@AngeloSab82 Metodo Report: prima si costruisce il sospetto mediatico, poi spetta all’interessato liberarsene. Metodo delle maxi-inchieste: prima centinaia di arresti e grande esposizione mediatica, poi anni di processi, assoluzioni e ridimensionamenti.
@repubblica Ma come farà a porre le domande … amico di lavitola ..sapeva e non sapeva …autorecensioni …grandi dubbi su di lui …diventeranno le sue inchieste ridicole
@LelloEsposito5@ChangeItalia Ma come cavolo continuerà a fare le inchieste come potrà andare da uno destra dicendogli non potevi non sapere .. quello giustamente gli sputerà in faccia ….
Sigfrido Ranucci era ignaro. Ignorava che Lavitola progettasse addirittura una bomba per accrescerne la popolarità. Ignorava le intenzioni dell’amico e ignorava, naturalmente, di essere il beneficiario designato di una simile follia.
Lo dice la Procura e non abbiamo alcuna ragione per sostenere il contrario. Anzi: siamo garantisti, e dunque Ranucci per noi era ignaro ieri, è ignaro oggi e resterà ignaro finché non emergerà qualcosa che dimostri il contrario.
Il problema comincia subito dopo.
Facciamo infatti il caso che quello che è successo a Ranucci fosse capitato a uno qualunque di noi. O, meglio ancora, a uno qualunque di quelli che Report ha messo sotto inchiesta in questi anni.
Immaginiamo che un politico venga intercettato mentre parla ripetutamente con un personaggio poi accusato di progettare reati gravissimi. Immaginiamo telefonate, confidenze, informazioni riservate, richieste di aiuto, conversazioni sulla carriera politica, magari qualche suggerimento su chi colpire e chi risparmiare. Immaginiamo infine che quel personaggio, all’insaputa del politico, progetti perfino un attentato per trasformarlo in vittima e regalargli consenso.
Secondo voi quale sarebbe il titolo di Report?
«Il politico ignaro»?
Naturalmente no.
Avremmo una puntata di due ore, il plastico delle telefonate, le frecce rosse fra i protagonisti, la voce fuori campo che domanda inquietante: «Possibile che non sapesse?». E soprattutto la frase immortale del giornalismo giudiziario: «Noi non accusiamo nessuno, poniamo soltanto delle domande».
Ecco, la questione è tutta qui.
Ranucci ha diritto a essere considerato estraneo ai progetti criminali di Lavitola perché non esiste alcuna prova che ne fosse a conoscenza. Punto. Ma sarebbe magnifico se da domani lo stesso principio venisse applicato anche agli altri.
Perché frequentare una persona indagata non significa essere indagati. Parlare con un delinquente non significa essere delinquenti. Ricevere una confidenza non significa condividere un progetto criminale. E soprattutto un’intercettazione non è una sentenza, un’amicizia non è un concorso di colpa e una suggestione non è una prova.
Sembrano banalità. In Italia sono quasi avanguardia culturale.
Per anni abbiamo costruito carriere giornalistiche e politiche sulla teoria opposta: dimmi con chi parli e ti dirò di che reato sei sospettabile. Poi, quando la macchina del sospetto arriva davanti alla porta di casa nostra, scopriamo improvvisamente la prudenza, il contesto, la distinzione fra fatti e illazioni, la presunzione d’innocenza.
Benvenuti.
Non c’è nulla di cui vergognarsi. Le conversioni tardive sono sempre preferibili alla perseveranza nell’errore.
Anzi, la vicenda Ranucci potrebbe avere persino un lieto fine. Non quello immaginato da Lavitola, per fortuna. Un altro: che il principe del giornalismo d’inchiesta scopra sulla propria pelle quanto sia facile finire dentro una storia senza aver fatto nulla, quanto sia devastante trasformare una frequentazione in un’accusa e quanto sia comodo insinuare lasciando agli altri l’onere impossibile di dimostrare di non aver mai saputo.
Sarebbe una gran bella puntata di Report.
Titolo: Ignaro.
E, per una volta, senza punto interrogativo.