilibrio psicofisico viene prima". Prima della riunione, prima dell'azienda che lo paga, prima del capo che lo ha scelto e assunto, prima di quella roba antica e desueta che le generazioni precedenti chiamavano senso del dovere. La cosa più rivelatrice non è stata la sfrontatezza. È stata la reazione dei coetanei: aveva ragione lui.
I numeri confermano la sentenza. Sei aziende su dieci hanno già licenziato neolaureati Zeta nel giro di pochi mesi. Mancanza di motivazione per il 50%, scarsa professionalità per il 46%, incapacità di comunicare per il 39%. Il 75% dei datori di lavoro li giudica insoddisfacenti. Uno su sei non vuole più assumerli. Risultato: l'età media di assunzione è salita a 42 anni, le assunzioni di over 65 sono esplose dell'80%, quelle degli under 25 sono crollate. Le aziende preferiscono il settantenne che si presenta puntuale al ventenne che manda un vocale per dire che arriva tardi perché ha lo yoga.
Ma perché tutta questa svogliatezza? La risposta non è generazionale: è sistemica. Si è prodotta una generazione senza addestramento alla frustrazione, senza autonomia materiale e senza interiorizzazione del dovere. Adulti anagrafici che funzionano come adolescenti permanenti.
E il dato lo conferma: il 79% dei giovani italiani tra i 20 e i 29 anni vive ancora con i genitori. Peggio di noi solo la Corea del Sud. In Danimarca sono il 12%. In Germania il 33%. Il Censis ha contato oltre tre milioni di trentenni ancora nel nido. Di questi, il 63% lavora. Lavora e resta. Perché andarsene significherebbe diventare adulti. E diventare adulti non è previsto dal programma.
Il 72% dei giovani disoccupati vive interamente sulle spalle della famiglia.
Ma il dato più indecente riguarda chi un lavoro ce l'ha: il 62% ha comunque bisogno del sostegno economico dei genitori. Il 30% degli under 30 dipende ancora dalla paghetta. A trent'anni. Con la paghetta. Mentre posta su Instagram storie di aperitivi al tramonto e filosofia spicciola sul diritto alla felicità.
Li hanno definiti la “Generazione Cavalletta”. Perché stanno divorando tutto quello che nonni e genitori hanno costruito con decenni di sacrificio. Sono la prima generazione della storia che consuma senza produrre, che eredita senza costruire, che pretende senza restituire.
Entro il 2030 riceveranno in eredità duemila miliardi di euro. Patrimoni, immobili, investimenti accumulati in una vita di fatica da chi si alzava alle sei senza lamentarsi e non aveva mai sentito parlare di "salute mentale" come alibi per non lavorare. Duemila miliardi nelle mani di chi non ha mai piantato un chiodo.
E non fanno figli. Perché fare figli richiede responsabilità, sacrificio, progettualità. Il tasso di fecondità è inchiodato a 1,24 figli per donna, il più basso della storia repubblicana.
Il 65% rifiuta i mestieri manuali perché considerati indegni. L'edilizia non trova ricambio. L'autotrasporto è in ginocchio. La ristorazione elemosina personale. Ma il giovane Zeta non si sporca le mani. Aspetta l'offerta giusta, col contratto giusto, lo stipendio giusto, la flessibilità giusta, l'ufficio giusto, il capo giusto. E nel frattempo si fa mantenere.
La Generazione Cavalletta non nasce dal nulla. Nasce da genitori che non hanno mai detto no. Che hanno trasformato ogni capriccio in diritto, ogni frustrazione in trauma da evitare, ogni difficoltà in qualcosa da cui proteggere il pupo a ogni costo. Che hanno fatto i compiti al posto loro, telefonato ai professori per contestare un brutto voto, accompagnato il trentenne al colloquio di lavoro. Non è un'iperbole: il 70% dei giovani Zeta ammette di aver chiesto aiuto ai genitori per cercare impiego. Non per un consiglio. Per farselo trovare. Hanno cresciuto figli come piante da appartamento: al caldo, al riparo, senza un alito di vento. E adesso si stupiscono che al primo temporale si spezzano.
Parlano di "comfort zone" come il Papa parlerebbe del Vangelo. Hanno ribattezzato la pigrizia "consapevolezza", il parassitismo "equilibrio interiore", l'incapacità "rifiuto di un sistema tossico". Hanno costruito un'intera filosofia per giustificare il fatto di non avere voglia di fare niente. E ci credono pure.
Ma arrendersi non è un'opzione. Se il problema è la mancanza di fame, la soluzione è una sola: restituire la fame.
I genitori smettano di pagare e giustificare. Fuori di casa a venticinque anni, come in mezza Europa. Le aziende smettano di inseguirli con benefit immeritati: la gavetta esiste e chi l'ha fatta ne è uscito più forte.
Si reintroduca un servizio civile o militare obbligatorio, sei mesi di disciplina e convivenza forzata con la realtà. Anzi meglio un anno e lo Stato si chieda come sia possibile che un trentenne sano e laureato risulti ancora fiscalmente a carico dei genitori senza che nessuno batta ciglio.
Oppure si può continuare così. E fra vent'anni ci ritroveremo con un Paese di cinquantenni che vivono ancora con la mamma, non hanno costruito niente, non hanno lasciato niente e pretendono la pensione. Pagata da chi, non si sa. Perché figli non ne hanno fatti. Ma il problema, a ben guardare, non è una generazione. È una civiltà che ha deciso di abolire il dovere, la fatica e la maturità. La Generazione Zeta non è la malattia. È il sintomo finale.
Scusami @davidefaraone, ma proprio non ti seguo. Se tu per primo ammetti che la Russia censura l’arte, sei consapevole che gli “artisti” che Mosca piazza nel suo padiglione sono quelli che sono giunti a compromessi col potere. Se vuoi celebrare l’arte russa e dare un esempio di lotta contro la censura, dovresti quindi semmai convocare gli artisti che Putin ha marginalizzato, esiliato e arrestato, anziché accogliere a braccia aperte i giullari del regime. Altrimenti finisci col premiare e legittimare proprio le pratiche che dici di criticare. Non mi pare un ragionamento difficile
Mentre l’Ucraina si appresta ad uscire dal più duro degli inverni meteorologici degli ultimi anni, la Russia rischia di entrare nel peggior inverno digitale e in termini di diritti di tutta la sua storia.
Dall’inizio dell’anno il regime di Mosca ha infatti adottato una serie di provvedimenti per reprimere gli ultimi residui di libertà nelle comunicazioni, anche al costo di compromettere l’operatività delle stesse forze armate, con una rapidità ed una profondità che la dicono lunga sul nervosismo che si respira nelle stanze del potere, dove a guidare le politiche di sicurezza sono le paranoie putiniane su possibili colpi di stato e sulla necessità di un irrigidimento dei controlli in vista delle elezioni politiche di settembre.
Nel mese di febbraio è stato disposto il blocco totale di WhatsApp (circa 100 milioni di utenti), mentre è stato fortemente limitato l’accesso a Telegram. Per quest’ultima piattaforma in particolare è stato implementato il “throttling”, ovvero un rallentamento indotto con lo scopo di impedire l’invio di allegati, in particolare foto e video. L’obiettivo è quello di chiudere le vie di comunicazione dei mil-blogger (i blogger militari), i quali ultimamente parlano sempre più spesso del rapido deterioramento della situazione per le truppe di occupazione e diffondono appelli e lamentele dei soldati russi lanciati in missioni suicide con mezzi ed equipaggiamenti inadeguati, una situazione peraltro drammaticamente peggiorata dopo il blocco degli accessi al sistema Starlink e destinata ad aggravarsi paradossalmente proprio per i blocchi imposti a Telegram, sistema ampiamente utilizzato al fronte.
Contemporaneamente il governo sta forzando il passaggio alla nuova piattaforma MAX, interamente gestita dallo Stato, mettendo in campo la più massiccia operazione di sorveglianza delle comunicazioni di sempre. Ma ciò che è più inquietante è che a Mosca e San Pietroburgo è già in fase di test un sistema di controllo completo della rete, con l’obiettivo di passare da una gestione basata sulla navigazione libera con importanti blocchi, ad una completamente chiusa con alcune eccezioni (come siti governativi, organi di stampa “ufficiali”, banche e servizi interni). Questo consente di evitare che la gente comune abbia accesso a informazioni non approvate dal regime e limita fortemente la capacità di coordinamento di eventuali contestazioni.
Non è un caso che nei giorni scorsi si siano verificati eventi senza precedenti. L’intera città di San Pietroburgo (5 milioni di abitanti) è rimasta per giorni senza collegamento collegamento internet, ufficialmente per “esercitazioni di sicurezza” e in intere zone della capitale è vietato l’uso di cellulari stranieri, mentre nei palazzi del potere sono stati installati stabilmente dei disturbatori di segnale, anche per evitare fughe di notizie e documenti.
Chi può cerca di bypassare i blocchi, rivolgendosi a sofisticati sistemi di VPN non rilevabili dal Roskomnadzor, l’ente governativo preposto alla censura digitale, ma continuano ad apparire informazioni sul ritorno da parte di tanti all’utilizzo dei vecchi cercapersone, walkie talkie e di mappe cartacee in sostituzione di quelle online, spesso inservibili per via dei sistemi che disorientano i GPS degli smartphone.
La dittatura di Putin, sempre più avvitata su se stessa, sta chiaramente vivendo una fase critica, con il peggioramento dell’economia che rischia di sfociare in pericolose forme di dissenso nei confronti del regime, l’operazione speciale che si sta rivelando un clamoroso fallimento militare e un generale senso di insicurezza che sta rapidamente contagiando l’intera classe dirigente di un paese che molti, anche da noi, dipingono come una sorta di paradiso e dove, sosteneva ad esempio Michele Santoro qualche giorno fa in tv, esiste una vivacità di confronto che manca altrove.
Chissà perché nessuno dei tanti che sputano quotidianamente sulle oppressive democrazie occidentali e sognano quella terra di opportunità e libertà che è Mosca, si guardano bene dal trasferirsi lì. In fondo che male c’è a disintossicarsi dalle comodità del nostro decadente e corrotto mondo e ricominciare a girare con una bella mappa del Touring Club degli anni ‘80 sotto braccio?
Uno dei problemi più pesanti della società di Russia è il problema della menzogna e dell’ipocrisia, e questa “tradizione” esiste ormai da più di un secolo.
Nell’Unione Sovietica decine di milioni di persone hanno imparato a nascondere la storia delle proprie famiglie. Ai bambini non si diceva di essere stati battezzati (la generazione cresciuta ancora nell’Impero Russo era religiosa e insisteva perché i figli o i nipoti fossero battezzati; questo avveniva di nascosto, e spesso ai bambini non veniva raccontato nulla, perché la Chiesa era di fatto proibita).
Bisognava nascondere anche un’origine sociale poco favorevole dal punto di vista della classe. Lo scrittore Varlam Shalamov, quando entrò all’università di Università Statale di Mosca, nascose il fatto di essere figlio di un sacerdote.
Se tu o i tuoi parenti avevate partecipato alla Guerra civile russa dalla parte “sbagliata”, era meglio non parlarne mai. Lo scrittore Valentin Kataev, solo alla fine della sua vita, lasciò intendere che forse aveva combattuto nell’Armata Bianca.
Poi bisognava tacere su ciò che era accaduto alla propria famiglia durante le “grandi costruzioni del comunismo”: era meglio non dire se qualcuno era stato espropriato come kulako o deportato. Spesso era prudente non dichiarare nemmeno l’origine etnica, se in quel momento politico poteva risultare pericolosa. Se dei parenti erano rimasti nei territori occupati durante la guerra o erano finiti all’estero, anche questo era motivo di silenzio.
Nei questionari sovietici per ottenere un lavoro esistevano domande precise su questi aspetti, e alcune di queste domande sono rimaste perfino nel secolo attuale. Naturalmente non era opportuno parlare del fatto che qualcuno dei propri familiari fosse passato nei campi di lavoro.
In questo modo la società si è trasformata in una grande scuola di ipocrisia e di finzione. Per decenni i cittadini hanno vissuto nel proprio paese come se fossero delle spie, conservando sempre qualche segreto — indipendentemente dal fatto che fosse davvero pericoloso oppure no.
Dopo il 1991 una parte della generazione più anziana ha iniziato ad aprirsi con i figli e i nipoti, ma spesso solo alla vigilia della morte. Anche gli archivi chiusi contribuiscono a mantenere questa situazione: lo Stato cerca di sapere tutto su di te, mentre a te non è concesso sapere davvero nulla sulle tue origini.
Dopo il 2022 la società è tornata al suo stato “naturale”. Ai vecchi insegnamenti appresi per decenni: non dire ciò che sai, non dire ciò che pensi, fingi, indossa una maschera e sopravvivrai. È una società ben addestrata, convinta che se l’evoluzione sociale ha fatto sì che proprio noi siamo sopravvissuti agli anni sovietici, allora sopravviveremo anche ora, usando la stessa esperienza.
Oggi ai bambini a scuola non si può dire di essere contro la guerra, né che qualcuno nella propria famiglia lo sia: qualcuno potrebbe denunciarlo. Ai genitori non è consigliabile discuterne davanti ai figli, soprattutto se piccoli, perché è chiaro che i bambini non sanno ancora custodire i segreti.
E i bambini vedono che gli adulti mentono — e vedono anche che gli adulti sanno di mentire, ma mentono comunque.
In queste condizioni si forma una particolare atmosfera morale: la sincerità diventa pericolosa, mentre la prudenza e la doppiezza diventano una forma di autodifesa. La menzogna non è più soltanto un comportamento individuale, ma diventa una norma sociale tacita, una lingua comune che tutti comprendono.
Questo lascia tracce profonde. Le società abituate per generazioni a vivere nella paura e nella finzione perdono lentamente la fiducia reciproca. Le persone imparano a non fidarsi delle istituzioni, ma anche a non fidarsi l’una dell’altra.
A mio avviso questa è una delle tragedie più gravi della società russa. Il trauma sovietico, come sappiamo, è durato per generazioni e in realtà non si è mai concluso. Oggi lo vediamo ripetersi di nuovo.
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Roberto Damico. La Pagina
Ho già più volte espresso la mia totale disistima per Elly Schlein.
La ritengo responsabile di una svolta populista radicale nel PD. Capace di strumentalizzare ogni causa – Gaza, i diritti, le disuguaglianze – pur di racimolare qualche voto.
Ma questa tornata referendaria, credo, mostri ancora di più la sua responsabilità. E quella della dirigenza del partito.
Il sostanziale lasciapassare dato da Schlein a una politicizzazione e una polarizzazione esasperata ha un effetto preciso: il degenerare della politica e l’infantilizzazione dell'elettorato.
Perché Schlein, ancora una volta, ha scelto di non trattare i suoi elettori da adulti.
Li ha trattati da bambini. Bambini a cui far paura con lo spettro del Bau Bau fascista. "Vota no, o arriva il fascismo". "Vota no, o la democrazia è perduta".
È un gioco che a sinistra va avanti da decenni. Non si chiede di votare per un programma, per un'idea, per una proposta. Si chiede di correre alle urne per salvare la democrazia. Si ricorre al "voto utile". Si grida all'emergenza.
Così, la politica non si fa più con i contenuti. Si fa con i leader che chiedono di contrastare Meloni. Che chiamano alle barricate. Che dipingono ogni voto come una battaglia esistenziale.
Lo stesso è accaduto con il referendum. Si è invitato a votare dando l'idea che si votasse per difendere la democrazia. Per difendere la Costituzione. Per fermare il fascismo.
Basta intervistare persone che si ritengono di sinistra. Sentirai dire: "Voto no perché difendo la Costituzione". "Voto no perché difendo la democrazia".
Frasi fatte. Slogan. Senza contenuto.
Ora, a prescindere dalle mie idee sul referendum, questa è un'immensa sconfitta.
Per tutti.
Perché non si è data un'opportunità di crescere. Di studiare. Di confrontarsi sui contenuti.
Si è scelto di restare in superficie. Di giocare sulle paure. Di usare lo spauracchio.
È un modo per tenere l'elettorato nell'infanzia. Per non farlo mai diventare adulto.
Perché l'adulto studia, si informa, valuta, decide. Il bambino ha paura e cerca protezione.
E la sinistra, oggi, preferisce un popolo di bambini spaventati piuttosto che di adulti consapevoli.
La conseguenza è sotto i nostri occhi.
Un dibattito pubblico impoverito. Una polarizzazione sterile. Una campagna elettorale permanente fatta di slogan e paure, non di proposte e confronto.
E un elettorato che non sa più cosa vota, ma sa solo contro chi vota.
Fino a quando? Fino a quando continueremo ad accettare questa infantilizzazione?
Fino a quando lasceremo che la politica ci tratti da bambini, invece di pretendere di essere trattati da adulti?
Non lo so. So che finché ci sarà chi grida "al lupo, al lupo" – e troverà qualcuno disposto a credergli – il gioco continuerà.
CUBA: LA VERITÀ DI CHI CI HA VISSUTO, NON LA FAVOLA DELL'EMBARGO
Non venite a raccontarmi la barzelletta dell'embargo perché io a Cuba ci ho vissuto davvero e l'ho vista da dentro, nell'estremo Oriente a Santiago, dove la propaganda si scontra ogni giorno con la fame vera. Ho visto con i miei occhi il fallimento totale di un sistema che nel 1959 prometteva dignità e libertà dal degrado di Batista e che oggi, dopo sessant'anni, ha ridotto un popolo meraviglioso a mendicare un pugno di riso. Non è colpa di nessun blocco esterno se i negozi sono vuoti e se lo Stato ti umilia con una "libreta" che ti concede appena un pezzetto di pollo e un po' di riso come se fossi un prigioniero nella tua stessa terra. Ho vissuto sulla mia pelle i blackout infiniti, il buio pesto delle strade e delle case, mentre ettari ed ettari di canna da zucchero marciscono senza produrre ricchezza perché non sono stati capaci di creare uno straccio di sistema produttivo in oltre mezzo secolo. La cosa che mi fa più rabbia è vedere che quelle donne che la rivoluzione diceva di voler proteggere dallo sfruttamento oggi sono costrette ancora a svendersi ai turisti per sopravvivere o per un paio di scarpe, nell'umiliazione più totale del jineterismo, con l'unico sogno fisso in testa di scappare dall'isola il prima possibile. Il comunismo a Cuba ha fallito su ogni singola promessa umana ed economica: non paga i debiti con nessuno, non dà un futuro ai suoi figli e gestisce solo la miseria degli altri. Chi parla di embargo non ha mai visto la disperazione negli occhi di chi vive a Cuba e non sa cosa significhi vedere una nazione ridotta alla fame da un'incapacità che non ha scuse ma solo colpevoli.
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Tutte le norme costituzionali che garantiscono l'indipendenza della magistratura restano immutate. Anche con la riforma sarà necessaria la maggioranza qualificata dei tre quinti per formare la lista dalla quale si procederà poi al sorteggio dei laici. E la “politica” avrà la seguente presenza fisica negli organi di autogoverno e disciplinari della magistratura: un terzo nel CSM dei PM, contro due terzi dei magistrati più il Presidente e il Procuratore Generale della Cassazione membri di diritto; idem nel CSM dei giudici. Nell’Alta Corte la “politica”, su 15 membri, ne ha 3 contro i 9 magistrati più i 3 nominati dal Presidente della Repubblica: quindi 3 su 12. La matematica non dovrebbe essere un’opinione, nemmeno in questo avvilente dibattito referendario ma i numeri sono numeri: non esiste nessun rischio che la politica possa condizionare o anche solo indebolire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.
Buongiorno 🌹!
Roberto Damico. La Pagina
Credo che difficilmente, nella storia repubblicana, si sia assistito a qualcosa di peggiore dello spettacolo offerto dal Movimento 5 Stelle.
E lo dico sin dal principio. Sin da quando, all'inizio, c'erano personaggi come Grillo, ma anche Dario Fo e Celentano e proprio perché erano coinvolti anche loro nell’impresa.
Il populismo di Grillo era chiaro sin dalla prima repubblica. Quando andò in tv e accusò dei politici di rubare in diretta. In qualsiasi paese normale, quella roba lì si chiama diffamazione. In Italia passò per censura.
Già allora si vedeva la perdita di un certo senso del limite. Ma molti preferirono non vedere.
Poi arrivò il Movimento 5 Stelle dei primi anni. Quello con Di Maio, Toninelli e compagnia. Un'assemblea di dilettanti allo sbaraglio, la Corrida di Corrado recitata in Parlamento.
Ma aveva almeno un merito, se così si può dire: non si fingeva altro. Era quello che era, e lo dichiarava. Un movimento di protesta, di populismo, di rabbia. Senza infingimenti.
Poi è arrivata la seconda fase. Quella di Conte. E lì le cose sono diventate ancora peggiori.
Oggi siamo sempre davanti a dilettanti allo sbaraglio. Ma con una differenza: ora fingono di non esserlo. Indossano abiti istituzionali, parlano con toni seriosi, recitano la parte dei politici seri.
Conte ha dato al partito una veste progressista di facciata. Il Movimento 5 Stelle non è mai stato di sinistra. È sempre stato solo becero populismo. Ma Conte l'ha collocato in area progressista e l'ha reso presentabile.
E con che disinvoltura? È passato dall'alleanza con la Lega a quella col Pd come se niente fosse. Trasformista, arrivista, senza un briciolo di coerenza.
Ma la cosa più sorprendente è che in questa danza, Conte ha ammaliato Schlein e buona parte del Pd. Oggi il Pd è sostanzialmente diventato un doppio del Movimento 5 Stelle. Stessi temi, stesse parole d'ordine, stessa incapacità di proporre un'alternativa credibile.
E questo dovrebbe interrogare tutti quelli che, da elettori di sinistra, si credono culturalmente superiori per appartenenza. Forse, se il Pd ha finito per intrecciarsi col Movimento 5 Stelle, quella presunta superiorità culturale non è mai esistita. Forse c'è una linea che unisce le accuse a De Michelis perché andava in discoteca, Mani Pulite, i girotondi, e il Pd di Schlein. Una certa idea di moralismo, di purezza, di lotta al "potere" – qualunque cosa significhi.
Un tempo, esisteva una classe dirigente che sapeva porre argine a questo populismo. Che sapeva anche usarlo, come è messo in evidenza nella satira di Peppone e Don Camillo.
Oggi quell'argine non esiste più. Il populismo è entrato nelle istituzioni e ci sta comodo. I dilettanti sono diventati professionisti del dilettantismo. E chi vorrebbe, a parole, rappresentare l'alternativa – il Pd – invece di contrastare il fenomeno, lo ha assorbito.
Il risultato è un panorama politico desolante. Dove i partiti si somigliano tutti, dove le identità si confondono, dove l'unica cosa che conta è fingere di stare dalla parte giusta – quella degli "oppressi" – senza mai specificare chi siano.
Allora mi chiedo : fino a quando continueremo a prendere sul serio chi non è mai stato serio? Fino a quando permetteremo a ex comici, ex professori trasformisti, populisti di ogni risma di plasmare l'opinione pubblica del paese?
Non lo so. So che intanto loro sono lì. E noi, a guardare.
Mentre Buttafuoco ci racconta che la @la_Biennale sarà la vera “tregua”, appena fuori dal villaggio dei Puffi, cioè in Russia, ci si prepara ad avviare per legge nuove “operazioni militari speciali” in giro per l’Europa.
Il Ministero della Difesa russo ha infatti ottenuto il via libera dal governo per un disegno di legge che permetterebbe l'invio delle forze armate all'estero per proteggere i cittadini russi. La legge mira a intervenire in caso di arresti, detenzioni o procedimenti giudiziari da parte di tribunali stranieri o organismi internazionali.
Questa iniziativa ovviamente si inserisce in una strategia già nota, rafforzata recentemente, che considera la protezione dei russofoni (non solo cittadini russi, ma chiunque parli la lingua o condivida la cultura) un interesse di sicurezza nazionale.
“Protezione”, tradotto dallo slang putiniano, come abbiamo appreso in questi 12 anni in Ucraina, significa letteralmente costruzione a tavolino di un pretesto che diventi casus belli e poi distruzione sistematica di case e infrastrutture civili, russificazione, stupri, rapimenti di bambini, oltre ad arresti, torture, sparizioni forzate e omicidi di chiunque non capisca la natura sinceramente umanitaria della politica russa. Nessun cenno al fatto che per proteggere i russi si dovrebbe innanzitutto evitare di mandarne milioni al macello in guerre imperialiste e criminali.
Faccio presente a chi non avesse inteso la natura del problema, che in Estonia e Lettonia circa un quarto della popolazione è di etnia russa o russofona, ma a tremare è anche la Lituania (che ne ha circa il 5%), già fatta oggetto in questi anni di ripetute minacce dirette e per la quale alcuni esponenti del partito di Putin avevano proposto qualche anno fa addirittura l’annullamento della dichiarazione di indipendenza del 1990, riconosciuta dall’URSS nel settembre 1991.
Di pace e di tregua parlano solo i nostri propagandisti e collaborazionisti. Perché la Russia, cioè il paese che dovrebbe dichiararle o accettarle, si prepara invece ad allargare la guerra, ormai persino a norma di legge.
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